Il bivio di fronte i 209 miliardi: o tradizione (italianista) o ricostruzione

Giuseppe Conte è il paradigma della politica non (tanto e solo) de-ideologizzata ma perfino… spoliticizzata, cioè ridottasi alla gestione presentista dell’esistente e adusa a svilire le piattaforme appunto politico-ideologiche – socialisti, liberali, europeisti ecc – come brand da indossare in base alla stagione.

È, come ha scritto Concita De Gregorio, e ci perdoni Zingaretti se la citiamo, un leader beige: sta bene su tutto.

Proprio per questo l’avvocato di Volturara Appula non s’è minimamente sbilanciato su nulla, nella sua recente televendita in Parlamento, salvo una cosa: le riforme istituzionali. Ha preso una posizione decisa – l’unica, lo si ribadisca – circa l’introduzione della sfiducia costruttiva e di un sistema elettorale proporzionale; la prima è un po’ il ponte sullo stretto delle riforme costituzionali, il secondo, oltre a esercitare molto fascino presso i centristi, è il modo più italiano di rappresentare gli Italiani.

Proprio durante la suddetta televendita, Dario Franceschini ha cercato di dare una patente di rispettabilità alle pattuglie di transfughi che hanno soccorso Conte nella messinscena della non sfiducia al Senato, ri-battezzandoli “costruttori”, termine mattarelliano; prima erano molto più berlusconianamente “responsabili”, erano “responsabili” Razzi e Scilipoti – personaggi da commedia dell’arte – che salvarono appunto il Berlusconi quater dopo la de-berlusconizzazione di Fini, Futuro e Libertà per l’Italia. La domanda è… perché mai dovrebbero aver bisogno di una patente di rispettabilità politica avendone già una di legittimità costituzionale? Il transfughismo lo si neutralizza/ridimensiona ex ante con un’evoluzione in senso competitivo e un minimo di verticalizzazione del sistema politico-istituzionale, evoluzione che sistematicamente e nelle sue più varie forme fallisce da quart’anni. O viene soffocata in culla o viene bocciata alle urne: è in ogni caso rigettata come aggiornamento incompatibile con il software Italia. Perfino con uno spettro politico de facto quasi-bipolare e una forte personalizzazione della “premiership”, nel ’94 la maggioranza parlamentare cambiò in corso d’opera, quando la Lega combinò a Berlusconi il… ribaltone!, mandando Lamberto Dini a Palazzo Chigi. Certo, allora i costi politici furono alti, ma c’era, lo si ribadisca, la legittimità costituzionale, che sussisteva anche un paio di settimane fa congiuntamente a costi politici nulli se non perfino negativi, cioè guadagni. Questa è l’ordinaria amministrazione della democrazia che abbiamo voluto (e probabilmente, come spiegheremo a breve, l’unica democrazia che possiamo permetterci), un partito viene meno dalla compagine di governo, va all’opposizione e subentrano altri parlamentari, è la democrazia kelseniana, se si vuole essere più popolani è la democrazia del suk.

Il mandato imperativo lo si può tranquillamente lasciare nel repertorio dei demenziali slogan-dogmi primo-grillini. E, per chiudere il cerchio, proprio quel grillismo ortodosso con lo slogan-dogma del massimalismo anticompromissorio – noi non ci alleeremo con nessuno! – s’è risolto nelle piroette trasformistiche del suo ultimo e incidentale leader, l’altro ieri cattivista, ieri progressista e oggi europeista e nume tutelare (anche in termini di architettura istituzionale) di una riedizione spartitizzata e spoliticizzata della Prima Repubblica.

A tal proposito, alla fine della fiera la miglior definizione del Movimento Cinque Stelle resta quella di Ilvo Diamanti: si tratta di un partito contro-democristiano. Il trasformismo, dalle nostre parti, non è l’effetto collaterale della fine della storia o della liquefazione – ormai sarebbe il caso di dire rarefazione – dei partiti, ma il modo più autentico di essere italiani: durante la Prima Repubblica quest’attitudine era congelata dalla sovra-ideologizzazione dello spettro politico-partitico, e proprio la DC post-degasperiana, con le sue correnti e la sua eterogeneità ideologica, fu lo sfiatatoio dell’insopprimibile esigenza italianista di giacere in un contenitore che consenta di essere tutto e il suo contrario, contenitore che nella fattispecie era una gigantesca balena bianca che includeva «un’ala sinistra divisa dai comunisti quasi solo dalle convinzioni religiose e un’ala destra divisa dai fascisti quasi solo dal ricordo della catastrofe nazionale» (parole di Henry Kissinger).

E il camaleontismo come tratto antropologico prevalente precede non solo la Democrazia Cristiana, ma pure Agostino De Petris, passato alla storia come padre del trasformismo – è padre del nome, non della pratica – pur essendone semplicemente un epigono; e precede pure Don Fabrizio Corbera, il principe di Salina, a torto identificato quale capostipite di quel trasformismo specificamente meridionale battezzato “gattopardismo”: eppure lui rifiutò il sovrappiù di benefici offertigli da Chevalley prima dell’ufficializzazione dell’unità d’Italia né si convertì mai del tutto al verbo unionista – senza menzionare i suoi travagli interiori, i presagi di morte, l’odore di putrefazione che si avverte sin dalle prime pagine del romanzo: lui era proiettato ad sidera (era un astronomo dilettante) e lottava contro la percezione di una imminente fine, mentre per i ciampolilli i massimi sistemi sono un trastullo da svampiti e la fine non esiste, è tutto sempre un continuo inizio. La Sicilia come metafora non è quella del gattopardo ma, come profetizzò lo stesso Don Fabrizio, quella degli sciacalletti, ai quali – solo per citare l’ultima in ordine temporale – durante la stagione breve del sovranismo bastò impostare “prima gli italiani!” come status WhatsApp per professarsi salviniani della prima ora senza imbarazzi di sorta .

Ma il trasformismo, semmai, precede Don Fabrizio, precede abbondantemente l’unità d’Italia, risale piuttosto al primo Rinascimento, quando principi duchi e quant’altro si univano ora a Francia ora a Spagna (da lì la fortunata espressione guicciardiniana) ora ad Austria per poi improvvisare piroette badogliane all’ultimissimo minuto.

In quest’ottica, allora, terminata la citata Prima Repubblica questa pulsione non poté che slatentizzarsi, e oggi gli italianissimi à la Giuseppe Conte non possono che ambire a istituzionalizzarla.

Giunti a questo punto, e costatato che l’agnosticismo politico-ideologico non è una scelta strategica ma il modo d’essere di Giuseppe Conte, dovremmo chiederci quanto sia opportuno ri-affidare la pianificazione della rinascita dopo-pandemica – qualcosa che richiede l’elaborazione di policy e non le consensus politics grillino-zingarettiane, i banchi a rotelle e le primule – all’avvocato del popolo, convertitosi al verbo europeista di fronte il Recovery Fund come, per restare alla Sicilia come metafora, ci si convertì al verbo unionista di fronte la Cassa per il Mezzogiorno (probabilmente nemmeno di fronte al nazionalismo manu militari fascista le pulsioni autonomiste furono silenziate come allora).

Ma esattamente come allora quella pioggia di liquidità non fu certo un merito degli amministratori locali, oggi l’entità dei finanziamenti in arrivo da Bruxelles non è – nonostante la narrazione giallo-rossa – prova delle capacità di negoziazione del nostro governo, ma sintomo della vulnerabilità della nostra economia. E dunque ci si trova a un bivio: si può proseguire per la via della regola arcitaliana, con l’avvocato del popolo e la sua irresistibile ascesa tramite infrastrutture relazionali italianissime e vaticane più che meritocratiche, o intraprendere coraggiosamente quella dell’eccezione, come fu eccezione Luigi Einaudi quando il Piano Marshall bussò alla porta. O cattedrali nel deserto o ricostruzione.

 

 

 

 

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