Le disavventure del Woke

Il politologo americano Mark Lilla scriveva nel 2017, in The Once And Future Liberal (L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica, Marsilio, 2018), che la storia degli Stati Uniti è stata caratterizzata, nel Novecento, da due modelli politici, il New Deal rooseveltiano, ripreso poi da Lyndon B. Johnson nella Great Society, e il neoliberismo reaganiano.

Lilla, che si dichiara un liberal frustrato, ritiene che i democratici, al contrario della destra, non siano riusciti a proporre “l’immagine di uno stile di vita condiviso”. Nell’America rooseveltiana i cittadini si sentivano legati fra loro da un vincolo di solidarietà, poi infranto nello Stato minimo di Ronald Reagan. Il simbolo del New Deal era rappresentato da due mani che si stringevano, scrive Lilla, mentre l’icona più diffusa del liberalismo identitario è un prisma che scompone un raggio di luce in un arcobaleno. E’ accaduto così che “il fascino e in seguito l’ossessione per l’identità non hanno messo in questione il principio fondamentale del reaganismo, cioè l’individualismo, ma lo hanno, invece, rinforzato”, corrodendo lo spirito del civismo liberale.

Gli ambienti liberal non hanno valutato adeguatamente, in questi anni, l’analisi di Lilla e ha destato particolare interesse, e anche un certo stupore, quanto ha sostenuto, in una recente intervista, Alexandria Ocasio-Cortez, che potrebbe essere la prossima candidata del Partito Democratico alla Presidenza degli Stati Uniti. Conversando il 9 agosto con Jonathan Karl, il giornalista di This Week, della ABC, ha dichiarato infatti, citando l’espressione usata da un consigliere comunale democratico, che Woke one was crazy. Ha dunque ammesso che la prima fase del Woke è stata “folle”, pur riconoscendo a quel movimento di aver aperto nuove prospettive. Riguardo alle dichiarazioni di Francesca Hong, probabile candidata democratica a governatore del Wisconsin, che aveva proposto di abolire la polizia e le prigioni, Ocasio-Cortez ha evidenziato come la stessa Hong abbia successivamente preso le distanze da tali posizioni ed è questo, a suo avviso, ciò che conta.

La questione è stata ripresa in Italia da Giuseppe Conte, che in una lettera pubblicata il 21 agosto su “la Repubblica”, ha definito la cultura Woke “una sorta di religione morale autoreferenziale”, sulla quale i progressisti non possono fondare la loro azione politica, che dovrebbe rivolgersi in prevalenza alla difesa dei diritti sociali.

Il Woke si colloca nel contesto di una società multiculturale e rinvia al pluralismo e alla tolleranza. Come scriveva Giovanni Sartori nel 2000 in Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, il multiculturalismo tende però a esaltare acriticamente l’alterità, trasformandosi in una ideologia che riserva a determinati gruppi un “trattamento preferenziale”.  Il pluralismo può funzionare, secondo Sartori, quando le linee di demarcazione sono neutralizzate e frenate da affiliazioni interculturali multiple, non quando le identità si dimostrano rigide e rischiano di creare “controcittadini”. In alternativa a un multiculturalismo che radicalizza le differenze, sfociando in una possibile “balcanizzazione”, bisognerebbe allora promuovere un pluralismo interculturale.

Scelte politiche incentrate esclusivamente sul rispetto di minoranze discriminate nel corso della storia, possono dar luogo a un moralismo intollerante, producendo effetti deleteri sulla formazione culturale, come è accaduto in alcune Università, in cui Platone e Aristotele sono stati accusati razzismo e di maschilismo. Platone ha subito censure non solo da parte degli attivisti Woke, ma anche dalla destra. La Texas A&M University di College Station ha preteso, recentemente, che un docente escludesse dal suo programma alcuni passi del Simposio, perché contrastavano con le direttive trumpiane in tema di genere. Ciò dimostra come l’attacco alla cultura liberale provenga da entrambi i fronti, in nome di un comune moralismo oscurantista.

Tra i repubblicani, prima di Trump, i riferimenti platonici all’omosessualità erano però considerati con maggiore apertura, come dimostra il caso del giudice della corte di appello Richard Posner. Il giudice, nominato da Reagan, lesse per la prima volta il Simposio nel 1990 e due anni dopo, nel suo libro Sex and Reason, ammise, come riporta Martha Nussbaum in Coltivare l’umanità, che il dialogo platonico non solo aveva ampliato la sua conoscenza del mondo greco, ma gli aveva anche consentito di muovere le sue critiche alle leggi che punivano l’omosessualità, annullate poi dalla Corte Suprema nel 2003.

Nella traduzione dei classici si è spesso manifestata, negli Stati Uniti, una forma di pruderie, rivolta tanto ai lirici greci quanto a Catullo o ad Aristofane e solo una sentenza della Corte Suprema, nel 1957, ha consentito di accostarsi a quei testi potendone cogliere il messaggio originario.

Il moralismo in chiave Woke si è affermato anche alla Columbia University, dove alcuni studenti, nel 2015, hanno proposto di applicare sulle Metamorfosi di Ovidio un bollino di avvertimento (trigger warning), per mettere in guardia quanti volessero consultare l’opera dalle scene di stupro descritte dal poeta latino. I metodi del movimento Me Too si sono così estesi alla letteratura. Proseguendo in questa direzione, Mark Twain è stato “depurato” dai toni razzisti e svariati monumenti dedicati a personaggi non in linea con il Woke sono stati imbrattati o rimossi.

Processare la storia non può che generare equivoci e alimentare il sogno di un Eden originario. Sarebbe utile riprendere un passo di Teoria e storia della storiografia, in cui Benedetto Croce scriveva che “La storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice”.

Valutare il passato con parametri che appartengono al presente, rischia di privarci di saperi senza i quali non saremmo oggi in grado elaborare un pensiero critico.  I giudizi moralistici su eventi storici o su aspetti del presente non conformi ai canoni codificati dal Woke si trasformano sovente in condanne senza appello, che pretendono di identificare, in modo illiberale, la sfera etica con quella giuridica.

Lilla osserva ironicamente che nelle apparentemente grigie Università degli anni Cinquanta e Sessanta si è formata la generazione più radicale che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Quella generazione ha infatti difeso i diritti civili e si è opposta alla guerra in Vietnam e alla proliferazione nucleare, mostrando un impegno civile oggi raramente riscontrabile.

Un movimento come Black Lives Matter, nato nel 2013 per le legittime proteste contro la violenza della polizia nei confronti degli afro-americani, ha posto le premesse per processare l’intera società americana e tutte le forze dell’ordine, e pretendere, commenta Lilla, “la confessione collettiva dei peccati e una pubblica penitenza”. La situazione si è ulteriormente radicalizzata dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020. Occasioni per promuovere forme di cittadinanza critica si sono così trasformate in una rivolta antisistema.

In molte Università americane, ha scritto Nussbaum, si può assistere a feste di laurea organizzate per specifiche comunità, etniche, sociali, sessuali. In queste situazioni viene meno quel senso di cittadinanza universale che dovrebbe essere particolarmente coltivato nel mondo globale in cui viviamo e che è stato alla base della formazione umanistica liberale. Una formazione che la modernità ha ereditato dai classici, oggi spesso portati maldestramente in giudizio. Quel messaggio universalistico, scrive la filosofa americana, può consentirci oggi di partecipare senza pregiudizi al confronto sulle scelte etiche e politiche, nel rispetto di tutti i punti di vista.

È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora a "Domani", "Avvenire", il Blog della Fondazione Luigi Einaudi e il Quotidiano on line "Il Sussidiario".
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