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Pena di morte, l’ultimo tabù

Un incubo mi insegue da qualche mese: la tragica notizia di una morte violenta che conquista le prime pagine dei quotidiani, l’indignazione generale che monta, un personaggio pubblico che invoca la reintroduzione della pena di morte.

Il rifiuto della pena capitale è ormai l’ultimo tabù rimasto in piedi del Diritto penale liberale.

La presunzione d’innocenza, i diversi gradi di giudizio, il diritto di difesa, la funzione risocializzante della pena, il divieto di reformatio in peius, il principio di legalità, la prescrizione, il divieto di tortura, sono già stati diversamente messi in discussione, concretamente o teoricamente.

Una volta che si minano le fondamenta di un ordinamento è inevitabile che prima o poi crolli l’intera struttura. In un momento storico in cui prospera una visione autoritaria e forcaiola della Giustizia, il sospettato è già considerato colpevole, le garanzie della difesa vengono percepite come seccature formali, il diritto dell’individuo soccombe dinanzi al bene della collettività, si invocano pene certe ed esemplari e si fomentano politiche securitarie e carcerocentrice, risulta quasi logico invocare l’esecuzione capitale: la pena più certa ed esemplare che ci sia, che asseconda e placa la sete di giustizia (o vendetta).

Perciò non meravigliamoci quando accadrà, manca sempre meno, anzi forse è già successo.

Dopo la tragica vicenda della giovane Desirée un uomo di spettacolo (Francesco Facchinetti) ha citato il Ministro Salvini in un tweet in cui ha invocato “pene definitive ed esemplari per questi individui che non meritano di vivere”. Facile che il pensiero corra alla pena di morte, trattandosi di individui che non meritano di vivere. Il Ministro ha risposto con un tweet in cui ha ringraziato per l’attenzione, definendo come semplice buonsenso e non populismo le parole di Facchinetti, promettendo infine che, nonostante in 4 mesi abbiano già fatto cose buone, il meglio deve ancora venire.

Si obietterà: Salvini non ha invocato la pena di morte. Vero, forse il mio incubo peggiore non si è ancora realizzato, resta però l’ambiguità di quel tweet che asseconda gli istinti peggiori. Questa è forse la cifra della politica comunicativa degli esponenti dell’attuale maggioranza di Governo: abbattere ogni tabù, assecondare le richieste irrealizzabili degli elettori con dichiarazioni social, sapendo benissimo di non poterle poi realizzare, solo per mostrare la vicinanza alle presunte istanze del “popolo”.

Una reintroduzione della pena di morte è, ad oggi, altamente improbabile. La pena capitale è stata bandita dal nostro ordinamento ed è esclusa dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sottoscritta dall’Italia (l’inutile baraccone europeo come l’ha definita lo stesso Ministro Salvinia). D’altronde, di pena di morte in passato si parlava solo al bar sport, adesso i social network hanno dato risonanza agli istinti inconfessabili un tempo esclusi dal dibattito pubblico. Basta leggere i commenti alle notizie di cronaca nera: una sfilza di invocazioni della pena di morte e della tortura.

Quel che più spaventa non è la remota possibilità che la pena capitale venga reintrodotta nel nostro Paese ma la stessa caduta del tabù, il dato di fatto che nel dibattito pubblico se ne parli. Ancor più preoccupante è che si invochi la pena di morte in un momento storico in cui i reati sono in calo e non vi è alcuna reale emergenza sicurezza, se non quella percepita e fomentata dai media, quando non si è ricorsi a tali rimedi nemmeno durante le fasi più buie della Repubblica.

Il vero problema è il boia che si annida in ognuno di noi.

P.S. Un consiglio utile per i sovranisti: ricordate che l’Italia è la Patria di Cesare Beccaria.

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio» (Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII).

 

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C’è un’area liberaldemocratica nel Paese

Il potere logora chi non ce l’ha, amava ripetere Giulio Andreotti e, memore di tale adagio, sono andato a Firenze per verificare lo stato d’usura del renzismo e del suo vate, per provare a cogliere, negli sguardi e enei respiri dei partecipanti, gli echi di una rovinosa caduta.

Ho seguito fin dall’inizio, con notevole interesse, il tentativo di ridefinire l’identità del PD, che Renzi ha messo generosamente in campo e l’ho visto infrangersi contro le feroci resistenze di quanti, per feticismo ideologico, o semplice opportunismo, ne hanno delegittimato ogni anelito riformista, consegnandolo alla sconfitta referendaria e, successivamente, al tracollo elettorale.

Non avrei mai immaginato di trovare, alla Leopolda, un popolo così determinato ed orgoglioso del proprio ruolo, una voglia di ripartire e di riprovarci, di testimoniare con disinteresse la vicinanza ad una persona e ad un progetto, recandosi in massa, a costo di sacrifici personali, in un luogo magico perché vibrante di passione politica.

Ma, al di là di questa doverosa ed onesta ricostruzione del clima, degli umori e delle pulsioni, mi è rimasto in bocca un retrogusto amaro per l’indeterminatezza delle conclusioni, per quel palpabile tatticismo che rievoca i sapori della vecchia politica, per la decisione anfibia di dar vita a comitati civici, che sanno un po’ di surrogato di nuovo partito e un po’ di spada di Damocle, di avviso ai naviganti che, anche se non si parla del PD, qualcosa di irreparabile potrebbe accadere.

Voglio rammentare a Renzi che, oltre il confine di un partito nel quale nemici di vecchia data e ingrati dell’ultima ora tramano per cancellarlo, c’è nel Paese un’area liberal–democratica, di ceto medioproduttivo, di professionisti e classe dirigente, priva di referenti e spesso ignorata, che respinge il populismo in tutte le sue declinazioni.

Sono i liberi e forti che non si piegano ai potenti di turno e non scendono dai carri dei perdenti, se quelli che li conducono dimostranno di meritare il rispetto di chi anela a coniugare la politica con la nettezza delle posizioni.

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La propaganda di Matteo Salvini

Prima o poi doveva accadere. È accaduto. Matteo Salvini, ministro degli Interni, è stato contestato nel quartiere San Lorenzo a Roma. La folla gli ha gridato “sciacallo, sciacallo” mentre altri, in tono minore e meno numerosi, hanno apprezzato la sua visita e si sono rivolti al ministro chiedendo aiuto. Salvini avrebbe voluto portare una rosa sul luogo dove è stata ritrovata morta Desiree Mariottini, drogata e violentata da un branco, ma a causa della contestazione non c’è riuscito e ha promesso o minacciato: “Ritornerò con la ruspa”. Dov’è l’errore? Nel tempo.

Che il quartiere San Lorenzo stia messo male lo sanno tutti e che lì si sopravviva in uno stato di abbandono in cui tutto può succedere, pure che una ragazzina di 16 anni venga violentata e sia uccisa come è accaduto con la povera Desiree, anche questo lo sanno tutti. Le violenze subìte e la fine dell’adolescente sono quello che è stato già definito un “delitto annunciato”. Ma proprio per questo: se ci troviamo davanti alla cronaca di una tragedia annunciata, perché il ministro degli Interni è andato lì?

Matteo Salvini è responsabile del Viminale da circa sei mesi. Non un tempo lungo, ma neanche un tempo brevissimo. I famosi 100 giorni, con i quali si giudicano il passo e il carattere di qualunque amministrazione, sono trascorsi da un pezzo e cosa ha fatto il ministro Salvini? Una sola cosa: propaganda. Dal primo giorno in cui si è insediato al Viminale, il leader della Lega ha continuamente soffiato sul fuoco dei cattivi sentimenti e si è proposto come la voce del popolo venuta al mondo per vendicare il popolo non si capisce da chissà che cosa. Se avesse dedicato non metà ma anche un quarto della sua giornata non alla propaganda sulla questione degli immigrati ma a considerare le situazioni rischiose che vi sono in alcuni quartieri delle grandi città – Milano, Roma, Napoli, Bari, Palermo – avrebbe fatto il suo dovere e, chissà, forse ora Desiree sarebbe ancora viva. Chiariamoci subito: nessuno gli accolla il “delitto annunciato” ma con altrettanta chiarezza gli va detto che a San Lorenzo doveva andarci prima, prima e non dopo. Perché dopo è troppo comodo. Dopo sa di sceneggiata e di speculazione e chi lo ha contestato sarà anche stato di un’altra parte politica rispetto alla sua ma la rabbia popolare, della quale proprio Salvini vuole essere un ruspante interprete, non va per il sottile e, legittima o no, questa volta proprio il ministro Salvini se l’è sentita addosso.

I ministri degli Interni non sono fatti per portare fiori e nemmeno per ritornare con la ruspa. No. I ministri degli Interni sono fatti per essere discreti, per apparire poco e garantire ordine senza propaganda ma con il lavoro quotidiano della vigilanza occhiuta (è davvero curioso ma è bene ricordare a Matteo Salvini che un ministro degli Interni di tal fatta fu Roberto Maroni, tanto che il suo ministero è, dati alla mano, quello che ha maggiormente ottenuto risultati positivi nei confronti della criminalità organizzata: si veda il libro La mafia si può vincere di Giacomo Ciriello).

I ministri degli Interni non generano disordine e se ciò accade vuol dire che sono inadatti al ruolo. Certamente Salvini oggi è stato inadatto e fuori luogo. Ha sbagliato tutto: gesto, parole, tempi. Strano per uno come lui che passa per essere un drago della comunicazione. Però, succede, sì, succede anche questo quando sei al governo da un po’ di tempo e invece di governare seriamente continui a fare propaganda, cerchi alibi e inventi nemici e, proprio tu che hai dato dell’ubriaco a Jean-Claude Juncker, sei ubriaco delle tue stesse parole e non distingui più tra finzione e realtà e ti ritrovi a tua insaputa – naturalmente – come in un film in cui la gente, il popolo, ti urla “sciacallo”. Oggi per Salvini è stato il giorno dello “sciacallo”.

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Economia Politica

Siamo un paese refrattario al buon senso? Cronaca di una tempesta economica

Dove c’è maggioranza politica, prevale la politica.

Il governo ha scommesso sulla crescita e mette in atto la «manovra del popolo».

È assodato che le modalità per trovare risorse pubbliche sono principalmente tre:

1) Si aumentano le imposte

2) Diminuiscono le spese

3) Si crea deficit

La linea sovranista del governo giallo-verde ha scelto la strada più impervia. L’aumento del deficit.

Il rapporto deficit/Pil, da un avveduto 1.6% (già concordato con la Commissione Europea) è stato fatto avanzare al 2.4% per ciascun anno del triennio 2018-2021 con verifica del percorso della crescita reale e del rispetto dell’impegno sul deficit, rafforzato da meccanismi di freno degli aumenti di spesa e verifica costante dell’attuazione degli investimenti. Una proposta azzardata, che è stata rivisitata dopo gli attacchi “pregiudiziali” subiti da parte dell’UE e dei mercati. Per rispondere al rischio di bocciatura immediata della manovra in commissione UE e per frenare la salita dello spread, il governo garantirà una discesa più accelerata del debito, anche con la disponibilità ad abbassare il deficit per il 2020 e il 2021 sotto la previsione iniziale del 2,4%, fino al 2 per cento. Sforzo necessario ma non sufficiente.

Risulta chiaro che la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) respinge la continuità con il passato, sostenuta fino all’ultimo dal ministro Tria, e prova a voltare pagina.

L’incognita che genera incertezza sulle piazze finanziarie non riguarda l’aumento del deficit in sé, bensì la qualità intrinseca della manovra rapportata al piano di investimenti.

In primis, analizziamo perché ricorrere al deficit non è la soluzione migliore. O, per meglio dire, allo stato attuale delle cose, non dovrebbe esser la soluzione primaria per accaparrare risorse.

L’obiettivo primario dei leader del governo giallo-verde è quello di mantenere le promesse prese con il popolo. Non hanno guardato in faccia a nessuno per riuscire a mettere nero su bianco quanto delineato sul famoso “contratto” di governo. Gli specialisti del MEF, non eletti da nessuno, sono stati fatti passare come gli “antagonisti” della vicenda. I perfidi tecnici sono stati presentati all’opinione pubblica come quelli che non vogliono trovare le risorse per consentire ai “buoni governanti” di portare a compimento le varie promesse elettorali. La realtà dei fatti è ben altra. Nessuno impedisce al governo di adempiere agli impegni di finanza pubblica presi con l’elettorato. Come riporta Massimo Bordignon (membro dell’European Fiscal Board) per far quadrare i conti, basta trovare coperture adeguate, cioè ridurre altre spese o aumentare altre imposte. Per esempio, nessuno vieta all’esecutivo di recuperare risorse reintroducendo l’imposta sulla prima casa, sfoltendo le spese fiscali che riducono le basi imponibile dei principali tributi, rivedendo l’articolazione delle aliquote Iva, incidendo più pesantemente sull’evasione fiscale e così via. Se non lo fa, è perché teme di perdere consenso. Prima di arrivare ad aumentare il deficit bisognerebbe passare al setaccio tante altre possibilità attraverso cui ricavare risorse.

Il consenso sul breve termine è la chiave di volta di questo governo. Ed ecco spiegato il perché della scelta relativa all’aumento del deficit. Finanziare l’eccesso di spese in deficit, genera l’illusione secondo cui spendere in disavanzo non comporti alcun costo. In realtà i costi vengono generati, tuttavia non sono percettibili subitaneamente dall’elettore. Immaginando che la realizzazione di tale manovra non generi ulteriori sussulti sui tassi d’interesse, un livello di deficit più alto significa comunque maggiori tributi da pagare da parte dei contribuenti in futuro.
Vi è poi una seconda illusione: ulteriori spese raramente riescono a finanziarsi autonomamente attraverso una più alta crescita. Ciò accade solitamente relativamente alla spesa per investimenti e in condizioni di forte carenza di domanda aggregata. Del resto, come fa notare Bordignon, il fatto che tra i paesi dell’euro siamo contemporaneamente quello con il più alto debito pubblico sul Pil e con la più bassa crescita, dovrebbe suggerire qualcosa sul legame immaginato tra deficit e crescita economica.

Il vicepremier Luigi Di Maio l’ha più volte definita la «manovra ad alto moltiplicatore».
Questo perché la linea teorica vuole che l’aumento del deficit può avere effetti moltiplicatori sulla domanda e, di conseguenza, tali effetti si ripercuotono sull’offerta e maggior produttività.
Il ragionamento fila finché non si allarga lo scenario. I moltiplicatori, diversi per le spese e per le entrate, sono in stretta correlazione con il ciclo economico. Varie ricerche empiriche dimostrano, infatti, che essi sono alti durante le fasi di recessione più profonda (ossia quando risulta utile farli scattare) e bassi/nulli nelle fasi di espansione. L’Italia, al momento, si trova in una fase di lenta crescita.

Quindi, in mancanza di un concreto e circoscritto piano di investimenti, più deficit potrebbe anche voler dire meno crescita.

Su un piano prudenziale, Federico Fubini, ha quantificato l’effetto della «manovra del popolo». “Un livello di deficit pubblico al 2,4% del Pil per l’anno prossimo equivale, in sostanza, a correre un serio rischio che il debito pubblico continui a salire oppure — nel migliore dei casi — non scenda. L’Italia ha infatti una lunga storia di superamenti degli obiettivi di disavanzo, siano essi lievi o meno lievi. Puntare al 2,4% equivale ad aprire la prospettiva di un deficit effettivo a fine anno fra il 2,5% e il 3%”. Tale livello potrebbe determinare un incremento del debito rispetto al Pil se la crescita nominale (considerando il livello di inflazione) si aggirasse intorno al 2% nel prossimo anno, cosa alquanto probabile. Da qui si instaura un effetto domino. Tale meccanismo instaura incertezza non solo sui mercati finanziari ma anche nell’ambito dell’economia reale. Famiglie e imprese intimorite dal peggioramento dei conti pubblici determinerebbero un rallentamento della crescita economica.

In sostanza, fare più deficit per alimentare il budget destinato ai sussidi – anziché incentivare gli investimenti con un aumento potenziale della crescita – provocherebbe un arresto dell’espansione economica. L’ottimismo è scarso. La manovra politico-economica del governo è sicuramente fonte di stimolo e mira ad una linea espansiva, tuttavia si concentra più sui trasferimenti che su misure che aumentino la crescita potenziale interna.

L’ufficio Parlamentare di Bilancio nega la validazione dei numeri contenuti nella NADEF. La prima bocciatura ufficiale del documento governativo, il quale è stato oggetto di critiche anche da parte di Bankit e Corte dei Conti. Nel frattempo il FMI taglia le stime sull’Italia, sulla base del fatto che le riforme passate sulle pensioni e sul mercato del lavoro dovrebbero essere preservate e dovrebbero esser perseguite misure ulteriori come ad esempio la decentralizzazione delle contrattazioni salariali a livello aziendale per allineare gli stipendi alla produttività.
Lo scenario non è brillante. Ad aggravare la situazione sarà l’esito riguardo al merito di credito espresso dalle agenzie di rating a fine mese. Il rating è la vera spada di Damocle: potrebbe esser il colpo di grazia che mette fine alla «manovra del popolo». Con una fetta importante del deficit che sarà, con ogni probabilità, destinata a voci di spesa corrente improduttiva come il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, il giudizio non sarà generoso.

Le istituzioni dei tecnici si scontrano con gli operatori del popolo. Chi la spunterà? Sicuramente un giudice super partes è rappresentato dal mercato finanziario.

In questi giorni, l’incertezza è aumentata poiché non risulta esser chiara la linea del governo nei riguardi del debito e su come si intenda ridurlo. L’insicurezza aumenta e il paese viene esposto a rischi e scenari volatili.

Non a caso, lo spread Btp-Bund è arrivato a toccare quota 315 e quello sul Bonos spagnolo sfonda quota 200. Le borse europee mostrano la tendenza ad una chiusura debole. L’euro risulta esser estremamente sensibile verso le repliche del Governo italiano nei confronti dei rimproveri provenienti dai vertici europei. Lo scontro verbale tra Bruxelles e Roma tiene alta la tensione sui Btp italiani, i titoli bancari rimangono sotto pressione e il Ftse Mib tocca i minimi da 17 mesi scivolando del 2%. La Commissione Europea decide di usare il pugno di ferro e avverte che l’Italia sta oltrepassando il livello di flessibilità consentito e Junker si dice pronto ad applicare le regole del Patto. L’Italia risponde e rattoppa il testo del documento economico ritoccando al ribasso le cifre del deficit/Pil. Lavorare sotto una così imponente duplice pressione non promette bene.

L’ipotesi di un governo propenso ad adottare strategie politiche che spalleggiano l’ipotesi di un’Italexit spaventano molto di più gli investitori rispetto all’avanzamento del rapporto deficit/Pil. Il sostegno degli italiani nei confronti dell’euro è l’indicatore chiave della questione “spread”.

Nel tempo è possibile notare che nell’Eurozona i differenziali di spread si allargano molto quando viene messa in discussione l’integrità dell’Unione monetaria. Gli investitori temono, in primis, che un debito sottoscritto in euro venga poi rimborsato in valuta interna nazionale (lire, dracme).
Come riporta il WSJ, fino a che l’appoggio per l’euro non si sbriciola, c’è una regola per gli investitori di lungo termine: se i rendimenti dei bond di un qualsiasi paese dell’area euro sono superiori a quelli della Germania, comprateli. I titoli decennali italiani pagano il 2,7% in più rispetto a quelli tedeschi, i mercati presto torneranno a stabilizzarsi.

A supporto di questa tesi, deve esser considerato anche un altro indicatore rispetto allo spread Btp-Bund, ossia quello che misura la differenza dei rendimenti tra i Btp a 10 anni e quelli a 2 anni.
La differenza tra i due differenziali è sostanziale. Vanno letti al contrario: il primo si impenna quando si palesano situazioni di incertezza, il secondo si muove seguendo un rapporto inverso.
Più è alto meglio è, quando tocca quota “zero” significa che gli investitori non ripongono più fiducia nelle capacità del governo in materia di politica fiscale.

Quando il rendimento dei titoli a lunga scadenza viene eguagliato o superato dal rendimento dei titoli a breve scadenza si innalza il “rischio paese” e si segnala, senza alcun dubbio, che i mercati iniziano a prezzare l’ipotesi di una recessione/default. Quindi, se adottiamo una visione parallela e confrontiamo le due tipologie di spreads, ci accorgiamo che il secondo spread riporta uno scenario meno volatile rispetto al primo. I rendimenti dei Btp a due anni stanno salendo dell’1,58%, quasi 200 punti base in meno rispetto a quelli dei decennali, ossia a lunga scadenza (3,38%).

Il “buon senso” verso cui l’Italia sembra esser refrattaria, avrebbe voluto che una manovra economica di tale portata fosse pensata, strutturata e comunicata meglio.

Cosa succederebbe se quel 2.4% risultasse insufficiente per portare avanti le politiche governative? Le poche informazioni circa i dettagli delle misure fiscali fanno aumentare il rischio verso un deficit propenso ad avvicinarsi ai limiti del 3% imposti dall’UE. Probabilmente serviranno risorse addizionali, in vista di un aumento dei tassi di interesse, la chiusura del QE e il blocco degli aumenti IVA.

Lo scenario macroeconomico globale mostra un alto rischio per i paesi finanziariamente deboli. L’America ha già intrapreso la manovra monetaria inversa, ossia l’aumento dei tassi d’interesse. Tale manovra porta con sé un probabile drenaggio di capitali dal resto del mondo. Da inizio 2018, sull’effetto di un aumento del tasso sui titoli pubblici decennali pari a 80 punti base in USA, i tassi di Germania, Spagna, Portogallo e Francia non si sono mossi. Tuttavia, quelli Greci sono saliti di ben 50 punti. Solo in Italia, se lo stato vuole emettere titoli a dieci anni paga oggi interessi più alti per 140 punti base rispetto ad inizio anno.

La «manovra del popolo» comporterà ampie emissioni di Titoli di Stato, il loro assorbimento da parte del mercato è destinato ad assottigliarsi, poiché allargare la base degli investitori istituzionali, tra italiani ed esteri, è impresa quanto mai ardua e verranno richiesti tassi di interessi crescenti, dal momento che a partire da lunedì 1 Ottobre gli acquisti mensili della Bce con l’allentamento quantitativo sono stati ridotti a 15 miliardi.

La manovra del governo giallo-verde, al momento, risponde perfettamente ai requisiti del modello del ciclo politico-economico/elettorale descritto a suo tempo da W. Nordhaus. Rinsaldare il consenso popolare è il fulcro di tale linea politico economica. Le preferenze e i comportamenti degli elettori determinano, naturalmente, il corso di azioni più conveniente da seguire per i politici. Gli eventuali effetti negativi saranno scontati nel lungo termine. Mentre nel breve termine il mandato delle forze politiche potrà godere di pieno consenso.

Molti governi hanno lavorato in deficit, il cui rapporto con il Pil spesso è stato posto ad un livello superiore rispetto a quello del governo penta-stellato. Ciò che è differente rispetto al passato è il cambio radicale di direzione politica, filosofica e di governo. Il deficit del governo attuale non è un evento eccezionale sul piano economico-contabile, lo è sul piano puramente politico. Sotto all’azione economica del governo populista si cela un messaggio per l’Europa, ossia: “non condividiamo la vostra impostazione” tuttavia “siamo pronti al negoziato, a garanzia di un bilancio sotto controllo, con una riduzione del debito alimentata da una maggiore crescita”. La «manovra del popolo» abbatte il tabù dell’austerity e chiarifica che non esiste un’unica linea di politica economica.

La manovra economica che si appresta a venire fuori dal DEF mette in risalto la ristrettezza delle regole di Maastricht e la volontà di voler riaggiustare i principi economici ed istituzionali europei dall’interno. L’influenza del ministro Paolo Savona ha sicuramente giocato un ruolo predominante. Scenari che stravolgono i canoni classici europei probabilmente servono all’Europa stessa per crescere, sperimentare e cambiare in meglio. Questo perché, l’euro non è una scommessa da vincere o perdere. Bensì, rappresenta una importante realizzazione istituzionale che va sempre più rafforzata per assicurare stabilità e sviluppo.

Per l’Italia non è il momento di politiche restrittive, l’Italia ha bisogno di crescita e sviluppo attraverso la creazione di stimoli alla domanda aggregata.

Un aumento del deficit può esser uno strumento attraverso cui raggiungere l’obiettivo di espansione.
Per tale motivo, questa manovra non deve esser demonizzata del tutto.
Ma una buona amministrazione deve saper utilizzare lo strumento del deficit in ottica di lungo periodo, scontando non solo gli effetti positivi del breve periodo affinché il mandato governativo venga riconfermato dal consenso elettorale.
Gli investimenti pubblici e privati hanno bisogno di maggior stimolo per supportare tale strumento e far sì che il denominatore avanzi. Idem per il rilancio delle opere pubbliche e per una riduzione della pressione fiscale e burocratica sulle PMI. La pubblica amministrazione ha bisogno di una riforma strutturale per consentire il miglioramento dell’attività ordinaria e straordinaria (i centri per l’impiego e la task force per la trasformazione digitale dovranno mostrare una massima efficienza e coordinazione). Come riportato dall’ultima raccomandazione OCSE, la crescita della produzione va ottenuta con gli investimenti. Si dovrà cercare di costituire nel breve termine un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione”, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati.

Buon senso, ottica di breve e lungo periodo, pianificazione sugli investimenti e piedi ben saldati nell’Eurozona. Condizioni obbligatorie per non far crollare la nostra reputazione.
L’Italia ha bisogno di un progetto-Paese realistico e plausibile, orientato allo sviluppo, che torni a far rendere credibile la nostra penisola agli occhi degli investitori esteri. Un progetto di così larga veduta che riesca ad invertire la tendenza, affinché si arresti l’aumento del debito indotto dal perdurante disavanzo corrente.

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C’è poco da fare, serve una nuova forza liberale

Qual è il problema italiano? Questo. Al governo ci sono forze sociali, prima che politiche, che credono che la ricchezza di una nazione non dipenda dal lavoro e dalla capacità di produrre bensì da uno Stato magico che deve garantire stipendi senza mansioni, pensioni senza contributi, tasse senza servizi. All’opposizione ci sono ex forze politiche che un tempo ebbero l’occasione di rimettere in ordine le cose, dando priorità al lavoro all’impresa al rischio alla libertà, ma non fecero niente per non scontentare gli Italiani sempre così fedeli alla massima che le riforme sono tanto belle ma bisogna iniziare a farle con il vicino di casa e con l’altra corporazione. Così con il passare del tempo e un governo inconcludente dopo l’altro, con un ceto politico sempre più squalificato e propagandistico si è arrivati alla rivolta popolare via social che ha portato al potere non la fantasia ma direttamente l’ignoranza. Chi crede che questa situazione cambi senza traumi è un illuso.

Le forze di opposizione, che sarebbero Forza Italia e il Pd, credono, un po’ per convenienza e un po’ per viltà, che il governo durerà poco. Berlusconi da una parte e Renzi dall’altra sono due mirabili cornuti. Il primo, suo malgrado, è un cornuto felice e attende che la moglie, la Lega, dopo essere scappata con l’amante, ritorni a casa per fare un nuovo governo di centrodestra. Il secondo, anche lui suo malgrado, è cornuto e mazziato perché gran parte della sinistra non solo è pronta ma è già accasata con il M5S del quale è così succube da continuare a farsi mettere le corna e farsi bastonare. Ma credere che il governo si sfasci e che le forze, prima politiche e poi elettorali, si scompongano per poi ricomporsi secondo il vecchio schema del passato è la Grande Illusione. Il ritorno del passato è solo il frutto immaginativo della debolezza del presente che cerca una consolazione o un rifugio per le proprie paure e per l’inarrestabile mutamento.

Le forze della maggioranza sommano al loro interno tanto il realismo quanto la demagogia, sia il governo sia l’opposizione. Lo possono fare perché giocano in splendida solitudine. Così andranno avanti vita natural durante o almeno fino a quando continuerà ad esistere uno straccio di Stato indebitato fino al collo e una cosa strana chiamata non si sa più perché Italia. Potrà sembrare curioso, ma sono proprio le forze estreme che sono al governo a costituire il centro mentre le opposizioni moderate, nutrendo comode speranze e false illusioni, si sono auto-relegate ai margini e hanno condannato le loro intenzioni liberali alla sconfitta permanente.

Una nuova situazione bipolare non nascerà fino a quando le forze più o meno liberali, di destra e di sinistra, continueranno ad essere suggestionate dall’idea comoda e irreale di ritorno al passato. Perché nasca una cosa nuova è necessario fare un passo avanti e non due indietro: è giocoforza prendere coraggio e unire i liberali da destra a sinistra nella consapevolezza che si dovranno contrapporre ai demagoghi. Solo quando si uniranno coloro che credono nello Stato di diritto, nella società aperta, nel mercato, nella crescita e nel lavoro, si avrà un contraccolpo nel campo di Agramante che ora, causa disperazione e demagogia imperante, tiene insieme interessi contrastanti.

Il patto del Nazareno, che fu fatto per finta e con vergogna, va fatto seriamente. Ma le facce di ieri non possono essere le facce di domani. Il rinnovamento passa inevitabilmente per un ricambio degli uomini che devono essere disposti a mettere al centro due cose: verità e lavoro. L’Italia non si risolleverà fino a quando non ci sarà qualcuno disposto a dire in spirito di verità che è necessario ritornare a lavorare e sacrificarsi tralasciando tutele che sono privilegi, garanzie che sono comodità, tasse che sono furti.

Il mondo è cambiato da molto tempo. L’Italia è cambiata peggiorando perché ha creduto di potersi difendere dal mondo amministrando le risorse esistenti, vendendo i debiti e aspettando la fine della tempesta. La classica stasi che produce o la reazione o l’avventura. O, peggio, entrambe con un governo che per abolire la povertà ci condannerà alla miseria sociale.

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Caro Ferrara non sono d’accordo, sbagliato chiamare Salvini il Truce

È difficile ricordare – ha scritto Ginevra Cerrina Feroni – un tale concentrato di smisurati paragoni, di risibili esagerazioni, di attacchi forsennati fino alla psichiatrizzazione del nemico come quello in atto contro il nuovo Governo. Specificamente contro Malteo Salvini, nella sua carica istituzionale di Ministro dell’Interno e di Vicepresidente del Consiglio. Si azzardano paralleli grotteschi tra questa situazione politica e quella del nazifascismo, tra la questione dei migranti e l’olocausto (Oliviero Toscani), si assimila Salvini a Hitler e a Mussolini (Luigi De Magistris) o al nazista sterminatore Eichmann (Furio Colombo). E per non essere da mono, anche noti philosophes, attivissimi nel talk show, abbracciano lo stesso registro».

Come sul Fatto Quotidiano Silvio Berlusconi è tout court il “Pregiudicato”, così sul Foglio Salvini è “il Truce”. È uno stile “comunicativo” al quale non riesco ad abituarmi, anche se non sono un elettore di Salvini e populisti e sovranisti non fanno parte della mia mite famille spirituelle. Non della Lega e del governo gialloverde, intendo, però, parlare bensì del passaggio dell’articolo di Ferrara in cui, in polemica con Giovanni Orsina, si rivendica la lucidità nei confronti dei populisti di oggi e dell’altroieri. «In un recente editorialissimo sull’Espresso, Orsina afferma che i rivoluzionari napoletani del 1799 erano anche loro fuori della realtà, e ne patirono le conseguenze come sempre l’intellighenzia quando è disutile e non s’incontra con il popolo, come ricordò Vincenzo Cuoco nel suo famoso saggio. Giusto. Qui abbiamo pubblicato pezzi paradossali e molto borbonici del compianto Ruggero Guarini, uno che i giacubbini se li mangiava per colazione, tanto per dire che vedevamo i limiti dei democratici e liberali del ’99». L’ex comunista Ruggero Guarini era quello che scriveva a Dell’Utri: «La rivoluzione napoletana del 1799, con cui si pretende che sia incominciato il mio Risorgimento, non avvenne mai. Quel che avvenne fu una vittoria dei conquistatori francesi che dopo aver sbaragliato l’esercilo borbonico, messi in fuga il re e la regina e soffocato nel sangue la resistenza dei Lazzaroni, permisero ai giacobini locali, che non avevano mosso un dito, di fondare una repubblica fantoccio. II Risorgimento non fu, come il termine lascia credere, un movimento di popolo, ma una lunga serie di cospirazioni e sommosse, ordite da movimenti elitari, sfociate in una serie di guerre di conquista combattute e vinte dal Piemonte (col sostegno di un’esigua minoranza di “patrioti” e di alcuni Stati europei) per annettersi tutti gli altri staterelli preunitari. «Quale Italietta liberale?». Gli anni «dopo l’unità, dipinti come sereni e operosi dai suoi apologeti, furono segnati dal terrorismo di stato e dell’accresciuta miseria delle sue popolazioni più derelitte».

Non me ne voglia Ferrara se non mi associo al rimpianto per la perdita di uno dei padri spirituali di Pino Aprile, di Angela Pellicciari e della storiografia dei “panni sporchi dei garibaldini”. I miei maestri continuano ad essere – non me ne vergogno – Gaetano Salvemini, Rosario Romeo, Renzo De Felice (autore, quest’ultimo, di due saggi stupendi sulla nazione), Giuseppe Galasso, persino il “fascista” Gioacchino Volpe, un gigante della storiografia moderna. Ma de gustibus non est disputandum e ciascuno si tenga e onori i suoi santini.

Non posso non reagire, invece, come storico del pensiero politico, nel vedere messi sullo stesso piano Vincenzo Cuoco e i neoborbonici, uniti dalla critica all’astrattismo rivoluzionario. Il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 è il primo grande documento storico del liberalismo italiano non un processo al proto Risorgimento. Come il suo contemporaneo Benjamin Constant, Cuoco condannava il democratismo astratto alla Rousseau ma rendeva omaggio ai valori dell’89 e a quanti si erano immolati per la libertà dei popoli. «Salviamo da tanta rovina taluni esempi di virtù: la memoria di coloro che abbiamo perduti è l’unico bene che ci resta, è l’unico bene che possiamo trasmettere alla posterità. Vivono ancora le grandi anime di coloro che Speziale ha tentato invano di distruggere; e vedranno con gioia i loro nomi, trasmessi da noi a quella posterità che essi tanto amavano, servir di sprone all’emulazione di quella virtù che era runico oggetto dei loro voti. Noi abbiamo sofferti gravissimi mali; ma abbiam dati anche grandissimi esempi di virtù. La giusta posterità obblierà gli errori che, come uomini, han potuto commettere coloro a cui la repubblica era affidata: tra essi però ricercherà invano un vile, un traditore. Ecco ciò che si deve aspettare dall’uomo, ed ecco ciò che forma la loro gloria».

Che cosa tutto questo c’azzecchi con Guarini e i nostalgici dei gigli borbonici è un mistero. Il fatto è che Ferrara ha una formazione culturale che non gli consente di intendere la genesi, la natura, le funzioni civili svolte dallo stato nazionale. Ogni discorso identitario per lui puzza di orbanismo e non a caso, negli anni passati, spalancò le porte del Foglio a tutti i “revisionisti” (chiamiamoli così, l’anima di De Felice ci perdoni) della Vandea storiografica che il tema della gramsciana “conquista regia” e dei delcarriani “proletari senza rivoluzione” mischiarono con nostalgie e rimpianti per il Regno delle Due Sicilie (quello di Ferdinando II, beninteso, non quello di Carlo III che fece di Napoli una delle capitali europee dell’illuminismo).

Ognuno, ci mancherebbe altro, può pensarla come vuole ma a me sembra innegabile che queste demistificazioni del Risorgimento e dell’Italia unita abbiano contribuito a quello “sfascismo” che cancellando la memoria storica, la pietas storicistica appresa alla scuola di Benedetto Croce, ha fatto del nostro popolo qualcosa di informe, di plasmabile à merci, privo di identità e di tradizioni condivise e disposto a votare per chiunque sia disposto a fare ammuina. Forse al successo del Truce anche Ferrara ha portato il suo granello di sabbia.

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Democrazia, liberalismo e populismo: un quadro intricato?

Se c’è una cosa piuttosto evidente, di questi tempi, è che lo spazio per i liberali è sempre più angusto. La si può considerare un’affermazione pessimistica ed eccessiva e forse è così; d’altro canto, però, potrebbe anche identificare una pura e semplice constatazione della realtà in cui ora ci si muove. È bene sottolinearlo: il liberalismo in Italia (e non solo) non ha mai goduto di popolarità, e pure comprensibilmente. È difficile essere liberali. Significa avere come riferimento l’individuo e, dunque, non idolatrare alcun potere che possa in qualche modo calpestarlo. Significa, in definitiva, maturare responsabilità e crescere interiormente qualora si fallisca in qualche progetto: non è andando in cerca di presunti colpevoli esterni che si progredisce; tocca piuttosto guardarsi dentro e autocorreggersi. Significa non spiegare fenomeni sociali come semplicistico frutto di azioni orientate aprioristicamente a quel determinato scopo (vedasi il fenomeno del complottismo tanto in voga), bensì come esito inintenzionale dell’intersezione e della coagulazione di molteplici azioni individuali intenzionali. Significa non avere certezze, ma coltivare la virtù del dubbio, che è poi il motore della scienza. Significa, in campo economico, lasciare spazio alla libera creatività individuale e affidarsi al mercato. Infine, un liberale non può che rispettare il pensiero altrui e in politica, di conseguenza, onorare le regole del gioco e lo stato di diritto che ci protegge tutti dall’arbitrio di chicchessia.

Ebbene, è di qualche giorno fa un dibattito a distanza, tutto interno al campo liberale, sulla situazione in cui la politica italiana si trova e sulle sfide illiberali che si stanno palesando. Apertosi con un’intervista concessa il 24 agosto a “Il Foglio” da Giovanni Orsina – storico e, per estensione, politologo di indubbia qualità –, è continuato il 28 agosto con la risposta allo stesso quotidiano di un altro eminente studioso qual è Angelo Panebianco. Pur se vi siano stati interventi successivi di altri opinionisti, mi sembra significativo focalizzarsi sulle due interviste sopramenzionate.

L’essenza della questione è se vi sia lo spazio e l’opportunità di confrontarsi o meno con chi in Italia viene identificato come “populista”, ovvero M5S e Lega. Orsina, mettiamola così, è più rassegnato e conciliante, ma non nel senso che è dell’idea di saltare sul carro del vincitore. Direi che la sua posizione può considerarsi come fondamentalmente connotata da pessimistico realismo. Egli sostiene, infatti, che è inutile opporsi frontalmente a chi tiene in mano ormai il 60% dei consensi (secondo gli ultimi sondaggi condotti), poiché questo progetto sarebbe destinato a infrangersi con la cruda realtà. Un’azione più utile e proficua potrebbe consistere, allora, nel tentativo di aprire un dialogo e «romanizzare i barbari». Panebianco, per converso, afferma che sia alquanto irragionevole cercare di confrontarsi con putiniani (Lega) e peronisti (M5S), giacché allergici, o forse costitutivamente alieni, all’alfabeto liberaldemocratico. Crede, in altre parole, che sia necessario spendersi attivamente affinché la democrazia liberale non cada sotto i colpi inferti dal moralismo giustizialista e anti-pluralista tipico dei populisti. Dunque, se il primo ritiene che il nostro regime politico possa resistere solo includendovi anche i “barbari”, il secondo, al contrario, è dell’opinione che essi lo distruggeranno se non verranno arginati adeguatamente e in tempo utile.

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma questi populisti, o come li si voglia chiamare, sono in grado di fare i conti con un regime costituzional-pluralistico oppure, in virtù della loro (presunta) superiorità morale (soprattutto pentastellata), tendono inevitabilmente a passare sopra a chi non è dei loro? Questa domanda è cruciale, poiché dalla natura di questi movimenti dipendono anche i loro comportamenti futuri. I segnali, diciamo così, non sono confortanti. Il retroterra valoriale dei movimenti in oggetto non sembra affatto conforme alla dialettica liberaldemocratica. Anche se, e non per giustificare i populisti, tocca comunque sottolineare che l’Italia non è mai stata un Paese in cui la dialettica liberaldemocratica ha trovato terreno fertile.

Come rileva da parecchio tempo Dino Cofrancesco (si veda in particolare il decalogo del “canone ideologico italiano” da lui stilato e pubblicato su “Il Dubbio” dell’11 marzo 2018), altro stimabile studioso di area liberale, la cultura politica italiana è piuttosto (eufemismo) restia a rispettare le regole del gioco e la lotta politica si configura sempre come una lotta campale tra il Bene (chi la pensa come me) e il Male (il Nemico da abbattere), dimentica, in tal modo, della lezione weberiana. In questo senso, i populisti non hanno avuto buoni esempi passati e ciò non fa che rinforzare un loro tratto peculiare, ovvero la marcata ostilità per il pluralismo, giacché il popolo o è monolitico o non è. Se a ciò si aggiunge che la politica tradizionale si è fatta sempre più oligarchica e, con le parole di Peter Mair, viene «considerata sempre meno come qualcosa che appartiene alla cittadinanza o alla società e, al contrario, come un qualcosa nelle mani dei politici», il quadro non può che essere cupo.

Detto altrimenti, le responsabilità non stanno da una sola parte. Da un lato, la politica tradizionale dovrebbe tornare a rappresentare, ad includere, parlando di contenuti e non discutendo esclusivamente di nomi e facce. Infatti, se in una cosa gli studiosi di quel vago e brumoso fenomeno che è il populismo sono abbastanza concordi è nel vederlo come il sintomo o la “febbre” di una democrazia malata, e non la causa primigenia. Dall’altro lato, i movimenti ostili alla democrazia liberale o introiettano i fondamenti della società aperta e dello stato di diritto – i quali, come detto, vanno meglio introiettati da tutte le forze politiche – oppure ci condurranno nel baratro dell’intolleranza e della società chiusa. Infine, noi cittadini dovremmo renderci conto che la politica non è tutto e non è da essa che traiamo la nostra dignità né la nostra identità personale. Inoltre, e non è poco, manca dei poteri che noi spesso le attribuiamo quasi che ci possa salvare dalla catastrofe, quando più spesso è essa stessa che ci conduce verso non piacevoli lidi.

Pertanto, serve con urgenza – in realtà è da decenni che ne avremmo bisogno – sviluppare una cultura anti-moralistica che incentivi un dialogo sano e rifiuti discorsi da scontro finale, quasi che la politica diventi, con Alasdair MacIntyre, «una guerra civile condotta con altri mezzi»; una cultura che promuova il pluralismo e non imponga in modo per l’appunto moralistico e manicheo il monismo. Una cultura, in definitiva, che rifugga l’ideale democratico declinato in modo assoluto e totalizzante, che eviti di riempirsi la bocca di soggetti collettivi inesistenti che hanno legittimato nel passato la conculcazione dell’individuo, giacché, se così fosse, si spalancherebbero le porte di una democrazia illiberale o, per dirla con Tocqueville, di una «tirannide democratica» sideralmente distante dalla «libertà democratica» propria di una democrazia tendenzialmente liberale. Vale la pena concludere, a questo punto, con una piana ma quanto mai efficace sintesi di Max Weber: «la democrazia sta bene, ma al suo posto». Prima lo si tornerà a capire, prima si eviteranno degenerazioni pericolose.

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Salvini? Per certi versi, siamo noi

Il duro scontro in atto tra ministro degli Interni e procura di Agrigento ripropone, ancora una volta, il conflitto tra la politica e i giudici. Non bisogna, però, ricondurre lo scontro di oggi a quanto avveniva ieri. I governi Berlusconi, infatti, quelli contro i quali le toghe rosse hanno dato il meglio di sé, erano “corrotti” e “ingiusti” per definizione e, dunque, la crociata giudiziaria era sacrosanta. Il governo Renzi era una sorta di succedaneo dei governi Berlusconi e il tentativo, da parte di Renzi, di usare a sinistra le ragioni della destra, limitando anche il giustizialismo quale arma politica illegittima usata e abusata dalla sinistra, si è scontrato sia con i magistrati sia con il giacobinismo del M5S che ha portato al massimo grado di perfezione la demagogia giustizialista.

Lo scontro in atto, dunque, non ubbidisce allo schema tanto semplice quanto falso di buoni e cattivi, onesti e disonesti bensì a quello tra giusti e giusti, onesti e onesti. Il ministero della Lega e del M5S si è autodefinito “governo del cambiamento” o “governo sovranista” o “governo degli onesti” o “governo dei cittadini” che sono tutte espressioni che oltre a non dire nulla intendono dire che ora gli italiani – gli italiani onesti e giusti – hanno preso il potere e sono intoccabili perché fanno per definizione solo cose oneste e giuste. Qualunque esse siano. Insomma, il governo della Lega e del M5S è l’esecutivo con cui il giustizialismo è andato al potere e può fare giustizia di tutto perché è inarrestabile. Questo è il fondamento della stupida Terza repubblica.

Questa differenza tra ieri e oggi è non solo importante ma decisiva se si vuole capire cosa sta accadendo e a cosa siamo destinati. Il governo giustizialista, infatti, avendo introiettato la logica giudiziaria pensa e agisce secondo colpe, reati, imputazioni, ingiustizie. I ministri non ritengono di essere amministratori e uomini di azione fallibili come tutti noi, ma superuomini di pensiero e di azione che sono infallibili perché le loro scelte da una parte condannano le colpe di chi ha governato fino a ieri e dall’altra sono legittimate dalla illimitata sovranità popolare. Non a caso le prime parole di Matteo Salvini rivolte alla procura agrigentina sono state: “Non mi fermo, possono arrestare me, ma non la voglia di cambiamento 60 milioni di italiani” (esagerazione grossolana dovuta sia alla megalomania sia alla emozione del momento).

Se le cose stanno così, allora, l’intervento della magistratura oggi è da un lato vano e dall’altro lato è diverso rispetto al passato. È vano perché la magistratura per il troppo uso è diventata politica e la politica ha creato il governo giustizialista; è diverso perché il magistrato vuole porre un argine o un limite all’azione del ministro che crede di poter agire senza limiti. Noi oggi – tutti noi, una nazione intera al cospetto dell’Europa e del mondo – stiamo toccando con mano l’importanza liberale dei limiti che per troppa tracotanza politica, giudiziaria, intellettuale, non abbiamo voluto comprendere in passato pensando che ci siano governi giusti e governi ingiusti e basta stare dalla parte giusta per risolvere tutto. Questo è tribalismo. Come se ne esce? Non lo so. Non senza pazienza, non senza sacrifici, non senza pagare il prezzo degli errori.

Il problema che abbiamo davanti non è solo quello di fermare Salvini ma quello più ampio di capire come limitare l’idea del governo senza limiti. Per certi versi, Salvini siamo noi allo specchio (mi ci metto pure io, anche se sono un sopravvisuto). Proprio così: in Salvini si specchiano anche i suoi oppositori, gli antirazzisti, gli umanitari, i buoni, quelli che con i loro tenerissimi sentimenti di giustizia politica hanno armato il sovranista governo giustizialista.

La infelice vita pubblica italiana diventerà un po’ più decente quando qualcuno dirà la verità in pubblico: il governo, qualunque esso sia, non può fare tutto e, anzi, deve governare il meno possibile. Il governo sovranista in questo è esemplare: gode di poteri illimitati che sono meravigliosamente inutili. Anzi, più sono illimitati e più sono dannosi. Il caso della nave Diciotti e degli immigrati sta qui a dimostrarlo. Opporsi al ministro degli Interni sul piano umanitario non ha molto senso giacché il problema che crea Salvini è politico: non ha risultati e con la logica del capro espiatorio va alla ricerca del colpevole di turno che ora è l’Europa, ora è il Pd. Lo stesso meccanismo è all’opera con i vaniloqui di Luigi Di Maio che va a caccia di imputati e non conosce l’abc della sua materia ministeriale. La soluzione unica che il governo sovranista-giustizialista ha per tutto è la nazionalizzazione che, invece, è esattamente l’origine dei problemi nei quali ci dimeniamo perché nazionalizzare significa dare a uno il potere di tutti per intervenire nelle nostre vite senza poter far ricorso alle libere scelte.

Purtroppo, molti di coloro che si oppongono all’acefalo governo Conte ne condividono lo spirito statalista e credono in maniera feticista che statale è meglio di privato, che la redistribuzione è giusta e la produzione è ladra, che il pubblico ci salva e l’economia di mercato ci danna. Cambiano i colori e le fazioni e gli schieramenti e gli insulti ma la cultura politica arcaica e illiberale rimane la stessa con il solito ritornello: lo Stato ci deve salvare.

Con queste idee siamo arrivati fin qui: a pensare di creare un potere illimitato per la soluzione dei nostri problemi. Per uscirne dobbiamo essere disposti a pensare il contrario: volere un governo limitato che lavori su poche cose certe e lasciare a noi stessi la libertà di governare la nostra vita senza risentimento per i fallimenti propri e i successi altrui.

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Il narcisismo? Ci riporta alla società chiusa

Capita, a volte, che nel pletorico magma delle novità editoriali vi siano testi che spiccano mettendo ben in luce problemi contemporanei assai gravosi. In questo caso, si vuol parlare dei “mostri” che la democrazia coltiva dentro di sé, ovvero delle degenerazioni che lo spirito democratico in qualche modo presuppone e alleva, su tutti l’egualitarismo spinto al parossismo.

Due sono i libri a noi coevi che, a mio avviso, si dimostrano sommamente benefici per cercare di meglio comprendere cosa stiamo vivendo. Il primo è di un brillante storico contemporaneista della LUISS Guido Carli di Roma, Giovanni Orsina, il quale va ricordato, anche se non solo, per quello che probabilmente è il meno partigiano, e dunque il più lucido e utile studio sul fenomeno del “berlusconismo” (Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, 2013). Da qualche mese è in libreria il suo ultimo lavoro che ci aiuta a capire il presente democratico, o forse, e più semplicemente, le tendenze insite nello stesso regime politico: La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica (Marsilio, 2018).

Complementare al libro appena citato è La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia (trad. it., Luiss University Press 2018), scritto da Tom Nichols, professore presso l’U.S. Naval War College e alla Harvard Extension School. Ebbene, a detta di chi scrive, questi due volumi andrebbe letti congiuntamente poiché si rinforzano l’uno con l’altro. In altre parole, la loro unita lettura consente una più lineare comprensione del fenomeno in oggetto, giacché, se il primo si focalizza soprattutto sulla parte teorica – benché vi sia un interessante capitolo, di cui tuttavia non mi occuperò, dedicato all’analisi di Tangentopoli a partire dagli strumenti concettuali forniti da Elias Canetti – il secondo si concentra maggiormente sulle ricadute empiriche dell’egualitarismo sfrenato, e in particolare sulla valutazione del cittadino massificato nei confronti della scienza.

La democrazia del narcisismo

Orsina si propone di spiegare come la politica sia in crisi, non già partendo da una disamina dei fattori ad essa esogeni, bensì andando a scandagliare il problema alla radice, cioè a dire al cuore della democrazia medesima. Rifacendosi al noto “dilemma di Böckenforde” – «Lo stato liberale secolarizzato si fonda su presupposti che esso stesso non è in grado di garantire» – vede come la liberaldemocrazia faccia delle promesse che non può assolutamente mantenere. In altre parole, fondandosi su una (imperfetta e difficilmente amalgamabile) mescolanza di eguaglianza e libertà, essa fa credere che ciascun cittadino abbia un’eguale e totale padronanza della propria esistenza e possa desiderare tutto ciò che vuole. In tal modo, viene allevato uno spirito profondamente capriccioso, il quale, divorato da una costante e crescente bramosia, è spinto alla perenne insoddisfazione, all’invidia che l’egualitarismo democratico incentiva e alla ricerca di colpevoli per la sua mancata realizzazione. Come osserva l’autore, il delicato meccanismo liberaldemocratico «funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti», se «la promessa pubblica di autodeterminazione [si fonda] sulla capacità privata di autolimitazione». La compassionevole e melliflua retorica dell’aver diritto illimitato a tutto innesta una dinamica perversa che, se da un lato spinge a ricercare sempre maggior assistenza statale, dall’altro questa, non riuscendo a far fronte alle sempre più pressanti richieste, diviene il capro espiatorio su cui riversare fiele, giacché ha tradito le sue promesse. Nasce e cresce, così, l’antipolitica, gemella allevata dalla politica durante la sua azione volta a blandire e titillare l’elettorato.

In effetti, l’unico modo per tenere sotto controllo le derive democratiche pare, come conclude l’autore, un realistico disincanto nei confronti del regime politico in oggetto. Ciò significa, giocoforza, tornare consapevoli che la politica non può donarci la certezza né, tantomeno, aiutarci nel raggiungimento della perfezione. Analogamente, va combattuta la degenerazione che segue all’eguaglianza politica. Il pericolo, infatti, è che si manifesti una massa di individui omogenei e uniformi, come già osservava Tocqueville, autocentrati e incapaci tanto di differenziarsi – ancora l’autore de La democrazia in America: «la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne. Non ha da temere auto-da-fé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a persecuzioni quotidiane. […] Egli allora cede, si piega sotto lo sforzo quotidiano e rientra nel silenzio, come se provasse rimorso di aver detto il vero» – quanto di giudicare il mondo in maniera non viziata dalla sindrome derivante dall’egualitarismo sfrenato: quella del narcisista. La specificità di questa figura, nota lo storico, «consiste nel fatto che la sua ossessione di sé è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonoma l’una dall’altra – di distinguere il dentro dal fuori, l’oggettivo dal soggettivo». Ora, se risulta assai complesso sceverare l’oggettivo dal soggettivo, dal momento che è alla base del giudizio dal reale sta il “politeismo dei valori” di weberiana memoria, è pur evidente che il problema di un’inabilità dell’individuo democratico a giudicare coscienziosamente e criticamente la realtà esiste eccome.

Si tratta, come ricorda Orsina, di un individuo non distante dal “bimbo viziato” di cui parla Ortega y Gasset ne La ribellione delle masse e Huizinga ne La crisi della civiltà – di cui tratteremo appositamente in un altro intervento – asserendo che «la vita per lui è diventata un giocattolo». Perché? Molto brevemente, la risposta è da ricercare ancora una volta in seno alle dinamiche democratiche. Come abbiamo già visto, la democrazia promette il raggiungimento della felicità individuale, il continuo miglioramento del benessere della società e, si badi bene, contribuisce al livellamento (mentale, spirituale e materiale) delle persone. All’eguaglianza politica fa seguito l’anelito verso un sempre più totalizzante appiattimento delle condizioni. Per dirla con Tocqueville, «il desiderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile, a mano a mano che l’uguaglianza si fa più grande». In questo modo, diviene sempre meno digerita ogni tipo di autorità, vissuta come ingiusta e traditrice dell’ideale democratico. Gli esperti non esistono, la “legge ferrea dell’oligarchia” di Michels diventa obsoleta – benché vediamo con chiarezza che anche i movimenti “anti-casta” tendano ad essere guidati da pochi, magari dietro le quinte – dalla democrazia limitata (ammesso che quella attuale lo sia davvero) e rappresentativa si vorrebbe passare a una sempre più capillare azione diretta dell’elettorato, dimentichi che, per dirla con Sartori, a «una ipertrofia della vita politica corrisponde inevitabilmente l’atrofia della vita economica», in quanto la prima presuppone ponderazione, riflessività e quindi tempo. In altre parole, il prodotto che ne scaturisce è l’“uomo-massa” orteghiano, il quale «è chiuso in se stesso; non ascolta; rifiuta le interpretazioni e valutazioni della realtà che gli provengono dall’esterno; si fida soltanto del proprio giudizio». In sostanza, «è intellettualmente una monade», ritiene di bastare a se stesso ed è come se avesse la vista e la mente obnubilate. A questo punto, entra in gioco il libro di Nichols.

L’era dell’incompetenza

Lo studioso americano, pur riferendosi alla realtà del suo Paese, fotografa molto lucidamente la situazione che si è venuta a creare pressoché ovunque. «Siamo orgogliosi di non sapere le cose. […] Tutte le cose sono conoscibili e ogni opinione su un qualsiasi argomento vale quanto quella di chiunque altro». È l’egualitarismo giunto al culmine. Infatti, continua l’autore, si tratta di «una miscela di narcisismo e di disprezzo per il sapere specialistico, come se quest’ultimo fosse una specie di esercizio di autorealizzazione […] di un’arroganza infondata, dello sdegno di una cultura sempre più narcisistica che non riesce a sopportare neanche il minimo accenno di diseguaglianza, di qualsiasi tipo essa sia». In altri termini, è un sovvertimento della realtà moderna, la quale è sì fondata sull’individualismo, ma non certo sull’ottusità di monadi autoreferenziali che si percepiscono alla stregua di tuttologi capaci di pronunziarsi su tutto. «È fondamentalmente un rifiuto della scienza e della razionalità obiettiva», proprio così. Abbiamo smarrito il significato autentico di scienza e quello di razionalità e ciò rischia di farci ricadere in periodi bui del passato che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.

I problemi affrontati dallo scienziato politico sono molteplici, ma il fulcro di tutto è quello relativo alla concezione di scienza che si è venuta a delineare. «I cittadini non interpretano più la democrazia come una condizione di uguaglianza politica», bensì «come uno stato di effettiva uguaglianza, in cui ogni opinione vale quanto le altre su quasi tutti gli argomenti del mondo». Siamo passati, dunque, dal rischiaramento delle menti, dalla conquista di una ragione in grado di guardare al reale con lucidità, sebbene con la naturale stortezza che caratterizza qualsiasi cosa umana, all’idolatria della ragione, al suo abuso che ci porta a ritenere di poter tutto afferrare e poter tutto dominare, dirigendoci verso l’irrazionalismo più bieco e antimoderno. L’evidente pericolo è che si torni a una società chiusa in cui la ragione offuscatasi ci faccia tornare alla barbarie, a un mondo ammantato di pensiero magico-sacrale anti-scientifico. Molti ritengono, infatti, che la scienza ci dia risposte definitive, ci porti a conclusioni vere una volta per tutte. Ma, per l’appunto, questa è un’opinione oltremodo nefasta.

«La scienza non posa su un solido strato di roccia. […] È come un edificio costruito su palafitte». L’ammonimento di Popper è più che mai attuale, vista la marcata ostilità nei confronti degli esperti e della politica incapaci di garantire certezza. La scienza è prima di tutto un metodo, un processo attraverso il quale, mediante congetture e confutazioni, tentativi ed errori, si cerca di spiegare la realtà e accrescere così la nostra conoscenza. Il fatto che essa non porti a conclusioni certe e che anzi spesso sbagli, conduce allo sfavore di chi si sente come preso in giro, poiché ha una sua opinione del tutto errata. Come ci dice Nichols, «gli esperti non possono garantire i risultati. Non possono promettere che non commetteranno più errori. […] Possono promettere soltanto di stabilire regole e metodologie che riducono le probabilità di simili errori e di commetterli con meno frequenza di quanto potrebbe fare un profano». Ancor di più, con Whitehead possiamo dire che «il panico dell’errore è la morte del progresso».

In altre parole, «la verità è che non possiamo funzionare se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui». Torna, insomma, il problema del narcisista di cui già si è detto. Egli non si rende conto che la “democratizzazione fondamentale” in politica non equivale a una democratizzazione generale del sapere. Egli non è uno scienziato, giacché manca della formazione, della pratica e dell’esperienza per operare in modo sistematico in un determinato campo. Il problema è che l’ebbrezza dell’uguaglianza, della prosperità raggiunta, il senso di onnipotenza derivante dai meravigliosi mezzi tecnologici che all’apparenza ci mettono a disposizione tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno incentivano la nostra presunzione di sapere. Come riporta l’autore, si aggiunge, inoltre, quello che è stato ribattezzato “effetto Dunning-Kruger”, dai nomi dei ricercatori di psicologia che l’hanno scoperto. Questo spiacevole fenomeno consiste, in poche parole, nel non rendersi conto di essere talmente incompetenti e ottusi da considerarsi, al contrario, brillanti e geniali. Una distorsione cognitiva per la quale le persone da essa toccate «non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto». Anche se non solamente, questa involuzione è imputabile alla sempre più scarsa qualità dell’istruzione, nonché a un’educazione non certamente adeguata.

Nichols è molto critico della pratica per cui l’università «non è più un passaggio alla cultura della maturità ma solo una tattica per ritardare l’età adulta». Dall’essere fucina di mente attive e creative, è diventato un mero business che, a causa della sua massificazione, dà l’illusione che basti iscriversi e le porte della conoscenza siano immediatamente accessibili. In teoria, dovrebbe essere «il luogo in cui una persona si lascia alle spalle l’apprendimento dell’infanzia, basato sulla memorizzazione e la ripetizione, e accetta l’ansia, il disagio e la sfida della complessità che conduce all’acquisizione di una conoscenza più profonda», che, giova sottolinearlo, non può mai essere definitiva e completa. Purtroppo, però, «anziché liberare gli studenti dal loro solipsismo intellettuale, l’università moderna finisce per rafforzarlo». Anziché coltivare il seme di «titubanza, vacillamento, dubbio, di fronte alla tastiera delle molteplici possibilità del pensiero», che è poi il tratto tipico della ragione moderna, adulta e matura, per dirla con Ortega, viene allevata una mente sterile, puerile e incapace di pensare criticamente e creativamente, di scontrarsi con opinioni diverse. In tal modo, invece di abbracciare il pensiero di Whitehead secondo cui «uno scontro tra idee non è un dramma, bensì un’opportunità», è sempre più comune sviluppare la tendenza delbias di conferma”, per il quale si cercano «solo informazioni che confermano ciò in cui crediamo», si accettano «soltanto i fatti che rafforz[a]no le spiegazioni che preferiamo», si scartano «i dati che mettono in discussione ciò che già accettiamo come verità». Insomma, l’esatto contrario del metodo scientifico. Non è un caso, allora, se imperversano teorie complottistiche, ritornano le superstizioni e attecchiscono leggende popolari, giacché il narcisista preferisce «credere a complicate sciocchezze anziché accettare che la situazione in cui si trova sia incomprensibile».

Oltre all’approdo all’università vissuto erroneamente come la fine e non l’inizio dell’istruzione, gioca un ruolo fondamentale la disponibilità di informazioni e sapere che internet ci mette a disposizione. Se, in parte come il mercato, esso è semplicemente un mezzo, «un recipiente, non un arbitro», la colpa della diffusione di false verità o informazioni errate, va attribuita in toto a noi che non siamo in grado di operare una selezione critica e scientifica. Infatti, come ricorda lo studioso, «la ricerca vera e propria è dura […] richiede la capacità di trovare informazioni autentiche, di riassumerle, analizzarle», e non basta semplicemente affermare “l’ho trovato su internet” affinché significhi che un fatto o una notizia sia vera. Siamo stati disabituati a faticare e non ci rendiamo conto che tutte le conquiste raggiunte sono il frutto di sforzi e impegni, progressi ma anche regressi.

Torniamo a ragionare

In sostanza, dobbiamo riappropiarci della consapevolezza dei nostri limiti. Dobbiamo tornare umili, tornare individui pensanti senza sovraccaricare la ragione di poteri di cui è intrinsecamente sprovvista. Dobbiamo tornare a utilizzare la ragione in modo critico, scettico e con modestia, evitando il dogmatismo manicheo e utopistico tipico di vate, presunti illuminati e profeti che minacciano di farci tornare indietro nel tempo, commettendo, con le incisive parole di Marcello Pera, «un delitto contro la ragione in nome di un incantesimo religioso». Va, altresì, ricucito il rapporto con gli esperti e la scienza, la quale, con le parole di Popper, è giocoforza «fallibile, perché la scienza è umana». Possiamo, inoltre, pensare di progredire solamente faticando e non dando per scontato nulla, nemmeno la conquista più banale. E chi promette la perfetta società e la totale eguaglianza è un ingannatore e promette ciò che non può essere mantenuto. Torniamo a un individualismo sano, attraverso un’educazione dei nostri limiti e un’istruzione che torni a svolgere l’obiettivo per cui esiste, ovvero allevare persone mature e adulte, e non narcisisti inadatti a preservare un mondo e una civiltà che, con le parole di Hayek, «nessuna mente ha progettato e che è cresciuta grazie agli sforzi liberi di milioni individui».

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Prescrizione? L’ennesimo caso di populismo penale

Nel corso del suo intervento dinanzi alle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato, il Ministro della Giustizia Bonafede ha illustrato le linee programmatiche del Governo in materia. Tra i punti ve ne è uno di particolare interesse: la riforma della disciplina della prescrizione. L’intenzione enunciata dal ministro è di sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

Sul punto, il Governo del Cambiamento dimostra di operare in continuità con i governi che l’hanno preceduto. Già il precedente governo, infatti, con la riforma Orlando (Legge 103 del 2017), aveva modificato la disciplina della prescrizione (sospendendone il corso, nel giudizio di primo grado, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di appello; nel giudizio di appello, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di Cassazione. Periodo di sospensione non superiore a un anno e sei mesi).

La riforma avrebbe di fatto l’unico effetto di rendere ancora più arduo il maturare del termine prescrizionale. Proprio questo è l’obiettivo perseguito, dietro la motivazione di accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia. Se ne desume che il principale problema della giustizia penale sia la prescrizione dei reati e che questa sia anche la priorità per i cittadini.

Ma è davvero così? Secondo i dati forniti dallo stesso ministro, nel 2017 è sopraggiunta la prescrizione del reato nel 9,4% dei procedimenti penali. Un dato già di per sé fisiologico e non eclatante. Inoltre, il ministro non ha precisato come la maggior parte di queste prescrizioni sia maturata durante la fase delle indagini preliminari, casi sui quali la riforma non inciderebbe.

Non vi è, quindi, alcuna emergenza che imponga di trattare quale priorità (il ministro l’ha definita “priorità irrinunciabile”) la riforma della prescrizione. Siamo dinanzi all’ennesimo caso di populismo penale, un allarme sociale indotto sulla base di qualche caso patologico che ha avuto risonanza mediatica.

Tale ricostruzione è confermata da un’intervista rilasciata dal ministro Bonafede a “La Notizia”, in cui motiva la riforma con l’esigenza di impedire che «qualcuno, con responsabilità accertate, possa pensare di farla franca. Penso alla strage di Viareggio e ai reati che verranno dichiarati prescritti all’inizio dell’appello. Per questo abbiamo deciso di chiamare la riforma della prescrizione la “legge Viareggio”, così che ogni volta ci si possa ricordare del dolore dei familiari e della ragione che sta dietro al provvedimento».

Populismo penale puro, strumentalizzazione di un caso di cronaca e delle vittime del reato, svilimento della presunzione di innocenza, in quanto si considerano accertate le responsabilità dopo il solo primo grado di giudizio.

Quale sarà il vero risultato della riforma annunciata?

In attesa di conoscere i dettagli della proposta, l’effetto certo sarà quello di allungare ulteriormente il tempo dei processi, già troppo spesso irragionevole (questa sì vera emergenza). Il novello legislatore non coglie che non è la prescrizione la causa delle lungaggini processuali, pertanto allungarne i termini non ridurrà i tempi, anzi.

Terapia errata che si basa su una diagnosi altrettanto infondata. I tempi eccessivi dei processi penali, infatti, non sono causati, come troppo spesso si vuol far credere, da presunti atteggiamenti ostruzionistici della difesa dell’imputato, bensì da problematiche organizzative legate all’eccessiva mole di lavoro e alle carenze strutturali.

Se queste sono le cause, il rimedio non può certo essere la riforma della prescrizione, bensì diminuire il carico dei procedimenti e dei processi: procedendo ad una incisiva depenalizzazione, incentivando il ricorso ai riti alternativi al dibattimento, migliorando e razionalizzando la macchina organizzativa.

Peccato che molte proposte annunciate dai partiti della maggioranza governativa vadano in senso contrario: aumento delle fattispecie di reato; abolizione degli istituti deflattivi introdotti negli ultimi anni; modifica della disciplina del rito abbreviato, tale da scoraggiarne la scelta.

L’incombere della prescrizione funge di fatto da stimolo al rapido svolgimento dei procedimenti, il suo depotenziamento avrà inevitabili effetti negativi.

L’equivoco di fondo sta nel considerare la prescrizione quale un’inaccettabile via di fuga in favore dei colpevoli. L’istituto, invece, è un caposaldo del diritto penale liberale, una garanzia in favore dell’indagato e dell’imputato (presunto innocente, necessita ormai ricordarlo) nei confronti del potere punitivo dello Stato e del suo possibile abuso.

Un cittadino non può rimanere sospeso per anni e anni nel limbo di un processo in corso, con tutte le conseguenze pregiudizievoli che ne derivano. Così come resterebbero insoddisfatte le esigenze della vittima (che pure sembrano essere la priorità del ministro). Il processo diviene esso stesso una pena come diceva Carnelutti. La Costituzione e le norme sovranazionali garantiscono il diritto alla ragionevole durata del processo.

Dopo un lasso di tempo eccessivo viene meno la pretesa punitiva dello Stato, essendo cessato l’allarme sociale provocato dal reato e perché la pena colpirebbe una persona totalmente diversa da quella che ha commesso il reato. Il trascorrere del tempo rende, inoltre, più complicata la corretta ricostruzione dei fatti.

Se la priorità è avere un processo giusto in tempi ragionevoli, la riforma della prescrizione non è certo quel che serve.