Se un orso ci ricorda il valore della libertà

Il tema della libertà, della sua essenza e delle sue limitazioni, costituisce una questione annosa e mai conclusa. D’altronde, i continui cambiamenti, il mutare delle condizioni delle nostre società pongono in essere il costante dibattito su di essa, in particolare sui pericoli che essa può correre, sia a causa di tradizionali agenti “invasivi”, su tutti il potere pubblico (leggi: dispositivo statale), sia dovuti ai nuovi mezzi tecnologici che ci fanno interrogare tanto sulle straordinarie nuove opportunità che essi ci forniscono, quanto sui rischi che possono arrecare alla nostra libera azione individuale.

Quando si parla di libertà, come di qualsiasi altra caratteristica che riguarda l’uomo, non va dimenticato che essa racchiude in sé i germi del suo contrario, della sua degenerazione. Ma non solo. Il suo tratto peculiare, infatti, è la precarietà, la fragilità che rende necessaria – a patto che la si consideri evidentemente un valore alto – la sua attenta e risoluta salvaguardia. Essere liberi, in definitiva, richiede una matura e radicata responsabilità volta alla sua tutela. Non esiste la libertà se non si agisce responsabilmente; ancor meglio, essa può esistere compiutamente solo fino a quando si opera con acume, con ragionevolezza, riflessione. In tal senso, le tendenze egualitaristiche che la democrazia promuove non sono d’aiuto. Come osservava pertinentemente Tocqueville, «vi è infatti una passione maschia e legittima per l’uguaglianza, che spinge gli individui a voler essere tutti egualmente forti e stimati. Questa passione tende ad elevare i piccoli al rango dei grandi. Ma nel cuore umano si può trovare anche un gusto depravato per l’eguaglianza che porta i deboli a voler degradare i forti al loro livello, e che riduce gli uomini a preferire l’eguaglianza nella schiavitù alla diseguaglianza nella libertà».

Anche il mondo animale può talvolta essere istruttivo. Nella fattispecie, Mattia Feltri ancora una volta dimostra una sensibilità al valore di cui si sta parlando sempre più rara tra i giornalisti (e non solo). Nel suo “Buongiorno” apparso su “La Stampa” il 31 agosto, egli riporta la storia di M49, un orso che, contrariamente a molti uomini, ha capito quale è la cosa a lui più preziosa: non essere imprigionato, cioè a dire essere libero. Ebbene, dopo essere stato catturato ed essere riuscito a scappare, attirato dalla carne posta nella medesima gabbia in cui era stato rinchiuso, ha preferito rimanere libero, a stomaco vuoto, anziché riempirsi la pancia, in cambio della schiavitù. L’articolo di Feltri si conclude così: «M49 ha fatto la sua scelta: non vuole stare chiuso in una gabbia, per quanto grande, non baratta la sua vita con un pezzo di carne, e preferisce un’esistenza precaria e minacciata, ma libera. Eccola la differenza, la ragione per cui prenderemo bene la mira».

Cosa ci insegna tutto questo? Molto semplicemente che la libertà è quel bene di inestimabile valore che fatica ad essere apprezzato nella quotidianità, proprio perché richiede alti costi nel breve periodo, mentre sprigiona la sua adamantina potenza poco alla volta, nel lungo periodo. Si comprende l’importanza della libertà solo quando la si perde, mentre quando se ne trae giovamento la si dà per scontata, quasi fosse un orpello, e non la radice stessa di un’esistenza felice, piena e realmente vissuta. Non esistono solo dispotismi ferini e brutali, evidenti agli occhi anche più sprovveduti, bensì, come ci ha lasciato scritto Tocqueville, anche forme di oppressione magari miti, paternalistiche, assistenzialistiche, ma che, non per questo, risultano essere forme meno odiose di disprezzo per la libertà medesima. Libertà e individualismo, in altre parole, non possono esistere senza forme introiettate di autocontrollo e forza morale. Non dimentichiamolo mai, nemmeno quando ci vengono fatte annusare succulente e abbacinanti promesse di maggiore libertà octroyée, celanti invece l’odore marcio della sua privazione.