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Costume e società

Pandemia Coronavirus – La vera sfida: disegnare il domani | tre proposte d’azione concreta

La pesante emergenza con la quale tutti noi ci stiamo confrontando pone nell’immediato problemi di ordine medico, logistico e organizzativo indubbiamente ardui da affrontare e tuttavia solo esempi minori di ciò che attende Governi, sistemi economici e comunità nel prossimo futuro, quando la crisi sarà superata e si dovrà iniziare la fase della ripresa.
Più volte ascoltiamo in questi giorni commentatori, Amministratori ed esperti – forse troppi – lanciare lo slogan “nulla sarà come prima”. Ciò è indubbiamente vero, ma i cambiamenti devono essere orientati e per quanto possibile controllati per evitare che travolgano la società come oggi la conosciamo, lasciando sul terreno persino più vittime di quelle causate dal morbo.Il momento è indubbiamente delicato e non solo per l’insorgere della pandemia, di per sé sufficiente a porre sotto stress sistemi già in affanno, ma pure perché il suo manifestarsi coincide con altri fenomeni di portata epocale: stravolgimenti ambientali, pressione demografica, rivoluzione tecnologica, globalizzazione dei circuiti finanziari, competizione tra potenze geo-politiche, e altri ancora se ne potrebbero elencare.
La reazione deve essere improntata pertanto a pragmatismo e capacità d’intervento a più livelli, innanzitutto nell’intento di evitare il collasso del tessuto sociale ed economico esistente, per porre poi le basi per una sua più profonda ristrutturazione.
Le propongo di seguito tre tra questi interventi, a valere quali esempi di un nuovo modo di vedere e immaginare il mondo che verrà, dalla macro alla nano-dimensione.
La prima linea d’azione prefigura l’introduzione di uno strumento d’intervento rapido in campo economico.
È di questi giorni il naufragio del Consiglio Europeo che avrebbe dovuto trovare una risposta comune alla recessione, a rischio complicazione in depressione, in graduale propagazione nel Continente. L’emergenza ha semplicemente fatto emergere visioni e valutazioni divergenti sulle dinamiche di governo della finanza pubblica da tempo consolidate.
Qualche soluzione verrà, ma la sensazione è si tratterà di un compromesso abborracciato.
I riflessi tuttavia non sono stati unicamente negativi.
In effetti, si è posto grande accento sulla spaccatura tra Olanda, Germania e altri Paesi del Nord, da un lato, e Italia, Francia, Spagna, dall’altro. Non si è invece sottolineata con altrettanta enfasi la convergenza maturata tra alcuni Paesi mediterranei, Italia in testa, e Portogallo, Belgio, Lussemburgo e Irlanda.
Eppure, il raggruppamento di nove Stati membri, uniti nella richiesta di attivare i Coronabond, se non addirittura gli Eurobond, rappresenta in termini economici, politici e demografici una comunità nella comunità.
Si potrebbe ripartire da qui.
A questi Paesi, a noi vicini anche empaticamente nell’impegno ad intervenire, potrebbe essere avanzata la proposta per la creazione di una Cooperazione Rafforzata in campo economico-finanziario – possibilità prevista dai Trattati UE – da implementarsi con la sponda operativa della Banca Europea degli Investimenti, sinora tenuta ingiustamente in scarsa considerazione, essendo l’attenzione polarizzata sulla BCE.

Una modesta dotazione individuale da parte dei singoli Stati Membri aderenti consentirebbe invece la creazione di un plafond di risorse che, integrato da una corrispondente dotazione BEI, potrebbe essere utilizzato quale controgaranzia per un fondo assicurativo a favore delle piccole e micro-imprese europee.
Grazie al Fondo e alle già esistenti convenzioni bancarie tra BEI e intermediari nazionali, i richiedenti –commercianti, piccoli artigiani, start-up e persino professionisti – potrebbero sottoscrive una semplice polizza assicurativa, versare un minimo premio e accedere immediatamente ad una linea di finanziamento senza garanzie reali, erogata a prescindere da rating e dati contabili e di bilancio, inevitabilmente dissestati a causa della situazione contingente. Moratoria iniziale, tassi agevolati (persino tasso-zero) e personalizzazione delle formule di rientro potrebbero completare lo strumento.
L’intervento tecnico, sostanzialmente riproducente il meccanismo alla base dei consorzi di garanzia che ben conosciamo, potrebbe apparire grezzo, ma la sua portata sul territorio sarebbe di immediato e visibile impatto.
Non dovrebbe sfuggire poi la portata politica di un tale gesto di reazione tangibile tra Stati Membri solidali tra loro, a provocare una reazione sistemica in un momento in cui l’impasse dei Partner europei rende ancora più drammatico il momento che stiamo vivendo.

Il secondo intervento interessa un livello decisamente più nazionale.
Nei paesi occidentali – si noti, non in Cina o in altri Paesi asiatici – la crisi del coronavirus è stata prima di tutto un default dei sistemi sanitari esistenti. Emblematica in tal senso la débâcle della sanità lombarda, passata nel giro di poche settimane da un’immagine di eccellenza globale a disarmanti scene di isteria collettiva e sbandamento organizzativo. Asimmetrie decisionali, errori nell’allocazione delle risorse, ritardi e inefficienze nelle risposte dei presidi, scambi di reciproche accuse sull’inadeguatezza nella catena degli approvvigionamenti di uomini, materiali ed attrezzature hanno richiamato ai più le cronache della disfatta di Caporetto, vicenda storica che si ripresenta a cento anni di distanza a ferire nuovamente la memoria collettiva, lasciando cicatrici difficili da eliminare.
Ad un’analisi oggettiva, non sfugge peraltro l’analoga vicenda della sanità spagnola.
Entrambi i sistemi, quello spagnolo e quello italiano, poggiano su fondamenta di marcato decentramento, con i poteri gestionali del servizio e della sua strutturazione sul territorio affidati alle Regioni. In Francia, Germania e persino Regno Unito – al di là delle scelte di carattere politico adottate – il Servizio dipendente dal centro ha risposto meglio. Molto meglio.
Sarà opportuno prenderne atto, ripensando all’opportunità di rivedere la distribuzione di poteri e risorse, in un quadro che a tutta evidenza pone e riproporrà in futuro pressioni di natura sovra-regionale e sovra-nazionale ben diverse dalla gestione delle liste d’attesa o dei programmi di cura di routine. I primi segnali ci sono, pare opportuno insistere su questo tema.
Infine, un piano d’azione nano, destinato però ad incidere – assieme ad altre rivoluzioni appena accennate in questi giorni – sulla nostra vita quotidiana.
L’emergenza ci ha tutti confinati in casa. Ci siamo ritrovati fisicamente concentrati nella più piccola dimensione di comunità che si possa immaginare, quella della famiglia. Anzi, per alcuni si è trattato di una scala ancora inferiore, quella dell’individuo. A queste unità, in particolare a quelle calate in scenari urbani, ma non solo, ci si deve indirizzare con un programma mirato di sostegni volto a promuovere forme – già sperimentate – di minimo sostentamento alimentare. Lo slogan “restate a casa” non fornisce, lo si è visto bene in questi giorni, una risposta alle esigenze di sopravvivenza delle famiglie e, almeno in Italia, non è stato possibile organizzare una distribuzione porta a porta di cibo.
Nel giro di un mese, abbiamo visto entrare in crisi la filiera agricola globale.
Si dovrebbe dunque ripartire dall’individuo, per ideare e poi diffondere capillarmente il modello delle colture di prossimità, ripensate e reinventate, calandolo a livello di singolo condominio e persino di singola unità familiare. Le più avanzate tecnologie possono consentire la realizzazione di nano-unità di produzione ad altissima resa con un minimo dispendio di risorse, energia, acqua e fertilizzanti biologici.

L’indotto generato e gli effetti prodotti – che non escludono la possibilità di una rivendita su mercati di micro-dimensione – disegna nuovi concept di micro-azienda.
L’idea può far sorridere, ma è meno ingenua di quel che potrebbe sembrare.
Consente di attuare infatti un modello di valorizzazione del potenziale racchiuso nelle famiglie, a sua volta motore di un più ampio ridisegno dei servizi alla persona che sarà tra le eredità più tangibili della crisi in atto, in una logica che comprenderà il crescente ricorso al telelavoro, all’educazione a distanza, allo shopping online e, last but not least, alla telemedicina.
La famiglia, il suo nucleo più intimo e vitale, ritorna al centro dei mega-sistemi.
Tutto ciò avrà il potere di riplasmare persino l’ambiente fisico che ci circonda, ad incominciare appunto

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Diritto Politica

Siamo più khomeinisti degli ayatollah?

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme circa la possibile diffusione del COVID-19 nelle carceri.

Le condizioni di vita nelle carceri, dove molte persone vivono ristrette in spazi limitati ed a stretto contatto per lunghi periodi di tempo, aumentano il pericolo di diffusione della malattia all’interno ed all’esterno degli istituti (essendo impensabile escludere in toto i contatti tra il carcere e l’ambiente esterno).

La difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie, l’impossibilità di mantenere il distanziamento, la carenza dei dispositivi di prevenzione personale, la condivisione degli ambienti, favoriscono la diffusione e l’amplificazione della malattia.

Tra la popolazione ristretta è, inoltre, alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti afflitti da malattie pregresse, persone immunodepresse.

Le carceri sono, pertanto, delle bombe epidemiologiche.

L’emergenza è mondiale e sta portando le autorità delle Nazioni maggiormente colpite a prendere provvedimenti volti a diminuire le presenze nelle carceri, seguendo le indicazioni suggerite dall’OMS ma anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e dal Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura.

Misure in tal senso sono state adottate o sono in discussione in Iran, Francia, Spagna, U.S.A., India. In Italia la risposta del Governo è al momento tardiva ed insufficiente.

La situazione degli istituti penitenziari italiani è ancor più critica in quanto segnata dal cronico sovraffollamento. Prima dell’esplosione dell’emergenza COVID-19 il numero di detenuti era pari a circa 61.000 mentre la capienza regolamentare era di circa 51.000 posti (ma i posti effettivamente disponibili erano circa 47.000); in data 30.03.20 i detenuti sono 57.590 (secondo il bollettino quotidiano del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale).

Tale perdurante situazione di sovraffollamento (a cui si aggiunge la carenza di temponi e di dispositivi di protezione) aumenta notevolmente il rischio di diffusione del contagio (rendendo impossibile il rispetto del distanziamento ed ancora più difficile l’attuazione delle regole igienico-sanitarie) ed inoltre impedisce di approntare gli spazi idonei per l’isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati.

Il Governo è intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. “Cura Italia”) prevedendo, all’art. 124, licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà ed introducendo, all’art. 123, disposizioni in materia di detenzione domiciliare, in deroga a quanto stabilito dalla legge 26 novembre 2010, n. 199.

In particolare, è stata prevista la possibilità di eseguire in regime di detenzione domiciliare le pene non superiori ai 18 mesi. Non possono accedere a tale misura alcune categorie di detenuti tra i quali, ad esempio, i soggetti condannati per alcune tipologie di reati (reati gravi, quali terrorismo e criminalità organizzata, ma anche maltrattamenti contro familiari e conviventi e stalking) ed i detenuti nei cui confronti sia redatto rapporto disciplinare in quanto coinvolti nei disordini e nelle sommosse a far data dal 7 marzo 2020.

La norma prevede, tranne che per i condannati minorenni e per i condannati la cui pena da eseguire non è a superiore a sei mesi, la procedura di controllo mediante mezzi elettronici (il braccialetto elettronico).

Non vi è alcun automatismo in quanto il magistrato di sorveglianza può non adottare il provvedimento qualora ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura.

La conclamata mancanza di braccialetti elettronici, le numerose eccezioni previste ed i tempi richiesti dalla procedura rendono di difficile applicazione la misura prevista che pertanto è inidonea a risolvere l’emergenza in atto.

Critiche in tal senso sono giunte dal C.S.M., dall’A.N.M., dal Garante nazionale dei detenuti e dai Garanti territoriali, dall’Accademia (in particolare dall’Associazione Italiana Dei Professori Di Diritto Penale), dall’U.C.P.I., da numerose associazioni che si occupano di carcere.

Il Ministro Bonafede ha riferito in Parlamento che le misure potrebbero riguardare 6.000 detenuti, stima ottimistica che non risolverebbe comunque il sovraffollamento. Secondo il provvedimento attuativo del D.L., i braccialetti disponibili sono al momento 920 e per arrivare ai 5.000 previsti serviranno alcuni mesi.

Intanto la situazione resta grave ed il rischio di propagazione del contagio in carcere è sempre altissimo.

Il Governo ed il Parlamento (ad esempio in sede di conversione del D.L.) dovrebbero ascoltare le proposte giunte da più parti (Magistratura, Avvocatura, Accademia) ed adottare misure coraggiose ed incisive per diminuire drasticamente e rapidamente la popolazione carceraria: introdurre una liberazione anticipata speciale; aumentare il limite di pena detentiva eseguibile presso il domicilio escludendo l’obbligo del braccialetto elettronico; differire l’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni; ricondurre la carcerazione preventiva ad extrema ratio.

Una volta superata l’emergenza sarà necessario affrontare la condizione delle carceri onde evitare il ripetersi di situazioni drammatiche.

Il sovraffollamento carcerario è tristemente noto da anni (nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per i trattamenti inumani patiti dai detenuti a causa del sovraffollamento) eppure la politica ha ignorato o negato il problema. La riforma dell’ordinamento penitenziario, nata dai lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale, che avrebbe anche incentivato le misure alternative, è stata affossata per calcoli politici.

I principi costituzionali, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), e convenzionali, che vietano le pene ed i trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU), sono disattesi da tempo.

Oggi i detenuti, gli agenti penitenziari, il personale e gli operatori sono esposti ad un rischio altissimo. Ciò che i cinici non considerano è che l’esplosione dei contagi in carcere aumenterebbe i contagi anche fuori da quelle mura e che il S.S.N. non sarebbe in grado di affrontare un’emergenza nell’emergenza.

Lo Stato ha il dovere di garantire il diritto alla salute dei detenuti che non possono essere trattati come rifiuti della società. I detenuti sono padri, madri, figli, figlie, fratelli, sorelle, esposti ancor più di noi a questo nuovo comune pericolo. Non dimentichiamoli e non abbandoniamoli.

 

 

 

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Politica

Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani

In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente prevedibile, l’emergenza imperversa incontrollata ed inarrestabile in ogni dove. Tali accostamenti, quindi, risultano del tutto inutili nonché, come d’altra parte ogni forma di classifica dei drammi, assolutamente inopportuni e meschini.

Con ogni probabilità, però, quella di oggi è incommensurabilmente peggiore di qualsiasi altra emergenza affrontata negli ultimi settant’anni, e gli incredibili sforzi umani profusi ne sono la quotidiana dimostrazione, non a caso si parla di “guerra”. Tuttavia, agli occhi di coloro che ne sono pienamente investiti, la giusta contezza di un evento può risultare complessa, essendo, invece, necessario il giusto distacco storico perché se ne comprenda a fondo la reale portata.

 

Eppure, non sembra avventato pensare al Covid19 come ad un vero punto di svolta, forse per tutto l’occidente, sicuramente pe l’Unione Europea come istituzione e per l’Europa come concetto.

Limitandosi al dialogo intergovernativo, non può riscontrarsi un pericolosissimo leit motiv, quasi che si voglia forzatamente edulcorare con tinte di ordinarietà una situazione che di ordinario, purtroppo, ha ben poco. Solo qualche giorno fa si concludeva la virtuale riunione Ecofin, in cui è emerso con forza il veto dei soliti noti (in particolare Germania e Olanda) su tutta una serie di misure economiche straordinarie europee (in primis i famigerati Euro/corona-bond), posto che le misure difensive e preventive già in essere risulterebbero al momento sufficienti. Già di per sé si tratta di una risposta di difficile comprensione, nonché francamente paradossale. Come si potrebbe, infatti, ritenere sufficiente e adeguata una misura preventiva, considerato che una qualsiasi azione, per l’appunto, “preventiva” ad una data situazione lo è proprio fintantoché tale situazione ancora non c’è, perdendo, evidentemente, ogni efficacia e funzione nel momento in cui, invece, la data situazione di pericolo effettivamente si concretizza? Ma tant’è che il veto opposto deve essere stato tale da spingere oggi Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia a recapitare una formale lettera al Presidente del Consiglio Europeo con la quale si chiede che vengano intraprese azioni straordinarie che limitino i danni economici e preparino il terreno per quello che sarà il post-Covid19.

Ebbene, senza voler giudicare la bontà dell’operato istituzionale nei diversi livelli di competenza, continua a preoccupare l’incertezza dei vertici europei nel voler prendere decisioni straordinarie, così come ha lasciato sgomenti l’esternazione “sismica” della Presidente Lagarde di qualche giorno fa, solo in parte rattoppata; ha inquietato il fatto che le richieste di acquisto di dotazioni di protezione siano rimaste a lungo inevase, laddove totalmente ignorate, dalle Cancellerie di mezza Europa e francamente ha inorridito il gioco a nascondino del materiale medico destinato all’Italia cui si è dovuto (e si continua ad) assistere presso le dogane di taluni paesi membri di frontiera.

La verità, purtroppo, e lo si dice da europeista convinto, è che l’UE ha ormai abituato a palesi dimostrazioni di manifesta non “unioneità”: dalla crisi balcanica a quella siriana, passando per la primavera araba, alle emergenze umanitarie ed economiche. Incapacità ad essere uniti che non può non essere stata origine e fertile humus dei sentimenti nazionalisti e sovranisti esplosi nei singoli paesi membri; paesi (Italia in primis) oggetto di sempre più insistenti avances (solidali, strategiche, velenose? presto per dirlo) da rinomati campioni di democrazia e libertà come Russia e soprattutto Cina.

Il 24 marzo ricorreva l’anniversario della nascita di Luigi Einaudi. Mai come oggi è, allora, di vitale importanza ricordare il discorso da lui pronunciato all’Assemblea Costituente all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale,  parole che ora si elevano a grido, più che a monito, e che devono scuotere gli animi di tutti gli europei e soprattutto di coloro che hanno l’onere di governarci:  “Riusciremo a salvarci dalla Terza Guerra Mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa” non l’idea della “dominazione colla forza bruta, ma l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune […] Urge compiere un’opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione. Vano è predicare pace e concordia quando alle porte urge Annibale. […] Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità […] questo è l’unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali […] bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa nella vita spirituale degli altri popoli. […] Utopia la nascita di un’Europa aperta a tutti i popoli decisi a informare la propria condotta all’ideale della libertà? Forse è Utopia. Ma ormai la scelta è soltanto fra l’Utopia e la morte, fra l’Utopia e la legge della giungla”; e bisogna fare ciò, continua Einaudi, perché nell’eventualità avversa che l’Europa vorrà “rinselvatichire, noi non potremmo essere rimproverati dalle generazioni venture […] di non aver adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente”.

Parole pesantissime eppure alate, pronunciate all’indomani della più sanguinosa guerra; la guerra che, per quanto sia difficile da accettare, è pur sempre un fatto umano e, in quanto tale, voluto.

Il virus non lo è, non è un fatto umano e non è fatto voluto. È un flagello e tale rimane.

 

Eppure, se si vuol individuare una qualche funzione al virus, forse è proprio quella di strumento cui una comunità comprende e riconosce la propria identità.

Non sta a me dire se il monito di Einaudi sia stato onorato delle generazioni a lui successive, se effettivamente l’Europa abbia, in tutti questi anni, intrapreso lentamente un percorso autodistruttivo, di certo mai come prima siamo chiamati a decidere che tipo di comunità vogliamo essere quando tutto sarà passato e se a questa comunità vorremmo dare il nome, la “divisa”, Europa.

Siamo chiamati, cioè, a quel tipo di decisioni dalle quali dipende il rimprovero delle generazioni future. Ora più che mai.

 

 

 

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Costume e società

Guanti come simbolo di libertà

L’insofferenza tutta italiana nel restare a casa è la testimonianza di un popolo che nei decenni, probabilmente a causa di ideologie e post-ideologie figlie del cosiddetto pensiero debole, ha progressivamente perso la tempra di una comunità di destino. Gli italiani si inebriano in flash mob alla finestra quale surrogato di una socialità perduta che è tutt’altro rispetto all’essere popolo: a dettare le regole della socialità 4.0 da riprendere e consumare sui social è, semmai, più l’impotenza nel non poter fare l’apericena delle diciannove. La coscienza nazionale imporrebbe altre riflessioni a tutti. E anche se, almeno per una volta, il Tricolore non viene sventolato per le speranze calcistiche degli azzurri, è questo un magro bottino rispetto all’essere Nazione e anche all’essere sinceramente comunità.

Eppure, basterebbe la lezione che ormai diversi decenni or sono ci diedero i Piccolo di Calanovella per farci riflettere e ricordarci come l’esser isolati può costituire tutt’altro che chiusura, ma occasione per ripensare il mondo contemporaneo secondo geometrie diverse, direttrici esistenziali di un tempo altro, che vanno al di là dello stesso divenire temporale.

Sì, perché i tre fratelli Lucio, Casimiro e Giovanna Piccolo si isolarono dal mondo per vivere la loro esistenza a Villa Piccolo, nella dimora di famiglia che si trova sulle colline che sovrastano la Piana di Capo d’Orlando. Fu La Madre Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò a decidere il destino di tutti, quando nel 1932, a causa della crisi economica e non solo che investiva l’aristocrazia palermitana, decise di abbandonare per sempre Palermo e confinare se stessa e i tre figli in quella radura isolata alle porte dei Nebrodi.

Eppure l’isolamento dei Piccolo di Calanovella è ben diverso da quello nostro e dei nostri contemporanei italici o italioti, perchè nonostante le loro uscite dalla Villa fossero rare, non vi fu sofferenza in quella scelta. Anzi, fu quella la molla che diede la spinta necessaria affinché le esistenze dei tre rampolli di casa Piccolo diventassero tutt’uno con l’arte: Lucio, poeta, in quella villa concepì versi di bellezza assoluta che non sfuggirono a Eugenio Montale. Casimiro inventò il genere degli acquerelli magici che lo rendono ancora oggi pittore unico nel panorama siciliano e italiano del Novecento e Giovanna (nome di battesimo Agata Giovanna), attorniata da uno stuolo di giardinieri, realizzò meravigliose creazioni botaniche con piante rare, i cui segni ancora oggi sono presenti nei giardini della Villa.

E non fu un caso se quella stessa solitudine della Villa fu scelta anche da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cugino dei Piccolo, che soggiornò spesso nella dimora orlandina, luogo che gli permetteva di ritrovarsi e ricevere spunti formidabili per quello che sarebbe divenuto il romanzo più importante della storia letteraria italiana.

La solitudine non, perciò, come isolamento e detenzione, ma quale possibilità di un ascolto più profondo di se stessi e di uno sguardo più ampio verso il mondo, le sue mode, il suo frenetico andare, ma da un punto di vista distinto e non distante. Presente anzi più che mai nella contemporaneità, per osservarne l’anima e l’essenza più profonda. Ecco perché i Piccolo sono oggi attualissimi, in un’epoca in cui tutti siamo chiamati a restare nelle nostre abitazioni per evitare il propagarsi di un virus sconosciuto.

In ciò ci vengono in soccorso i guanti di Casimiro, sì proprio i guanti bianchi che il Barone di Calanovella indossava sempre, come a mantenere un solco tra se stesso e il mondo del divenire. E noi oggi che i guanti dobbiamo indossarli per forza quando usciamo da casa, siamo solo un pallido riflesso di quella sapienza. I guanti bianchi del Barone, infatti, sono tutt’altro che fobia, bensì la volontà di preservare qualcosa di sacro da influenze estranee. Ciò mediante i terminali più evidenti, le proprie mani, strumenti di lavoro per chi come lui armava pennelli e macchine fotografiche. Che per un’artista come Casimiro erano alla stregua di oggetti sacri e dunque, da non insozzare con ciò che attiene a piani meno elevati.  Ma i guanti bianchi sono anche segno di purezza, poiché attraverso il tocco, ciò che attiene a una dimensione assoluta non abbia ad esser compromesso a contatto con un mondo sempre più basso: guanti come simbolo di libertà, dunque, non di coercizione, espressione una influenza sottile che arriva fino coloro che sono chiamati a preservarla e portarla innanzi. Oltre il tempo presente.

E poco male se Casimiro e d’altronde anche i suoi fratelli, preferivano un dialogo con l’Assoluto e le sue forme rispetto alle moltitudini e alle folle. La risposta sta nell’arte stessa, nella magia che unisce questo e l’altro mondo in un unico afflato ora poetico, ora botanico, ora pittorico. Le descrizioni in rima di Lucio Piccolo e le riproduzioni su tela o carta degli spiriti elementali di Casimiro ne sono, d’altronde, la rappresentazione paradigmatica.

In ciò la solitudine rappresenta l’occasione che i Piccolo hanno avuto per incastonare le loro vite nell’immortale fluire cosmico. E del resto, vita e morte all’interno della Villa erano e sono un tutt’uno: non v’è dicotomia, ma un’unica solidale dimensione, nella quale ciò che è e ciò che appare non sempre attengono a quel che oltre 250 anni di post illuminismo rifiuterebbe di ammettere, per cantare un improbabile trionfo del razionale e del banalmente materiale.

Sub specie Aeternitatis potrebbe dirsi a suggellare un patto tra uomini e Dei che va oltre il tempo e lo spazio e perciò, oltrepassa gli stretti limiti di un appartamento, di una casa, di una villa, e finanche del mondo intero.

Per questo, restar nelle proprie abitazioni non è mica una detenzione, ma – per pochi, pochissimi forse – in ciò risiede una possibilità di ritrovare una strada ancora non del tutto cancellata dall’ipocrisia dei tempi ultimi.