Si può prescindere dalla Russia in Medio Oriente?

Spesso si legge della sorpresa espressa da varie fonti per il ruolo consolidato dalla Russia in medio oriente, soprattutto in contrasto con l’atteggiamento erratico degli Stati Uniti. L’anomalia, tuttavia, non risiede nel suo attivismo, quanto nell’assenza prolungata, che ha preceduto questo grande ritorno.

 

Dall’intervento in Siria, che ha rovesciato il corso degli eventi in maniera rapida e inaspettata, quando le sorti di Bashar al-Assad, confrontato da gruppi di opposizione sostenuti dagli Stati Uniti, sembravano ormai scritte, la Russia è quasi ovunque con la sua diplomazia e apparato bellico. Donald Trump ha ringraziato Vladimir Putin per il concorso nell’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, considerato uno dei suoi maggiori successi. Israele e Turchia si trovano truppe russe ai loro confini. In questi giorni, è stata la mediazione russa e turca a permettere l’organizzazione della conferenza di Berlino sulla Libia, e saranno loro a garantire il blocco delle forniture di armi e determinare la possibilità del cessate al fuoco. La Russia ha confermato l’invio di un contingente di interposizione, con l’approvazione delle Nazioni Unite.

 

La Russia si era ritirata dall’area, nella seconda metà degli anni ottanta, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e per due decadi, gli Stati Uniti avevano imposto, senza ostacoli, la propria visione politica. La scesa in campo in Siria è stata una manovra necessaria, che ha preso le mosse dall’ultimo lembo di influenza rimastole, e che ha obbligato Washington a coordinare le proprie azioni con Mosca. La guerra all’Isis ha rappresentato, allo stesso tempo, una esigenza, e una scusa per entrambe le potenze, affinché si ricalibrassero nello scenario geopolitico.

 

Fin qui, l’operazione si è risolta in un’affermazione su diversi fronti. La Russia ha riconquistato la preminenza che deteneva l’Unione Sovietica all’indomani della seconda guerra mondiale, all’epoca materializzata, per esempio, nell’invasione dell’Afghanistan, e ancora nell’appoggio a Palestina, Egitto e Siria, in momenti topici della storia contemporanea. L’industria militare russa ha avuto modo di testare nuovi mezzi poi commercializzati nelle facoltose monarchie del petrolio, in primis l’Arabia Saudita, facendo cassa per le finanze in sofferenza della difesa. Putin si è, inoltre, dimostrato un alleato leale, a differenza di Trump. Mosca si è anche resa indispensabile nei colloqui, con l’ampio riconoscimento di Iran, Israele e Arabia Saudita.

 

La partita, però, è insidiosa. La Russia deve condurre le parti a un consenso, se vuole guadagnare l’immagine di negoziatore internazionale e aprire le lucrative porte della ricostruzione alle proprie imprese. Le relazioni intraprese con paesi arabi, e non, hanno portato alla vendita di armamenti, e la firma di contratti con il monopolio Rosatom, per la costruzione di centrali nucleari in Iran, Turchia ed Egitto. D’altro lato, i sauditi si aspettano una mano nella loro rivalità con gli iraniani, Hezbollah non cede nel conflitto di bassa intensità con Israele, e gli israeliani pretendono che contenga l’Iran. Per portare a casa il risultato, il Cremlino deve tutelare la sicurezza di Turchia e Israele.

 

Bisogna considerare che il medio oriente post-americano è un teatro incerto e volatile e la Russia non pretende di colmare tutto il vuoto lasciato. Il rapporto tra i due è funzionale, e non esclusivamente concorrenziale. Mosca torna a occupare una posizione di rilievo, dal medio oriente al nord Africa e il golfo persico, mentre Washington riformula la politica estera, sulla base di mete realistiche e produttive. Oltre a ciò, si sono venuti identificando ambiti in cui gli interessi sono compatibili o coincidenti, come l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

 

Questo approccio è più pragmatico di quello adottato dalle amministrazioni di Bill Clinton, George W. Bush, e Barack Obama, fallito perché, sia quando conciliatorio sia quando di attrito, era basato sull’illusione che gli Stati Uniti potessero convincere od obbligare la Russia ad abbracciare la propria idea di ordine globale. Anche se il potere del Cremlino, e di Putin, dovessero declinare, il paese rimarrà sempre un attore chiave, grazie alla centralità geografica in Eurasia, la disponibilità di risorse naturali, l’esercizio del veto al consiglio di sicurezza, e l’alta qualità del capitale umano, nonché la capacità di influenzare questioni di importanza strategica ed economica per gli Stati Uniti, e finanche di distruggerli, in soli trenta minuti. La Russia non abbandonerà i propri obiettivi vitali, e Trump dovrebbe, se non riaccogliere lo spirito di cooperazione dell’inizio del suo mandato, perlomeno mantenere una tattica di competizione controllata, per ridurre il rischio di confronti diretti e indiretti e assicurare stabilità in medio oriente.

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