La Polis tra isonomia e dismisura

John Stuart Mill, recensendo la monumentale A History of Greece di George Grote, scriveva che la battaglia di Maratona del 490 a.C. era stata, anche per la storia inglese, più importante di quella di Hastings. La coincidenza fra la battaglia di Salamina e quella di Imera, dieci anni dopo, consentì di collocare questi due eventi nel quadro di una vittoria della libertà greca sul dispotismo asiatico. Nello stesso giorno, leggiamo nelle Storie di Erodoto (VII, 166), “in Sicilia Gerone e Terone vinsero Amilcare Cartaginese e a Salamina i Greci vinsero il Persiano”.

Montesquieu considerava esemplare il trattato di pace stipulato tra il tiranno di Siracusa Gelone e i Cartaginesi nel 480 a.C., proprio dopo la battaglia di Imera. Lo giudicava infatti il “più bel trattato di pace del quale la storia abbia parlato”, perché Gelone aveva preteso che i Cartaginesi abolissero i sacrifici umani. Esigeva dunque una condizione utile proprio al nemico, al quale chiedeva di sottoscrivere “un trattato a favore del genere umano” (Lo spirito delle leggi, Libro X, capitoli IV e V).

La convinzione che il dispotismo fosse connaturato al mondo barbarico e all’Oriente era fortemente radicata nel pensiero greco. Aristotele sosteneva infatti che “avendo per natura i barbari un carattere più servile dei Greci, e gli Asiatici più degli Europei, sottostanno al dominio dispotico senza risentimento” (Politica III, 14). Questi toni richiamano un passo delle Storie (VII, 134-137), in cui Erodoto descrive il dialogo tra gli Spartani Spertia e Buli e il dignitario persiano Idarne. Il consigliere del Gran Re promise loro un grande avvenire se si fossero schierati a favore della Persia, ma, commentava Karl A. Wittfogel, essi, “a profitto della Grecia – e a profitto di tutti gli uomini liberi”, considerarono Idarne un consigliere unilaterale, in quanto aveva esperienza di mezza realtà soltanto e ignorava l’altra. Conosceva bene, infatti, il governo dispotico, ma non sapeva nulla della libertà politica.

Tale polarità è al centro de I Persiani, la tragedia di Eschilo rappresentata ad Atene nel 472 a. C., otto anni dopo la battaglia di Salamina. Il regista Alex Ollè, che ha messo in scena I Persiani in occasione del LXI ciclo degli spettacoli classici a Siracusa, ha collocato l’azione tragica in una sala operativa, nella quale si attendono le notizie sulla spedizione di Serse per coordinare le azioni militari. Un grande schermo consente agli spettatori di osservare ogni espressione dei singoli personaggi ed evidenzia, al tempo stesso, la distanza tra il potere e le persone comuni, che subiscono le tragiche conseguenze della guerra.
L’araldo, che irrompe all’improvviso, racconta, dal punto di vista dei vinti, la terribile sconfitta persiana, mettendo in luce l’amore per la libertà dei Greci e, quando la regina Atossa gli chiede chi sia il loro capo, risponde che di nessuno sono servi o sudditi. Dario, che appare in forma di spettro, rivolge parole molto dure verso Serse, che si è macchiato di hybris. Il motto delfico Meden agan (nulla di troppo) viene dunque assunto dal Gran Re come criterio per giudicare l’operato irresponsabile del suo esercito e dei suoi comandanti, che Zeus ha punito per aver devastato la Grecia e profanato i templi.

Il tema del dispotismo asiatico ha rappresentato un topos della cultura occidentale. Wittfogel, che aveva conosciuto le diverse declinazioni del totalitarismo novecentesco, delineò in Il dispotismo orientale, delle analogie tra i grandi imperi, dalla Cina all’Egitto, e l’apparato burocratico sovietico. Wittfogel vedeva nell’URSS una forma di restaurazione del dispotismo asiatico e non l’assetto socialista teorizzato da Marx e dallo stesso Lenin prima del 1917. Sosteneva però che l’antico dispotismo agrario aveva una struttura semimanageriale, nel quadro di un potere politico totale e di un limitato controllo sociale. Il dispotismo industriale consolidatosi in Russia dopo la rivoluzione, aveva invece dato vita a una burocrazia pienamente manageriale, che combinava il potere politico totale con un controllo assoluto sulla società e sulla cultura. Marx, commentava ironicamente Wittfogel, aveva definito come un sistema di “schiavitù generale” le società orientali (fra le quali includeva la Russia zarista), ma avrebbe potuto adottare quella formula per indicare “la nuova società industriale di apparato” dell’URSS.

Tra gli esponenti dell’Intellighenzia che non si riconobbero nella rivoluzione russa, alcuni, come Nikolaj Sergeevic Trubeckoj o Georgij Florovskij, ripresero le teorie slavofile affermatesi in Russia in opposizione all’Illuminismo europeo. La tradizione ortodossa, il mito della Santa Madre Russia, come anche la figura di Gengis Khan, confluirono nell’ideologia eurasiatica, divenendo un sicuro riferimento identitario. Quanti pensarono di coniugare lo spirito della rivoluzione con questa ideologia furono considerati reazionari e subirono dure condanne. L’eurasiatismo ha poi conosciuto la sua rinascita, offrendo ad Alexsandr Dugin, uno fra i più influenti consiglieri di Vladimir Putin, efficaci argomenti contro la “corruzione” occidentale. In tale contesto è nato il progetto putiniano di “Unione Eurasiatica” del 2012, in cui emergono i tratti della mentalità dispotica descritta da Wittfogel.
Alla fine del secolo scorso, l’idea di un superamento delle liberaldemocrazie era ben presente in alcune società orientali sviluppate. Si pensi, ad esempio, all’attenzione rivolta ai “valori asiatici” dall’ex primo ministro malese Mahathir Mohamad, fautore di un governo tecnocratico e di una subordinazione dell’individuo alla comunità, intesa come famiglia, come stato o come impresa. E si pensi anche al modello cinese, in cui, un capitalismo aggressivo coesiste con le strutture del partito comunista.
Risulta difficile accettare che questi modelli autoritari vengano variamente declinati negli ambienti della Silicon Valley, noti non molto tempo fa per i loro progetti libertari. Un comune spirito verticistico ispira infatti le strategie di Peter Thiel, di Elon Musk o di Curtis Yarvin, in un confuso sincretismo che assembla la teologia politica, Palantir, il controllo planetario e la neomonarchia. In questo clima, la democrazia illiberale può divenire l’orizzonte comune per gli autocrati che vogliono affrancarsi dai pesi e dai contrappesi del costituzionalismo.
Donal Kagan scriveva, nel suo saggio su Pericle, che gli ufficiali ammessi al prestigioso Naval War College di Newport, a Rhode Island, ricevono in dono La guerra del Peloponneso di Tucidide, che costituisce l’introduzione al corso di strategia e politica. Durante il recente incontro fra Donald Trump e Xi Jinping, il presidente cinese ha ripreso l’immagine della “trappola di Tucidide”, evocata da Graham T. Allison nel 2017. Il politologo di Harvard aveva infatti individuato nella tensione tra Cina e USA i motivi che contrapposero Sparta all’imperialismo ateniese, e diedero origine alla Guerra del Peloponneso.
Gli scenari in cui si collocano oggi le relazioni internazionali e la prevalenza di leadership autoritarie sono difficilmente leggibili alla luce dell’Isonomia o della Sophrosyne, che ispiravano Erodoto, Tucidide o Eschilo, e non rinviano certamente al trattato di Gelone. Sarebbe quanto meno irrealistico pensare che un trattato di pace con l’Iran, predisposto da Donald Trump, possa oggi prevedere l’abolizione della pena di morte per i dissidenti o lo smantellamento della Polizia morale.
La democrazia, scriveva Hans Kelsen in Essenza e valore della democrazia, dovrebbe implicare l’assenza di capi, ma la realtà dimostra che il suo funzionamento ne richiede la presenza. Si distingue dunque dall’autocrazia non per l’assenza, ma per il gran numero di capi, che sono selezionati dai cittadini e possono controllarsi a vicenda. In una democrazia sana, un cittadino, dinnanzi a una figura geniale e carismatica che ambisse a divenire un uomo del destino, dovrebbe allora comportarsi socraticamente. Dopo averne riconosciuto il valore, Socrate lo avrebbe infatti congedato (Repubblica III, 9), per dimostrargli che la polis non ha bisogno di sottomettersi necessariamente a un capo.

È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.
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