Immigrazione, il conflitto fra due etiche diverse

I flussi migratori hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo sulla terra, fin dall’antichità. Gli spostamenti sono avvenuti per i più vari motivi: condizioni di miseria, territori ostili, guerre.

Il desiderio di migliorare il proprio stile di vita ed assicurare un futuro alle generazioni successive è certamente la sfida più grande della nostra esistenza.

Insieme ai problemi delle trasformazioni ambientali e dal riacutizzarsi della conflittualità bellica in varie parti del mondo, gli spostamenti delle popolazioni sono tra i fenomeni che vengono maggiormente percepiti nella società contemporanea.

Su di essi si catalizzano le paure e le ostilità delle mai sopite pulsioni xenofobe dei paesi di accoglienza, moltiplicati e facilitati oggi dalla riduzione delle distanze geografiche e dalla velocità di trasmissione dei messaggi mediatici.

Nel secolo scorso l’esodo di massa ha costituito “grande risorsa per paesi vasti e in via di sviluppo come gli stati uniti d’America.

Tuttavia, nell’epoca attuale, con la spinta tecnologica che migliora i servizi, ma non può garantire i livelli di occupazione lavorativa che un tempo garantiva la grande industrializzazione, diviene inevitabile lo scontro tra varie etnie provenienti da culture molto differenti.

L’Italia non è in grado di sostenere un flusso migratorio così ingente, per vari motivi: alla crisi economica che rischia di generare nelle nostre periferie una “guerra fra poveri”, si aggiunge l’atavica e carente struttura del nostro Stato e del suo sistema organizzativo-burocratico.

Senza contare che l’integrazione fra civiltà e modi di pensiero esige gradualità e tempi lunghi e le culture di buona parte degli immigrati non sono allo stato attuale comparabili con i nostri standard di libertà civile e democratica.

A queste ragioni politiche si oppongono altre di diverso segno basate su considerazioni morali: se ne fa portatrice soprattutto parte della Chiesa cattolica e il papa in prima persona. Bergoglio arriva addirittura a dire che “respingere gli immigrati è un atto di guerra”.

Più che un conflitto fra politica, si tratta però a mio avviso del conflitto fra due etiche diverse: quella cattolica della convinzione, quella laica e politica della responsabilità. Quest’ultima, al contrario della prima, tende a considerare sempre la conseguenza delle proprie azioni, e non dice mai fiat iustitia et pereat mundus.

Secondo Kant, tuttavia, si può fare giustizia, cioè essere giusti, e non far perire il mondo. Il suo “progetto di “pace perpetua” esige però l’esistenza di uno “Stato cosmopolitico” che, ammesso e non concesso che sia (come lui crede) auspicabile, è ancora molto al di là da venire.

In Kant l’idea di una pace perpetua è resa impossibile dal vigere di assetti o istituzioni politiche ingiuste entro gli Stati: il suo progetto di pacifismo giuridico non è solo ancorato da una filosofia della storia, ma è reso coerente dallo sfondo più ampio della teoria etica.

L’alternativa non è però, kantianamente, sempre a mio avviso, fra la “pace perpetua” o la guerra, ma, allo stato attuale, fra la guerra e una pace governata dalla politica e dagli Stati.

 

3 motivi per cui gli intellettuali odiano il liberalismo

Perché gli intellettuali non amano il liberalismo? Corrado Ocone, riprendendo alcune considerazioni di Roberto Esposito su La Repubblica – “Cosa spinge i maggiori intellettuali novecenteschi o a costeggiare il fascismo o ad abbracciare il comunismo?” – ha notato che il liberalismo, anche dopo il fallimento storico dei totalitarismi, riscuote poche simpatie culturali e gli intellettuali, ancora loro, hanno in odio il capitalismo, la democrazia rappresentativa, la proprietà privata, la borghesia (alla quale appartengono) vale a dire tutte quelle istituzioni che non solo sono legate al liberalismo ma hanno creato anche il mondo in cui viviamo e sono alla base della libertà.

Dunque, tra intellettuali e liberalismo e, ancora meglio, tra intellettuali e libertà c’è contrapposizione? Sarei tentato dal dire sì ma meglio argomentare. I motivi dell’antipatia degli intellettuali per il liberalismo sono vari ma qui ne indico tre.

1) Gli intellettuali amano il potere, mentre il liberalismo viene al mondo per limitare il potere. L’ambizione degli intellettuali non è quella di limitare il potere bensì quella di potenziarlo.

Nel Novecento gli intellettuali hanno seguito questa strada diventando consiglieri del potere in nome e per conto della verità e della scienza riuscendo così a tradire la verità ed a corrompere il potere.

Sono diventati qualunque cosa: consiglieri, ministri, rettori, ideologi, propagandisti. Hanno fatto di tutto tranne ciò che avrebbero dovuto fare: criticare il potere – qualunque potere, anche quello della verità – e limitarlo per difendere la libertà.

2) Gli intellettuali sono vanitosi e superbi e credono che la verità sia in loro possesso e attraverso il possesso della verità si sentono autorizzati a legittimare qualunque nefandezza: rivoluzioni – che in realtà sono colpi di Stato -, dittature, totalitarismi, razzismi, stermini di massa, odio di classe.

Per gli intellettuali che posseggono la verità, infatti, le nefandezze non sono così malvagie e sono semplicemente il prezzo da pagare per la realizzazione della verità e la trasformazione del male in bene.

Detto in due parole: gli intellettuali grazie alla verità che ritengono di possedere e il patto che stringono con il potere vogliono instaurare né più né meno che una dittatura degli intellettuali quale in fondo è sempre stato il partito di Lenin e il pensiero comunista di Gramsci.

3) Gli intellettuali, chi più chi meno, sono figli del marxismo. Prima del marxismo gli intellettuali non esistevano e c’erano i letterati. È significativo che Antonio Labriola – il primo serio marxista italiano – si rivolga a Croce, in una lettera, dandogli del letterato disimpegnato e Croce, da par suo, risponda con ironia dicendo “lasciatemi fare il letterato”. I marxisti, invece, non possono essere letterati perché hanno scoperto nientemeno come va il mondo e lo hanno fatto sulla base di quella che poi sarà chiamata la “teoria del sospetto”.

In pratica, consiste in questo: si sospetta che la democrazia rappresentativa, il capitalismo, la proprietà privata, i mezzi di produzione siano delle truffe mascherate dalla cultura della borghesia che copre tutto con la sua falsa coscienza.

Il marxismo si presenta come un’operazione verità, una pratica di smascheramento ma per farlo crea il più grande mascheramento ideologico che mai sia stato concepito e così il manifesto del partito comunista invece di liberare gli operai diventa, nel più infelice dei contrappassi, la falsa coscienza del proletariato.

Ma questa coscienza è così falsa che quando è smascherata automaticamente si ri-maschera dicendo che i suoi critici sono dei traditori e dei nemici del popolo – che gli stessi intellettuali odiano – e così la falsa coscienza è sempre salva dagli errori e dalle falsificazioni. È per sua natura infalsificabile. Una specie di Dio in terra ma senza Dio.

Cambiate i secoli, i nomi, i giornali, gli articoli, cambiate tutto ciò che va cambiato e alla fine scoprirete di essere ancora lì dove qualcuno – gli intellettuali, che poi sarebbero professori, politici, giornalisti, sociologi, scienziati – sulla base di un malinteso concetto di verità crede di aver risolto quello che Marx chiamava l’enigma della storia e su quella scorta, trovato un gancio – che è un partito che si impossessa dello Stato o con la forza o con il voto -, ritiene che sia giunto il momento di imporre agli altri legittimamente e per il loro stesso bene verità, giustizia, eguaglianza.

La odierna dittatura del cosiddetto “politicamente corretto”, che è sempre politicamente corrotto, nasce qui e viene da lontano. È il solito integralismo culturale adeguato ai tempi della comunicazione di massa in cui le stesse masse con cretina superbia intellettuale e moralismo di quart’ordine si fanno volontariamente schiave.

Noi viviamo tempi in cui questo meccanismo infernale è ancora perfettamente attivo e a volte mi stupisco che le nostre libertà siano ancora in piedi e la nostra vita ancora in vita.

Perché gli intellettuali, che sono ormai tutto un mondo di cretini che arma il proprio carnefice, alla fin fine odiano la vita e sono così risentiti verso la vita da immaginare anche processi alla storia e ai morti impancandosi su un tribunale storico che nemmeno Dio, che pur conosce tutto ciò che accade nei nostri visceri e reni, ha riservato a sé stesso.

L’unica verità che conta è quella di non farsi troppo governare dagli altri, soprattutto dagli intellettuali che odiano la nostra libertà da letterati.

 

La guerra fredda ai tempi di Trump e Kim Jong-Un

L’escalation di tensione che sembra portare sempre più allo scontro l’America di Trump e il regime comunista di Kim-Yong Un fa, di questa torrida estate, una stagione raggelante sotto il punto di vista diplomatico e militare.

I nuovi venti di guerra fredda che paiono investire il nuovo equilibrio mondiale si fanno, infatti, sempre più concreti con l’ennesima provocazione missilistica di Pyongyang e le minacce di ritorsione da parte dell’America di Trump e dei propri alleati a Tokyo e Seoul.

Dopo un’iniziale altalenante e controverso rapporto diplomatico tra i due attori durante il quale Washington aveva addirittura ridicolizzato il presunto pacchetto nucleare in mano a Kim, gli ennesimi test nel Pacifico hanno finalmente denunciato, per chi avesse ancora dubbi, la pericolosità della corsa agli armamenti della Corea del Nord e il potenziale devastante che potrebbe scaturire da un eventuale show-down.

Ancora una volta, gli Stati Uniti, si sono fatti trovare impreparati a questo ennesimo spettacolo propagandistico e, come durante l’amministrazione Obama, la proverbiale potenza americana sembra quasi essere data per morta, dopo i fallimenti in Libia e Iraq e i continui tentennamenti del presidente-magnate, troppo preso, in questi ultimi due mesi, a fronteggiare un Paese in agitazione per le rivelazioni a singhiozzo sul Russiagate e per le costanti tensioni sociali ed etniche che continuano ad insanguinare la cronaca interna.

Paradigmi, ad oggi, non ce ne sono: non sappiamo né, conoscendo Trump e suoi, potremmo scommettere su quale sarà il tipo di reazione che gli Stati Uniti vorranno contrapporre alla costante minaccia coreana. Fatto sta che, in circa otto mesi di lavoro, alla Casa Bianca, di politica estera ci si occupi poco e nulla e la facilità con cui Kim pone in atto questa lunga e preoccupante serie di provocazioni ne è la dimostrazione. Non che una via di uscita sia semplice.

La Corea del Nord è, come noto, con i suoi cinque milioni di uomini, il Paese con più forze di riserva militari e il terzo esercito mondiale; strategicamente, dato anche il pur rudimentale ma sempre potenzialmente troppo devastante arsenale atomico, un conflitto sulla falsariga di quello afgano od iracheno appare impossibile da mettere in atto e l’ipotesi, veleggiata da decenni a Pennsylvania Avenue, di un foraggiamento di un eventuale colpo di stato che rovesci la famiglia Kim, al potere dal 1948, non appare ancora tecnicamente praticabile senza un coinvolgimento diretto ed indiretto dell’unico alleato rimasto ai nordcoreani, quella Cina che ad inizio agosto ha, per la prima volta da anni, censurato pubblicamente e in via ufficiale la spericolata politica di Kim votando all’Onu a favore di nuove sanzioni.

E con ogni probabilità, a fronte di un progressivo avvicinamento tra Pechino e Washington, è proprio questa la via, allo stato degli atti, più accreditata per porre freno alle velleità nordcoreane.

Se soluzione dal punto di vista “politico” mai ci sarà, magari con una sostituzione di Kim, non c’è alcun dubbio che protagonista di questo scenario debba essere in primis proprio Pechino, senza la cui influenza ogni passo in estremo oriente di Trump oggi, come di Obama ieri, rischierebbe un devastante fallimento che provocherebbe, stavolta in modo definitivo, il tramonto dell’influenza americana in uno dei suoi molti “giardini di casa”.

Ius soli, è davvero un baluardo di civiltà?

Negli ultimi giorni a livello mediatico si afferma che lo ius soli sia una legge di civiltà.
Sorge pertanto lecito domandarsi in che termini lo possa essere: in Italia vi sono gravi violazioni dei diritti umani nei confronti degli stranieri?

A livello normativo la posizione giuridica degli stranieri è identica a quella dei cittadini italiani, infatti non vi è nessuna discriminazione sulla “carta”.
La Costituzione ne è la prova lampante, infatti l’art. 3 Cost afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Pure il cittadino straniero è investito dall’uguaglianza formale e sostanziale avendo così una copertura totale dalle discriminazioni che potrebbero sorgere a livello giuridico – istituzionale. Infatti può esperire qualsiasi azione prevista dall’ordinamento in tutela dei suoi diritti nel caso in cui fossero calpestati.

Il cittadino straniero infatti per la sua posizione di parità con il cittadino italiano si vede riconosciuti a pieno titolo tutti i diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, alla casa, all’istruzione, all’equo processo, libertà di circolazione nel territorio dello Stato, il diritto alla libertà ed alla sicurezza personale, il diritto a non essere sottoposto a pene, trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, diritto alla difesa  ect ect.

La Corte costituzionale ha affermato che il principio di eguaglianza previsto dall’art. 3 Cost. deve essere interpretato sia in connessione con l’art. 2 Cost., che prevedendo il riconoscimento e la tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo” che non distingue tra cittadini e stranieri, ma garantisce i diritti fondamentali anche riguardo allo straniero (Corte cost. sent. 18 luglio 1986, n. 199), sia in connessione con l’art. 10, comma 2, Cost., che rinvia a consuetudini e ad atti internazionali nei quali la protezione dei diritti fondamentali dello straniero è ampiamente assicurata.

Il cittadino ha maggiori diritti? Giusto

Il cittadino ovviamente gode di diritti maggiori rispetto allo straniero per via del suo rapporto permanente con lo Stato, infatti i diritti dello straniero «rappresentano un minus rispetto alla somma dei diritti di libertà riconosciuti al cittadino» (Corte Cost. sent. 15-21 giugno 1979, n. 54) e ciò consente al legislatore di introdurre una serie di limitazioni nei confronti dello straniero soprattutto nei riguardi dei diritti connessi allo “status activae civitatis”, ovvero i diritti politici.

Queste limitazioni nei diritti nei confronti dello straniero non sono un’ingiustizia, bensì si basano sul principio della reciprocità (art. 16 delle preleggi): tutti gli Stati presentano delle limitazioni nei confronti degli stranieri presenti nel loro territorio.

Molti affermano per giustificare lo ius soli che il cittadino straniero non possa accedere ai concorsi pubblici.
La legislazione attuale afferma che lo straniero può partecipare a determinanti concorsi solo se non vi sia l’esercizio di pubblici poteri. (es. Ordinanza del 27 maggio 2017, R.G. 1090/17).

Queste riflessioni mi portano quindi, a giudicare lo ius soli una mera aberrazione giuridica in quanto il cittadino straniero in Italia non subisce alcuna discriminazione.

Il concetto di cittadinanza deve essere legato a quei nobili sentimenti che sono la condivisione del patto sociale, l’abbracciare i valori fondanti della nostra Costituzione e orgoglio nazionale.

Ridurre la cittadinanza a mera frequentazione di un ciclo scolastico o nascita nel territorio dello Stato è decisamente riduttivo vista la complessità e la sensibilità del tema in questione.

Il legislatore che si occupò della L. 91/92 non contemplò lo ius soli puro per questioni geografiche. L’Italia essendo in una posizione delicata non era funzionale una legislazione di questo tipo.

Le mie considerazioni sul caso sono le medesime, vista la situazione migratoria attuale e soprattutto visti gli innumerevoli escamotage che permettono di ottenere un permesso di soggiorno di varia natura che poi si potrà convertire in permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, che è uno dei requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana per i minorenni nati all’estero.

Affermare che lo ius soli puro è applicato negli Stati Uniti come mezzo per sottolineare la bontà di questa proposta di legge e l’arretratezza del nostro sistema giuridico è palesemente scorretto.
La Corte Permanente di Giustizia Internazionale – Parere 7/2/1923 afferma che  “le questioni della nazionalità riguardano il dominio domestico, cioè riservati allo Stato”.

Lo stesso Dionisio Anzilotti afferma che ogni Stato è libero di regolare le condizioni della cittadinanza, quindi prendere a paragone un paese terzo e non la situazione attuale e concreta è l’approccio sbagliato ad una questione così spinosa che richiede pragmatismo.

Straniero discriminato e non tutelato? Non è vero

L’attuale classe politica inoltre fa leva sul fatto che chi nasce in Italia senza la cittadinanza italiana risulta discriminato e non tutelato, ma tutto ciò non è veritiero.

In primis la cittadinanza non è un diritto qualora un soggetto non rischia di diventare apolide come affermato dalla Dichiarazione universale dell’uomo del 1948 (Art. 15: “ Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza “).
I bambini nati in Italia da cittadini stranieri non rischiano di diventare apolidi in quanto ottengono per ius sanguinis la cittadinanza dei genitori.

Sarà al compimento dei 18 anni con apposita domanda all’Ufficiale di Stato Civile che acquisteranno la cittadinanza italiana (art. 4 comma 2 L.91 /92) e potranno esercitare i diritti politici che spettano solo ai maggiorenni come l’elettorato attivo e passivo e l’accesso ai concorsi pubblici, ect ect.

Per quanto riguarda chi non è nato in Italia la questione è che hanno un legame con un altro paese e non solo con lo Stato Italiano, ergo l’espletamento di un ciclo di studi non è la condizione sufficiente per l’ottenimento della cittadinanza italiana.

Il bambino nato in uno Stato estero avendo un legame con un altro Stato deve, a mio parere, sottostare al potere di discrezionalità dello Stato che vaglierà la sua posizione e deciderà se è nel suo interesse riconoscerlo come cittadino.

Il semplice espletamento di un ciclo di studi, che è un dovere oltre che per lo Stato anche per se stessi, non garantisce l’adesione al patto, il riconoscimento dei valori e dei DOVERI contenuti nella Costituzione che sono la colonna portante dello Stato di diritto.

Non è concepibile ridurre la cittadinanza a semplice espletamento di un ciclo scolastico o mezzo per evitare il visto scolastico per la gita in paesi in cui è richiesto perché concepito come un’ingiustizia da alcuni stranieri e attivisti per i diritti umani.

 

Le occupazioni abusive e la tutela dell’ordine pubblico

Non vi è, né vi può essere alcuna differenza tra uomini di razza, nazionalità e colori differenti e tutti gli uomini sono eguali in dignità e diritti. Principi sui quali non si può non essere d’accordo e che si auspica possano diventare diritti effettivi, nella vita di ogni giorno, ad ogni latitudine.

L’Italia però non è l’Eden e l’effettività dei diritti individuali, si misura anche con la tutela dei diritti dei terzi (dei cittadini italiani, quindi).

Oggi gli extracomunitari regolarmente residenti in Italia sono più di cinque milioni (5.026.153 al 31.12.2016, dati ISTAT), ai quali si dovranno aggiungere i migranti che rimarranno in Italia, all’esito delle operazioni propedeutiche al riconoscimento del diritto di asilo.

Nel 2016 in Italia sono giunti 181.436 migranti, mentre quest’anno, fino al 24 agosto ne sono sbarcati 98.072. Il trend fino al mese di giugno era incredibilmente in ascesa, rispetto all’anno scorso. Solo grazie all’accordo negoziato dal ministro dell’Interno con i quattordici capi tribù libici ha impedito che il 2017 fosse ricordato come l’anno record dei flussi migratori.

Questo accordo prevede che il governo libico, sia a livello “centrale” sia a livello territoriale, con questi quattordici sindaci, si impegni a frenare l’esodo dal territorio libico a fronte di un aiuto economico, che consiste nel sostegno alla Guardia costiera libica (attraverso formazione dei militari e fornitura di motovedette) ma anche in aiuti economici che disincentivino il traffico di migranti, soprattutto in quei comuni più colpiti dal fenomeno dell’immigrazione illegale.

Grazie a questo accordo nel mese di luglio, sono sbarcati sulle coste italiane 11.459 unità, meno della metà dei migranti sbarcati a maggio, mentre in agosto (fino al 24) solo 2.859.

Oggi, 28 agosto, il presidente del consiglio dei ministri Gentiloni parteciperà ad un vertice con il presidente Macron all’Eliseo, per verificare se vi siano le condizioni per elaborare strategie comuni necessarie per affrontare in sede europea il problema dell’immigrazione e cercare di trovare una soluzione che metta d’accordo tutti.

Dubito che gli interessi francesi ed italiani potranno essere convergenti sul tema della gestione dei migranti. Troppo diverse sono le nostre storie e gli interessi industriali (basti pensare all’abbattimento di Gheddafi, ai motivi ed agli effetti commerciali) da tutelare.

Sul lato interno, apprendiamo che il Viminale sta lavorando ad una direttiva che dovrebbe dare ai prefetti il potere di requisire edifici pubblici vuoti, per riempirli degli immigrati che occupano abusivamente stabili privati in caso di sgomberi.

La questione è molto delicata e va affrontata con la necessaria cautela. Da un lato è indiscutibile che sgomberi come quelli di giovedì scorso di via Curtatone creano problemi di ordine pubblico che l’autorità prefettizia deve necessariamente affrontare e gestire nel migliore dei modi, dall’altro però, vi è il sacrosanto diritto di vedere tutelata la proprietà privata da chiunque voglia appropriarsene contro la volontà del proprietario.

Si badi bene, non stiamo parlando solamente di una questione privatistica, da affrontare iure privatorum direbbero alcuni, bensì la problematica costituisce il perno fondamentale dell’art. 42 della Costituzione e rappresenta un cardine dei sistemi democratici occidentali.

L’idea di poter sgomberare un edificio privato, illegittimamente occupato, solo se sono disponibili altrettanti edifici pubblici da destinare ad abitazioni alternative per gli occupanti, mi sembra un’idea allucinante, anche al netto di tutte le considerazioni di ordine pubblico e sicurezza sociale.

Mi sembra assolutamente illiberale e antidemocratico che uno stato si preoccupi di tutelare chi viola deliberatamente la proprietà altrui, preferendolo, attraverso nuovi criteri di assegnazione (introdotti surrettiziamente), a chi una casa popolare l’ha richiesta da anni e cerca di sbarcare il lunario, pagando le tasse (sempre eccessivamente esose) e l’affitto di immobili tante volte peggiori di quelli abusivamente occupati.

Questa nuova “direttiva sgomberi” ha tanto il sapore di una trovata demagogica per placare le proteste di pochi a danno delle tasche di molti.

Si abbia l’autorevolezza di affrontare il problema con fermezza, garantendo, prima di tutto, i diritti di chi (italiani e stranieri) ha acquistato immobili con le regole che il nostro stato impone e si affronti il problema degli immigrati abusivi censendoli ed inserendoli in un percorso legale, che dia loro la possibilità di essere considerati uomini di serie A, come tutti gli altri cittadini italiani, mettendo fine a questi trattamenti privilegiati, che oggi, più di ieri, sono socialmente inaccettabili e, se non risolti, creeranno problemi di ordine pubblico ben più gravi di quelli creati da qualche migliaio di manifestanti.

Essere o non essere intolleranti con gli intolleranti?

Un nuovo meme si aggira nella rete: è quello sul paradosso della tolleranza di Popper. Eccolo qua:

Il meme illustra un pensiero che si trova ne La società aperta e i suoi nemici (precisamente la nota 4 al capitolo VII del volume I), e che dice: “la tolleranza illimitata deve portare alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi.” (Popper, 1943, pag. 346)

Isolato dal contesto, questo passo potrebbe indurre a credere che, per Popper, fosse lecito usare la forza per impedire agli intolleranti anche soltanto di esprimere le loro idee intolleranti.

Ma non è così. Il passo, infatti, continua dicendo: “In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto il controllo dell’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni.

Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni o delle pistole.” (Popper, 1943, pag. 346)

Popper, dunque, non vuole sopprimere l’espressione delle opinioni intolleranti – non finché rimangono opinioni difese a parole e non con i fatti. Ciò che vuole sopprimere sono le azioni violente che da quelle opinioni derivano. Qualunque liberale – e Popper lo era – conosce bene questo principio: si chiama principio del danno, e distingue chiaramente tra parole e azioni. Le parole non arrecano danno, quindi non devono essere soppresse.

Contro questo argomento si solleva solitamente un’obiezione: ci sono dei casi in cui anche le parole possono fare dei danni.

Il caso tipico è quello di chi procura un falso allarme, ad esempio gridando: “Al fuoco!” in un teatro gremito. La gente si allarma e corre verso le uscite. Nella concitazione del momento una persona muore schiacciata dalla folla terrorizzata. In questo caso, le parole arrecano certamente un danno. Non direttamente, ma per la reazione che inducono in chi le sente pronunciare.

Se accettiamo questa obiezione, dobbiamo riformulare il principio del danno e dire: è lecito usare la forza contro quelle azioni che arrecano danno agli altri, ma anche contro coloro che pronunciano parole che possono indirettamente arrecare un danno agli altri.

A questo punto sorgono due problemi:

1) Che cosa dobbiamo intendere esattamente per “danno”?

2) Quanto può essere lunga la catena di eventi che, dalla parola, porta al danno?

Esaminiamo un problema per volta.

1) Siamo tutti d’accordo che se io tiro un pugno in faccia a qualcuno gli procuro un danno. Ma se, invece di ferirlo fisicamente, ferisco i suoi sentimenti? Anche questo conta come un danno?

Se la risposta è sì allora, ne consegue che è lecito usare la forza contro di lui, ad esempio chiedendo che venga punito o esigendo che ricompensi la vittima. Ma una società che implementi una nozione così estesa di “danno” sarebbe fortemente repressiva.

Sarebbe una società nella quale si potrebbe essere multati (o, al limite, incarcerati) per aver tirato una bestemmia, o per aver fatto una battuta razzista, o per aver offeso i sentimenti del benpensante di turno che vede una coppia gay baciarsi in un parco (perché anche lui si sente offeso).

Forse è un po’ troppo.

Forse è meglio restringere un po’ la nozione di “danno”. Un’idea potrebbe essere questa: l’offesa dei sentimenti altrui non conta come danno. Non è bello offendere i sentimenti degli altri. Ma non è sufficiente a per mettere in atto forme di repressione. Contano però quelle parole che possono indirettamente provocare un danno fisico agli altri. Il caso del teatro che facevo prima è un esempio.

2) Questo però mi porta al secondo problema: quanto può essere lunga la catena di eventi che dalla parola porta al danno? Nel caso del teatro, la catena è molto corta: la morte della persona che rimane schiacciata dalla folla è provocata dalle parole di colui che, un istante prima, ha gridato: “Al fuoco!” Ma come dobbiamo comportarci nel caso in cui la catena di eventi sia molto più lunga?

Supponiamo che qualcuno vada nel famoso speaker’s corner di Hyde Park per fare un discorso antisemita (per chi non lo sapesse, lo speaker’s corner è un luogo che si trova nella zona nord orientale del parco, dove chiunque può tenere discorsi: pare che vi abbiano parlato anche Marx e Lenin).

Tra gli uditori, c’è un individuo che rimane fortemente impressionato dal discorso. Costui decide di passare ai fatti e di aggredire il primo ebreo che incontra per strada.

La domanda è: oltre all’autore materiale del fatto, è giusto punire anche l’oratore del parco? Suppongo che molti risponderebbero “sì”, a questa domanda. Dopotutto, non c’è una grande differenza tra questo caso e il caso del procurato allarme nel teatro.

L’unica differenza è che, in questo caso, la catena degli eventi che porta all’aggressione è un po’ più lunga di prima: l’uditore deve prima di tutto convincersi che il discorso dell’oratore era giusto. Poi deve convincersi che bisogna fare qualcosa in proposito. Poi deve decidere che la cosa giusta da fare è aggredire il primo ebreo che incontra per strada.

La sostanza, però, non cambia. Se è giusto punire chi procura un falso allarme, è giusto anche punire chi fa discorsi antisemiti.

Altra domanda: se è giusto punire l’oratore dopo che il danno è stato commesso, è anche giusto impedirgli di fare il suo discorso, in modo tale da prevenire ogni possibile danno? Suppongo che chi ha risposto “sì” alla prima domanda, risponderà “sì” anche in questo caso.

Se sappiamo che può esistere un nesso tra un discorso fatto e un danno provocato, abbiamo una buona ragione per impedire che il discorso venga pronunciato.

In questo modo, dobbiamo aggiungere al principio del danno la seguente clausola: non importa quanto è lunga la catena di eventi che separa un discorso da un danno. In ogni caso, la censura di un discorso potenzialmente pericoloso è giustificabile.

È un principio accettabile questo? Forse per qualcuno lo è. Ma io non vorrei vivere in una società che lo mettesse in pratica. Perché, se la lunghezza della catena di eventi non conta, allora dovremmo chiedere al nostro governo di ritirare dal commercio tutte le copie del Mein Kampf, tutte le copie del Manifesto del partito comunista, tutte le copie della Bibbia (nella misura in cui l’uso della violenza viene giustificato).

Non basta. Bisognerebbe anche vietare tutti i film che contengono scene di violenza (a qualche testa calda potrebbe sempre venire in mente di emulare i cattivi), tutta la pornografia che simula scene di rapporti non consensuali, tutti i videogiochi violenti, e così via.

Ma non basta ancora. Dovremmo vietare anche tutti quei discorsi che sono fortemente critici nei confronti della società nella quale viviamo. A questo proposito, vorrei citare un fatto che mi ha colpito molto.

Quando gli americani hanno ucciso Osama Bin Laden, nel suo rifugio hanno trovato un paio di libri di Noam Chomsky. Il Chomsky politico, come noto, è un critico implacabile dell’Occidente capitalista, è uno che non esita a chiamare “criminale”, “terrorista” il governo americano.

Ora, è ragionevole credere che uno come Bin Laden solidarizzasse completamente con le idee espresse in quei libri. Dobbiamo allora impedire a Chomsky di pubblicare perché qualcuno potrebbe trovarvi delle buone ragioni per fare attacchi terroristici in Occidente? Qual è la differenza tra Chomsky e il nostro ipotetico oratore nel parco?

Io credo che bisogna stare molto attenti quando si chiede la repressione delle idee intolleranti. Un conto è rispondere alle parole con le parole, altra cosa è pretendere che le parole vengano messe a tacere con la forza.

La mia impressione è che i paladini della censura non si rendano conto di un fatto: che se le loro idee venissero messe in pratica, torneremmo a quel fascismo che tanto detestano.

Donne al potere: il velo “svelato”

In questi giorni si è molto discusso, sull’alta rappresentante degli affari esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, inviata in Iran come ospite in occasione della cerimonia di insediamento del presidente Hassan Rouhani, per il suo secondo mandato.

È giusto ed ha senso che, in quell’occasione, indossasse il caratteristico “velo”?

Se dovessimo analizzare il ruolo di tutte le donne di spessore che hanno portato il loro contributo all’interno delle Nazioni di cui fanno parte, indubbiamente sarebbero sollevati dei quesiti a cui dovrebbe esser lecito poter dare risposte esaustive.

In prima istanza va considerato che, ai sensi degli articoli dell’Unione Europea, dove vengono citati poteri e responsabilità dell’alto rappresentante, non viene mai fatta espressamente menzione di norme etico-morali generali da seguire, se non quelle ottenute dal proprio patrimonio culturale, sociale e natale da cui tutti gli esseri umani derivano.

In base alle diverse prospettive, vedere l’alta rappresentante indossare il velo, potrebbe far riflettere sulla molteplicità di significati da esso assunto.

In primis il cosiddetto “velo” deriva dal termine latino velum, ed i significati ad esso attribuiti sono principalmente coprire, velare. Indossato inizialmente da donne nobili, tracce risalgono al XIII secolo a.C. solo successivamente diventa di uso comune come copricapo, per ripararsi dal sole, per indicare lutto.

Se da una parte il suo utilizzo può coprire da sguardi indiscreti, dall’altro diventa strumento di seduzione e fascino.

Il velo acquista anche significati esoterici ricordando che ciò che è nascosto alla vista è prezioso e necessita di un’adeguata attenzione e livello di conoscenza per poter essere scoperto.

Nelle religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam il concetto di coprire la testa fu associato a quello di “sacralità”, per le donne assume un significato in più: quello di proprietà. L’uso del velo nella tradizione cattolica era presente ancora negli anni ’60, alle donne era vietato entrare in chiesa senza il capo coperto.

Resta vivissimo l’interesse per il velo nelle donne che contraggono matrimonio non solo secondo rito religioso, ma come ornamento simbolico e raffinato che arricchisce la sposa.

Oggi l’usanza di velare le donne è riferita in genere al mondo islamico che sostanzialmente richiama dei passaggi del Corano, in cui non è considerato obbligatorio ma solo consigliato.

Fermo restando che i ruoli assunti all’interno delle istituzioni rappresentano i diversi governi è inaccettabile che un’alta carica dello Stato, qualunque sia la Nazione di appartenenza, indossi per rispetto di un’altra cultura qualcosa che in verità ha un significato completamente diverso e in cui non si è stati formati adeguatamente e magari appartenenti ad un credo religioso diverso.

I motivi allora non andrebbero ricercati in nessuna forma di rispetto e di diversità, ma in quelle strutture sociali che formano la persona e danno vita all’Uomo e la Donna, e nella libertà di scelta individuale che necessariamente abbraccia la società in cui viviamo, formatasi nel passato, vissuta nel presente e preservata nel futuro.

Considerato che i ruoli assunti all’interno dei vari governi, soprattutto di stampo islamico, relegano la donna in una posizione nettamente inferiore rispetto all’uomo, si può dire che non ha nessuna valenza indossare il velo nel caso in questione.

In effetti, non solo la Mogherini non è mussulmana, ma tra l’altro il paese a cui ha fatto visita vede la donna ricoprire ruoli marginali. Un atteggiamento e una scelta rivolta alla Nazione di origine, sarebbe stata ben risposta, dato che le ha concesso la libertà e certi “lussi” un tempo non immaginabili nemmeno nel nostro Paese e che continuano a non esserlo ancora in buona parte del mondo islamico.

 

 

 

Il libro di De Carolis? Tutto sommato un omaggio al neoliberalismo

Qualche giorno fa ho letto su Il Foglio una stroncatura, a firma di Michele Silenzi, di un libro di Massimo de Carolis appena uscito per l’editore Quodlibet di Macerata, dedicato alla vicenda, sia intellettuale sia politica, di quello che viene comunemente chiamato “neoliberalismo”: Il rovescio della libertà.

Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà. Avevo già sul mio tavolo da qualche giorno il libro di De Carolis, che conosco come studioso serio, ma non lo avevo ancora letto.

D’altronde, conosco anche, anzi sono amico di Michele Silenzi, che mi sembra uno dei più bravi e promettenti giovani studiosi in circolazione e con il quale ho varie volte potuto verificare una convergenza di idee e vedute. Mi sono perciò ripromesso, sospendendo come è mio solito il giudizio in questi casi, di leggere subito il libro di De Carolis, per verificarne direttamente il peso e il valore ai miei occhi.

A lettura avvenuta, mi sento di dire che questa volta Il Foglio e l’amico Silenzi hanno preso un abbaglio.

Il libro di De Carolis è, tutto sommato, uno dei maggiori omaggi che si potesse fare al liberalismo e al neoliberalismo, almeno di non pensare che la grandezza o importanza dei movimenti e dei pensatori la si possa riconoscere solo per via acritica o apologetica.

Un omaggio tanto più importante in quanto viene compiuto da un autore che di formazione sicuramente liberale non è e che, in tutto il suo discorso, conserva sempre un impianto critico e non ideologico, cioè non prevenuto e argomentato.

Si può non essere d’accordo con il libro, ma…

Si può non essere d’accordo con la sua visione, e anche con alcune o anche molte delle sue analisi, come è capitato al sottoscritto, ma non si può non ammettere che la critica si mantiene sempre a un non comune livello di profondità e non è mai volgare (quella profondità che spesso non attingono, ma non è nell’ordine forse delle cose, anche molti epigoni dei Padri fondatori, cioè dei Mises e degli Hayek per intenderci).

Il libro finisce perciò per essere un riconoscimento alla non banalità o non ingenuità filosofica di autori che generalmente sono stati snobbati e guardati con mal riposta superiorità dalla critica filosofica italiana (nel mio piccolo avevo anche io, che però liberale sono, tentato l’anno scorso, in Il liberalismo nel Novecento. Da Croce a Berlin di Rubbettino, uno “sdoganamento” filosofico di una corrente di pensiero, e di azione, che è generalmente fra gli studiosi più nota che conosciuta).

Il libro di De Carolis non ha perciò nulla a che vedere con la vasta e varia, e spesso grossolana (si pensi a un Diego Fusaro), letteratura pregiudizialmente anticapitalistica e antiliberale a cui pure Silenzi nel suo articolo lo accomuna liquidandolo.

L’autore vede sempre i chiaroscuri delle vicende e delle idee e mantiene il discorso sempre a un livello elevato o speculativo: è cioè intellettualmente onesto, già nello stile di scrittura e nell’argomentazione. Mi sembra che sia il primo tentativo che viene in Italia fuori da una certa area, e diciamo pure da una certa “casta filosofica” (generalmente di sinistra e post-sessantottina), di “prendere sul serio” certe idee.

Un libro discutibilissimo per chi come me la pensa diversamente (e non crede ad esempio in una crisi del liberalismo o in un’alternativa cosmopolitica, seppure non di un cosmopolitismo ingenuo come è nel caso di De Carolis).

Ma un libro a cui va sicuramente concessa la pariglia: prendendolo sul serio, mantenendo la discussione al suo livello, affinando i propri concetti per meglio contrastarlo dove va contrastato.

D’altronde, solo con un passaggio dall’empirico allo speculativo, solo elevandolo al livello della filosofia, il liberalismo che ci sta tanto caro può avere per noi un senso e/o un futuro.

Pontelandolfo 1861 e la teoria neoborbonica

Il volenteroso prof. e archivista Gennaro De Crescenzo – del quale qui sotto pubblichiamo un intervento – replica ad ogni mio articolo sui fatti di Pontelandolfo del 1861, tanto che ormai lo sento come uno di famiglia e, forse, è il caso che ci si incontri per bere e mangiare qualcosa insieme. A volte le migliori amicizie nascono da aspri contrasti. Lo auspico con sincerità.

Per quanto riguarda Pontelandolfo, caro De Crescenzo, devo dire che, sì, lei mi ha convinto. Non mi riferisco agli argomenti che usa bensì al cuore della sua battaglia che potremmo definire “teoria o scienza neoborbonica”.

Gli argomenti che usa, infatti, con tutta la buona volontà proprio non posso accettarli perché non sono credibili.

Faccio un esempio chiaro così anche il lettore potrà capire. In questo suo ultimo intervento lei dice che lo studio di padre Davide Panella è di quindici anni fa ed è stato superato dal libro di Pino Aprile. Ma lei sa molto bene che il saggio di padre Davide non è quello di oltre quindici anni fa bensì quello del 2013: lo sa molto bene perché gli è stato dato personalmente da Mario Pedicini sulla cui rivista è stato pubblicato.

La differenza – lo dico a beneficio del lettore – è decisiva perché il saggio del 2013 non precede ma segue il libro di Aprile e padre Davide lo scrisse proprio perché fu fatto un uso distorto del primo saggio. Così padre Davide sulla scorta dei dati d’archivio scrisse un nuovo saggio per prendere le distanze da Aprile e smentirlo su tutta la linea.

Dunque, gentile De Crescenzo, è lei che dice cose superate e lo dice sapendo di dirle. Questo depone male per lo spirito di verità e, infatti, anche gli altri argomenti li usa male e in modo strumentale. Ma lasciamo gli argomenti e veniamo invece alla felice teoria neoborbonica.

Dunque, la sua teoria è davvero originale ed è una sorta di messa a sistema della posizione neoborbonica. Su Casalduni e Pontelandolfo i neorbonici ragionano così: a Casalduni non risultano morti perché non disponiamo di registri, invece a Pontelandolfo i registri li abbiamo ma non sono affidabili.

La sua posizione personale su Pontelandolfo segue questa contraddizione e la raffina così: i registri parrocchiali che riportano tredici morti non sono affidabili perché i morti furono molti di più, centinaia forse migliaia ma non vennero registrati.

È, soprattutto per lei che è un archivista, un criterio illuminante con cui con un piccolo passo si fa fare un grande balzo in avanti all’umanità: lei non conquista l’incerto con il certo ma il certo con l’incerto. Geniale.

In un solo colpo riesce a sovvertire il metodo filologico e quello sperimentale. Ne sono affascinato e, quindi, adotto il suo criterio che potrebbe essere usato anche in sede criminologica e processuale con ottimi risultati. Sicuramente ha già dato eccellenti frutti a Pontelandolfo riuscendo a stabilire senza fonti che ci furono migliaia di morti.

È vero che ci sono i registri che accertano tredici morti; è vero che c’è la lettera del 3 settembre 1861 di Caterina Lombardi che conferma i tredici morti; è vero che c’è la cronaca del tempo di Antonio Pistacchio che conferma anche lui ma tutto ciò non conta perché lei ha creato un nuovo metodo di accertare i fatti che non si basa sulle fonti ma sulla distrazione.

Leonardo Sciascia – lei lo sa perché l’ho riferito già nella replica sul Corriere del Mezzogiorno che ha ospitato il suo intervento – diceva che un vivo si può nascondere ma occultare un morto è impossibile. Figurarsi centinaia e migliaia di morti che secondo lei ci furono ma non vennero registrati per distrazione, appunto.

Davvero un ottimo criterio per accertare i fatti.

È la teoria neoborbonica, ecco, da oggi la chiameremo così. In pratica con la teoria neoborbonica si può stabilire che i morti furono migliaia e furono uccisi non una ma due volte: la prima volta dall’esercito italiano e la seconda volta dai pontelandolfesi che registrarono con scrupolo solo tredici morti e condannarono tutti gli altri per sempre all’oblio.

Lei, De Crescenzo, chiede verità e rispetto. Da parte mia ha tutto il rispetto per la sua persona e anche per il suo lavoro, anche se lei in verità non è proprio rispettoso della mia persona: le faccio i complimenti per la curatela dell’opera di Giacinto de’ Sivo e, se ci vediamo, sarò lieto se me ne vorrà fare omaggio, così un po’ la perdono.

Per quanto riguarda la verità, invece, mi dispiace ma non posso: non perché non voglia, ma proprio perché non posso.

Qui deve far da sé perché la verità è un personale atto di dolore che non può essere surrogato. Purtroppo, in questa triste vicenda dei fatti di Pontelandolfo si è cercato di surrogarla chiedendo una verità ufficiale e lei, anche se si dichiara neoborbonico, in questo è – mi scusi – proprio italiano, italianissimo.

La verità non è né ufficiale né ufficiosa: è soltanto la verità e per stare in piedi necessita di studi e libertà e non ha bisogno di timbri di Stato che, invece, le amministrazioni di Pontelandolfo, che in questa tristezza hanno le maggiori responsabilità, hanno voluto ad ogni costo, anche al prezzo della filologia che hanno sempre tacitamente conosciuto (sono caduto anche io in questa confusione).

Su quei fatti venerandi e terribili ha scritto, per fortuna, un ottimo libro – forse il migliore – proprio un pontelandolfese come Lorenzo Melchiorre Pulzella con una bella introduzione dell’indimenticabile Alessandro Cutolo che, mi creda, di archivi e ricerca storica ne sapeva. La coscienza di Pontelandolfo vive là dentro. E’ vero, ci vorrebbe una giornata della memoria: per la serietà.

Quanto a me ho rispetto per tutti i morti, anche per i quarantotto carabinieri che, prigionieri, vennero trucidati con le zappe e combatterono una guerra per l’ideale italiano che proprio nel nostro Mezzogiorno nacque.

Che Dio, se non gli uomini, conservi sempre la memoria del loro valore e il loro esempio.

 

Non si potevano registrare i morti

di Gennaro De Crescenzo*

“La memoria dovrebbe essere più rigorosa e non dovrebbe essere strumentalizzata”: è l’unica osservazione che si può condividere nell’articolo firmato da Giancristiano Desiderio sul Corriere del Mezzogiorno dell’11/8/17 e sulla vostra rivista (in realtà si tratta più o meno dello stesso articolo pubblicato ogni tanto da Desiderio e al quale abbiamo più volte replicato).

Èuna osservazione, però, che Desiderio e quanti continuano a citare fonti superate o utilizzate parzialmente, dovrebbero tenere sempre presente. I morti di Pontelandolfo, per Desiderio, sarebbero 13 e le sue fonti sono sempre le stesse: riporta, infatti, i dati di una pubblicazione (di oltre 15 anni fa!) di Fernando Panella ma non riporta interamente le verità di quella ricerca così come aveva fatto correttamente Pino Aprile e oltre 7 anni fa. Dimostra così di non aver letto bene né i suoi “avversari” né le sue stesse fonti.

Prima di tutto se Desiderio avesse frequentato sistematicamente gli archivi saprebbe bene che, quando si parla di libri di morti parrocchiali, si tratta sempre di dati del tutto parziali: non sempre, specie in situazioni di estrema gravità come quelle di cui stiamo parlando, c’era il tempo o il modo di registrare i morti sui libri e, come attestato da Panella, “non tutti i feriti e gli ustionati perirono subito”. Intanto la tesi “nuova” dei battezzati ottiene il risultato contrario rispetto a quello che voleva ottenere: i battezzati nel 1861 furono 172 (196 quelli del 1860): al di là del fatto (rilevante) che la strage ci fu nell’agosto e che quindi gli 8 mesi precedenti furono “normali” anche per le nascite, l’oltre 10% in meno su soli 4 mesi non è statisticamente irrilevante per un dato comunque relativo e per chiunque abbia qualche nozione di statistica. Intanto il bersagliere Carlo Margolfo, testimone oculare del tempo, riferisce che, appena entrati in paese, avevano “incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava” (“quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case”…).

Intanto lo stesso giornale filo-governativo “Il Popolo d’Italia” parla di 164 morti. Intanto sempre Panella, incrociando i dati (sempre parziali) dei morti dei mesi successivi e confrontandoli con quelli dei morti degli anni precedenti evidenzia che l’incendio non solo arrecò danni ingenti alle case, ma “si deve ritenere la causa diretta di tanti decessi e il dato di centinaia di vittime è forse esagerato ma più vicino alla realtà”. Intanto (anche secondo i dati riportati da Desiderio!) Pontelandolfo conobbe una crescita di circa 1000 abitanti nei 30 anni prima della strage.

Secondo gli stessi dati riportati (sempre da Desiderio ma -chissà perché!- a partire dal 1866) la popolazione (invece di crescere come aveva fatto notevolmente nei decenni precedenti) perde in meno di 5 anni oltre 300 abitanti e Desiderio riesce a dimostrare il contrario di quello che voleva dimostrare. Intanto dai dati (quelli sì davvero inediti) pubblicati da Pino Aprile in “Carnefici” e ricavati dal Dicastero Interno e Polizia risultano 5.747 abitanti nel 1861 (esattamente 4 giorni prima della strage) e qualche mese dopo (Calendario Generale del Regno d’Italia) ne risultano 1.463 in meno (non tutti morti, forse, ma un sicuro segnale di qualche evento drammatico e che di certo non conferma i “soli 13 morti”).

Perché mai, allora, Desiderio confronta i dati pre-strage con quelli di 5 anni dopo senza tenere conto delle fonti, di tutte le fonti? Forse per “strumentalizzare la storia”? Se lo stesso presidente della Repubblica rappresentato nel 2011 da Giuliano Amato ha chiesto ufficialmente scusa per quello che successe a Pontelandolfo e che (fino a quando Aprile e altri che Desiderio definirebbe “neoborbonici” non tiravano fuori notizie e documenti) “era stato messo ai margini della storia”, com’è possibile che ci sia ancora qualcuno pronto a ridimensionare una tragedia che (uno, cento o mille morti e di certo non limitata solo a Pontelandolfo) rappresenta una vergogna nella storia italiana?

Certo è che oggi gli abitanti di Pontelandolfo, in un trend senza discontinuità, sono quasi la metà di quelli della metà dell’Ottocento e al centro di una emigrazione mai conosciuta prima e ancora drammaticamente attuale. Quei poveri morti e la nostra storia meritano (dopo oltre 150 anni), verità e rispetto e, forse, pure un Giorno della Memoria (per lo studio e la riflessione).

*Prof. Gennaro De Crescenzo. Presidente Movimento Neoborbonico (specializzato in Archivistica presso l’Archivio di Stato di Napoli)

Perché il capitalismo è meglio del socialismo? Lo spiega Mises con il calcolo economico

Leggendo certi articoli sulla situazione in Venezuela ho capito che il socialismo è un po’ come il tennista italiano con le spallucce vittimiste di cui parla Nanni Moretti: fallisce sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa sua.

La verità è che il socialismo è fallisce per ragioni strutturali, cioè economiche, ragioni che sono state comprese da molto tempo, ma che i socialisti continuano testardamente a ignorare.

In questo articolo mi limiterò a indicare una di queste ragioni, e lo farò nel modo più semplice e schematico possibile. Si tratta del problema del calcolo economico.

Il primo a scrivere su questo tema è stato Ludwig von Mises, in un articolo del 1920 intitolato “Il calcolo economico negli Stati socialisti” (se vi interessa, potete leggere una traduzione in inglese dell’articolo qui).

Il calcolo economico  in un sistema capitalistico

Cerchiamo innanzitutto di capire come funziona il calcolo economico in un sistema capitalistico.

Il capitalismo è un sistema nel quale, come insegna Marx, un imprenditore privato investe una certa somma di denaro D, per comprare una merce M, che poi rivende sul mercato a un valore D’ superiore alla somma investita.

Supponete allora di essere quell’imprenditore privato e di voler investire i vostri soldi per costruire una casa. Avete a disposizione tre tipi di materiale: A, B, C. Supponiamo, per semplicità, che i materiali siano egualmente resistenti, ma che differiscano soltanto per il prezzo al metro cubo. I prezzi sono questi:

A = € 10 mq

B = € 20 mq

C = € 30 mq

Quale materiale scegliereste? Ovviamente A perché, a parità di altre condizioni, è quello che costa meno. Allora costruite la casa usando il materiale A. Alla fine spendete € 10.000. Poi mettete la casa sul mercato e la vendete a € 15.000, guadagnando così € 5000.

Notate come, in questo caso, siete in grado di calcolare il modo migliore, in termini di costi-benefici, di costruire la casa. Scegliendo il materiale A, avete ridotto gli sprechi del vostro denaro e anche di quello dell’acquirente. Se, infatti, aveste scelto il materiale C, la casa vi sarebbe costata € 30.000 e l’acquirente l’avrebbe dovuto sborsare € 35.000 per averla (supponendo che vogliate mantenere invariato il vostro profitto).

Il calcolo economico  in un sistema socialista

Adesso vediamo come funziona lo stesso processo in un sistema socialista. La differenza rispetto al capitalismo è che qui non ci sono imprenditori privati. L’unico imprenditore è lo Stato, il quale vuole costruire la casa, e deve scegliere se costruirla con A, B o C. Siccome però lo Stato socialista possiede anche le materie prime, non ha bisogno di comprarle da terzi. Questo significa che i materiali A, B e C non hanno un prezzo per lo Stato.

Tutto questo sembra molto comodo, ma non lo è affatto, perché lo Stato, a differenza dell’imprenditore privato, non è in grado di calcolare qual è il modo migliore, in termini di costi-benefici, di costruire la casa.

A un pianificatore socialista non verrebbe mai in mente, ad esempio, che il modo più efficiente di costruire una casa è di farsi spedire i materiali di costruzione da una regione che si trova a 10.000 Km di distanza.

Mancando di questa informazione, che nel sistema capitalistico è data dal prezzo, lo Stato brancola nel buio, e costruisce la casa scegliendo un materiale a caso. Poi la vende (nel socialismo ci sono i prezzi al consumatore), supponiamo a € 20.000.

L’informazione dietro i prezzi

Come facciamo a sapere se lo Stato ha impiegato bene le proprie risorse? Come facciamo a sapere se l’acquirente ha speso più di quanto era necessario? Non è possibile saperlo. La morale della storia è che, laddove mancano i prezzi, non è possibile calcolare il modo più razionale di allocare le risorse. Lo Stato tenderà a fare quindi delle scelte distruttive.

Nel sistema capitalistico, invece, gli individui sono spinti dai prezzi a fare le scelte più razionali. Questo, in sostanza, l’argomento di Mises, che concludeva il suo articolo con queste parole profetiche: “Chi si aspetta un sistema economico razionale dal socialismo sarà costretto a riesaminare le proprie idee.”