Tra il 1954 e il 1955, sulle pagine di “Nuovi Argomenti” e di “Rinascita”, prese corpo un confronto sul rapporto tra democrazia liberale e comunismo, in cui intervennero Norberto Bobbio, Galvano della Volpe e Palmiro Togliatti. I testi originali sono adesso raccolti in Per la libertà di tutti, a cura di Guglielmo Ciaccio, con una introduzione di Alessio Lo Giudice e una postfazione di Tommaso Greco (Castelvecchi, 2026). Si tratta di saggi, come scrive Lo Giudice, che contribuiscono alla comprensione della teoria dello Stato e del diritto nel secondo Novecento, rappresentando, al tempo stesso, un valido strumento critico per orientarsi nel presente.
Nel 1954 Bobbio pubblicò, sul numero di gennaio-febbraio della rivista “Nuovi Argomenti”, l’articolo Democrazia e dittatura, in cui, dopo aver esaminato la concezione leninista, auspicava che il mondo sovietico potesse far propria la “tecnica giuridica più raffinata e più progredita” delle Costituzioni europee elaborate dopo la sconfitta del nazifascismo. Nel commentare l’affermazione di Lenin, secondo cui “la democrazia proletaria è mille volte più democratica di qualsiasi democrazia borghese”, Bobbio scriveva che il liberale non rivendica, rispetto al comunista, la maggiore democraticità del suo modello politico, ma la maggiore libertà. Il filosofo torinese prendeva poi atto della mancanza di una teoria che fosse in grado di collocare l’esperienza comunista “nello sviluppo della civiltà liberale”, di cui poteva sentirsi in qualche modo erede
Nella sua replica, Comunismo e democrazia moderna, sempre su “Nuovi Argomenti”, nel dicembre del 1954, della Volpe si discostava dalla visione lockiana della liberaldemocrazia, che stava alla base delle argomentazioni di Bobbio. Riprendeva infatti le tesi di Jean-Jacques Rousseau, più adeguate, a suo avviso, alla costruzione di una democrazia compiuta e alla concezione sovietica della sovranità popolare. Nella società senza classi “verso cui è avviata la democrazia sovietica attuale”, scriveva, si sarebbe dissolta l’antinomia delle due classiche libertà liberali e il comunismo avrebbe riunito “il senso civico dell’antica democrazia col senso di umanità della moderna”.
Queste considerazioni di della Volpe condussero Bobbio a intitolare il suo successivo articolo Della libertà dei moderni comparata a quella dei posteri (“Nuovi Argomenti”, novembre-dicembre 1954), in riferimento al celebre saggio di Benjamin Constant del 1819. Vi sono paesi, sosteneva Bobbio con argomenti che rinviano ad Hans Kelsen, i quali, pur dichiarandosi democratici non sono liberali, in quanto rifiutano la concezione relativistica della vertà, che del liberalismo è “il principio teorico fondamentale”. La dottrina della separazione dei poteri è stata sostenuta dalla borghesia per arginare a proprio vantaggio l’assolutismo, ma ha posto, al tempo stesso, le premesse per controllare ogni forma di potere. Se in passato, si trattava di contrastare la regalità, nelle democrazie si tratta di controllare la tirannia della maggioranza e dei governi, che tentano sottrarsi al controllo dei cittadini.
La liberaldemocrazia costituisce, per Bobbio, l’unica forma di democrazia possibile, perché, al di fuori dei principi dello Stato di diritto e del bilanciamento dei poteri, ogni esperienza democratica si rivela illusoria. La libertà “liberale” moderna merita allora di essere difesa contro chi pretenda di sacrificarla in vista di un ipotetico mondo migliore da costruire per i posteri. Riecheggia qui il monito di Karl Popper, che invitava a diffidare di chi promette il paradiso in terra, perché di sicuro sta preparando un inferno.
Roderigo di Castiglia (Togliatti) decise a questo punto di intervenire nella polemica, pubblicando, sempre nel 1954, su “Rinascita”, l’articolo In tema di libertà. Bobbio, secondo Togliatti, aveva complicato il dibattito, rischiando di portare acqua al mulino dei nemici della libertà, che, per difendere le ragioni del liberalismo attaccano il socialismo. Dopo le libertà feudali si affermarono quelle borghesi e, in seguito, quelle socialiste, non senza lotte, scriveva Togliatti, evidenziando che, se le rivoluzioni sono spietate, lo sono anche le libertà borghesi. Riteneva che ciò trovasse conferma in un confronto tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica relativo al decennio 1925-1936, in cui, precisava, la crisi economica e le discriminazioni razziali avevano reso la società americana più ingiusta rispetto a quella sovietica. E’ opportuno rilevare, però, che, proprio negli anni Trenta, si scatenò in Unione Sovietica il Grande Terrore staliniano, di cui il Migliore fu testimone, essendo stato un autorevole dirigente del Comintern e un fidato collaboratore di Stalin.
In Libertà e potere (“Nuovi Argomenti” maggio-giugno 1955), rispondendo a Togliatti, Bobbio osservava che, per un liberale, la libertà coincide col la “facoltà di fare o non fare”. L’accento è dunque posto sull’assenza di impedimento. Per un socialista, invece, la libertà consiste nel “potere di fare”, che si consolida grazie ai mezzi che lo Stato concede. Ecco perché la contrapposizione tipica, per un liberale, è “cittadino-suddito”, e, per un socialista, “padrone-schiavo”. Quando la libertà coincide con l’assenza di coazione, richiede anche assenza di vincoli. Se si identifica invece con il potere di agire, diviene più desiderabile “quell’ordinamento in cui maggiori e più larghe sono le provvidenze in favore dei cittadini”. Ci si trova qui, come ha ricordato Tommaso Greco nella sua postfazione, dinnanzi alla classica distinzione tra Freedom from e Freedom to, che sta alla base del celebre saggio di Isaiah Berlin Due concetti di libertà, del 1958.
Il concetto di libertà, sottolineava Bobbio, è usato da Togliatti nel senso di potere e mai di non-impedimento. Quando i socialisti accusano i liberali di dare a tutti la libertà, ma non il potere di esercitarla, non possono che aspettarsi una replica in cui il liberale li accuserà di togliere la libertà, dopo aver concesso a tutti il potere. Può risultare facile allora “sbarazzarsi del liberalismo” se lo si considera una emanazione della borghesia, ma è assai più difficile farlo, scrive, se lo si considera come la teoria dei limiti del potere statale, “soprattutto in un’epoca come la nostra in cui sono riapparsi tanti Stati onnipotenti”.
Nell’articolo Ancora sul tema della libertà (“Rinascita”, luglio-agosto 1955), con cui giunge a conclusione questo confronto, Togliatti riafferma il primato della Libertas maior del socialismo, che incarnerebbe il principio dell’uguaglianza, sulla libertà liberale, ritenuta una vuota astrazione giuridica. Critica inoltre, con un “tono di rimprovero”, quanti descrivono l’Unione Sovietica come uno Stato dispotico e totalitario, in cui la vita sarebbe ridotta a “una continua parata sulla pubblica piazza”. Se la Costituzione sovietica afferma che in URSS esiste una dittatura del proletariato, la quale può esigere “eventuali limitazioni dei diritti formali”, nei Paesi capitalistici, scrive, la realtà “è invece mascherata dall’ipocrita affermazione dei diritti di libertà in senso assoluto”.
I rilievi critici nei confronti del modello sovietico non impedirono a Bobbio di riconoscere al marxismo la capacità di leggere la storia “dal punto di vista degli oppressi” e di indicare una prospettiva al di fuori della quale “non ci saremmo salvati”. Tra quanti si sono salvati, aggiungeva però, alcuni hanno portato con sé “i frutti più sani della tradizione intellettuale europea”, come lo spirito critico e il senso della complessità delle cose, ma molti hanno considerato un peso questo bagaglio, o non lo hanno mai posseduto.
Tali riflessioni rinviano al ruolo svolto dall’ideologia negli ambiti più diversi del mondo comunista. Le Edizioni Rinascita pubblicarono nel 1950 Politica e ideologia, di Andrej Zdanov, il manifesto del realismo socialista, che avrebbe dovuto rappresentare il superamento rivoluzionario dell’estetica borghese. Nel 1948, in coerenza con i canoni di Zdanov, Togliatti bollò, come “scarabocchi”, i lavori astratti esposti alla mostra organizzata a Bologna dall’Alleanza per la difesa della cultura. In quegli stessi anni, l’ideologia invase persino i laboratori di ricerca. Il PCI si schierò infatti dalla parte della pseudoscienza di Trofim Lysenko, propagandata come l’alternativa socialista alla “genetica borghese”. Anche la psicoanalisi subì le sue censure, quando venne accusata di immoralità da Togliatti nel 1950, in un articolo pubblicato su “Rinascita” (n. 5). Appare evidente che sarebbe una fatica inutile inoltrarsi in questo grigio paesaggio ideologico per trovare le tracce della cultura del dubbio cara a Bobbio.
Le ambiguità presenti nei saggi di della Volpe e Togliatti caratterizzarono anche in seguito la vita del PCI, che, nonostante le sue strategie oggettivamente socialdemocratiche, non riuscì ad operare una svolta prima del 1989. Il confronto documentato nel libro si concluse nel 1955, lo stesso anno in cui furono publicati Politica e cultura, di Bobbio e L’oppio degli intellettuali, di Raymond Aron. Il marxismo, sosteneva il sociologo francese, aveva assunto, nei confronti dell’intellighenzia, la funzione anestetizzante che Karl Marx attribuiva alla religione. In Invito al colloquio, il saggio che apre Politica e cultura, Bobbio scriveva che agli intellettuali è affidato il compito di seminare dubbi e non di raccogliere certezze, perché “cultura significa misura, ponderatezza, circospezione”. Ecco perché, mettendo in guardia dal fanatismo ideologico, individuava, come avrebbe fatto Aron, il “tradimento dei chierici” nella tendenza a trasformare il sapere umano, che è necessariamente limitato e finito, in “sapienza profetica”.
È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora a “Domani”, “Avvenire”, il Blog della Fondazione Luigi Einaudi e il Quotidiano on line “Il Sussidiario”.