Sinistra, moralismo e democrazia

Non è facile fare l’osservatore di fatti politici senza farsi prendere dal coinvolgimento emotivo. La Wertfreiheit di weberiana memoria, infatti, per quanto sia un imprescindibile strumento analitico per chi si cimenta con la pratica dello studioso di fenomeni politici, risente quasi ineludibilmente – se non altro in minima parte – dell’orientamento da cui si parte per osservare le parti concorrenti in gioco. Ciononostante, come insegna uno studioso di grande rilevanza, Dino Cofrancesco, è bene cercare di attenersi a giudizi di fatto di quel che accade, tenendo per sé i giudizi di valore che potrebbero camuffare, e quindi inficiare e rendere così prive di “scientificità”, le analisi prodotte. In altri termini, si tratta di ricoprire la figura di arbitro super partes e non di arbitro delle parti in gioco che, in realtà, si scopre tifoso o, ancor peggio, “hooligan”.

Ahimè, tocca constatare che spesso molti commentatori politici tendono a seguire questa seconda via. Sulla prima pagina de “La Repubblica” di lunedì 4 marzo, l’editoriale firmato da Ezio Mauro non può che destare qualche perplessità, se non addirittura sorrisi amari. Il pezzo, che vuol essere il commento alle elezioni per il segretario del PD, dimostra per l’ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto a sinistra, o almeno in seno a una certa sinistra, si soffra della presunzione di una specie di superiorità antropologica. Per il giornalista, infatti, tanto le elezioni sopradette, quanto la manifestazione organizzata sabato a Milano contro il razzismo, pur nella loro diversità, altro non sarebbero che «la coscienza della responsabilità democratica nei confronti del Paese, di chi vuole andare avanti, di chi chiede aiuto e anche di chi ha paura. È la responsabilità della democrazia, che fa parte della civiltà italiana e che ormai sembra travolta». Belle parole, si potrà pensare, ma cosa nascondono?

Celano, ma neanche più di tanto, il classico moralismo che alberga a sinistra – e che, peraltro, ha contribuito all’emersione dei 5 Stelle – ed è proprio di chi pensa di essere sempre dalla parte del Bene e in lotta perenne contro il Male. Ora, chi conosce anche in minima misura chi scrive sa quanto la sua preoccupazione per questo governo sia alta, tanto per l’ala più nazionalpopulista (Lega), quanto per quella di stampo protestatario sociale, e peronista aggiungo (M5S), per utilizzare le etichette di Pierre-André Taguieff. In questo senso, le analisi di Angelo Panebianco paiono più che calzanti e convincenti. Epperò, anche se la difesa di questo esecutivo è ben lontana da questa penna, non si può tacere la stanchezza per l’ennesimo pezzo moralistico che ci propone e ci propina la solita sussiegosa litania dei “buoni” che combattono in una lotta campale i “cattivi”.

Per citare nuovamente Cofrancesco, questo modo di porsi tipico dei “vate” stanti a sinistra, fa parte di quella ch’egli ha catalogato come “ideologia italiana”, tra cui spicca, per l’appunto, «un esasperato atteggiamento moralistico nei riguardi della politica elevata a momento di rigenerazione morale e spirituale dei popoli, non – più modestamente – a luogo di mediazione e di compromesso tra interessi e valori» (si veda, a tal proposito, un vecchio libretto dell’autore intitolato “Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave”, Bertani editore, 1984). In altre parole, la lezione aroniana e lo scetticismo di stampo humeano, per quanto concerne l’ideologia che va per la maggiore tra gli intellettuali nostrani, sono completamente disattesi. E allora, come si può parlare di democrazia? Come si sa, il concetto di “democrazia” è ben ostico, ed è ben facile appropiarsene deprivandolo del suo contenuto effettivo (come del resto pure quello di “populismo”). Attenzione, però, giacché anche i tanto bistrattati populisti si autodefiniscono come i veri e unici democratici.

Da un lato, dunque, i populisti reclamano una democrazia sempre più pura di quella che c’è, producendo aspettative crescenti e erodendone in buona misura i cardini costituzional-liberali. E questo, come osservava Sartori, è un pericolo esiziale per il suo delicato equilibrio. D’altro canto, però, a sinistra si ha quasi sempre il vizio di apprezzare e decantare la democrazia, a patto che essa produca esclusivamente i vincitori “giusti” prestabiliti a priori. È questa democrazia?

Possibili scenari del ritiro americano dalla Siria

Nonostante l’annuncio iniziale del ritiro americano dalla Siria sia stato rettificato – specificando che avverrà solo alla completa sconfitta dell’Isis, e con garanzie da parte turca del rispetto degli alleati curdi, la risoluzione spalanca uno scenario, in cui le cause del conflitto rimangono irrisolte, e il pericolo di un’instabilità permanente non è da escludere. Intanto, domenica scorsa, l’unità arabo-curda delle forze siriane democratiche ha sferrato la terza offensiva all’ultima roccaforte dell’Isis nel paese, dalla ripresa della battaglia, dopo l’evacuazione delle famiglie dei miliziani e i soldati arresi, e nella giornata di ieri, la risposta da al-Bagouz ha preso la forma di attacchi suicidi.  Il comando centrale degli Stati Uniti ha diffuso notizie, secondo le quali, interviste realizzate sia acivili, sia a foreign fighters, nei campi di raccolta, hanno rilevato atteggiamenti di estrema, irriducibile, e impenitenteradicalizzazione, e l’intenzione di tornare a insorgere nel momento propizio. Fonti della stampa internazionale hanno confermato le informazioni, riportando reazioni virulente all’indirizzo di reporter e fotografi, con minacce di nuove conquiste del califfato.

Gli Stati Uniti intendono concentrare sforzi e risorse su obiettivi che ritengono vitali come lo scontro, su molteplici fronti da seconda guerra fredda, con Cina e Russia. Tuttavia, nella situazione data, è con quest’ultima che paradossalmente dovrà dialogare. Le truppe americane sono stanziate nella zona orientale, che occupa un terzo della Siria, dove sono concentrate le principali riserve di acqua, petrolio e grano, e la produzione di energia elettrica. Abbandonare questo avamposto significa rinunciare all’influenza sulle trattative riguardo al futuro assetto del paese. Inoltre, un’eventuale rimonta dell’Isis, che ha riparato nella valle dell’Eufrate e le aree attigue dell’Iraq occidentale, sarebbe letale per gli interessi degli Stati Uniti, così come un ulteriore ampliamento della rete sostenuta dall’Iran; eventi che potrebbero essere innescati dal vuoto lasciato.

La repubblica islamica iraniana, che a febbraio ha compiuto quarant’anni, ha coltivato legami con gruppi sciiti in nazioni considerate di fondamentale importanza per la propria salvaguardia: Afghanistan, Libano, Pakistan, Siria e Yemen, per citarne alcune. La strategia prevede la collaborazione con attori armati non statali, che l’Iran addestra ed equipaggia, e mobilizza in diversi teatri, per avversare nemici e aumentare la sfera di influsso regionale, superando l’inferiorità militare convenzionale e minimizzando i costi degli interventi. L’espansione dei combattenti finanziati dall’Iran è stata frenata in Iraq dalla permanenza statunitense dal 2003 al 2011.  Ma mentre l’Iran appare determinato ad apparire come un fattore di stabilizzazione, dove gli americani hanno ridotto i contingenti – è impegnato a osteggiare l’Isis in Afghanistan, gli Stati Uniti lanciano segnali che appaiono irrazionali a confederati e antagonisti.

Una riduzione della sicurezza potrebbe far riemergere l’Isis, smembrare le forze siriane democratiche, tra la componente sunnita e quella fedele al presidente Bashar al-Assad, intensificare le provocazioni iraniane e israelite, con un alto rischio di incidentie degenerazione in una contrapposizione aperta, o riaccendere la belligeranza turca nei confronti dei curdi. Tehran continua ad accumulare riserve missilistiche a ovest della Siria e rappresenta una sfida per Israele. Con una smobilitazione statunitense, estenderebbe l’accesso al confine siriano-iracheno per il trasporto sicuro di armamenti e uomini fra Baghdad e Damasco e troverebbe la via libera sulla frontiera siriano-giordana, orapiantonata dall’esercito americano. Ankara, dal canto suo, non ha la capacità di affrontare l’Isis nel lontano sud della Siria e il proposito sarebbe sempre subordinato all’azione di contenimento dei curdi nel nord-est.

L’unica opzione, quindi, per non lasciare il destino della Siria nelle mani di Tehran e di Ankara, è quella di assicurarsi l’appoggio di Mosca. Alla Russia non conviene vedere ritardata l’esecuzione degli aiuti internazionali per la ricostruzione della Siria. Alla pari degli Stati Uniti, non vuole avere a che fare con un nuovo focolaio dell’Isis, ed ha già installato unità speciali e servizi privati, nella valle dell’Eufrate.  Soprattutto, è intenzionata a prevenire maggiori ostilità fra Iran e Israele, che sminuirebbero i risultati della campagna in Siria e il proprio status di superpotenza. Non da meno, lo stesso Israele, così come la Giordania e le monarchie del Golfo, contano sull’azione di Mosca. La Russia dovrebbe, però, impegnarsi a contenere l’Iran a est, e tenere gli hezbollah lontani dala Giordania, anche se il suo vantaggio geopolitico, questa volta al contrario degli Stati Uniti, non è quello di controllare tutta la Siria, e ha un peso relativo sulle decisioni di Tehran e sulla volatilità di Ankara.

La valutazione di fondo è che il ripiego americano sia tutto sommato una pessima idea. Le guerre finiscono per un superiore uso della forza o per un progressivo logoramento, o ancora per l’effetto di negoziazioni. Il conflitto siriano lascia intravedere almeno due di queste condizioni, ma una finestra per la terza si preannuncia breve e colma di insidie. In un pantano di questa portata, non si può prescindere da una cooperazione diplomatica e sul terreno di Stati Uniti e Russia.

 

Chi decide cosa

L’arte, qualche volta, ha capacità divinatorie. A Giorgio Gaber capitò ripetutamente di sapere guardare avanti. Chi lo ama lo sa. Epperò ci sono cose che stupiscono. Un monologo del 1998, intitolato “La democrazia”, nella raccolta “Un’idiozia conquistata a fatica”, recitava: “Il referendum, per esempio, è una pratica di democrazia diretta (…). Solo che se mia nonna deve decidere sulla variante di valico Barberino-Roncobilaccio ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve solo dire sì se vuole dire no e no se vuole dire sì. In ogni caso ha il 50% delle probabilità di azzeccarla”.

Venti anni dopo qualcuno parla di referendum per risolvere la questione del Trasporto ad alta velocità. Fare o non fare il traforo? Completare o meno? Non entro nel merito, qui m’interessa la forma democratica. Cosa c’è di più democratico che far decidere il popolo? Già, ma quale? Votano solo quelli della Valle? Votano i piemontesi? Votano gli italiani tutti, visto che l’opera è interesse collettivo? Cambia, e molto, a seconda di quale corpo elettorale si sceglie. Posto che neanche si sa come si potrebbe scegliere.

Poi c’è il dilemma della nonna: come faccio a dare una risposta avveduta su una questione che non conosco, se non, nel migliore dei casi, per sentito dire? La democrazia delegata non è una democrazia minore, ma un sistema nel quale delego altri, in cui ripongo un qualche affidamento, a studiare la faccenda al mio posto. Li pago anche. Quando una decisione sarà presa i contrari potranno protestare, ma il metodo sarà stato comunque democratico. E se una decisione non si riesce a prendere? In quel caso devo prendere atto che ho delegato soggetti inabili a decidere o a gestire la pratica che ancora evita ci si scanni per strada: quella del compromesso.

Separazione delle carriere: nuova speranza o ennesima delusione?

Dopo un recente periodo di oblio, seguito ad anni in cui è stata al centro del dibattito pubblico, si torna finalmente a parlare di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Il merito è dell’Unione delle Camere Penali Italiane, del Partito Radicale e della Fondazione Luigi Einaudi che lo scorso anno hanno raccolto oltre 72.000 firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per separare le carriere della magistratura inquirente e di quella giudicante.

Il tema si è rivelato ancora molto sentito tra i cittadini, come dimostra il risultato conseguito; d’altronde l’accantonamento era dovuto più ad una sorta di rassegnazione che non all’affievolirsi delle ragioni poste alla base delle istanze di separazione delle carriere. Anzi, tali necessità sono sempre più attuali e fondate.

Le alterne fortune della proposta di separazione delle carriere sono legate alle strumentalizzazioni politiche cui è sottoposta, sventolata da alcuni come la panacea di tutti i mali della Giustizia e da altri vista come un attacco all’indipendenza della magistratura. Riportare il confronto sul piano tecnico sarebbe già un primo passo importante.

Se si analizza la questione scevri da incrostazioni ideologiche e partigiane, risulta incomprensibile come la separazione delle carriere non sia stata la logica conseguenza del passaggio al sistema accusatorio del codice del 1988 e della riforma dell’art. 111 della Costituzione.

Secondo il dettato costituzionale <<la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale>>.

Il giusto processo svolto nel contraddittorio tra le parti, poste in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale,non può non presupporre la separazione delle carriere tra la pubblica accusa ed il giudice, sull’esempio di quanto avviene negli altri sistemi accusatori: il cardine di un sistema processuale rispettoso dei principii liberali.

Nel sistema italiano, invece, i magistrati requirenti e quelli decidenti fanno parte del medesimo ordine, condividendo: accesso al ruolo (unico è il concorso di selezione); organo di autogoverno (il C.S.M.); prerogative istituzionali; logiche sindacali ed elettorali(essendo comuni l’associazione sindacale e le correnti); formazione. Inoltre, un magistrato può, nell’arco della sua carriera, ricoprire, seppure con alcuni limiti ed accorgimenti, sia funzioni decidenti che requirenti.

Viste queste premesse ci si chiede come possa un giudice essere, ma anche solo apparire, terzo e neutrale rispetto all’accusa ed alla difesa.

Non vi è solo il pregiudizio della diffusa solidarietà di corpo,il fulcro della questione risiede a livello ordinamentale e culturale.

Uno degli argomenti forti degli oppositori alla separazione delle carriere è il paventato rischio di allontanare il p.m. dalla cultura della giurisdizione. Un auspicabile effetto della separazione sarà, al contrario, quello di allontanare il giudice dalla cultura requirente.

Solo una cultura giuridica che non ha mai a pieno condiviso la svolta accusatoria può non stupirsi dinanzi ad una situazione ibrida come quella attuale del nostro ordinamento. Come possono non essere separate le carriere di due figure completamente distinte del processo penale: il p.m., che è dominus delle indagini,esercita l’azione penale, raccoglie gli elementi di prova, sostiene l’accusa in giudizio in condizioni di parità rispetto alla difesa, ed il giudice, che decide circa le richieste del p.m., dirigere il dibattimento, valuta le prove acquisite nel contraddittorio in condizione di parità tra le parti e pronuncia sentenza.

Appare evidente la necessità che le due figure abbiano un percorso formativo e carrieristico distinto e separato, affinché sia garantita la piena terzietà del giudice. Ma in un sistema in cui si sente ancora ripetere che le parti (accusa e difesa) non possono essere poste in condizioni di parità, che il processo deve accertare la verità storica e non la fondatezza di un’ipotesi accusatoria ed in cui la magistratura in toto si fa portatrice di istanze di rigenerazione sociale, è illusorio pretendere la terzietà del giudice rispetto al p.m.

L’altro argomento forte degli oppositori, il rischio di assoggettare la pubblica accusa al potere politico (come avviene in molti altri ordinamenti), è stato depotenziato dalla proposta di istituire un C.S.M. per la magistratura requirente che ne manterrebbe inalterata l’indipendenza.

Tra gli effetti positivi della separazione vi sarebbe, inoltre, la possibilità di una maggiore specializzazione e di una formazione più calibrata, rese sempre più necessarie dalla complessità del mondo contemporaneo.

Da qualche giorno la Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati ha iniziato l’esame della proposta di legge. Sarà interessante osservare il posizionamento degli schieramenti partitici sul tema, il nuovo scenario politico potrebbe riservaresorprese rispetto al passato.

Certo, può sembrare illusorio sostenere questa proposta in un momento storico di giustizialismo dilagante, eppure non si vede come la separazione delle carriere possa minare le istanze securitarie di parte dell’opinione pubblica: garantire un processo più giusto vuol dire garantire un diritto di tutti.

Stati Uniti, Russia, Cina e l’effetto domino della corsa al nucleare

Ci sono avvenimenti che segnano il passo della geopolitica mondiale. Il ritiro degli Stati Uniti, e poi della Russia, dal trattato firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev (Nfl per la sigla inglese), che proibisce i missili nucleari a raggio intermedio, è uno di questi. L’accordo mise fine alla vicenda degli Ss-20 sovietici, che intimidivano l’Europa, e gli Irbm Pershing-2 e i Bgm-109 Tomahawk statunitensi, puntati sull’Unione Sovietica dalla Germania ovest, grazie allo smaltimento di circa 2.700 unità con una gittata fra le 300 e le 3.400 miglia, che condusse a una maggiore stabilità nel vecchio continente. Nonostante il suo valore per la conclusione della guerra fredda, e la protezione degli amici degli americani in Europa negli anni posteriori, il Nfl non assicura il controllo universale dei missili messi al bando, soprattutto considerata l’ascesa di nuove superpotenze e potenze regionali.
Secondo dati presentati al congresso degli Stati Uniti nel 2017, il 95 per cento della forza missilistica della. Cina violerebbe il trattato, se questo paese ne facesse parte. Al di là delle accuse rivolte a Mosca in merito all’equipaggiamento di battaglioni con gli Ssc-8 e la sperimentazione del sistema 9M729, controbilanciate da quelle indirizzate a Washington per l’esteso programma di droni – tutti nella stessa categoria del Nfl, quel che è certo è che l’arsenale cinese rende inattuabile alle navi da guerra americane l’avvicinamento alla costa, mettendo gli Stati Uniti in una condizione di svantaggio nel Pacifico, a meno di piazzare missili terrestri a medio raggio in Giappone e nelle Filippine. Non a caso Tokyo si è opposta di immediato alla posizione americana. La rottura del Nfl sancisce in via definitiva il riconoscimento di una partita a tre.
Stati Uniti, Russia, e Cina, possono colpire con un missile qualsiasi luogo della terra. Regno Unito e Francia sono grandi eminenze nucleari che siedono al consiglio di sicurezza. La Corea del Nord ha aumentato la gittata missilistica e test dimostrano che potrebbero ledere gli Stati Uniti e circa metà del pianeta. Altri stati hanno lavorato con alacrità per migliorare la precisione e la portata dei propri missili: Israele, India, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Corea del Sud, e Taiwan. L’investimento è spesso dettato dal tentativo di mettere in guardia gli avversari limitrofi, sebbene gli effetti siano globali e il rischio che gli armamenti cadano in mano a gruppi terroristici è reale. Il Pakistan è attrezzato per attaccare abbondantemente l’India; quest’ultima, dal canto suo, è in grado non solo di penetrare ovunque in Pakistan, ma anche in quasi tutta la Cina; Arabia Saudita e Israele, invece, è dal 1990 che sono preparati a bombardare l’intero territorio dell’Iran, ma questo potrebbe fare altrettanto con entrambi.
Nonostante gli sforzi per prevenire la proliferazione dei mezzi di distruzione di massa, nella pratica non è fattibile arrestare il commercio di piccoli componenti e la mobilità degli esperti. L’acquisizione di un unico pezzo fisico, o quella di disegni, comporta avanzamenti di enorme rilevanza nella produzione di varianti o famiglie che vengono poi vendute ad altre nazioni, le quali a loro volta generano ulteriori versioni. In questo modo, la Corea del Nord è arrivata alla produzione di missili intercontinentali, e un aumento di capacità da 745 a 8 mila miglia, in soli venti anni, dalla prima modifica di uno Scud, creato nel 1950 nell’Unione Sovietica. Inoltre, si è sempre collaborato nel trasferimento di informazioni strategiche: l’India con la Russia, il Pakistan con la Cina, la Corea del Nord con l’Iran, seguendo la linea di storiche intese geopolitiche.
La Russia ha sviluppato missili ipersonici, che saranno in dotazione nel 2022, dai quali al momento gli Stati Uniti non si possono difendere. Sono dispositivi che viaggiano a velocità sostenuta otto-dieci volte quella del suono, trasportano testate convenzionali e nucleari e sono atti a centrare sia bersagli navali sia di terra. La loro andatura riduce i tempi di reazione e l’efficacia degli apparati di difesa e l’altitudine ne limita le probabilità di abbattimento, in aggiunta, la traiettoria non è prevedile e hanno un’alta manovrabilità, combinando caratteristiche dei missili balistici e dei missili Cruise. La Cina è in possesso della stessa tecnologia e in alcune aree, incluso lo spazio cibernetico, ha già ottenuto la leadership. Pechino, che sarà pronta nel 2025, ha dichiarato di volerne fare uso nel caso di una dichiarazione di indipendenza da parte di Taiwan, o di un intervento esterno a tale scopo, alludendo agli Stati Uniti. E il transito da Russia o Cina all’Iran è a un passo.
L’effetto domino è stato innescato. Gli Stati Uniti in risposta hanno firmato due contratti da 928 e 480 milioni di dollari con la società Lockheed Martin – azienda del settore dell’ingegneria aerospaziale e della difesa e maggior contraente militare degli Stati Uniti, per la costruzione di prototipi di sensori spaziali per individuare i missili a lunga gittata, e laser e droni per la loro distruzione poco dopo il lancio, nello scenario della guerra lampo. Rimane da vedere quella che sarà nel medio e lungo termine la visione dell’Unione Europea riguardo alla propria difesa. Gli alleati hanno tentato di far desistere Trump, ma la sua decisione ha demolito quello che era considerato il pilastro dell’architettura della sicurezza europea, e giunge in una congiuntura in cui le tensioni fra Russia e Nato vanno ampliandosi e la Russia ha istallato missili Iskander, armabili con testate nucleari, nel suo exclave di Kaliningrad, a tiro di Polonia, Lituania, Latvia, Estonia e Svezia.

Politica e leadership alla prova della massocrazia populista

«Il sale della democrazia moderna si identifica con quei cittadini che non leggono altro se non le pagine sportive e le vignette comiche. La democrazia non è quindi governo di massa, ma cultura di massa», scriveva Leo Strauss in Liberalismo antico e moderno. D’altronde, qualche pagina dopo era egli stesso ad ammettere che «non dobbiamo aspettarci che l’educazione possa mai diventare educazione universale. Rimarrà sempre e soltanto l’impegno ed il privilegio di una minoranza». In queste parole, evidentemente, non si possono non percepire echi dal sapore elitista; tuttavia, un argomento analogo era già stato sposato ad esempio da un liberale come Tocqueville ne La democrazia in America. Possiamo leggere, infatti, che «è impossibile elevare la cultura del popolo oltre ad un certo livello», giacché l’istruzione richiede tempo, desiderio di ampliare il proprio bagaglio culturale – in quanto ritenuto non solo utile per una qualche ragione, dunque considerato esso come un mezzo, ma soprattutto come un fine in sé – e pure una certa dose di umiltà.

La conquista democratica sarà allora soggetta – come tutto ciò che l’uomo ha conquistato con sudore, ingegno e disponibilità alla fatica – a continui traballamenti interni. Si tratta, in altre parole, di una costruzione instabile e mai definitiva. Con le fulgide parole di Sartori, possiamo ben asserire che «la democrazia è un’apertura di credito all’homo sapiens, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l’homo sapiens è in pericolo, la democrazia è in pericolo». Detto altrimenti, essa necessita di un grado minimo di comprensione dei suoi principi e del suo funzionamento. Non può, dunque, essere valutata per quello che non può dare. In altri termini, non la si può sovraccaricare di aspettative, né, tantomeno, si può pretendere da lei che dia vita a una sovranità esercitata direttamente dal popolo. Come disse magnificamente Bobbio, «nulla rischia di uccidere la democrazia più dell’eccesso di democrazia». Il «perfezionismo democratico», come ammoniva Sartori, è un rischio costante, soprattutto per chi si fa blandire dai suadenti richiami demagogici degli “amici del popolo”.

Già, le élite e i leader politici, presunti “amici” o “nemici” del popolo che siano. Sartori, citando le parole di James Bryce e Salvador de Madariaga, vide come una democrazia liberale, forse ancor di più delle non-democrazie, non potesse fare a meno di leadership di qualità. Ed è ora tornato sul tema Lorenzo Ornaghi, con un bell’intervento sull’edizione weekend de “Il Foglio” che riprende le tesi espresse da Max Weber nella sua celebre lezione tenuta a Monaco ormai un secolo fa. In Politik als Beruf il sociologo tedesco vide in tre le principali qualità che un uomo politico deve possedere: passione, senso di responsabilità e lungimiranza. Con la prima, Weber intende «la dedizione appassionata a una “causa”». Non una semplice passione incanalata nel vuoto, come egli stesso aggiunge, bensì una dedizione matura che fa della necessaria responsabilità «la stella polare decisiva dell’agire». E siamo così arrivati alla seconda caratteristica richiesta a un politico di qualità. Infine, la lungimiranza, ovvero «la capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento». Dopo tutto ciò, Weber ammette che un leader politico degno di questo nome deve rifuggire una tentazione sempre presente nell’uomo: la vanità, «nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza rispetto a se stessi».

Proviamo noi ora a domandarci di queste tre qualità, senza tralasciare la vanesia pulsione, quali siano presenti nel panorama politico attuale, soprattutto, ma non solamente, del nostro Paese. Tocca constatare che, purtroppo, la qualità delle nostre leadership è sempre più carente. I social network, come già ampiamente riconosciuto, non fanno altro che toccare le corde della spocchia di tutti noi. Ci sentiamo in diritto di poter esprimere l’opinione su qualunque tematica: dopo tutto, non servono proprio a rendere una società più equa e orizzontale, quindi democratica? Certamente, essi sono stati una grande innovazione per una molteplicità di motivi. Dunque, non possono essere considerati come una negatività in sé. Dipende, però, come essi vengono impiegati. In altri termini, fondamentale è se gli utenti riescono, ovvero si impongono, dei limiti al loro utilizzo, e non si auto-idoleggiano. Come ha scritto Cass Sunstein nel suo # Republic. La democrazia nell’epoca dei social media (il Mulino, 2017), la libertà di espressione valorizzata dai social va in buona misura accompagnata da «una cultura della curiosità, dell’apertura e dell’umiltà». Altrimenti, si verifica ciò che è sotto i nostri occhi, cioè a dire l’esatto contrario di quello detto poc’anzi: chiusura ed ermetismo del pensiero, ottusità e tracotanza, con la conseguente polarizzazione del dibattito (se così si può chiamare l’accozzaglia di strepiti che ne viene fuori). E i leader?

I leader, se sono veramente tali, non possono diventare semplici follower. La ribellione delle masse di cui parlava Ortega y Gasset, si accompagna quasi di necessità, o forse è proprio anticipata, dalla «diserzione delle minoranze direttrici». Queste ultime hanno smesso di riflettere sul futuro e di ponderare attentamente sul da farsi. Si dirà, le tempistiche della politica e del mondo globalizzato corrono sempre più velocemente e non lasciano spazio alla riflessione tranquilla e misurata. Può darsi; ma i leader politici abdicano al loro ruolo se si lasciano fagocitare dalle urla smisurate di un elettorato sempre più impaziente e privo di quei necessari limiti da autoimporsi. Come nota con acume Giovanni Orsina ne La democrazia del narcisismo, la democrazia liberale «da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro, però, funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti». Detto altrimenti, «la promessa pubblica di autodeterminazione [si regge] sulla capacità di autolimitazione». Pertanto, certamente i singoli individui non possono chiedere alla democrazia più di ciò che essa può dare. Contemporaneamente, nondimeno, chi è stato chiamato a svolgere il ruolo di leader non può assecondare i desideri sfrenati che pervengono dal basso.

Infatti, scrive Sartori in Democrazia e definizioni, «se nessun esperimento storico più di quello democratico vive in bilico sul delicato equilibrio tra “essere” e “dover-essere, è piuttosto evidente che solo élites consapevoli instaurano e conservano la democrazia, che solo minoranze dirigenti esperte e responsabili possono sfuggire al vortice del perfezionismo democratico». Va evitata, per dirla con Röpke, la degenerazione antropologica dell’homo sapiens in “homo insipiens gregarius”, caratterizzato da appiattimento e livellamento intellettuale, nonché da quella mancanza di senso del limite che lo può condurre alla rovina. D’altronde, come notava bene Edmund Burke, «la società non può esistere se non si pongono dei freni allo scatenamento degli appetiti; […] è nell’ordine delle cose che gli uomini privi di senso del limite non possano essere liberi. Le loro passioni forgiano le loro catene». Impegniamoci a riscoprire l’umiltà e il senso del limite propri di individui necessariamente ignoranti e fallibili. Rifuggiamo, dunque, l’ebbrezza narcisistica: ne trarremo giovamento tutti, tanto in veste di singoli quanto come comunità.

Modernità e smarrimento dell’uomo: un nesso indissolubile?

Marcello Veneziani è pensatore acuto come ce ne sono pochi in circolazione. Da ciò che scrive o dice si possono sempre trarre utilissimi spunti di riflessione, lontani da quella melassa politicamente corretta che intorpidisce le menti e ha la presunzione di farci pervenire al Giusto e al Bene universale e definitivo.

In un’intervista rilasciata il 28 gennaio a Luigi Iannone (“Il Giornale”), l’autore viene sentito sul suo ultimo lavoro, da poco uscito in libreria, Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee (Marsilio). Pur non essendo liberale, a differenza di chi scrive, Veneziani sostiene alcune tesi che non si possono che condividere. Infatti, elogiando, ad esempio, il ruolo della famiglia non si può non riconoscere che essa costituisce uno di quei legami che ci aiuta a diventare degli “io” e ci traghetta verso la nostra maturazione. Si tratta, quindi, di un imprescindibile strumento di crescita individuale, nonché, piuttosto verosimilmente, di un ineludibile bisogno umano. Senza dimenticare quanto essa possa essere una di quelle preziosissime comunità prepolitiche che vanno opposte all’invadenza di uno stato sempre più intrusivo nelle nostre vite.

Inoltre, sostiene il saggista pugliese, «è necessario comprendere che non siamo illimitati, che i nostri diritti non possono coincidere coi nostri desideri e farsi smisurati». Il richiamo alla fallibilità e, diciamo pure, all’ignoranza di essere imperfetti quali noi siamo, non può che risultare piacevole per chi ha una certa sensibilità liberale. Così come il successivo rimando al desiderio irrefrenabile di sempre più diritti octroyés dallo stato richiama immediatamente quell’ «uomo-massa» di orteghiana memoria – e così ben richiamato da Giovanni Orsina nel recente La democrazia del narcisismo, Marsilio – che mette tanto a repentaglio la società, quanto porta al sovraccarico delle democrazie che si fanno sempre più traballanti.

Infine, almeno per quanto attiene alle posizioni che da un punto di vista liberale possono essere condivise, va citato per intero ciò che egli asserisce a proposito della “tradizione” – una delle dieci idee, come da sottotitolo del volume, che a detta sua vanno prepotentemente riscoperte –, essa «non è solo la gioia delle cose durevoli ma anche il senso della continuità, la convinzione che il mondo non sia nato con noi e non finisca con noi. L’esperienza ci ha insegnato che la tradizione è l’unica promessa di futuro nel nome del passato; senza tradizione sparisce prima il passato, poi il futuro, si perde ogni connessione, si resta prigionieri del momento». L’eco burkeiano è piuttosto evidente, giacché, come si ricorderà, nelle Riflessioni sulla Rivoluzione francese suonano potenti le seguenti parole: «I popoli che non si volgono indietro ai loro antenati non sapranno neanche guardare al futuro». Con Nisbet diremmo che «non possiamo sapere dove siamo, ancor meno dove stiamo andando, senza sapere dove siamo stati». Da un punto di vista liberale, si tratta solamente, per così dire, di non declinare il senso della tradizione in modo assoluto e dogmatico, diciamo escludente, quanto, bensì, di servirsene come impareggiabile ausilio per meglio comprendere il presente e poiché essa costituisce in buona misura la base su cui edificare la nostra vita. Con le splendide parole di Ortega y Gasset potremmo dire che «l’uomo non è in nulla costruttivo, se non è continuità. Per superare il passato bisogna non perdere il contatto con esso; ma al contrario sentirlo bene sotto i nostri piedi, perché ci stiamo sopra». In altri termini, se siamo ciò che siamo, lo dobbiamo anche a chi è venuto prima di noi e a cosa è stato creato, spontaneamente o deliberatamente, da chi ci ha preceduto. Siamo, dunque, essere ineludibilmente situati e radicati, nonostante un certo pensiero iper-razionalista vorrebbe farci credere che non sia così.

Tuttavia, riconosciuti i doverosi meriti a Veneziani, non si possono tacere alcune perplessità. Sembra, infatti, che il Nostro tenda a scambiare degenerazioni della modernità, con la modernità stessa. Sostenendo, ad esempio, che «nella parabola della modernità Dio viene poi sostituito con la storia, con la scienza, con l’umanità. Alla fine di questa parabola, resta l’individuo solo e assoluto che vive la sua solitudine globale chiuso nel recinto del privato». Sebbene la modernità “liberatrice” dai miti e dalle illusioni magico-sacrali-superistiziose possa, come sostiene Veneziani, portare l’individuo a rifugiarsi nel proprio confortevole “particulare”, si tratta, a mio avviso, per l’appunto di un’eventualità, e non di una necessità. Come ci spiega Popper, infatti, un tratto peculiare di una società aperta è anche quella di far uscire l’uomo da gabbie mentali ammantate di sacertà e di dogmi indiscutibili, che rendono il mondo e la realtà fissati nella loro statica immobilità, per mezzo di decisioni personali e individuali che criticano, con l’umiltà necessaria a essere ignoranti e fallibili, l’esistente. Detto altrimenti, la scoperta dell’individuo, e dunque dell’esistenza di una moltitudine di sostanze uniche e irriducibili, fa sì che esso si renda di conto avere tra le sue possibilità quella di pensare in modo autonomo, ma non disancorato dal reale, e di agire in mezzo agli altri.

Si tratta, pertanto, di conciliare una dimensione comunitaria dell’individuo, giacché esso non esiste se non in società, come persino uno dei padri nobili del liberalismo, Adam Smith, osservava, a una sua ineludibile vocazione individualistica. Ancora con le adamantine parole di Ortega, essere uomo significa «essere in una tradizione», in quanto, l’autenticità che contraddistingue ogni individuo di per sé irripetibile nelle sue peculiarità, non può che poggiarsi su una base apparentemente inesistente, ma che al contrario ci fornisce il materiale strutturale su cui andare a innestare la nostra individualità: «la società, la collettività, è il grande essere senz’anima, poiché è l’umanità naturalizzata, meccanizzata e quasi mineralizzata. […] Grazie alla società l’uomo è progresso e storia. La società tesorizza il passato. […] La società mette l’uomo in posizione di partenza e gli consente di creare il nuovo, il razionale e il più perfetto».

Dunque, il recupero del mito come riscatto allo smarrimento di un individuo spaesato e disancorato non credo sia la soluzione migliore. Inoltre, ritenere che essi «ci fanno vedere la realtà sotto altra luce; ci fanno abitare in una vita ulteriore», potrà magari esser vero: ma la realtà che ci fanno vedere non è un’illusione bella e buona? E il fatto che i miti ci possano far tendere verso una vita più piena e meno volgare, non rischia di portarci verso un’utopia che si fa distopia? Dopo tutto, tanto il mito della “giustizia sociale” di stampo comunista, quanto il mito della “razza pura” di matrice nazionalsocialista (da preferirsi alla semplice denominazione di “nazismo”, giacché mette in luce una matrice piuttosto prossima dei due totalitarismi, quella socialista, che molto spesso viene taciuta per un doppiopesismo ottuso e miope) hanno dato vita a veri e propri eccidi che hanno riportato l’essere umano a uno stato di vera ferinità. E allora, io credo, non abbiamo bisogno di nuove (o vecchie) illusioni, bensì di recuperare il senso del limite e l’umiltà come individui naturalmente imperfetti.

«La possibilità di perdersi e il malessere che ne deriva sono il tragico destino dell’uomo e il suo nobile privilegio». Ancora una volta Ortega ci richiama alla nostra straordinaria poliedricità. Constiamo di due facce in perenne rapporto-conflitto tra loro. Se, da un lato, la libertà faticosamente conquistata in seguito, o grazie, alla modernità ci rende capaci di molto (e non di tutto), parimenti la possibilità che noi abbiamo di smarrire la strada è davvero alta. Si tratta di impiegare la nostra libertà in modo responsabile, consci che «la condizione dell’uomo è sostanziale incertezza» (Ortega) e che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino» (Hayek). Non abbiamo bisogno di miti, ma di ritrovare il senso di un individuo che, come Charles Taylor osservò in una straordinaria opera Il disagio della modernità, naturalmente ha «natura incarnata, dialogica, temporale». Possiamo anche dire, nuovamente col pensatore canadese, che «è necessario scorgere quel che c’è di grande nella cultura della modernità, e insieme quel che c’è di vacuo o di pericoloso».

Cominciamo, allora, col sostituire a un individualismo falso un individualismo vero, basato sull’idea di individui «la cui natura e carattere vengano complessivamente determinati dalla loro esistenza nella società». Tale distinzione si deve a Hayek, un pensatore che è stato poco letto e probabilmente ancor meno capito. Se la facessimo nostra e la implementassimo, probabilmente si vedrebbe ciò che la modernità è e ciò che la modernità è diventata degenerando quasi nella sua antitesi. E se la democrazia traballa, tutto sommato, è anche (o soprattutto) a causa dell’individualismo degenerato che ormai la contraddistingue e che rischia di farla malamente perire.

Brexit, la prospettiva di Londra

All’indomani del voto che riapre la trattativa tra Regno Unito e Unione Europea, Londra non ha ancora capito cosa sta succedendo. Tecnicamente la premier Theresa May ha due settimane di tempo per trovare una differente soluzione al cosiddetto “Irish Backstop”, ma l’aria che si respira nella City, e più in generale nella città di Londra, non è delle migliori. Dozzine di uffici e attività commerciali sfitti e un’incertezza dilagante accompagnano il processo di transizione.

Allo stato attuale, oltre all’assenza di un solido accordo di transizione, si sente la mancanza di piani di contingenza da parte dell’amministrazione. Questo non può che creare incertezza, anche in tutti quegli attori sociali convinti che una soluzione si sarebbe trovata nel corso di questi due anni e mezzo.

Al momento nessuna disposizione ufficiale è in grado di garantire la qualità del business che ha sempre contraddistinto la capitale britannica: flessibile, disponibile e duttile da sempre quando si tratta di supporto all’impresa, ad ogni suo livello. Startup rivoluzionarie come Revolut e Monzo, in grado di conquistare in poco tempo il mercato delle transazioni giornaliere, grandi giganti d’impresa o servizi hanno da sempre scelto Londra per la sua incredibile offerta di servizi e il suo estremo orientamento alla facilitazione del “fare business”.

Facendo le dovute considerazioni, come tener conto di una strategia volutamente estrema nel momento del voto e della consueta abilità britannica nell’identificare opportunità nel lungo termine, viene naturale chiedersi se il metodo usato per gestire questa transizione sia stato appropriato o meno. Impossibile definire la strategia perfetta o quella migliore, ma è sicuramente ipotizzabile uno scenario in cui, per quanto difficile, una decisione possa essere gestita con notevole anticipo e tempistiche più delineate.

Nel frattempo, il tasso di cambio oscilla seguendo indicatori ben poco attinenti all’economia reale e molto più inerenti alla politica economica vista nei media. I grandi player del food and retail sono preoccupati dall’assenza di un processo definito che dia disposizioni per il 30 marzo e l’incertezza generale si trasforma sempre più in una passiva attesa.

Una popolazione intera guarda a Westminster cercando di capire cosa sia meglio per il futuro.

Attraversare London Bridge per andare in ufficio è sempre uguale…  beh, a parte House of Fraser a Monument che ha chiuso, quello sì che è stato un bel colpo di scena.

La cattura di Cesare Battisti e i muscoli del ministro

Che un condannato debba scontare la pena comminatagli dal suo giudice naturale, quando questa sia divenuta ormai definitiva e pertanto irrevocabile, è questione che attiene alla certezza del diritto. È indubbiamente anche una questione di civiltà. 

La cattura di Cesare Battisti avvenuta per opera dell’Interpol nella giornata di domenica 13 gennaio in Bolivia da una parte ha messo fine a una latitanza durata quarant’anni, dall’altra ha innescato sin dalle primissime agenzie polemiche infuocate. 

Matteo Salvini ha aspettato a Ciampino l’aereo che riportava in Italia l’uomo appena estradato. Era in compagnia di Alfonso Bonafede che con lui divide l’esperienza di governo, al dicastero della Giustizia, e che non ha fatto mancare una diretta Facebook con tanto di immagini montate in musica. Un video-promo di una certa efficienza italica, in materia di sicurezza. 

Il vicepremier ha fatto il resto. “Il mio impegno è che questo maledetto delinquente sconti la sua pena. Ovviamente dovrà marcire in galera fino all’ultimo dei suoi giorni. Non deve uscire vivo dalla galera”. La platea era quella della scuola politica della Lega, a Milano. Parole di rabbia che se possiamo ritenere giustificate e in qualche maniera comprensibili in bocca ai parenti delle vittime, ai quali in fondo anche un sentimento di vendetta potrebbe addirsi, al contrario ci appaiono eccesso e nota stonata quando a pronunciarle è un ministro di questa Repubblica.  

Il condannato è chiamato a scontare la pena non a marcire in galera. E questo in un paese democratico e civile dovrebbe valere per Cesare Battisti, come per Totò Riina.

Evidente che l’idea di tenerla sotto controllo, quella dimensione emotiva così accesa, nelle esternazioni che sono la manifestazione pubblica e ufficiale della carica rivestita quale membro di questo governo, al ministro Salvini in queste ore non deve essere nemmeno passata per l’anticamera del cervello.

Ma il problema è reale. E non è di galateo, né unicamente di buon gusto, come dire. Continua a essere, per il leader leghista, ancora e sempre una questione di muscoli. 

Le ripercussioni sull’immagine delle istituzioni sono tuttavia evidentissime e brucianti. 

Battisti è per la giustizia italiana un terrorista, condannato a due ergastoli per quattro omicidi compiuti sul finire degli anni Settanta. La cronaca, la militanza nei gruppi dei proletari Armati per il Comunismo, l’evasione, poi i lunghi anni all’estero da latitante, i panni del romanziere, accolto in Francia e in Brasile, una vita raccontata dall’ombra. Lo scontro, si direbbe, è quello che da sempre contrappone giustizialisti e garantisti. Ma forse non è solo questo, c’è anche di più.

A guardarla da giurista, ciò di cui dibattiamo è la sanzione penale. Essa implica una presa d’atto che pone il nostro sistema di fronte a una prospettiva che può atteggiarsi in molteplici maniere, ruotando 

tra assi differenti: retribuzione, prevenzione generale e prevenzione speciale. Il punto di equilibrio dà di volta in volta il senso del contesto politico sociale, oltre che di una scelta meramente giuridica e normativa. È, di fatto, un’angolatura d’eccezione attraverso la quale leggere il paese. 

Che la sanzione debba compensare il crimine compiuto e che pertanto abbia in sé una connotazione afflittiva è del resto tratto fisiologico. Il passaggio ulteriore, peraltro, non può sfuggire, ponendosi il concetto di proporzione come elemento imprescindibile e metro di misura a garanzia di equilibrio e, perché no, di giustizia. 

Considerata dunque la fattispecie, la questione è qui molto più sottile. 

Va da sé che le volte in cui la chiarezza sembri far difetto, dalla nebbia si esce spostando il faro in modo da illuminare la Costituzione. Così facendo si squarcia un velo e si finisce per scoprire qualcosa che a Salvini per primo potrebbe tornare utile sapere, visto il ministero che al momento lo impegna. 

La Carta ci dice chiaramente che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e – ci dice di più – devono tendere alla rieducazione del condannato”. 

E ciò malgrado l’aspro confronto in sede di lavori preparatori tra quanti ritenevano, anche citando Benedetto Croce e il suo volume Etica e Politica, “esser del tutto vano discutere sul carattere utilitario e morale delle leggi e di questa o quella legge”.

C’è dunque, infine, un’idea di fondo recepita nella Costituzione. Ed è contro di essa che questo ministro dell’Interno inevitabilmente va a sbattere. 

La pena, anche quella che dovrà scontare Cesare Battisti, non potrà dunque che tendere alla rieducazione del condannato. 

Ed è precetto irrinunciabile, questo, che va letto all’interno del complesso di tutti i principi ispiratori del nostro sistema costituzionale. 

Un’architettura di garanzia contro cui nemmeno i muscoli di un ministro, forse, potranno far molto. 

L’articolo 18 della Costituzione Italiana

Trascrizione dell’intervento dell’Avv. Andrea Pruiti Ciarello sull’art. 18 della Costituzione Italiana, nell’ambito del convegno “Liberi di associarsi”, organizzato dal Grande Oriente d’Italia, con il patrocinio dell’Assemblea Regionale Siciliana, a Palermo il 9/01/2019 nella Sala Piersanti Mattarella di Palazzo dei Normanni (Palermo).

Sono trascorsi quasi novecento anni dal momento in cui il parlamento siciliano divenne, primo tra tutti gli stati europei, moderno strumento di amministrazione del regno, somma assise deliberativa e regolatoria dei rapporti civili, esempio di innovazione politica ed amministrativa e ritrovarsi oggi, in questo luogo così significativo, a parlare della Costituzione Italiana e, in particolare, del diritto di associarsi liberamente, sancito dall’art.18, potrebbe sembrare quasi un vuoto esercizio retorico.

Così non è, però, i fatti dimostrano che occorre impegnarsi nel dare corpo alle fredde norme costituzionali, perché quelli che sembrano diritti inviolabili dell’uomo corrono quotidianamente il rischio di essere gettati nell’oblio o di essere calpestati. Tale rischio cresce al crescere del disinteresse dei giovani alla politica, cresce al crescere della demagogia e del populismo nella retorica politica, cresce quando il rigore normativo cede il passo alla ricerca pervicace ed indiscriminata del consenso.

Ci si trova quindi a discutere dell’effettività del diritto di associazione, giacché lo scorso 4 ottobre 2018, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la Legge Regionale n.18/2018, la quale per un perverso scherzo del destino, va a intaccare proprio quel diritto che l’art.18 della Costituzione riconosce e garantisce.

La nostra bella Costituzione prevede che “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”. Questo testo, apparentemente semplice, esprime in realtà tutta la polemica e la frustrazione del popolo italiano, contro la censura fascista. Durante il regime dittatoriale, proprio la libertà di associazione, subì una drastica compressione.

L’Assemblea Costituente, nel redigere quel testo ancora oggi vigente, deliberò di dare alla libertà di associazione, la formulazione più ampia possibile di libertà positiva, cioè quella di essere riconosciuta all’interno dell’Ordinamento con il minore intervento potestativo dello Stato. Così il testo base sul quale lavorarono i deputati della I sottocommissione, ovvero “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione preventiva, per scopi che non contrastino con le leggi penali e con le libertà garantite dalla Costituzione” subì delle censure e delle profonde modificazioni, al fine di rendere quanto più ampio possibile il diritto di associarsi.

L’Aggettivo “preventiva”, dopo la locuzione “senza autorizzazione”, fu fortemente censurato dall’On. Roberto Lucifero d’Aprigliano (monarchico e liberale) che propose di sopprimerlo, giudicandolo limitativo, poiché poteva fare pensare che il legislatore, pur non potendo imporre autorizzazioni preventive, ne potesse tuttavia imporre di successive alla costituzione della associazione.

La parte finale del primo comma, ovvero quella che prevedeva che la libertà di associazione dovesse essere riconosciuta per scopi che non contrastino “con le libertà garantite dalla Costituzione” fu proposta dall’On.le Giorgio La Pira, Democratico Cristiano, con il supporto del collega di partito On.le Aldo Moro, il quale proponeva come variante di specificare “libertà democratiche” ma, paradossalmente, anche tale formulazione si prestava ad interpretazioni restrittive della libertà di associazione. L’On.le Elio Basso, avvocato e socialista, criticò aspramente la proposta dei colleghi democristiani perché tra le libertà che la Costituzione garantisce vi è il diritto di proprietà (art.42) e subordinare la libertà di associazione al rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione, avrebbe potuto in qualche modo limitare il diritto di associazione di movimenti politici come il partito socialista ed il partito comunista, i quali avevano una concezione non liberale della proprietà privata e “si riunivano per ridurla o vietarla” (cit. On.le Basso). Quella formulazione, pertanto, si poteva prestare ad abusi, consentendo astrattamente di vietare le riunioni dei partiti socialista e comunista, prendendo a pretesto un contrasto, vero o presunto, con le libertà garantite dalla Costituzione.

Alla fine, la I sottocommissione dell’Assemblea Costituente esitò il testo che noi oggi conosciamo, respingendo tanto la proposta dell’On.le La Pira, quanto l’emendamento dell’On.le Moro, al fine di non restringere in nessun modo la libertà di associazione; sul punto l’On.le Pietro Mancini, socialista, fece osservare che “il concetto di libertà è il concetto informatore di tutta la nostra Costituzione”.

Quel testo venne poi approvato dall’Assemblea Costituente senza nessuna modifica o integrazione.

La portata escatologica dei principi generali sanciti dal primo comma, trova un argine nel secondo comma del medesimo art.18, il quale nel testo vigente prescrive: “Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”.

Gli On.li La Pira e Basso proposero di vietare “le associazioni segrete a carattere militare” ma l’On.le Mancini fece osservare che costituire un’associazione segreta a carattere militare era già vietato dall’Ordinamento Penale e che sarebbe stato più opportuno attribuire alla norma un carattere politico e propose di integrare il lemma con “carattere militare fascista”. L’On.le Concetto Marchesi, accademico, socialista, catanese, si espresse in modo quasi vaticinante, rilevando che il fascismo tende a rispuntare sotto altre denominazioni e, pertanto, la formulazione proposta dal collega Mancini non sarebbe stata sufficiente allo scopo.

L’attuale formulazione la dobbiamo all’iniziativa dell’On.le Moro e dell’On.le Meucio Ruini, i quale ebbero la lungimiranza di evitare specifiche attribuzioni di carattere politico, che di fatto avrebbero limitato la portata generalista della norma.

L’altro limite, imposto dal secondo comma dell’art.18 della Costituzione è quello relativo alla proibizione delle associazioni segrete.

L’aggettivo “segreta”, privo di una precisa delineazione d’ambito, generò un vivace dibattito nella I sottocommissione; l’On.le Ugo Della Seta propose all’Assemblea un emendamento chiarificatore: segrete sono da considerarsi quelle associazioni che celano la propria sede, non compiono atti pubblici e celano i principi che professano.

Quell’emendamento non venne approvato ma trovò sostegno da parte dell’On.le Lucifero d’Aprigliano, il quale riconobbe che, senza quelle specificazioni, sarebbero stati possibili arbitrî successivi nell’interpretazione della norma costituzionale.

Termina qui l’analisi dell’art.18 e della sua genesi, utile a comprendere l’estrema sensibilità dei membri dell’Assemblea Costituente e dell’importanza centrale e baricentrica della libertà di associazione nell’impianto costituzionale.

Tale libertà, nella sua applicazione pratica, trova sostegno anche nell’art.3 della Costituzione, ove viene esposto il principio di non discriminazione.

La libertà di associarsi liberamente ed il diritto di non essere discriminati, trovano un’ulteriore affermazione negli artt. 11 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950, dai 12 stati al tempo membri del Consiglio d’Europa.

La Legge Regionale 18/2018 limita il diritto di associarsi liberamente e di non essere discriminati per avere legittimamente esercitato quel diritto sociale?

A parere degli On.li Catalfamo e Lo Curto e anche secondo il sottoscritto, tale limitazione sussiste drammaticamente.

Nella storia recente, l’appartenenza alla massoneria o, in termini giuridici, l’iscrizione ad una associazione massonica è stata oggetto d’attenzione di parecchie norme regionali:

  1. R. Friuli Venezia Giulia 15 febbraio 2000, n.1, che modifica ed integra la L.R. 23 giugno 1978, n.75;
  2. R. Marche 1 dicembre 2005, n.27;
  3. R. Marche 5 agosto 1996, n.34;
  4. R. Toscana 29 agosto 1983, n.68;
  5. R. Toscana 6 novembre 2012, n.61;
  6. R. Toscana 5 giugno 2017, n.26.

Due di queste sono state impugnate dal Grande Oriente d’Italia innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e, per entrambe le leggi delle regioni Friuli e Marche, la Corte Europea ha accolto il ricorso e condannato lo Stato Italiano, dichiarando le norme impugnate violative dei diritti di libertà di associazione e di non discriminazione.

La Corte, in casi come quelli, procede con il verificare se c’è stata un’ingerenza dello stato nel godimento del diritto in questione; se il vaglio è positivo successivamente valuta se detta ingerenza è giustificata o meno. Il giudizio sulla giustificabilità dell’ingerenza si basa sulla previsione di Legge, sulla finalità legittima di tale legge e sulla valutazione se quell’ingerenza sia necessaria in una società democratica. Questo tipo di giudizio mira all’accertamento del principio di proporzionalità.

Seguendo questo schema, sussistendo l’ingerenza (per un eventuale pregiudizio in termini di perdita di prestigio con conseguente aumento dello stigma sociale avverso la massoneria e, in termini pratici, con l’eventuale perdita di membri), la Corte valuta se ricorrono nel caso di specie i motivi giustificatori: 1) legalità; 2) fine legittimo; 3) necessità dell’intervento normativo in una società democratica.

Nei due casi sottoposto al vaglio della CEDU, la legalità è stata soddisfatta dalla natura di legge regionale; quanto al ricorrere di un fine legittimo, la Corte ha dato dignità all’interesse delle pubbliche autorità di «rassicurare l’opinione pubblica in una fase in cui era forte la questione sul ruolo dei massoni nella vita del paese», come ingerenza tendente alla protezione della sicurezza nazionale e della difesa dell’ordine pubblico.

Ma è il successivo vaglio – la necessità di tale ingerenza in una società democratica – che ha portato alla condanna dello stato italiano.

La Corte in quei due casi ha ritenuto che la libertà di associazione rivesta una tale importanza da non potere subire alcuna limitazione, sia pure per una persona candidata ad una carica pubblica, nella misura in cui l’interessato non commetta egli stesso, in ragione della sua appartenenza all’associazione, alcun atto irreprensibile. In conclusione, l’obbligo di dichiarare la propria appartenenza alla massoneria e soltanto alla massoneria, per la CEDU non appare “necessario in una società democratica” e risulta discriminatorio perché viola il principio di parità di trattamento tra le associazione massoniche e tutte le altre associazioni ammesse dall’Ordinamento, senza una ragionevole ed obiettiva giustificazione.

La Legge Regionale 18/2018, da un punto di vista tecnico è manchevole sotto molteplici aspetti. L’art. 1 che impone l’obbligo dichiarativo di appartenenza alla massoneria o ad associazioni similari contrasta con l’art.3 della Costituzione e costituisce una evidente discriminazione tra le associazioni massoniche e tutte le altre associazioni ammesse dall’Ordinamento, la partecipazione alle quali non dovrà essere dichiarata ai sensi di questa norma regionale.

Questa discriminazione, peraltro, era già stata evidenziata ai deputati dell’ARS, prima dell’approvazione della Legge, dal Servizio Studi dell’Ufficio per l’attività legislativa in materia istituzionale dell’Assemblea Regionale Siciliana, in un documento datato 3 ottobre 2018.

L’Art.2 della medesima Legge Regionale stabilisce che in caso di mancato deposito delle dichiarazioni di appartenenza alla massoneria, previste dall’art.1, il nominativo del soggetto che si è sottratto all’obbligo dichiarativo venga comunicato all’Assemblea Regionale ovvero al Consiglio comunale di appartenenza e che tali comunicazioni vengano pubblicate sul sito internet dell’ARS o del comune di riferimento.

A questo punto viene da chiedersi, se l’obiettivo della Legge Regionale 18/2018 dovesse essere quello di rendere trasparenti e conoscibili gli interessi anche culturali dei rappresentanti eletti del popolo, come mai la norma prevede solo la pubblicazione dei nominativi dei soggetti che si sono sottratti all’obbligo di dichiarare la propria appartenenza ovvero la non appartenenza alla massoneria? E non, piuttosto, la pubblicazione delle dichiarazioni positive di appartenenza rese dai deputati o consiglieri comunali eletti?

Le domande, invero legittime, non possono trovare risposta, giacché la Legge Regionale occulta la propria finalità, non vi è nessun articolo che specifica quale sia l’interesse pubblico superiore da tutelare, per giustificare un atto normativo tecnicamente discriminatorio.

Se decidessimo di vagliare la nostra legge regionale, alla luce dei criteri utilizzati dalla CEDU cioè 1) legalità; 2) fine legittimo; 3) necessità dell’intervento normativo in una società democratica, dovremmo tutti riconoscere che solo il primo vaglio sarebbe positivo, giacché lo strumento utilizzato è di rango legislativo ma il secondo criterio, quello del fine legittimo, non sarebbe valutabile, perché rimasto occulto nella lettera della Legge. È evidente, pertanto, che il giudizio finale comporterebbe una sicura censura della Legge, perché discrimina dei cittadini e non consente loro di esercitare il diritto di associarsi liberamente, senza nemmeno specificare qual è l’interesse che la legge mira a tutelare.

Consapevoli di tutto questo, gli On.li Antonio Catalfamo ed Eleonora Lo Curto si sono opposti strenuamente all’approvazione della Legge e hanno dichiarato che la impugneranno avanti al Tribunale competente, non appena sarà loro consentito, al fine di sollevare la questione di legittimità costituzionale.

Noi, dal canto nostro, possiamo dire che il più antico parlamento d’Europa ha dato pessima testimonianza di sé ma fin quando vi saranno donne e uomini liberi, nelle istituzioni e nella società, pronti a difendere i più alti principi della nostra Costituzione, la fiaccola della libertà splenderà sempre e la luce della speranza rimarrà accesa nella nostra coscienza.