Liberalismo e rivoluzione a cento anni dalla morte di Piero Gobetti

Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo per ogni inezia tutto l’Arsenale dello Spirito”.
Gobetti guardava in realtà con vivo interesse a quanto stava accadendo in Russia e pensava che Lenin e Trotzki non fossero solo dei bolscevichi, ma “uomini d’azione che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un’anima”.
La loro opera incarnava un “paradosso dello spirito russo”, da cui derivava “la negazione del socialismo e un’esaltazione di liberalismo”. “Energie Nove” concluse la sua breve vita nel 1920 e nel 1922 Gobetti fondò “La Rivoluzione liberale”, che assunse subito una posizione antifascista. La reazione di Mussolini giunse nel giugno del 1924, quando scrisse al prefetto di Torino, chiedendogli di rendere la vita difficile a “questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Nel settembre del 1925, dopo aver subito una violenta aggressione squadristica, Gobetti si rifugiò a Parigi, dove, anche a causa dei traumi riportati, morì il 16 febbraio del 1926.
Gobetti riconobbe nei consigli di fabbrica torinesi i caratteri liberali che aveva individuato nella rivoluzione russa, pur considerando utopiche, come ha scritto Lelio Basso, le finalità collettivistiche. La rivoluzione, a suo avviso, sarebbe fallita, ma sarebbe riuscita a formare una matura classe dirigente.
Basso riscontra, nelle analisi gobettiane, temi presenti nel “Socialismo liberale”, che Carlo Rosselli delineò proprio sulle pagine de “La Rivoluzione liberale”. Togliatti, che nel 1919 aveva attaccato Gobetti, ne difese poi la memoria, nel momento in cui scagliava i suoi anatemi contro Carlo Rosselli, assassinato in Francia nel 1937 insieme al fratello Nello da membri del gruppo fascista Cagoule. Nel 1931, scrisse, su “Stato operaio”, che Gobetti era uno studioso e un ingegno originale, mentre Rosselli “un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”. Era inoltre “un intellettuale povero mentre Rosselli è un ricco, legato oggettivamente e personalmente a sfere dirigenti capitalistiche”.
Rosselli, come emerge dalla sua Risposta a Giorgio Amendola, pubblicata nel gennaio 1932 sui “Quaderni di Giustizia e Libertà”, riteneva infondato il tentativo togliattiano di leggere Gobetti in chiave gramsciana. Precisava infatti che aveva ammirato in Marx “lo storico e l’apostolo del movimento operaio”, ritenendo però che l’economista fosse “morto, con il plus-valore, con il sogno della abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo”. Chiedeva poi ad Amendola se potesse mai credere che Gobetti avrebbe accolto con disinvoltura “il metodo della dittatura, il mito della avanguardia del proletariato, la soppressione per decreto delle classi, e tutto l’armamentario che distingue in Europa il comunismo ufficiale”. Citava infine Gramsci, secondo il quale Gobetti non sarebbe mai diventato comunista. Le vicende storiche italiane non avevano favorito, scriveva Gobetti, la formazione di una classe politica liberale e fu “gran ventura” che a guidare il Risorgimento fosse stato Cavour, protagonista di una “rivoluzione liberale”, rimasta incompiuta a causa delle politiche conservatrici e protezionistiche dei suoi successori. La lotta di classe è per Gobetti, l’experimentum crucis del liberalismo, perché “promuove nel cittadino la coscienza di produttore, come capitalista, come tecnico, come operaio”. Diversamente da Antonio Gramsci, cui era legato da un rapporto di profonda stima e amicizia, pensava che il sistema borghese sarebbe stato “ravvivato” proprio “dai becchini della borghesia”. La volontà di contenere il conflitto, che
attribuiva a Turati e a Giolitti, riduceva al silenzio le dinamiche sociali, con la conseguenza che, in Italia, il vero contrasto non era tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità. Ecco perché Mussolini era divenuto “l’eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa aspirazione al riposo”. Gobetti pensò che nei soviet gli operai potessero sentirsi eredi dello spirito borghese, ma, se avesse avuto il tempo di osservare gli sviluppi della rivoluzione, avrebbe preso atto che Lenin, dopo aver sostenuto che tutto il potere apparteneva ai soviet, aveva imposto il primato assoluto
del partito. Avrebbe sicuramente condiviso l’opinione di Rosa Luxemburg, che nel 1922 descriveva il dominio del partito come “un governo di cricca”, in cui la convocazione saltuaria di una élite operaia si concludeva votando all’unanimità le risoluzioni proposte. Il nome “Unione Sovietica”, per la Russia post-rivoluzionaria, era dunque “una menzogna”, come ha scritto Hannah Arendt, in quanto riconosceva, ingannevolmente, quegli organismi di democrazia spontanea che il partito bolscevico aveva svuotato di senso.

È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.
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