Von Der Leyen

La presidenza della Commissione UE, Von Der Leyen, ha imbarazzato gran parte dei mezzi di comunicazione italiani. Non perché sia la prima donna, ma perché  eletta con una maggioranza ristretta, 9 voti, quindi con i 14 determinanti del M5S. La cosa  da una parte ha messo in luce l’errore della stampa italiana dell’aver sorvolato prima sulla non esistenza della maggioranza PPE PSE  e sulla necessità di accordarsi almeno con i liberali; dall’altra ha mostrato che la proposta dal Consiglio degli Stati ha raccolto molte defezioni, tante tra i socialisti, diverse tra i popolari e qualcuna tra i liberali. Dunque le certezze abituali sono sparite.  La vecchia maggioranza è sepolta, la nuova è una stranezza claudicante e la burocrazia UE ha preso un colpo.

Non soltanto per il discorso della Presidente –  che ha esposto tesi ostiche per  la burocrazia, tipo allargare le competenze legislative del Parlamento oppure ampliare l’area delle decisioni a maggioranza in Commissione – ma anche perché il Consiglio prima della presidenza liberale di Michel, è stato organo amato dai burocrati, e sempre meno il faro dell’aula, soprattutto per il clima politico non incline alle consuetudini senza ripensare la struttura UE. In sintesi, la chiara affermazione della von der Leyen di voler rafforzare l’Europa contro chi vuole indebolirla, esprime, seppure con la nebbiosa cautela dei popolari, l’idea che la linea deve cambiare siccome non va bene distaccarsi dai cittadini europei per seguire le burocrazie.

 

Ciò emerge nel programma esposto e nel criterio di ricerca dei consensi. Nel programma della von der Leyen, spicca il maggiore spazio decisionale al parlamento e alle scelte secondo le idee e non secondo gli stati. Le ulteriori indicazioni principali sono sette. Un’UE aperta al mondo, forte ma dialogante. Uno strumento legale perché nell’UE ogni lavoratore abbia, paese per paese, un salario minimo attraverso la contrattazione collettiva e le norme, e perché vi sia un’assicurazione sui disoccupati. La legge che dimezzi le emissioni di gas serra nel 2050. Una piena uguaglianza di genere nella Commissione  (dal 1958, su 183 commissari solo 35 donne). Un approccio organico sui migranti senza voler farli arrivare tutti nell’UE (perché l’immigrazione assorbibile ha dei limiti), tenendo insieme il salvare le vite, il ridurre l’immigrazione irregolare, la lotta contro i trafficanti, la tutela del diritto all’asilo e il creare dei corridoi umanitari per i profughi. Il sostegno all’iniziativa del parlamento europeo di triplicare il bilancio Erasmus dal prossimo anno. Quanto alla ricerca del consenso, è emerso chiaro che la Von der Leyen ha aggregato sul condividere l’europeismo pacatamente riformatore e sull’evitare aperture ai sovranisti, nel fondo ostili al progetto di Europa in sè. Lei punta a maggioranze anche variabili, pragmatiche e flessibili, purché in grado di soddisfare la richiesta del mondo di più Europa.

 

Ovviamente siamo solo ai primi passi e, anche alla luce dell’ambire ai vertici manifestato nel passato dalla politica sassone, per cominciare va  seguita la coerenza degli atti fino all’entrata in carica a novembre. Tuttavia si può dire che la strada della von der Leyen per trasformare l’UE pare cercare un ampio raccordo usando un metodo non lontano da quello delle origini. Un passo alla volta per far maturare un progetto unitario tra i cittadini dei diversi stati. Perché questa è la natura dell’Europa, non i burocrati onnipotenti.

 

E’ assurdo scrivere che tutto è rimasto come prima essendo stata sconfessata l’unica innovazione degli anni scorsi, cioè l’indicare agli elettori dei capilista candidati a guidare la Commissione. Chi sostiene questa idea, non si rende conto (o finge) che, essendo proporzionale il sistema elettivo,  il criterio dei capilista può avvicinare i cittadini solo nel caso che qualcuno riporti un suffragio imponente.