La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.


Le fragili statualità del Sahel sono alle prese con composite dinamiche domestiche, intersecate da guerre trasversali e competizione delittuosa sulle rotte di traffici illeciti di persone e cose, acuite sia dagli atteggiamenti predatori e la mancanza di credibilità della classe dirigente africana, sia dalle reazioni militarizzate di un’Europa allarmata per la propria sicurezza, ma forse ancora più concentrata sui propri utili. La caduta di Muammar al-Qaddafi nel 2011, il quale aveva assicurato la tenuta degli equilibri regionali attraverso uno schema capillare di investimenti, e la quantità di armamenti confluita dalla Libia, hanno complicato il quadro. L’incremento dell’instabilità ha aperto strada ai jihadisti che hanno dimostrato prontezza nell’inserirsi in conflitti esistenti, usando l’islam per incanalare rivendicazioni e risentimenti di svariato tipo, e alimentandosi di legami etnici transnazionali. Il colpo sferzato al Mali nel 2012, quando l’esercito regolare venne espulso dal nord e le città furono tenute sotto il giogo dell’Isis per un anno, ne è un esempio lampante. Il negoziato di pace non ha mai trovato spazio di attuazione e la crisi si è estesa al centro del paese e zone limitrofe del Niger e del Burkina Faso.

Focolai insurrezionali oggi pullulano da ogni lato: al-Qaeda, in Mauritania, Mali, Burkina Faso e Sudan; Boko Haram, in Niger, Nigeria e Ciad; al-Shabaab, in Eritrea ed Etiopia; oltre a una pletora di sigle del franchising del terrore. Secondo l’Africa Center for Strategic Studies di Washington, negli ultimi otto anni gli attacchi dell’estremismo africano sono aumentati del 310 per cento e il numero di stati caratterizzati da una sostenuta attività di gruppi radicali islamici è passato da cinque a dodici in un biennio, elementi che segnalano l’entità del fenomeno e i pericoli ad esso associati. Basti pensare che il Sudan non solo è il maggiore esportatore di jihadismo, ma ha offerto asilo a Osama bin Laden e preso in carico terapeutico riabilitativo i veterani dell’Isis. Tuttavia, la forza patrocinata dalla Francia, G5 Sahel, costituita nel 2017 e composta da soldati di Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso, e Mauritania, così come le truppe speciali degli Stati Uniti, i peacekeepers dell’Onu, e le operazioni di intelligence di mezzo mondo, si sovrappongono in un teatro dove si agisce sugli effetti, piuttosto che sulle cause, finendo per ingigantire entrambi. Il nemico, in realtà, non è circoscritto ad al-Qaeda, Boko Haram e al-Shabaab, ma è incarnato da quei regimi prevaricatori resi più forti dagli aiuti per il contrasto all’influenza della jihad, gli accordi per il contenimento dell’immigrazione, e altri giri di affari non incidentali.
La relazione del Sahel con l’Ue è dettata dal pragmatismo cinico dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere di un’Europa priva di intelligenza politica estera, che in un’ottica neocoloniale dà vita a ingerenze in paesi considerati subalterni. Molti di questi sopravvivono grazie agli apporti internazionali e accettano priorità altrui anche se spesso le promesse non vengono mantenute – il Trust Fund, presentato al Forum della Valletta nel 2015, come il piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa, di cui Niger e Burkina Faso sono i principali beneficiari della tranche corrente, è dedicato al finanziamento del blocco dei flussi verso il Mediterraneo centrale, e non certo a correggere le asimmetrie di lavoro e capitali che hanno impoverito il continente. In aggiunta, l’estirpazione del terrorismo si avvale della collaborazione di milizie tribali ritenute compartecipi della criminalità organizzata che attanaglia il Sahel; e le misure repressive indiscriminate sulla popolazione locale, coinvolta in occupazioni informali, non delinquenziali, legate alla migrazione, suscitano un senso di abbandono e frustrazione, che aggrava precisamente l’insorgenza jihadista.
Un rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, basato su testimonianze di giovani di diversa provenienza, che hanno militato in Boko Haram e al-Shabaab, rivela che il 71 per cento degli intervistati si è arruolato in reazione ad abusi di potere di matrice istituzionale, motivazione che supera quella della povertà e il sottosviluppo. Un altro dato saliente è quello per il quale, nonostante la metà dichiari di essere stato spinto da presupposti confessionali, il 57 per cento ha una conoscenza scarsa o nulla dei testi coranici e relative interpretazioni. Sebbene non ci sia un percorso univoco che conduca a questa opzione, un volume oggettivo di ricerche ha permesso di delineare una complessità non prevista, che include, tra i fattori di rischio, una vasta gamma di condizioni ascrivibili al campo politico: limitazione delle libertà individuali, brogli elettorali, soppressione del dissenso, arresti arbitrari e torture di consanguinei o amici, malgoverno, esclusione dalla vita civica, emarginazione e iniquità. Più che l’ideologia religiosa, l’adesione a gruppi estremisti sarebbe dettata dalla segregazione, dall’insofferenza per le manifestazioni dell’autoritarismo e dall’assenza di uno stato di diritto.
Per tutto contrario, la politica spicciola promuove l’erronea semplificazione espressa dal nesso sviluppo-sicurezza, che sorvola i nodi irrisolti della governance delle risorse, in cui sono implicati i giganti occidentali, la corruzione, e la dilagante impunità. In special modo, vengono trascurate le conseguenze della disaffezione politica, innescata dalla devastazione sociale di interi settori demografici, opportunamente vampirizzati dai jihadisti. Non si spiegherebbe, altrimenti, la persistenza di Boko Haram nella prospera, fraudolenta e diseguale Nigeria. Si finge, inoltre, di ignorare che la pressione sul territorio di imprese estrattive e colture intensive, e le oscillazioni climatiche, origine del degrado dei suoli e del patrimonio zootecnico, le carestie e la mobilità umana, sono in primis il frutto del colonialismo europeo, della speculazione energetica, dell’obbligato adattamento al mercato globale, e del surriscaldamento ambientale, di cui sono responsabili i paesi industrializzati.
Forme valide di resilienza al fondamentalismo, e prevenzione del disperato sradicamento di massa a cui stiamo assistendo, vanno cercate in una visione per democratizzare il Sahel e creare organismi di garanzia per la trasparenza politica e il rispetto dei diritti umani, nonché in una ristrutturazione del paradigma economico complessivo. Malgrado una precarietà già drammatica, la regione sembra, invece, condannata a una spirale di militarizzazione, che esaspera le fratture e retroalimenta una deriva violenta.

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