La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

Una di queste, più o meno condivisa dalle facce più radicali della destra e della sinistra, da CasaPound a Potere al Popolo, da Diego Fusaro a Massimo Cacciari, è l’idea secondo cui la profonda e quasi irreversibile crisi economica del nostro paese sia “colpa del liberismo”.
I moderati di centro-destra e centro-sinistra vengono accusati di aver utilizzato il liberismo come strumento di conduzione delle politiche pubbliche, smantellando lo stato sociale a suon di privatizzazioni e regali alle banche. Gli amici di Confindustria e dei “signori della finanza” spiegherebbero, insomma, perché sulle spalle di ogni cittadino italiano graverebbe un debito medio di 38 mila euro. Al netto delle enormi e madornali colpe di destra e sinistra negli ultimi (almeno) venticinque anni, ciò che mi preme comprendere è se l’Italia abbia davvero bisogno di “più Stato nell’economia”, come dichiarato mesi or sono da Carlo Calenda, o se la realtà, al contrario, “sia di diversa opinione”.

PIU’ STATO NELL’ECONOMIA? Secondo dati dell’ISTAT e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il 75% del PIL nazionale deriva da attività condotte dallo Stato o da soggetti ed entità da esso controllate: attività direttamente ascrivibili allo Stato, attività gestite dalle amministrazioni comunali, servizi forniti da aziende possedute da enti territoriali locali. Pertanto, circa 1.294 miliardi di euro di Prodotto Interno Lordo sono riconducibili ad attori economici che operano al di fuori delle logiche di libero mercato, sotto la spinta della “mano visibile” dello Stato.

LE “PRIVATIZZAZIONI”. La tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova nell’Agosto del 2018 è stata capitalizzata dagli attuali partiti di governo per lanciare una campagna di demonizzazione delle privatizzazioni, sostenendo la necessità di nazionalizzare le autostrade italiane per far fronte alle gravi inadempienze derivanti da una gestione privata della cosa pubblica.
Qui l’inghippo è di natura terminologica, in quanto le società titolari della gestione di un servizio pubblico mediante concessioni statali non operano in regime di libero mercato, ma sotto la stretta vigilanza degli organi di Stato. Concessioni statali, per l’appunto, non privatizzazioni.
Dunque, il problema non risiede nell’esternalizzare parte dei costi sostenuti dallo Stato al fine di alleggerire il bilancio pubblico, obiettivo nobile delle concessioni, quanto nella scarsa capacità negoziale dei funzionari pubblici che impedisce di garantire una gestione efficace ed efficiente dei servizi di pubblica utilità da parte del privato, come nel caso di Autostrade per l’Italia S.p.A.

GLI AMICI DELLE BANCHE. Secondo chi alimenta lo spauracchio del liberismo, il degno vampiro liberista è amico naturale di banchieri e speculatori finanziari, e la nazionalizzazione delle banche, se non addirittura della Banca d’Italia, sarebbe il paletto da piantargli nel petto.
Il decreto “Salva risparmio” o “Salva banche”, il fondo da 20 miliardi di euro istituito dal Governo Gentiloni per la ricapitalizzazione di istituti di credito in crisi, in primis Monte dei Paschi di Siena, è stato accolto dai fondamentalisti anti-mercato come l’ennesimo crimine commesso dall’«establishment», l’«élite liberale» che “trova i soldi per banche mentre il popolo muore di fame”. Ma siamo sicuri che salvare un istituto di credito in crisi sia una manovra di stampo liberista?
Per smentire tale ipotesi, è necessario scomodare due grandi nomi del pensiero economico: Friedrich von Hayek e John Maynard Keynes.
Secondo l’esponente della scuola austriaca, un’azienda che non produce profitti andrebbe, semplicemente, lasciata fallire, in modo da liberare risorse finanziarie e capitale umano da destinare a imprese maggiormente efficienti.
Al contrario, l’economista di Cambridge sostiene che un’impresa in crisi debba, necessariamente, essere salvata. Infatti, il fallimento di un’azienda, soprattutto se di grandi dimensioni, porterebbe alla perdita di un elevato numero di posti di lavoro, nonché alla riduzione della propensione marginale al consumo. Dato che le imprese impostano i propri piani di investimento sulla previsione della domanda, una generale riduzione dei consumi provocherebbe basse aspettative della domanda, dunque gli imprenditori non investirebbero e non assumerebbero personale, riducendo la propria capacità produttiva. Pertanto, secondo Keynes, il mancato salvataggio di un’azienda sull’orlo del fallimento porterebbe a un’espansione della crisi in altri settori dell’economia, paralizzando l’intero sistema economico.
Tradotto: salvare una banca non è liberista, è esattamente il contrario.

In conclusione, la teoria secondo cui fantomatiche politiche liberiste siano la causa scatenante della catastrofe economica e sociale in cui versa il nostro Paese sembra, per lo più, una favola raccontata a uno Stato bambino del tutto incapace di assumersi le responsabilità di decenni di gestione disastrosa delle risorse pubbliche, di scellerate manovre assistenzialiste che hanno impoverito le casse dello Stato. Una leggenda da narrare fino al giorno in cui, finalmente, daremo fine all’ossessiva ricerca di un nemico e inizieremo a fare i conti con la nostra immaturità di popolo.