Quando il futuro entra nel corpo

Nel 1976, in Italia, l’aborto non era ancora regolato dalla legge. Mancavano due anni alla legge n. 194 e il Paese attraversava una profonda trasformazione del proprio costume civile. Dopo il referendum sul divorzio, si discuteva di famiglia, morale, religione, libertà individuale e ruolo dello Stato. In quello stesso anno, durante un programma Rai, Oriana Fallaci intervenne nel dibattito sull’aborto. Era la prima donna a prendere la parola, ma la quarta persona a farlo. Lo fece notare: «Mi dispiace essere la prima donna a intervenire, ma la quarta persona a intervenire». Non era soltanto una contestazione della composizione del dibattito. Era la rivendicazione di una responsabilità: quella di chi è chiamato a vivere sulla propria pelle le conseguenze di una decisione. Quasi cinquant’anni dopo, quella posizione può essere discussa e contestata. Ma la domanda che contiene è ancora intatta: chi decide? È una domanda che oggi va oltre l’aborto. Riguarda il rapporto fra individuo e potere in un Occidente che ha smesso di sentirsi invulnerabile. La guerra è tornata in Europa, la competizione fra grandi potenze si è fatta più aspra, le democrazie sono attraversate da una crescente sfiducia e le società occidentali devono confrontarsi con invecchiamento e denatalità. Il futuro è tornato a fare paura. E quando una società ha paura del futuro, la libertà individuale rischia di diventare più difficile da difendere: non perché valga meno, ma perché cresce la tentazione di sacrificarne una parte in nome di un interesse collettivo ritenuto superiore. La demografia è oggi uno dei terreni nei quali questa tensione emerge con maggiore evidenza. Nel 2024 il tasso di fecondità dell’Unione europea è sceso a 1,34 figli per donna; a Malta è stato di 1,01. Nell’Unione sono nati circa 3,55 milioni di bambini. Sono numeri che hanno una dimensione politica. Una popolazione che invecchia modifica il rapporto fra generazioni, mette sotto pressione welfare e sanità, restringe la forza lavoro e incide, nel lungo periodo, sul peso economico e politico di uno Stato. La demografia è diventata una questione strategica. Ed è qui che il tema dell’aborto assume una dimensione ulteriore. Gli Stati hanno interesse a sostenere la natalità. Possono e devono ridurre gli ostacoli che rendono difficile avere figli: il costo della casa, la precarietà, l’insufficienza dei servizi, la difficoltà di conciliare maternità e lavoro. Ma una distinzione dovrebbe rimanere netta: rendere possibile una scelta non significa stabilire quale debba essere la scelta. La legge n. 194, da questo punto di vista, è più complessa della contrapposizione fra favorevoli e contrari. Riconosce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e il valore sociale della maternità, tutela la vita umana dal suo inizio e prevede interventi volti anche a rimuovere le condizioni che possono condurre una donna a interrompere la gravidanza. È un equilibrio fra beni diversi: maternità, salute, responsabilità, tutela della vita e libertà della donna. Negli Stati Uniti, Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization ha segnato una frattura diversa, restituendo ai singoli Stati la competenza di regolamentare l’aborto. Il dato politico è significativo: una questione considerata per decenni acquisita può tornare al centro della decisione politica. La geografia torna così a determinare concretamente lo spazio delle libertà. Ma il problema più interessante è un altro: che cosa accade quando una società che ha progressivamente ampliato l’autonomia dell’individuo comincia a preoccuparsi delle conseguenze collettive di quella stessa autonomia? È uno dei paradossi del nostro tempo. L’Occidente ha conosciuto una straordinaria espansione delle libertà individuali. La maternità ha cessato di essere un destino sociale, le donne hanno conquistato autonomia economica e professionale, la famiglia è cambiata. Contemporaneamente, la natalità è crollata. Sarebbe semplicistico stabilire fra i due fenomeni un rapporto di causa ed effetto. Le ragioni della denatalità sono molteplici. Ma è altrettanto difficile ignorare che la trasformazione dell’idea di individuo ha modificato profondamente il modo nel quale vengono pensate maternità, paternità e famiglia. Se vogliamo più figli, la prima domanda dovrebbe essere perché tante persone ne abbiano meno di quanti ne desidererebbero. Se una donna teme che la maternità significhi perdere il lavoro, se una coppia non può permettersi una casa, se crescere un figlio comporta un costo incompatibile con il proprio reddito, il problema non è l’eccesso di libertà. È l’insufficienza delle condizioni che permettono di esercitarla.  La politica dovrebbe dunque rendere più facile avere figli, non più difficile scegliere diversamente. È qui che la questione dell’aborto diventa una questione di pluralismo e di limite del potere. Il conflitto morale sull’inizio della vita non può essere cancellato. Chi attribuisce alla vita nascente un valore fondamentale non può essere liquidato come oscurantista, così come non può essere considerata egoistica ogni posizione che difenda l’autodeterminazione della donna. Una società libera non elimina i conflitti morali. Cerca di impedire che il dissenso morale diventi automaticamente coercizione politica. È facile difendere la libertà quando riguarda una scelta che condividiamo. Molto più difficile è farlo quando non condividiamo la scelta che quella libertà rende possibile. Luigi Einaudi non offre, naturalmente, una risposta all’aborto, e sarebbe arbitrario attribuirgliela. Offre però una prospettiva: la libertà del cittadino come possibilità concreta di agire e lo Stato come istituzione chiamata a creare le condizioni perché quella libertà possa essere esercitata, senza sostituirsi all’individuo. È una distinzione che conserva tutta la sua attualità. Perché la tentazione del nostro tempo è chiedere al potere di risolvere ciò che ci inquieta: la sicurezza, la demografia, l’identità, la guerra. Il problema non è che queste ragioni siano sempre illegittime. È che il potere, una volta ampliato, difficilmente torna indietro da solo. Per questo la crisi demografica non dovrebbe diventare un argomento contro la libertà riproduttiva, ma un motivo per interrogarsi sulle condizioni che rendono realmente libera la scelta di diventare genitori. Una donna non è una variabile demografica. Una maternità non è uno strumento di politica pubblica. Un figlio non è una risposta alla crisi previdenziale. La società può desiderare più nascite. Può sostenerle. Può riconoscere il valore sociale della maternità. Ma, se vuole restare libera, non può trasformare quel desiderio in un comando. Forse questa è la vera questione che l’aborto pone oggi all’Occidente: non soltanto dove tracciare il confine fra vita e libertà, ma dove tracciare il confine fra società e individuo. Una società può essere fragile senza diventare autoritaria. Può avere paura del proprio futuro senza pretendere di possedere quello dei propri cittadini. Il futuro che l’Occidente deve difendere non può essere soltanto demografico. Se avremo più figli ma meno libertà, avremo forse garantito la continuità biologica di una società, non necessariamente quella della civiltà politica che diciamo di voler difendere. Il futuro non è soltanto il numero di persone che verranno dopo di noi. È anche la libertà che troveranno quando arriveranno. Nel 1976 Fallaci ricordava che l’aborto non era un gioco politico. Quasi cinquant’anni dopo, mentre l’Occidente guarda con inquietudine al proprio futuro, quella frase può essere letta in un senso ancora più ampio. Una società che ha paura del futuro può essere tentata di governarlo fino a entrare nella sfera più intima delle persone. Una società libera dovrebbe invece avere il coraggio di costruire il futuro senza appropriarsi delle vite che quel futuro dovranno abitarlo. Perché il futuro che vale la pena difendere non è soltanto quello nel quale ci saranno ancora abbastanza persone. È quello nel quale quelle persone saranno ancora abbastanza libere.

Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico - giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).

Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.

Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:

Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell'European Gulf of Guinea Investment Council,

Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA - Global Economic Development Fund Association - United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.

Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI

Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.

Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale

AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della

Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato

“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.

Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 - Agenzia Internazionale AISC News

la Stella Di San Domenico - Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale - Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) - Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,

Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e

della House of Lords

il Global B2B Diplomatic Excellence Award,

Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy & Malta, il Callas Tribute Prize NY,

Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.

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