Aiutiamoli (davvero) a casa loro

“Aiutiamoli a casa loro”. Questa frase, semplice e di facile effetto, è nota per esser diventata il principale slogan delle destre sovraniste e populiste, una “soluzione” in pillole da somministrare agli odiatori seriali stile “non passa lo straniero” per dormire sonni tranquilli, barricati in casa a protezione dei confini, armati di pistole cariche di legittima difesa.

Uno slogan che riassume perfettamente la pretesa di una larga parte della politica contemporanea di affrontare problematiche complesse, come quelle legate alla gestione dei flussi migratori, attraverso mere banalizzazioni e semplificazioni, pensieri brevi, pasticche di verità, il tutto condito da rigurgiti di odio sociale, spesso concretizzato in una battaglia tra poveri. Un modus operandi oramai predominante, capace di sbancare le cabine elettorali dalle Alpi alle Madonie.

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La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.

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Un Piano Marshall Per L’Africa? Non Ci Sono Le Condizioni

Leader italiani ed europei cominciano a dire che serve un Piano Marshall per l’Africa, per frenare l’emergenza migranti. Il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi ha sostenuto a più riprese la necessità di un grande Piano Marshall per l’Africa, per evitare che l’Europa venga “invasa dai sei miliardi di persone che vivono nella miseria” (Ilgiornale.it, 14-12-2017). Intervenendo a Bruxelles agli European Development Days, inoltre, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha detto: “Serve un nuovo piano Marshall. Non è solo nell’interesse dell’Africa, è anche nel nostro interesse” (Ansa.it, 5 Giugno, 2018).

Ma un Piano Marshall per il continente africano è davvero fattibile?

Secondo l’economista americano Tyler Cowen, no. In un articolo, intitolato “The Marshall Plan: Myths and Realities” (“Il Piano Marshall: Miti e Realtà”; Washington: Heritage Foundation, 1985), Cowen mette anche in discussione il fatto che il Piano Marshall per la stessa Europa abbia avuto un vero impatto positivo.

A parere dell’economista americano, infatti, l’Europa si sarebbe ripresa comunque con o senza il Piano Marshall, aggiungendo che non esistono prove convincenti che sia stata l’iniziativa americana a provocare la crescita economica europea. Di fatto, l’aiuto americano non ha mai superato il 5% del PIL dei paesi riceventi. Cowen scrive: “Il totale dell’assistenza economica era minuscolo comprato alla crescita che ebbe luogo negli anni Cinquanta.”

A ogni modo, a prescindere dagli effetti che possa aver avuto del Piano Marshall, c’è da considerare che la condizione post-guerra dell’Europa era unica. Come nota lo stesso Cowen, l’economia europea era già industrializzata e ben integrata. Inoltre, l’Europa aveva già una lunga tradizione di istituzioni capitaliste. Cowen evidenzia anche il fatto che il fenomeno di rinascita di queste istituzioni era incoraggiato dagli stessi leader europei, come Ludwig Erhard nella Germania occidentale e da Luigi Einaudi in Italia, più che da input esteri.

In Africa però queste stesse condizioni che esistevano nell’Europa del dopoguerra non ci sono. Sono completamente assenti. Sono pochi i paesi in via di sviluppo che hanno una tradizione di capitalismo e industrializzazione. Cowen evidenzia inoltre che negli anni è stato dimostrato come il foreign aid sia complemente incapace di incoraggiare la nascita di simili istituzioni. Gli aiuti internazionali e il Marshall plan infatti promuovono soltanto il carattere “government-to-government“, ovvero lo statismo, e non la free enterprise e la libertà economica.

Un Marshall Plan per l’Africa pertanto sarebbe soltanto un ulteriore costo inutile per l’Europa. Il Marshall Plan non contribuirebbe al benessere delle società africane, perché non produrrebbe una cultura imprenditoriale. Tale programma sarebbe una replica del foreign aid, che – per come impostato- continua da anni a finanziare la falange di burocrati corrotti e progetti i cui eccessivi costi di realizzazione non sono compensati dai benefici che danno.