Una truffa ai giovani e l’antidoto liberale

Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato uno scenario simile a quelle del 2013 ma dove questa volta a contendersi la guida del Paese vi sono la Lega e il Movimento 5 stelle; i due partiti hanno la possibilità, con molti ostacoli, di trovare una maggioranza parlamentare tale da votare una fiducia al Governo così come sancito dall’articolo 94 della Costituzione.

La prima assemblea di Camera e Senato è convocata per il giorno 23 marzo come da pubblicazione in Gazzetta Ufficiale nella data di ieri. L’ordine del giorno, quasi identico per entrambe le Camere prevede la costituzione dell’Ufficio provvisorio di Presidenza e della Giunta delle elezioni, successivamente si procederà alla proclamazione dei parlamentari. Ma la “fatica” più gravosa per i leader di partito è certamente il raggiungimento della maggioranza per l’elezione dei presidenti delle due assemblee.

Il primo vero banco di prova per Salvini e Di Maio sarà la ricerca di uomini o donne in grado di mantenere gli equilibri non solo in Aula ma anche e soprattutto all’interno della coalizione di centro(poco)destra(tanto), non dimenticando che prioritariamente saranno questi a presentarsi dinanzi al Presidente della Repubblica per le consultazioni, come vuole la prassi costituzionale.

Non solo come meri dati statistici, quanto di più sorprendente è accaduto all’interno di entrambe le coalizioni dove Salvini ha superato il mai indefesso Berlusconi, mentre nel centro sinistra la forte débâcle del Partito Democratico, sceso sotto la soglia del 20% non ha ottenuto grandi vantaggi dai due “principali” alleati, mi riferisco a +Europa e Civica Popolare.

Della battaglia neo-radicale persa probabilmente ne parlerò in una ulteriore occasione, perché dopo una campagna elettorale fortemente esposta dal punto di vista mediatico, in molti, anche tra i non votanti, ci si aspettava un risultato almeno superiore alla soglia del tre per cento. Evidentemente l’elettorato non ha sentito l’esigenza di votare dei Radicali 2.0, con poco liberismo nel programma ed idee sull’immigrazione sicuramente contrarie alla maggioranza degli italiani (l’ottimo risultato della Lega è ampiamente dovuto ad una richiesta di maggiore rigore nella gestione dei flussi migratori) ma anche del ministro dell’Interno Minniti.

I dati secondo me più allarmanti e che mi vedono anche chiamato in causa per motivi anagrafici sono le indicazioni di voto per età: il 39,3% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha votato per i 5 stelle con la percentuale che aumenta fino al 39,9% tra quelli di età 25-34. L’identikit del giovane elettore si completa con la mancanza di lavoro (41% tra i disoccupati) ed il diploma o la licenza media come titolo di istruzione. Occorre non ripetere l’atteggiamento snobistico di qualche anno fa e comprendere perché tra i 20enni e 30enni ci sia questa scelta.

Mi dispiacerebbe anche solo pensare ad una truffa nei loro confronti, portata avanti giorno dopo giorno, sul blog delle stelle (sic) e nelle trasmissioni prime time (una volta tanto odiate da Grillo e Casaleggio) perché il reddito di cittadinanza annunciato come sussidio per i disoccupati ma mai illustrato nei suoi dettagli è stata una colossale panzana. L’assenza di opportune coperture finanziarie e il messaggio trasmesso, consistente nel pagare qualcuno che non lavora e per di più con i soldi pubblici (di tutti suona meglio?) è davvero svilente. Come se non bastasse, tale misura, decadrebbe con il terzo rifiuto di una proposta di lavoro, la truffa diventerebbe duplice: ti prometto un sussidio e anche tre proposte di lavoro!

L’amarezza è forte quanto la manifesta necessità di offrire un’alternativa credibile anche e soprattutto all’elettorato più giovane. Aumentando la libertà economica, strozzata da una burocrazia anche fiscale, premiando il merito e riformando la giustizia civile e penale è possibile far sì che una rivoluzione davvero liberale cambi in meglio il nostro Paese scacciando i fantasmi del populismo.

L’accesso alla politica? Un problema per la democrazia…

Dopo aver superato indenni la bulimia mediatica dovuta alle cronache e alle consecutive polemiche riguardanti la composizione delle liste possiamo finalmente voltare pagina. D’altra parte noi semplici elettori ce li ritroveremo da candidati a parlamentari avendo barrato il nome del candidato al collegio uninominale; ci fidiamo ciecamente del partito (per chi ne ha ancora uno di riferimento).

Voltando pagina si ritorna anche al medesimo argomento di qualche pagina addietro del libro chiamato “politica italiana”: la selezione di una classe dirigente dei partiti prima e delle istituzioni repubblicane dopo.

La crisi democratica colpisce tutti i partiti, perché nonostante il Partito Democratico abbia previsto le primarie fin dalla sua nascita c’è molto che non funziona in un sistema di selezione dei candidati facilmente manipolabile e molto spesso balzato ai “dis-onori” della cronaca per la partecipazione inaspettata e numerosa anche della comunità cinese (ne sono nate facili ironie).

Nell’opposta parte politica, leggasi Forza Italia in primis, in passato sono nate piccole e timide discussioni di chi ha proposto e proponeva l’introduzione delle primarie per la scelta dei candidati alle elezioni comunali e regionali e soprattutto per trovare un sostituto a Berlusconi, ma sappiamo tutti come è andata a finire. Discussioni sopite e amici come prima.

Il Movimento 5 Stelle ne ha fatto un baluardo della propria proposta di rinnovamento tout court ma alla chiusura del termine di votazione online delle ultime “parlamentarie” abbiamo visto e letto come invece sia accaduto di tutto: tanti iscritti al movimento/blog hanno lamentato una lentezza dei server che ha causato serie difficoltà se non addirittura l’impedimento nell’esprimere le preferenze.

Per alcuni candidati, sempre del Movimento non è stato possibile nemmeno partecipare alla selezione poiché esclusi senza alcuna ragione credibile, mentre altri si sono ritrovati candidati senza averlo neanche richiesto.

Dell’assenza parziale o totale di democrazia all’interno della creatura di Beppe Grillo non sono il primo a parlarne e non sarò l’ultimo ma la considero un’occasione persa. Persa perché poteva essere un quid in più per risollevare il livello di credibilità, sinceramente molto molto basso del movimento grillino, oltre alla reale possibilità di selezionare al meglio tra le fila dei propri simpatizzanti, chi davvero conosce il territorio e si spende per esso.

Credo fermamente nei congressi e nelle primarie, i primi atti ad eleggere i rappresentanti nazionali e territoriali del partito e le seconde per consentire agli iscritti-attivisti di esprimere la propria preferenza per un candidato di riferimento.

Spesso i miei interlocutori tirano fuori lo scandalo della compravendita di tessere e di voti che annacquerebbe i congressi, all’incirca il medesimo discorso utilizzato per opporsi ad una legge elettorale che preveda il voto di preferenza.

Il pretesto di un futuro ed ipotetico reato penale a scapito della rappresentanza politica.

Ed eccoci alla pagina di partenza, liste di candidati compilate da cerchie ristrette composte dai leader di partito, se il nome c’è la speranza ulteriore è quella di un collegio sicuro, meglio se blindato, di selezione della classe dirigente se ne riparlerà alle prossime elezioni, quindi molto presto.

I collegi blindati? Figli dell’individualismo statalista…

“Collegio blindato” è l’ultimo ossimoro della politica italiana. Esprime l’assurdo concetto di un collegio elettorale trasformato in una caserma, un fortino. I candidati (si fa per dire) dei collegi blindati sono già in Parlamento. Agli elettori non si chiede di scegliere ma di ratificare una scelta che è stata sottratta alla lotta politica.

È un metodo antidemocratico creato con le procedure democratiche che non vigeva neanche ai tempi della proporzionale pura, della Dc e del Pci e della partitocrazia. Infatti, in quei tempi con la proporzionale e le preferenze si confidava in un meccanismo di controllo del voto ma non si arrivò mai a sospendere all’interno del sistema di voto la necessità della lotta politica ed a neutralizzare l’effetto elettivo del voto popolare.

Gli effetti del Rosatellum non solo sono perversi ma così grotteschi che per definirli e comprenderli bisogna ricorrere a categorie estetiche, letterarie, teatrali. I risultati sono delle pagliacciate e dei personaggi che sembrano uscire dalle commedie di Aristofane o Molière.

Si assiste allo spettacolo parodistico di quelli che erano venuti per rottamare e sono finiti candidati nei collegi sicuri; quelli che si atteggiano a padreterni ma per camminare indossano un paracadute; quelli che strepitano perché se sono candidati in un collegio in cui si gareggia ritengono di essere stati truffati ed esigono la blindatura come riparazione alla propria autorevolezza così autorevole che teme la gara.

La critica ai blindati non è mossa da indignazione – parola che per il troppo uso ha perso senso – e non è un argomento retorico. Piuttosto, si vuole evidenziare che i blindati si presentano come il meglio della politica ma ne sono il contrario perché non si cimentano nella lotta senza la quale non c’è politica.

La blindatura elettorale, però, va persino oltre. È anche il contrario della logica e della morale: collegio significa contesa, gara, gioco, insicurezza e trasformarlo in un “sistema di sicurezza” equivale a mortificare se stessi e gli altri sia intellettualmente sia moralmente.

Insomma, la blindatura è il contrario della vita tutta che per sua intima natura lotta e prova sé stessa.

La democrazia rappresentativa è la rappresentazione della lotta che viene addolcita, senza essere soppressa, sul piano istituzionale ma la blindatura con un sol colpo elimina la lotta e delegittima l’istituzione mettendo al mondo i blindati che sono simili a quegli animali dello zoo che essendo nati in cattività ignorano che il sale della vita libera è la sua lottante conquista.

Gli effetti nocivi della blindatura non riguardano solo la perversione del sistema di voto ma anche quelli ancor più velenosi con cui si instupidisce e droga la libertà.

La cultura politica da cui ha origine il sistema dei blindati è l’individualismo statalista che non concepisce l’ordine statale come garanzia di libertà bensì come un modo per neutralizzare l’ineliminabile conflitto che della libertà individuale e sociale è la fonte.

Il Rosatellum, prodotto di una cultura che ha in sé scorie totalitarie, usa lo Stato per togliere il conflitto dall’elezione dei blindati i quali essendo i figli dell’illibertà dedicheranno il loro mandato a rafforzare quel cretinismo parlamentare con cui l’uomo-massa ritiene che l’ignoranza sia cultura e la volgarità un diritto.