Legittima difesa, un breve commento a Carlo Nordio

Uno dei temi più dibattuti in questo periodo di eccezionale aumento della criminalità e dell’insicurezza per i cittadini è quello dei modi con i quali una persona aggredita e minacciata nella sua persona o nei suoi beni, soprattutto se in casa e ad ore notturne possa difendersi usando la forza, senza rischiare di dovere subire un lungo e costoso processo se non addirittura di essere condannato ad una pena detentiva e a risarcire i danni all’aggressore.

Sull’argomento della “legittima difesa” come è comprensibile è stato scritto molto; di recente Carlo Nordio ha giustamente affermato che sia i limiti che la modalità della stessa dipendono essenzialmente dai valori sociali e culturali cui si ispirano i codici penali e più a monte le costituzioni dei diversi stati.

Certamente nel nostro Paese non vi è mai stata una cultura dell’autodifesa dei propri diritti quale ad esempio quella tipica della costituzione americana, la quale, al II emendamento, prevede a tal fine la piena libertà per i singoli di detenere e portare armi.

Inoltre è altrettanto vero che il codice penale del 1931 (cosiddetto codice Rocco) aveva e conserva in parte tuttora, un’impostazione autoritaria che mette al centro il ruolo dello stato come unico soggetto titolato a proteggere i singoli e che solo eccezionalmente concede a questi ultimi di autodifendersi.

Nonostante questo peraltro, per circa cinquant’anni, sia sotto il regime fascista che sotto la repubblica democratica, indubbiamente la legittima difesa è stata consentita in termini molto più ampi di quanto accade ora.

Se è vero infatti che il codice Rocco era un codice fascista e che prevedeva molti reati disegnati apposta per tutelare la politica del regime e per imporre un’uniformità sociale da “stato etico”, è altrettanto vero che la legittima difesa, prevista dall’art. 52, rientrava in una sorta (i puristi del diritto ci perdonino l’espressione impropria) di diritto penale delle cose private, riguardo al quale lo stato imponeva solo due principi, sostanzialmente condivisibili e non legati in alcun modo al fascismo, tanto che continuarono ad avere valore anche per i primi decenni della repubblica.

Il primo era il carattere individuale della responsabilità: chi commetteva un reato o poneva in essere un’aggressione era considerato responsabile delle sue azioni a prescindere dalle condizioni sociali, economiche ecc. nelle quali era maturato il reato.

Il secondo era la tutela della legalità: il potere statale anche quando non poteva garantirlo in prima persona, come nel caso dell’autodifesa, considerava il rispetto della legge come un valore primario al punto di privilegiare in linea di massima chi si difendeva per il solo motivo che l’aggressore violando la legge, doveva sopportare le conseguenze della sua azione.

Basta sfogliare un manuale di diritto penale degli anni 70 per rendersi conto di quali effetti pratici in sede di applicazione giudiziaria aveva questo modo di intendere l’adeguatezza, cioè la “proporzionalità” (per usare le parole che usava ed usa tuttora il codice) della legittima difesa.

Senza scendere a dettagli tecnici, diciamo che questa veniva valutata non tanto mettendo a confronto il danno cagionato all’aggressore con la minaccia da lui portata alla vittima, ma concentrandosi soprattutto sulle diverse possibilità di reazione che quest’ultima aveva avuto a disposizione: prevaleva in ogni caso la tutela di colui che non aveva violato la legge.

Non che i pubblici ministeri e i giudici di allora non tenessero conto anche del danno recato all’aggressore: ovviamente la reazione considerata eccessiva veniva punita penalmente, come nel caso del contadino che sparava al ragazzo che gli stava rubando la frutta, ma in generale era pacifico ad esempio che il proprietario poteva difendersi con le armi da ogni tentativo di ingresso abusivo, a maggiore ragione se effettuato con violenza verso gli occupanti, in locali privati (abitazioni negozi ecc.); che la donna oggetto di tentativo di stupro poteva difendersi uccidendo l’aggressore; che si poteva colpire il ladro che fugge con il bottino per impedirgli di portare a compimento il suo crimine ecc…

Inoltre, cosa altrettanto importante, i giudici nel valutare il comportamento di chi aveva reagito effettuavano un giudizio cosiddetto ex ante, cioè per dirla in parole povere si mettevano nei panni di chi si era difeso e valutavano la situazione nella quale si era svolto il fatto così come era apparsa ai suoi occhi: in tal modo era considerato legittimo usare le armi da parte di una persona svegliata nel cuor della notte, e quindi messa in uno stato di allarme mentale, che al buio feriva un ladro disarmato dato che, si diceva, nella sua condizione di allarme non poteva fermarsi a ragionare sul fatto se l’aggressore fosse armato o no.

A partire dagli anni 80, lentamente ma inesorabilmente, tutto è cambiato: l’adeguatezza, la “proporzionalità” della reazione è stata intesa come confronto tra la lesione che sarebbe cagionata all’aggredito e quella che la reazione provoca all’aggressore senza quasi più tenere conto del fatto che il primo rispetta la legge mentre il secondo la infrange, che il primo gode pacificamente dei propri diritti mentre il secondo viola i diritti altrui.

Così è diventato illecito sparare o colpire il ladro perché, si dice, quest’ultimo non lede la persona dell’aggredito ma solo i suoi beni, anche quando (si pensi al furto in una gioielleria, o alla devastazione di un’abitazione) il danno recato ai beni del derubato è tale da condizionarne la vita della vittima tanto quanto un atto di violenza.

Non solo: conseguenza altrettanto pesante è il fatto che oggi quasi sempre i pubblici ministeri e i giudici valutano il comportamento di chi si è difeso ex post, cioè con il senno di poi, di modo che capita che venga incriminato e talora condannato, chi ha sparato ad un rapinatore armato di una pistola giocattolo, dato che ha reagito in maniera “sproporzionata”, anche se ai suoi occhi (e probabilmente agli occhi di chiunque si fosse trovano nella stessa condizione) quella pistola sembrava proprio vera.

Cosa ha provocato questo cambiamento? Non una modifica della legge, che è rimasta inalterata sino alle integrazioni (di fatto non molto rilevanti sul piano pratico) del 2006, ma qualcosa forse di più forte e decisivo: una modifica della mentalità negli operatori del diritto.

Nelle nuove generazioni di giuristi, formatesi a partire dalla fine degli anni 70, e nelle quali rientra la maggior parte di coloro che oggi ricoprono i ruoli decisivi nella magistratura, si sono diffuse lentamente ma inesorabilmente due idee, che peraltro più in generale sono state fatte proprie dalla maggioranza delle élites economiche, culturali e financo religiose del nostro Paese.

La prima, più antica, è quella secondo cui la responsabilità per i crimini non dipende della volontà del singolo che li commette, ma è frutto del malfunzionamento della società, di modo che sostanzialmente il ladro non è una persona che sceglie di delinquere, ma è una vittima di questo malfunzionamento.

La seconda, più recente e che si va a sommare alla precedente, è quella dell’egualitarismo buonista, secondo cui la causa ultima di questo cattivo funzionamento della società, e quindi la causa ultima dei reati sta nelle diseguaglianze economiche e sociali.

Questa mentalità, anche se non ha ancora portato ad eliminare il principio, previsto dalla nostra costituzione e su cui si basano tutti gli stati moderni, per cui chi commette un reato deve pagarne le conseguenze, certo ha modificato talmente le modalità di applicazione di molte leggi come quelle in materia di legittima difesa (ma si pensi anche all’applicazione e alla durata ridicola delle pene inflitte ai condannati), da giungere in molti casi a stravolgerne la portata pratica che avevano in precedenza.

Se infatti si ritiene che l’aggressore (a maggior ragione se proveniente dal terzo mondo) sia in fondo una vittima delle ingiustizie e delle diseguaglianze sociali allora paradossalmente è lui a “farsi giustizia da sé”, mentre l’aggredito (a maggior ragione se appartenente al ceto medio) è considerato “complice” di quelle ingiustizie,  e quindi va tutelato solo lo stretto necessario ad impedire l’uso della violenza da parte della vera “vittima” della società, cioè l’aggressore.

Tutto ciò che va oltre tende ad essere considerato reazione “sproporzionata” e quindi penalmente punibile: di qui i risultati discutibili e aberranti che si sono descritti.

Addirittura qualcuno è giunto al punto di affermare che l’unico comportamento lecito per l’aggredito sarebbe la “resistenza passiva”, o quello di accompagnarsi a poliziotti privati o pubblici (macchine di scorta a carico della collettività), pagati per assumersi anche la responsabilità della reazione, come avviene sempre più frequentemente tra le élite economiche e istituzionali (in genere di rigida osservanza buonista) del nostro Paese.

Per modificare questo stato di cose non servirebbe tanto, sia detto con tutto il rispetto per chi la propone, una modifica del codice, ma una modifica della mentalità: prova ne sia il fatto che la legge del 2006 che ha aggiunto un comma all’art. 52 del codice penale, regolamentando la proporzionalità delle reazione nel caso di un’aggressione avvenuta nel domicilio della vittima non ha avuto grandi effetti pratici, questo perché tutto sommato anch’essa in fondo era ed è finalizzata più a non penalizzare troppo la posizione dell’aggressore che a  tutelare quella di chi reagisce.

Cambiare una mentalità è molto più difficile che cambiare una legge, ma è compito di tutti gli operatori del diritto, pubblici ministeri e giudici, ma anche avvocati e studiosi, che non approvano l’attuale stato di cose provare per quanto è possibile a modificarlo, e forse, guardando anche (nonostante tutti suoi difetti) alla tradizione penalistica, si può arrivare a definire una nozione di “proporzionalità” della risposta da parte dell’aggredito che consenta di punire la reazione vendicativa o anche solo non necessaria, ma che non finisca per privare i singoli di quello che è un diritto fondamentale (“naturale” si diceva una volta) dell’essere umano, quello di difendere sé stessi, le persone care e i propri beni dalle aggressioni ingiuste che il potere pubblico non riesce ad impedire.

Quanto allo spauracchio della società “dei pistoleri” spesso agitato da chi viceversa approva il modo attuale di applicare la legge sulla legittima difesa, è bene ricordare che non è la possibilità per il singolo di reagire alle aggressioni che produce il “Far West”, ma è la carenza di tutela pubblica che costringe il singolo ad autodifendersi.

Purtroppo in Italia nel Far West per molti versi ci siamo già: basti pensare al livello di delinquenza e di violenza delle nostre città.

Con una differenza però: nelle selvagge regioni dell’America dell’ottocento quel poco di stato che c’era (gli sceriffi eletti su due piedi, i giudici di passaggio provenienti dalle lontane città) era nettamente schierato, senza “se” e senza “ma”, contro chi violava i diritti altrui, mentre, grazie alla concezione sociale del reato e alla mentalità buonista ed egualitaria, nel nostro Paese troppi “se” e troppi “ma” privilegiano gli aggressori rispetto alle loro vittime.

Obamacare e sanità Usa, cosa non va

Per quale motivo in America ha vinto Trump?

La narrazione di una certa stampa di sinistra ci ha raccontato la seguente storia: Trump, “il populista”, è riuscito a vincere prendendo i voti da due categorie di persone: i razzisti del Ku Klux Klan e la classe dei “white trash”, cioè dei bianchi ignoranti e obesi che sono stati lasciati indietro dalla globalizzazione (sono gli stessi che, quando votano per il candidato giusto, vengono chiamati “classe operaia”).

C’è anche un importante non-detto in questa narrazione: è l’idea per cui l’amministrazione precedente, quella di Obama, aveva fatto bene all’America. Con Obama tutto andava bene, anzi benissimo. Gli americani che hanno votato per Trump, lo hanno fatto perché sono disinformati, perché sono stupidi o perché sono razzisti. È un modo molto auto-indulgente, questo, di rappresentarsi le ragioni di una sconfitta. Ed è anche una buona scusa per evitare di esaminare le ragioni più profonde che stanno alla base del successo di Trump.

Premetto che non ho particolari simpatie per il Partito Repubblicano, né per il programma di Trump (non mi piace la sua politica protezionista, ad esempio). Ma Trump non ha vinto solo perché è un populista. ha vinto anche perché, durante la campagna elettorale, ha saputo mettere il dito su alcuni problemi reali del Paese.

Consideriamo, ad esempio, ciò che viene considerato il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama: Obamacare. Di solito, quando si vuole mostrare il successo di questa riforma si cita questo dato: grazie a Obama, ci sono oggi 83 milioni di americani in più che sono coperti da un’assicurazione medica. Questo dato è corretto, ma, come spesso accade, è nei dettagli che si nasconde il diavolo.

Cosa non è Obamacare?

Partiamo da un fatto: oggi gli americani spendono per l’assicurazione sanitaria di Obama più soldi che se pagassero le tasse in qualunque altro paese al mondo dove c’è un sistema sanitario pubblico, vale a dire il 18% in rapporto al PIL (in Italia spendiamo circa il 9%).

In cambio di tutti questi soldi, negli Stati Uniti non c’è nulla di simile al sistema pubblico e universale che abbiamo noi.

Cerchiamo allora, innanzitutto, di capire cosa non è Obamacare.

Da noi la sanità pubblica è finanziata dalle tasse di tutti (quelli che le pagano): tutti hanno accesso alle cure mediche. Tra il paziente e il medico non c’è alcun intermediario, per cui nessuno ci guadagna nulla.Anche in USA era più o meno così, fino a quando, con Nixon, non è stato introdotto il sistema delle assicurazioni.

Questo sistema introduce un intermediario (l’assicuratore) tra il paziente e il medico, il cui scopo è quello di fare profitti. Questa cosa è, come si suol dire, on the record: c’è un noto scambio tra Nixon e Ehrlichman (l’allora assistente agli affari interni), nel quale quest’ultimo dice che, con il nuovo sistema, “tutti gli incentivi andranno verso una riduzione delle cure mediche, perché meno cure danno, più soldi guadagnano.”

Come funziona il sistema Nixon?

Lo Stato paga con i soldi dei contribuenti (cioè con le tasse) le compagnie private di assicurazione per coprire le spese mediche di due categorie di persone:

1) gli anziani, con il programma Medicare;

2) alcuni poveri, con il programma Medicaid.

Chi lavora si compra l’assicurazione tramite la propria azienda o se, se lo vuole, se la compra da sé.

Cosa succede a chi è sprovvisto assicurazione e ha bisogno di cure?

Se ha avuto un incidente, va in ospedale, e riceve comunque le cure necessarie. I costi per le cure vengono poi assorbiti da chi paga l’assicurazione tramite degli aumenti, oppure si trasformano in tasse, perché il governo gestisce degli ospedali pubblici finanziati dai contribuenti.

Se, invece, il non assicurato ha bisogno di cure per una malattia cronica (tipo insulina per curarsi il diabete), non le riceve, a meno che non abbia i soldi per pagarsele.

Inoltre, le compagnie di assicurazione possono negare le cure a un paziente che abbia delle “condizioni pregresse” (le famigerate pre-existing conditions), un’espressione talmente vaga da poter includere praticamente tutto. Un sacco di gente assicurata si è così vista negare la copertura per le spese mediche a causa delle sue condizioni pregresse.

Ciò significa che ti tieni la malattia, o muori, oppure fai bancarotta. Tutto è più facile, però, se lavori per grosse compagnie, perché queste offrono dei piani assicurativi più vantaggiosi.

Questo ultimo fatto ha un certo effetto sull’economia, perché spinge la gente a lavorare per le compagnie più grosse, piuttosto che lavorare in proprio, o per piccoli gruppi emergenti. L’assicurazione, nell’era Nixon, non era obbligatoria e questo, come vedremo, è un punto fondamentale.

Quando Obama diventa presidente, c’erano ancora 44 milioni di persone senza assicurazione (un 15% della popolazione).

Questo era il sistema Nixon.

Prima di passare a Obama, vorrei fare un piccolo ma importante inciso: il sistema Nixon non è espressione di quello che la gente chiama il “neoliberismo selvaggio”, perché nel neoliberismo selvaggio non c’è l’intermediazione sistematica delle compagnie assicurative.

Se uno fa un lavoro pericoloso e vuole farsi un’assicurazione medica, è libero di farsela. Ma il rapporto medico-paziente è diretto, e c’è una libera concorrenza per chi offre le migliori prestazioni a un prezzo più basso. Il sistema Nixon non è, dunque, neoliberista, ma corporativista, nel senso che è disegnato in modo tale da interferire nel libero mercato per favorire i pesci grossi a spese dei pazienti.

Cos’è l’Obamacare?

Veniamo adesso all’Affordable Care Act, meglio conosciuto come Obamacare. Lo scopo di questa riforma è quello di risolvere i problemi causati dalle assicurazioni, in particolare:

1) dare un’assicurazione a quei 44 milioni di americani scoperti;

2) impedire alle compagnie di discriminare in base a condizioni pregresse;

3) espandere il Medicaid, in modo tale da coprire una porzione più vasta di poveri.

Queste sono le intenzioni. Ma come si realizza questo piano? Alla maniera dei socialdemocratici, cioè per mezzo di un pesante intervento statale.

Non hai i soldi? E io ti multo!

Ricorderete che, durante l’era Nixon, l’assicurazione non era obbligatoria. Con Obama tutti sono obbligati a comprare un’assicurazione dalle compagnie private.

Se non te la compra il tuo datore di lavoro, te la devi comprare tu. Se non lo fai, ricevi un individual mandate, che comporta una multa che viene riscossa dall’IRS, l’equivalente della nostra Agenzia delle Entrate (secondo Gallup, ancora oggi, il 43% degli americani privi di assicurazione non sa di dovere dei soldi all’IRS: lo scopriranno presto, quando si troveranno alla porta un agente di riscossione).

Una piccola nota di folklore: l’idea di multare i non assicurati, comunque, non è di Obama, ma è un invenzione di The Heritage Foundation, un’organizzazione di destra che ha ispirato anche la riforma sanitaria che il repubblicano Mitt Romney ha implementato in Massachussets, prima di Obama.

È molto istruttivo vedere come vengono calcolate le multe per coloro che non comprano l’assicurazione.

Il primo anno la multa minima è di 95 $ (per chi guadagna meno di 9500 $ l’anno) o l’1% del reddito tassabile.

Il secondo diventano 325 $ o il 2% sul tassabile.

Il terzo 695 $ o il 2,5 sul tassabile.

Quindi, se io guadagno poco (e 9500 $ all’anno, negli Stati Uniti, è una miseria!) e non mi faccio un’assicurazione perché non posso permettermela, dopo tre anni mi trovo a dover pagare 695 $. È del tutto ragionevole pensare che, col passare del tempo, queste multe subiscano degli aumenti, come succede per tutte le sanzioni.

Questo fatto mette in luce il problema fondamentale della riforma Obama: si inserisce in un sistema fondamentalmente ingiusto e lo codifica, lo trasforma in un obbligo legale, costringendoti a pagare l’intermediario privato sotto la minaccia dell’agenzia delle entrate.

Effetti collaterali (im)prevedibili

Ma andiamo avanti: non appena la riforma Obama è entrata in vigore, il costo delle assicurazioni è aumentato notevolmente. Se prima avevi un’assicurazione, ma ora non puoi permetterti di pagare l’aumento, interviene lo Stato, che paga la parte mancante (quindi più tasse per tutti). Ed è proprio perché le compagnie sanno che lo Stato avrebbe pagato la parte mancante che hanno alzato i costi. Ops, i Democratici non c’avevano pensato!

Come ti raddoppio il debito pubblico

Il problema è che il governo ha qualche piccolo problema a pagare, perché durante l’amministrazione Obama il debito pubblico è letteralmente esploso, passando da 10.000 a 20.000 miliardi di dollari (i 700 miliardi impiegati per il bailout, in confronto, sono una bazzecola). Di questi, 7.000 miliardi sono dovuti direttamente a spese che si devono ai programmi di Obama.

In pratica, Obamacare è un sistema che sta prosciugando soldi dalla classe media americana e al governo federale per trasferirli nelle tasche delle compagnie di assicurazione.

Perché i costi della sanità americana sono così alti?

Ma come mai i costi della sanità in America sono così astronomici? Perché una protesi costa 1000 volte di più di quanto costa in Francia o in Italia? Perché è questo il vero problema.

Sostanzialmente la logica è questa: se io volessi introdurre in un paese come l’Italia un sistema simile a quello americano, avrei 2 opzioni.

La prima è quella di obbligare la gente a fare un’assicurazione sulla salute, come si fa con le automobili. Questa soluzione, però, è difficilissima da mettere in pratica, specialmente in un paese con una tradizione liberale come l’America.

L’altra soluzione è quella di far salire artificialmente i costi delle cure e dei farmaci, in modo tale da indurre la gente a farsi un’assicurazione, per evitare che si trovi a spendere botte di soldi a causa di un ricovero improvviso.

Quando dico “artificialmente” intendo dire: in modo non conforme alle leggi del mercato.

Un’operazione del genere la può fare solo lo Stato, ed è quello che è stato fatto con Nixon. Come? Qui è la parte più interessante: prima lo Stato faceva pressione nei confronti dei fornitori privati di beni e servizi sanitari come farebbe un qualunque cliente in un regime di concorrenza: chiede il miglior servizio al minor costo possibile.

Con Nixon lo Stato ha smesso di fare questa pressione, producendo un aumento generalizzato dei prezzi. Questa situazione ha creato un ambiente favorevole per permettere al mercato delle assicurazioni di decollare.

Ora, una volta che si capisce questo, ci si rende conto di quanto sia ipocrita la riforma Obama. Da un certo punto di vista, essa ha piantato un ulteriore chiodo sulla bara della sanità americana, perché ha reso possibile quello che Nixon non era riuscito a fare: rendere obbligatorie le polizze.

Quando il tuo storytelling ti acceca

Una parte degli elettori di sinistra (e non solo quelli americani) non sono capaci di capire le ragioni profonde per cui ha vinto Trump. Non le capiscono perché sono vittime delle loro stesse narrazioni. Danno la colpa alla stupidità degli elettori di destra e non si rendono conto che, in America, c’è un sacco di gente che è molto insoddisfatta per le cose che ha fatto Obama. E non gente ricca, ma middle class. E non capiscono che, quando Trump dice di voler abrogare Obamacare, un sacco di gente – ma tanta! – capisce perfettamente di cosa sta parlando.

Cos’è la destra, cos’è la sinistra. Note marginali su “Sinistra e popolo”,

Premessa

Di fronte al fenomeno della globalizzazione che affascina per la sua profondità e radicalità, ma che sconcerta per i suoi esiti che sembrano mettere da parte tutta la tradizione secolare della civiltà occidentale, gli autori di queste note hanno trovato utile limitare la propria analisi al ruolo e al reciproco rapporto tra i due principali tipi di schieramenti politici dei Paesi occidentali, la “Sinistra” e la “Destra”.

L’occasione per questa impostazione più mirata e ristretta, ma forse proprio per questo (si spera) più significativa ci è stata offerta da un recente libro di Luca Ricolfi, Sinistra e popolo, Longanesi, Milano, 2017. Si tratta di un’opera coraggiosa i cui contenuti sono apertamente critici di alcune delle affermazioni e dei principi del “politicamente corretto” vero e proprio pensiero unico; opera critica e in buona parte autocritica, di uno studioso e opinionista proveniente dalla sinistra italiana che come dice già il titolo si confronta con il crescente distacco tra la sinistra e i ceti popolari che per tutto il XX secolo hanno rappresentato la sua base elettorale e anche ideale (nei casi peggiori ideologica) di riferimento e che oggi si rivolgono sempre più ai movimenti detti “populisti”.

 

La critica ai termini di destra e sinistra nell’era della globalizzazione

Nel primo capitolo dedicato al ruolo di destra e sinistra nella cultura e nella politica del 900, per capirci nell’epoca preglobalizzazione, Ricolfi, dopo avere analizzato tutta una serie di definizione sia di tipo “asimmetrico” cioè che privilegiano una delle parti (in genere la sinistra) in quanto per sua natura migliore dell’altra (in genere la destra), sia di tipo “simmetrico”, cioè che cercano di porre su un piano di parità i due poli della distinzione politica, si concentra su due definizioni: quella di Norberto Bobbio (1909 – 2004) e quella di Fiedrich A. von Hayek (1899 – 1992), la prima di impostazione socialista, la seconda di orientamento liberale.

Entrambe le posizioni si confrontano con quelle che l’autore, rifacendosi al pensiero di Isaiah Berlin (1909 – 1997) chiama le “libertà” da riconoscere ai cittadini da parte di uno stato moderno, cioè, le libertà “democratiche” (il diritto di voto, il diritto di essere eletti ecc.), le libertà “liberali” (il diritto alla libertà personale, di parola, di libera iniziativa economica) e le libertà “socialiste” (il diritto all’assistenza sanitaria, all’istruzione ecc.).

Con l’occhio del giurista possiamo chiamare questi gruppi di libertà rispettivamente diritti “politici”, “civili” e “sociali”. L’Autore osserva che nel pensiero di Bobbio le libertà liberali (diritti civili) e quelle socialiste (diritti sociali) vengono sostanzialmente fuse in un unico concetto, quello della “eguaglianza”, che si compone in tal modo di due parti, i diritti civili (uguali per tutti) e i diritti sociali, diversificati al fine di ridurre le diseguaglianze, mentre le libertà democratiche (i diritti politici) vengono identificati con le libertà tout court.

In tal modo Bobbio può classificare i regimi politici a seconda che garantiscano o meno le libertà (diritti politici) e/o l’eguaglianza (diritti civili e sociali fusi in un’unica categoria), e quindi finisce per privilegiare la socialdemocrazia (e quindi la sinistra) sulla democrazia liberale in quanto a parità delle altre condizioni (tutela dei diritti politici e di quelli civili) la prima garantisce in più i diritti sociali (o li garantisce meglio).

Bobbio tuttavia non coglie l’inevitabile conflitto tra la tutela delle libertà liberali e di quelle socialiste (cioè tra tutela dei diritti civili e dei diritti sociali), e quindi tra eguaglianza e libertà ed indica, rifacendosi al pensiero di Hayek tre meccanismi attraverso i quali il tentativo del pubblico potere di realizzare l’eguaglianza tra i cittadini finisce per sacrificare le loro libertà: la pianificazione economica, l’espansione della burocrazia, l’eccessiva tassazione, etc.

La definizione di Bobbio finisce quindi per essere “asimmetrica”, nel privilegiare la sinistra rispetto alla destra. Ricolfi si rivolge invece ad Hayek, dove l’opposizione tra destra e sinistra si costruisce sul rapporto conflittuale tra eguaglianza e libertà individuale, cioè tra diritti sociali e diritti civili, un rapporto che può essere gestito privilegiando i primi (come nelle impostazioni socialdemocratiche) oppure i secondi (come in quelle liberali), ma che non può essere ignorato né risolto una volta per tutte, pena la caduta nelle forme estreme di governo che, a destra (nazismo) come a sinistra (comunismo), finiscono per imporre dall’alto la volontà dei governanti sia in tema di diritti civili e sociali, sia anche (inevitabilmente) in tema di diritti politici, sopprimendo o riducendo a pura formalità il processo democratico.

L’Autore delinea poi una sorta di “scala” del grado di ingerenza, soprattutto in materia economica del potere pubblico che va dallo stato “minimo” a quello “limitato” a quello “interventista”, al quale corrispondono in ordine inverso diversi gradi di liberalismo o di socialismo.

Il progresso tecnologico e l’irrompere delle masse in quanto tali sulla scena politica e sociale moderna, nella quale vengono in gran parte meno tutte le reti di rapporti personali e istituzionali che avevano caratterizzato la civiltà occidentale sino all’800 se da un lato limitavano le possibilità di vita dei singoli, dall’altro esaltavano le diversità delle situazioni specifiche nelle quali gli individui vivevano.

Rimangono in ombra due aspetti molto importanti: 1) il primo è rappresentato dalle differenze che il rapporto tra destra e sinistra ha presentato per tutto il novecento nei diversi Paesi occidentali: l’antitesi tra destra e sinistra ha visto nel 900 una contrapposizione molto forte, quasi “religiosa” nei Paesi latini, acutizzata da un complesso di superiorità morale se non di disprezzo per la controparte (soprattutto della sinistra nei confronti della destra); e il rapporto tra destra e sinistra si è svolto invece attraverso una dialettica fatta di variazioni tutto sommato secondarie basate su una concezione comune in Germania e nei Paesi nordici, mentre si è prevalentemente concentrato su questioni empiriche o comunque interpretate come scelte particolari, non “dogmatiche” e sempre modificabili al cambio di maggioranza nei Paesi anglosassoni, dove la distinzione tra destra sinistra è sempre stata meno forte.

2) Il secondo è quello dei regimi totalitari che hanno rappresentato una componente determinante nella storia del 900: nel 1940 tutta l’Europa continentale, dopo la resa della Francia e la creazione della repubblica di Vichy, era soggetta a tale tipo di regimi, alcuni egemonizzati dalla Germania nazista, altri dalla Russia sovietica, i quali negavano o privavano di contenuto tutte le libertà di cui abbiamo parlato.

Anche i regimi totalitari hanno tuttavia svolto la loro azione criminale operando sullo stesso terreno di gioco dei diversi tipi di diritti da riconoscere ai cittadini. È il rispettabile inferno delle ideologie criminali calate dall’alto di cui parla Karl Popper (1902 – 1994), dove la distinzione fra destra e sinistra perde buona parte del suo valore, proprio perché essa presuppone comunque una dialettica tra le due parti e un comune rispetto delle regole del gioco (anche solo quelle del processo democratico).

È ben vero che il fascismo e il nazismo sono considerate delle dittature di destra mentre il comunismo è ritenuto un totalitarismo di sinistra, ma molti provvedimenti in tema di governo “sociale” dell’economia propri di ciascuno di questi regimi non erano molto diversi tra loro, e ad esempio il nazismo non potrebbe essere considerato più liberale del comunismo poiché ammetteva la proprietà e l’iniziativa economica private, dato che tanti e tali erano i vincoli sui proprietari e imprenditori che essi non potevano che agire nella direzione voluta dal regime.

Vero è che, quando il potere pubblico fa propria e assolutizza una visione della realtà politica e sociale nonché una serie di obiettivi ritenuti di interesse generale, a maggior ragione se riferiti ad una visione “ideale” del mondo, e non si limita a stabilire le regole del vivere civile ed eventualmente ad adottare specifici (e sempre modificabili) programmi empirici di miglioramento della società, tutti i diritti vengono di fatto vanificati e privati di valore.

Qualche dubbio sulla “portata liberista dell’Ulivo mondiale” e della globalizzazione: un marxismo con veste liberale, ovvero un dirigismo economico?

Nel “lungo addio” tra sinistra e popolo: Ricolfi finisce per trattare anche della destra classica e in particolare di quel progressivo mutamento reciproco delle due parti politiche che è al tempo stesso causa ed effetto del distacco dalle classi popolari e dal popolo in genere, e che ha aperto la strada all’affermazione delle posizioni “populiste”.

Dopo aver parlato del welfare e della sua crisi affrontata all’inizio degli anni 80 con le politiche tese a privilegiare l’iniziativa privata anche come mezzo per realizzare un maggior benessere sociale a fronte della crescente insostenibilità fiscale e burocratica dello stato assistenziale, politiche che trovano attuazione con il primo ministro britannico Margaret Thatcher (1925 – 2013) e con il presidente americano Ronald Reagan (1911 – 2004), si affronta quello che è stato uno dei momenti di passaggio più importanti dell’epoca recente, la fine del comunismo e della guerra fredda e l’avvio della globalizzazione economica e sociale basata su modelli e principi derivati dal capitalismo occidentale e in ultima analisi dal pensiero liberale.

Una delle cose più sorprendenti è sicuramente rappresentata dalla svolta culturale della sinistra tradizionale, nel senso che quasi di punto in bianco i sostenitori di posizioni socialiste (non solo socialdemocratiche, ma anche socialiste radicali se non comuniste in senso sovietico) si sono convertiti alle tesi liberali soprattutto in tema di politica economica e sono diventati sostenitori del libero mercato.

L’autore afferma che l’apertura ai valori del mercato dal parte degli schieramenti di sinistra rappresenta una sorta di liberazione finale degli impulsi individualisti da sempre presenti nel socialismo anche marxista, in passato repressi dall’autoritarismo degli stati comunisti.

Di conseguenza nell’epoca attuale le differenze tra destra e sinistra classiche sono meno importanti delle cose che le due parti hanno in comune. Come portavoce a livello teorico di questa svolta della sinistra si fa riferimento al sociologo britannico Anthony Giddens, mentre come esempi di leader progressisti che avrebbero rinunciato alle tentazioni collettiviste e stataliste per abbracciare le tesi del primato del mercato cita il presidente americano Bill Clinton, il premier britannico Tony Blair, il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e il presidente del consiglio italiano Romano Prodi, e accenna addirittura al progetto (che invero si rivelò ampiamente velleitario) di una sorta di federazione internazionale dei progressisti chiamata “Ulivo mondiale” satiricamente raffigurato da una memorabile vignetta di Forattini.

Citando la lucida analisi a suo tempo fatta in materia da Giulio Tremonti, la globalizzazione ha riguardato essenzialmente i movimenti di capitali da una parte all’altra del pianeta e che l’aspetto finanziario dell’economia sia andato a scapito delle attività produttive e imprenditoriali vere e proprie, con la deindustrializzazione di molti Paesi occidentali (in particolare il nostro); l’apertura delle frontiere al passaggio incontrollato e illegale di uomini (e questo vale in particolare ancora una volta per l’Italia) merci e capitali; da ultimo la situazione di stagnazione economica seguita alla crisi del 2007.

Questo disincantato esame non porta però Ricolfi a modificare il suo giudizio sostanzialmente positivo sulla globalizzazione che rimane a suo parere un’espressione dei principi individualistici e un momento fondamentale dell’affermazione dei principi liberali nella storia umana.

Forse la chiave di lettura con cui cercare di comprendere il modo con cui destra e sinistra, o più in generale la cultura liberale e quella socialdemocratica hanno affrontato la globalizzazione è l’espressione “fine della storia”, dovuto al fortunato libro del 1992 di Francis Fukuyama, un’espressione che di primo acchito (e ad onor del vero oltre alle tesi del suo autore che mantiene comunque un certo grado di impostazione critica sulla realtà che descrive) evoca subito un’assonanza forte con quella che fu la mentalità totalitaria del 1900: l’inizio di un’epoca “ideale” per l’umanità, un’epoca molto vicina alla perfezione, simile al “regno millenario” dei giusti della tradizione cristiana, un regno millenario non più posto in un futuro remoto, ma presente nella forma del capitalismo di mercato, finalmente vincitore sul comunismo.

Si tratta di un’idea affascinante, capace di sedurre i migliori intelletti umani, un’idea che ha trasformato, innestandosi su tutta una cultura ereditata dai movimenti giovanili degli anni 60 fatta di ideali astratti e di fuga dalla responsabilità (anche nella esaltazione di una sessualità senza più tabù associata alla libertà di drogarsi: Lennon, Dylan cui addirittura è stato conferito il Nobel), la società occidentale e che ha avuto importanti conseguenze anche sulla politica modificando non solo i rapporti reciproci tra, ma addirittura gli stessi concetti di, destra e sinistra.

Dal punto di vista della cultura liberale, l’apparente trionfo definitivo e senza ritorno della logica del mercato e della libertà individuale si è paradossalmente messo in contrasto con uno dei suoi fondamenti: la pretesa di essere un insieme di regole e non un fine, un obiettivo da raggiungere.

Infatti, per la cultura liberale classica, quella che esalta il ruolo del mercato e della libera iniziativa privata, i fini della storia rappresentano solo la sommatoria dei fini dei singoli individui e non possono mai essere definiti a priori.

Con la globalizzazione invece per molti il liberalismo è diventato un’ideologia, con una veste esteriore liberale. È indubbio che molti elementi possono avere uno sviluppo in senso totalitario o almeno nel senso dell’imposizione di un pensiero unico: il ruolo riservato ai soggetti privati in genere, visti come “esecutori” del disegno della storia compreso e imposto dai poteri pubblici.

La globalizzazione è figlia, più che del liberismo, del dirigismo economico, affidato ad organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization), o transnazionali come l’Unione europea, la circolazione dei capitali, ha portato ad una finanziarizzazione dell’economia, al prevalere della deindustrializzazione delle nazioni occidentali a favore di Paesi dove i costi del lavoro sono minori (e le imposizioni ai lavoratori dipendenti in termini di orario e di modalità del lavoro sono inaccettabili per le società occidentali).

Per quanto concerne l’Italia e i Paesi europei continentali, la stessa istituzione di una moneta unica, l’euro che sovrapponendosi ad economie diverse e non facilmente unificabili distorce sia una sana concorrenza, ad esempio impedendo all’economia italiana di “riequilibrare” i propri rapporti con i Paesi esteri (intra ed extra comunitari) tramite le fisiologiche svalutazioni della lira sia la stessa cooperazione tra i citati Paesi.

Riguardo a questo argomento in tema di discrezionalità del potere pubblico non sempre è vera l’equazione: intervento pubblico uguale dirigismo, non intervento uguale liberismo.

Da un lato un intervento pubblico consistente in una serie di regole chiare e di azioni mirate e con fini ben definiti può quasi sempre agevolare l’iniziativa privata ed anzi molte volte è indispensabile per sostenerla, mentre l’assenza di intervento motivata dalla pretesa “neutralità” rispetto al mercato può distruggere l’iniziativa individuale favorendo e spesso contribuendo a creare posizioni di forza da punto di vista economico che in una situazione di libera competizione non troverebbero posto.

Del resto, se guardiano ai mutamenti della realtà economica e sociale del nostro Paese degli ultimi trent’anni possiamo notare che la politica di privatizzazione dell’economia, portata avanti soprattutto dai governi presieduti da Giuliano Amato e Romano Prodi, è avvenuta senza una liberalizzazione del mercato ed ha creato un sistema ancora più dirigista (e quindi meno liberale) di quello precedente e più condizionato dai poteri politici: si pensi alle grandi società di servizi nazionali (poste, ferrovie, energia ecc.) o a quelle locali, le cosiddette “partecipate” dei Comuni, e a tutto ciò si è aggiunta la “svendita” a soggetti graditi ai politici, di buona parte dell’ex industria pubblica (si veda per tutti Venier, Il disastro di una nazione, Padova, Edizioni di Ar, 1999).

Risultati che mettono in evidenza come l’apertura alla libertà individuale in campo economico della sinistra italiana è stata decisamente discutibile e che la sostanza “socialista” ha prevalso sulla forma “liberale”: mai la confusione tra pubblico e privato è stata così forte.

Sicuramente in questo tipo di libertà economica non si sarebbero riconosciuti i fondatori del pensiero liberale come Adam Smith (1723 – 1790), che considerava la libertà economica un’appendice della libertà individuale. Non vogliamo demonizzare la globalizzazione o disconoscerne alcuni pregi, tra cui lo sviluppo economico e in parte sociale di molti Paesi non occidentali che sono usciti dalla soglia della povertà, il che ha portato ad un livello di distribuzione delle produzione e della ricchezza che come giustamente Ricolfi sottolinea, in controtendenza alla diffusa ed errata opinione del crescente divario tra nazioni povere e nazioni ricche, come “il mondo non è mai stato eguale come oggi”. Ma la “stagnazione” economica del presente momento è la conseguenza di una mentalità dirigista e poco “liberale”.

 

La diversità dei populismi e il totalitarismo delle élites burocratico-tecnocratiche

Nel terzo capitolo di Sinistra e popolo viene affrontato il tema del populismo, termine con il quale, soprattutto da parte dei loro detrattori, vengono indicati i movimenti che vorrebbero rappresentare e portare avanti gli interessi e la volontà del popolo, e in particolare degli strati sociali meno influenti politicamente, in opposizione alle decisioni delle èlites e alle loro “verità” filoglobaliste e politicamente corrette.

Per il vero finisce per unire sotto un unico termine movimenti e realtà politiche e culturali differenti. Ciò vale innanzi tutto per i movimenti populisti ante globalizzazione, che Ricolfi descrive nella prima parte del terzo capitolo, e tra i quali comprende ad esempio il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (1891 – 1960) che ebbe un certo successo politico alle elezioni per l’assemblea costituente del 1946 per poi sparire in pochi anni, un movimento e un partito non inquadrabile a nostro giudizio nel populismo, ma criticabile semmai per il suo carattere elitario e per l’incapacità di andare oltre una critica “paradossale” ai principi clientelari e corporativi della politica italiana, e non certo per essersi rivolto alle masse al fine di una “rivoluzione” guidata dalla popolazione contro i potenti di turno.

Peraltro anche movimenti decisamente più “carismatici” e diretti a sollecitare il consenso “di pancia” delle popolazioni come il peronismo argentino o partiti impegnati ad esaltare le trazioni popolari e il ruolo delle comunità etniche nazionali o regionali, come il poujadismo francese, i movimenti nazionalisti norvegesi o greci, e persino la Lega dei primi anni in Italia sono diversi a nostro parere dai movimenti e partiti oggi definiti populisti perché le pretese che avevano di rappresentare al meglio i valori e gli interessi della “gente”, presupponevano una continuità di valori e di principi tra élites politiche e popolazioni, che faceva parte di quel “terreno di gioco” sui cui le diverse parti politiche si affrontavano, e sul quale operavano oltre alle destre e alle sinistre classiche anche i diversi partiti e movimenti citati che intendevano, a loro volta in base concezioni di destra o di sinistra o spesso miste, rivolgersi al popolo offrendo un’alternativa politica che fosse migliore dal punto di vista di questi principi comuni rispetto a quelle offerte dai partiti classici.

Oggi, e questa è una delle osservazioni più profonde ed importanti contenute nel libro, quella continuità di valori e principi tra élites politiche e popolazioni è in gran parte venuta meno a causa dalla mentalità buonista e politicamente corretta, ed i movimenti populisti rappresentano in primo luogo una reazione contro tale situazione, rispetto alla quale si parla di “tradimento” delle élites.

Le élites stabiliscono quali idee sono vietate (quelle politicamente scorrette) e quali differenze non vanno fatte tra gli esseri umani in nome di una piatta e totalitaria parità, e non contente di ciò arrivano persino ad imporre il modo di parlare attraverso l’uso di determinati termini o dei generi grammaticali, giungendo spesso ad assurdità che fanno a pugni con la lingua italiana, di cui gli esempi più lampanti sono termini come “la presidenta” o “la sindaca” ecc., termini sino a qualche anno fa usati solo nel linguaggio popolare burlesco, ed oggi previsti e imposti normativamente in alcuni dei più importanti organismi pubblici italiani.

Tali atteggiamenti, basati sul “capovolgimento” del senso comune (ad esempio gli immigrati non sono un pericolo ma una risorsa, l’Unione europea non è un problema ma la soluzione ecc.) vengono definiti “derisori”, “sprezzanti”, “supponenti” ecc., e vengono attaccati i “sermoni” buonisti che vogliono indottrinare le persone dall’alto della presunta maggiore conoscenza e superiorità morale (ritorna qui un tema già caro alla sinistra classica) di chi li predica, spesso dal pulpito dei grandi giornali o dei networks televisivi e/o informatici.

La mentalità buonista, politicamente corretta e umanitari sta che giunge ad imporre cosa pensare e come parlare, forse è un po’ sottovalutata nel libro di Ricolfi, che pure ne denuncia coraggiosamente eccessi e aberrazioni.

Che i movimenti populisti attuali abbiamo la loro origine nella reazione da parte di molti a questa cultura elitaria dominante e alle sue conseguenze fortemente limitative delle libertà civili ma anche delle tradizionali “pretese” sociali dei singoli è un fatto che viene chiaramente descritto in Sinistra e popolo, e rappresenta uno dei grandi pregi del libro.

Dal canto nostro però vorremmo provare a dare un giudizio più articolato del populismo e a diversificare tra le diverse esigenze portate avanti dai movimenti che vengono descritti con tale termine. Se è vero che i due principali timori all’origine dei movimenti e dei partiti definiti populisti e quindi i due principali bersagli polemici sono da un lato gli effetti negativi, economici e sociali, della globalizzazione e dall’altro il disordine e l’insicurezza sociali, causati dall’immigrazione incontrollata, intrecciata con la paura degli attacchi terroristici, è altrettanto vero come sostiene Ricolfi che nella galassia dei partiti populisti possiamo distinguere modalità più affini alla destra tradizionale (ostili soprattutto all’immigrazione di persone) e modalità più vicine alle posizioni tradizionali della sinistra (ostili principalmente ai movimenti di capitali e alle operazioni finanziarie globali), da questo non deriva necessariamente che tutte le espressioni politiche definite “populiste” abbiano alla loro base una concezione “organica” della società che quasi annulla gli individui all’interno del corpo sociale più o meno “tradizionale”, una concezione basata sulla xenofobia e sulla pregiudiziale ostilità alle organizzazioni internazionali e alla loro visione basata sui valori universali dell’individualismo.

Non siamo d’accordo a mettere insieme movimenti e figure che, se pure accomunate dai temi “populisti; presentano programmi di governo ed portano avanti decisioni che assumono valori molto diversi a seconda del contesto politico e culturale in cui vengono in essere.

 

Per concludere in via paradossale: globalizzazione società chiusa? Populismo società aperta? L’impostazione empirica del liberalismo anglosassone

Nello scenario attuale secondo Ricolfi destra e sinistra finiscono per essere o due “sfumature” delle concezioni “aperte”, la prima più attenta ai temi del mercato la seconda a quella del benessere dei diversi popoli, oppure due “modalità” delle concezioni che sostengono la “chiusura”, quelle di destra contrarie all’immigrazione, quelle di sinistra contrarie alla circolazione dei capitali.

Siccome i due termini usati da Ricolfi per delineare la nuova contrapposizione politica nei Paesi occidentali richiamano inevitabilmente il più volte citato Popper, non crediamo di tradire le concezioni del filosofo austro – britannico se affermiamo che per molti aspetti la società globale, dominata dalla tecnocrazia, dal politicamente corretto e sempre più legata al conformismo dei social networks è una società “chiusa”, mentre molte istanze definite “populiste” dirette a stabilire delle regole certe, a valorizzare la responsabilità individuale che rappresenta l’altra faccia della libertà, sono portatrici di valori legati alla libertà individuale e quindi sono espressioni della società “aperta”.

Come leggere allora la contrapposizione tra favorevoli e contrari alla tecnocrazia e al politicamente corretto, cercando di non essere a priori “asimmetrici” verso una della due concezioni opposte, ma senza rinunciare ad operare una valutazione, opinabile ma almeno motivata su tale contrapposizione?

Nella prima metà del novecento solo i Paesi anglosassoni si salvarono dalla dittature, e si salvarono proprio per una impostazione “empirica” e non “dogmatica” delle diverse concezioni politiche, che verificandone gli effetti in concreto tende a “depurare” ogni concezione dei suoi eccessi potenzialmente totalitari.

Forse l’esempio più lampante di questa “correzione di rotta” è il proibizionismo americano su cui la cinematografia si è sbizzarrita: il divieto di bere sostanze alcoliche era basato su una concezione totalitaria del potere pubblico, ma nonostante fosse addirittura stato inserito nella costituzione degli Stati uniti nel 1919 (XVIII emendamento) la constatazione delle conseguenze aberranti di tale norma portarono alla sua abrogazione nel 1933 (XXI emendamento).

Rispetto alla situazione prebellica oggi abbiamo un blocco europeo continentale dominato dalla Germania e dalla sua cultura e un legame economico e culturale forte tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Un paragone inquietante, anche per il fatto che, ora come allora nel blocco europeo continentale prevale la concezione “dogmatica” e irreversibile delle scelte politiche mentre nei Paesi anglosassoni ora come allora prevale quella empirica e modificabile.

L’esempio tipico è rappresentato dalla decisione di uscire dall’Unione europea della Gran Bretagna. Parimenti negli Stati Uniti molte delle scelte di Barak Obama, ad esempio l’adesione all’accordo di Parigi del 2015 sulla prevenzione del riscaldamento globale (uno dei più importanti e meno convincenti dogmi del politicamente corretto) sono state rovesciate da Donald Trump. Questa mentalità empirica non si vede nell’Europa continentale.

Viceversa un Paese che esca dall’unione monetaria rinunciando all’euro ed adottando una moneta nazionale, è impensabile: si consideri l’esempio della Grecia dove il partito di Alexīs Tsipras pur avendo vinto le elezioni in base ad un programma che comprendeva la possibilità di tale decisione una volta al potere vi ha subito rinunciato. Parimenti è impensabile che un Paese europeo continentale rinunci alla politica dell’integrazione degli immigrati da Paesi non occidentali anche quando questa minaccia di distruggere culturalmente il vecchio continente.

Si tratta di uno spirito dogmatico, che non promette nulla di buono, in quanto sembra destinato ad esaltare gli aspetti totalitari presenti nella mentalità tecnocratico – buonista da un lato e nelle reazioni populiste dall’altro, un spirito dogmatico che pretende di stabilire tramite l’autorità pubblica (statale o sovrastatale) i propri valori anziché lasciare alle verifiche empiriche e alle scelte dell’elettorato la valutazione finale su di essi, come ad esempio Ricolfi sottolinea a proposito della costruzione dell’Unione europea nella acuta e coraggiosa critica che fa in appendice al suo libro di uno dei miti dell’europeismo italiano, il manifesto di Ventotene del 1941 elaborato da Altiero Spinelli (1907 – 1986), Ernesto Rossi (1897 – 1967) ed Eugenio Colorni (1909 – 1944).

Anche nei paesi anglosassoni è in atto una estremizzazione ma l’alternativa però rimane e con essa l’essenza della democrazia. A parere di chi scrive la situazione è più inquietante nei Paesi europeo continentali dove è in atto, come giustamente osserva Ricolfi, una fusione tra destra e sinistra sulle posizioni che noi definiamo globaliste, tecnocratiche e buoniste che sembra non avere alternative, dato che spesso l’elettorato preferisce non votare che provare a scegliere soluzioni politiche diverse.

La perdita graduale dei diritti individuali, risultato di tutta la tradizione occidentale che, attraverso un percorso tortuoso e non privo di pagine riprovevoli ha fuso, grazie alla dottrina cristiana il senso del diritto romano antico e il ruolo fondamentale dei singoli individui proprio della cultura “barbarica”, potrebbe portare ad un “tramonto dell’Occidente” secondo l’espressione che dà il titolo all’opera più famosa di Oswald Spengler (1880 – 1936)? Non si può prevedere l’evoluzione storica futura: certo è che la tendenza ad una crisi culturale, ben più grave di quella economica, in tutto l’Occidente è molto forte, una crisi culturale causata dal pensiero tecnocratico e politicamente corretto che si esprime innanzi tutto in quella che il filosofo inglese Roger Scruton ha chiamato “oikophobia”, cioè odio per tutto ciò che rappresenta la nostra civiltà, rifiuto e quasi disprezzo per ogni valore della citata tradizione giuridico – morale, una crisi culturale che rende incapaci di stabilire quali siano i valori e le regole “irrinunciabili” di fronte ad ogni forma di integrazione (economica, sociale e politica) con soggetti e valori propri di culture e civiltà diverse.

Questa può essere la vera causa di una futura “società fredda”, che non cresce più moralmente prima che economicamente, perché pensa di essere arrivata alla “fine della storia”.

Mentre l’empirismo anglosassone sembra far argine a derive fondamentaliste, diverso è il discorso per gli stati europei continentali, sempre più legati ad una struttura, l’Unione europea che rappresenta dal punto di vista economico un grande “cartello” nel quale convivono membri forti (Germania, Paesi nordici) e membri deboli (Italia e Paesi mediterranei), con la Francia che gode di una sorta di “nicchia” di autonomia, un cartello con uno sviluppo a somma zero nel quale i suddetti stati forti che approfittano della situazione economica (grazie alla moneta unica) forse al fine di non rompere il cartello concedono “bonariamente” a quelli deboli agevolazioni riguardo ad esempio al rispetto dei parametri macroeconomici nazionali (debito pubblico, deficit ecc.) o anche finanziamenti occulti, magari in cambio dell’impegno a svolgere attività che i primi non intendono porre in essere, come qualcuno afferma che stia accadendo per l’accoglienza indiscriminata degli immigrati africani in Italia: un’ipotesi non pienamente dimostrata, ma certamente plausibile.

Tra i Paesi europeo continentali l’Italia, rischia di avvicinarsi ad una sudamericana “repubblica delle banane”: qui ricordiamo solo che i problemi generali di tutto l’Occidente (la crisi economica e il disordine sociale) nel nostro Paese stanno assumendo proporzioni incontrollate, tali da mettere in pericolo non solo lo sviluppo sociale delle generazioni future, ma la tenuta dell’ordine e della morale pubblica (si pensi alla schizofrenia delle assurde depenalizzazioni di guida senza aver mai conseguito la patente, e per converso all’inasprimento dell’omicidio stradale, alla depenalizzazione degli atti osceni in luogo pubblico ed alla estensione eccessiva della violenza sessuale, anche solo a livello psicologico,) e tutto questo mentre i poteri pubblici italiani sono tuttora influenzati dai sostenitori delle concezioni buoniste e politicamente corrette (tra i quali un ruolo importante svolge il papato di Francesco I e i cattolici che condividono le sue opinioni), che continuano a pretendere una politica di accoglienza “totale”. Anche a questo livello si conferma la totale sud americanizzazione di cui si è accennato.

Se è vero però che ogni ideologia come affermava Karl Marx porta ad una “falsa coscienza della realtà”, allora uno dei principali antidoti all’ideologia è un discorso che esponga la verità dei fatti, è discorso che Ricolfi presenta ai lettori in Sinistra e popolo.

Il presente scritto riflette un nucleo di pensiero condiviso con il collega Fabrizio Borasi 

Atac, tutte le strade portano a Roma (e si fermano lì)

E dire che Roma le ha provate tutte. Da sinistra a destra, passando per l’esperimento a cinque stelle il declino sociale ed economico che investe una delle più antiche metropoli del mondo appare inesorabile.

Non si tratta solo di debiti e fondi mancanti: a Roma manca una idea, manca un obiettivo strategico che le permetta di tornare, come meriterebbe, nel novero delle moderne capitali del mondo occidentale.

La già nota situazione delle condizioni delle reti idriche, grazie ad un abile e tragicomico rimpallo tra diverse amministrazioni politiche, ha portato alla luce una criticità che a Roma, in quasi duemilaottocento anni di storia, non si era mai vista né sentita, rendendo così l’idea di quanto tale realtà urbana stia regredendo sempre di più rispetto al suo storico e risalente passato.

Nell’antichità nessuna civiltà aveva retto per così tanti secoli al corso degli eventi come Roma, la quale, invece, seppe rappresentare una felice eccezione proprio per il livello di raffinatezza e di modernità nella costruzione di strade ed acquedotti tramite i quali riuscì a governare un vastissimo territorio che si estendeva dalla Scozia all’Iraq.

Una capacità che, in questi ultimi vent’anni, sembra essersi persa nel mare magnum di una burocrazia elefantiaca che sta relegando, progressivamente, la Capitale d’Italia nelle peggiori posizioni delle classifiche settoriali.

I problemi finanziari ed amministrativi di Atac hanno reso il trasporto pubblico locale uno degli esempi più imbarazzanti di modello a gestione pubblica che continua, anno dopo anno, a consegnare ai romani una serie record di inefficienza, facendo così strage dei più elementari principi di buon andamento della pubblica amministrazione.

Basti pensare che, rispetto a soli tre anni fa, sono più di seicentomila le corse su strada soppresse e per più del cinquanta per cento a causa dei continui guasti alle vetture che raggiungono, a loro volta, la veneranda età media di dodici anni per mezzo.

Come se non bastasse, in sfregio ai più elementari principi dell’aritmetica gestionale, siamo di fronte ad una azienda la quale, pur potendo contare su circa dodicimila dipendenti, produce ed incassa meno rispetto ad aziende omologhe del settore che contano, invece, su un numero decisamente minore di occupati.

Rimane un mistero, quindi, come possano essere annullate circa il cinquanta per cento delle corse della metropolitana a causa della mancanza del personale.

Non solo. Se pure fossimo di fronte ad un modello di servizio pubblico sano ed efficiente, paradossalmente, la situazione non cambierebbe molto.

I circa seimila chilometri di strade, dal centro storico alla periferia, sono infatti disseminati, per circa l’ottanta per cento, da avvallamenti che misurano più di trenta centimetri. Ripararli costerebbe circa un miliardo di euro, quasi la stessa cifra del costo che la pubblica amministrazione dovrebbe sostenere per ripianare la situazione debitoria di Atac.

Grazie a questi numeri, riferiti al solo comparto del trasporto pubblico locale e della viabilità, oggi, la Capitale d’Italia sta riscrivendo la sua storia al contrario, smentendo così quelle regole basilari che vedono l’accesso all’acqua e il funzionamento, pur minimo, del trasporto pubblico come le basi per la vita di una comunità moderna e civile in tempo di pace.

Chissà se, tra vent’anni, si riuscirà pure a cambiare gli storici aforismi che, a distanza di millenni, ricordavano l’Urbe come il centro del delle vie mondo: da tutte le strade portano a Roma a tutte le strade si fermano a Roma il passo è, mai come stavolta, a portata di mano.

La flat tax favorisce i ricchi?

La flat tax in Italia è possibile? E soprattutto porterebbe benefici ai cittadini italiani? Partiamo dalla principale critica di chi la avversa: i ricchi pagherebbero quanto i meno abbienti.

Ma questo è falso!

La flat tax è un’imposta proporzionale, cioè pago in proporzione a quanto guadagno, il che sembra più che ragionevole e incentiva a produrre più ricchezza e beneficio di tutti.

Al contrario, se la tassazione è progressiva, cioè all’aumentare del reddito non pago in proporzione ma molto di più, sono disincentivato dal produrre reddito, a danno di tutti.

La tassazione proporzionale implica che ogni cittadino pagherà le imposte in proporzione al reddito prodotto, ovvero chi ha un reddito maggiore pagherà più imposte.

Se, ad esempio, l’aliquota unica delle imposte è il 20%, se guadagno 20 mila euro pagherò 4 mila euro, se ne guadagno 100 mila, cioè 5 volte 20 mila, ne pagherò 20 mila, cioè 5 volte 4 mila. Quindi la tassazione proporzionale ha un’unica aliquota o flat tax.

La tassazione progressiva implica che la tassazione cresce più che proporzionalmente, cioè le aliquote di imposta diversificate crescono al crescere del reddito. Per tornare al precedente esempio, se guadagno 20 mila euro l’anno pagherò 4 mila circa, se ne guadagno 100 mila ne pagherò 36 mila, quindi non 5 volte ma 8 volte cioè circa 16 mila euro in più (senza contare le addizionali regionali e comunali).

tassazione

proporzionale tassazione progressiva

aliquota

20%

20%

reddito

€ 20.000

 

€ 100.000

 

€ 20.000  

€ 100.000

 

tasse da pagare € 4.000 € 20.000 € 4.000 circa

€ 36.000

Questo è il regime vigente in Italia, considerato molto disincentivante.

Ma perché in Italia la tassazione è progressiva? II principio trae ispirazione dalla c.d. “decrescenza dell’utilità marginale”: dosi crescenti di un bene ne fanno man mano diminuire la sua utilità/necessità, quindi posso privarmene senza danno.

Ma ciò può essere vero per un bene infungibile o che non può facilmente essere scambiato: se mangio dosi aggiuntive di gelato alla quinta coppa sarò sazio e potrò privarmene senza sacrificio.

Ma il reddito-denaro è fungibile, è un bene di scambio, può trasformarsi qualunque altro bene ed essere utilizzato in ogni impresa; pertanto la sua utilità non è decrescente ma, anzi, permette Ia creazione del risparmio e dell’investimento che è alla base dello sviluppo di una società umana.

Per dirla con Einaudi risparmio-investimento-consumo sono in capo alla persona, “l’uomo intero” contrapposto all’uomo “scisso keynesiano”.

Il risparmio investito in progetti imprenditoriali che allocano in modo efficiente le risorse, creano valore aggiunto, aumentano la produttività, quindi riducono la disoccupazione e il sottosviluppo realizzando una redistribuzione dal basso, contrapposta a quella dall’alto operata d’imperio attraverso la tassazione progressiva in nome dell’egualitarismo (l’uguaglianza sostanziale volta ad eliminare le fisiologiche differenze è nemica dell’uguaglianza formale, quella davanti alla legge di stampo liberale).

L’obiettivo da perseguire non dovrebbe essere l’impossibile eliminazione delle diseguaglianze fisiologiche, ma l’innalzamento del livello di benessere delle fasce meno abbienti e ciò si ottiene attraverso il mercato e la crescita economica che produce una redistribuzione libera, spontanea ed efficiente.

L’invenzione del capitalismo cattivo

Luigi Einaudi scriveva che il capitalismo è un po’ come il diavolo nel medioevo: “una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi.

I viveri sono cari? La colpa è della organizzazione capitalistica della società. La guerra è stata scatenata dagli imperi centrali? La colpa è del capitalismo che spinge le nazioni le une contro le altre armate per la conquista dei mercati mondiali.” (La colpa è del capitalismo, Corriere della sera, 28 luglio 1919)

Da allora sono passati quasi cent’anni, ma la situazione non è molto cambiata. Il capitalismo continua a essere visto come la causa di tutte le piaghe della terra, in particolare della povertà, delle diseguaglianze, delle guerre, della violazione dei diritti umani.

Pochi però si prendono la briga di verificare l’esattezza di queste affermazioni. Se lo facessero, scoprirebbero che le cose non stanno esattamente così. Non secondo quanto emerge dai rapporti annuali del Fraser Institute: Economic Freedom of the World (EFW).

Che cos’è l’EFW?

È un documento nato da un ciclo di sei conferenze che si sono tenute tra il 1986 e il 1994 presso il Fraser Institute, a Vancouver. Lo scopo degli incontri era quello di elaborare un indice che misurasse il grado di libertà economica nel mondo, così da spostare la discussione dal piano meramente emotivo a quello della ricerca accademica.

Cosa si intende per “libertà economica”? Semplificando molto, è una condizione nella quale gli scambi avvengono volontariamente, in un mercato aperto dove i diritti di proprietà sono difesi e l’incolumità delle persone è tutelata. La libertà economica serve a capire quanto le istituzioni e le politiche di un paese corrispondono all’ideale di un governo limitato, nel quale lo Stato protegge i diritti di proprietà e fornisce una serie limitata di servizi come la difesa e la possibilità di accesso a una moneta solida.

L’indice dell’EFW utilizza utilizza 42 indicatori raggruppati in cinque ampi settori:

1) La dimensione del governo: spese, tasse e imprese (quanto spende il governo rispetto a individui, famiglie e imprese? In che misura il processo decisionale in campo economico sostituisce la scelta individuale?, ecc.)

2) La struttura giuridica e la sicurezza dei diritti di proprietà (in che misura i diritti di proprietà sono tutelati? Il sistema giudiziario è indipendente? ecc.)

3) La possibilità di accesso a una moneta solida (i tassi di interesse sono stabili? Il governo aumenta le proprie spese stampando denaro? ecc.)

4) La libertà degli scambi internazionali (qual è l’entità delle misure protezioniste adottate? Il passaggio delle merci attraverso le dogane è oneroso e richiede tempo? ecc.)

5) La regolazione del credito, del lavoro e dell’attività commerciale (in che misura le banche forniscono credito al settore privato? in che misura i salari sono centralizzati? le norme burocratiche frenano l’ingresso sul mercato e la concorrenza? ecc.)

La classifica generale

Sulla base dell’indice dell’EFW viene poi stilata una classifica della libertà economica dei 159 Paesi che sono oggetto dello studio. Il rapporto del 2016 utilizza i dati del 2014, l’anno più recente per il quale sono disponibili dati completi. Al primo posto troviamo Hong Kong, con un punteggio di 9,03 su un massimo di 10. Poi Singapore, la Nuova Zelanda, la Svizzera e il Canada. L’Inghilterra si trova al 10° posto, a pari merito con l’Australia, con un punteggio di 7,93. Gli Stati Uniti, che nell’immaginario collettivo sono la patria del neoliberismo selvaggio, sono al 16° posto (7,75), dietro a paesi come il Cile (13°) e la Lituania (15°).

Per trovare l’Italia bisogna andare al secondo quartile, e precisamente al 69° posto, con un punteggio di 7,17. Davanti a noi, nello stesso quartile, ci sono paesi come la Cambogia (68°), l’Uganda (54°), il Ruanda (49°), la Bulgaria (45°), l’Albania (42°) e la Polonia (40°).

Nell’ultimo quartile della classifica troviamo paesi come l’Egitto (129°), l’Iran (150°), l’Argentina (156°) e, all’ultimo posto, il 159°, il Venezuela, con un punteggio di 3,29.

La situazione italiana

Il rapporto dà anche la possibilità di osservare più da vicino i punteggi ottenuti dai singoli paesi nelle cinque aree prima indicate. Nel caso dell’Italia, abbiamo questa tabella:

Come si vede, le aree nelle quali abbiamo un punteggio piuttosto basso sono quelle relative alla dimensione del governo (dove siamo al 133° posto), il sistema legale e la tutela dei diritti di proprietà (70°) e la regolazione del mercato del lavoro e delle attività commerciali (78° e 148° posto).

In pratica abbiamo un governo pachidermico, un sistema legale mal funzionante e un mercato del lavoro paralizzato da norme e regolamenti.

Cosa emerge dall’EFW?

Questi dati, di per sé, non dicono molto, finché non li mettiamo in relazione con altri aspetti rilevanti come la crescita economica o i tassi di povertà. A questo proposito, il rapporto del 2016 afferma:

dalla nostra prima pubblicazione nel 1996, numerosi studi hanno utilizzato i dati pubblicati in Economic Freedom of the World per esaminare l’impatto della libertà economica sugli investimenti, sulla crescita economica, sui redditi e sui tassi di povertà.

Praticamente senza eccezioni, questi studi hanno trovato che i paesi con istituzioni e politiche più in armonia con la libertà economica hanno tassi di investimento più alti, una crescita economica più rapida, livelli di reddito più elevati e una più rapida riduzione dei tassi di povertà.

La povertà sta aumentando?

Prendiamo il caso della povertà. È vero o no che una maggiore libertà economica ha, come effetto collaterale, un’aumento della povertà? Se osserviamo il trend degli ultimi tre decenni delle 89 economie in via di sviluppo la risposta è: no.

Il tasso di povertà estrema nei paesi in via di sviluppo – cioè nei paesi che si allineano sempre di più con l’indice EFW – è sceso dal 56,9% nel 1980 al 15,6% nel 2014. Questo vuol dire che, nel 1980, 6 persone su 10 vivevano con meno di 1,90 dollari al giorno; oggi meno di 2 su 10 vivono con quella cifra.

Lo stesso vale per il tasso di povertà moderata, cioè per le persone che vivono con meno di 3,10 dollari al giorno. Queste sono scese dal 73,9% al 34,3%.

Come si legge nel rapporto: “I paesi in via di sviluppo che si sono mossi maggiormente verso la libertà economica hanno raggiunto una forte crescita economica e una sostanziale riduzione della povertà.”

Il divario del reddito pro-capite tra paesi ricchi e poveri è aumentato?

Anche in questo caso, la risposta è: no. Non negli ultimi trent’anni, almeno. Su questo punto, il Rapporto fa un discorso più articolato.

Nel 1820, le nazioni ricche del mondo avevano un reddito pro-capite pari a 6 o 7 volte quello dei paesi poveri. I teorici della funzione di produzione prevedevano che questo gap sarebbe spontaneamente diminuito negli anni.

Ragionavano in questo modo: il capitale è destinato a migrare verso le economie a basso reddito dove la produttività è più alta. Questo ridurrà il divario tra i paesi ad alto e basso reddito. Nulla di tutto questo, però, è accaduto prima del 1980.

Per quale ragione? Perché le istituzioni e le politiche che sostenevano la libertà economica erano in gran parte assenti. I paesi meno sviluppati continuavano a stagnare. Tuttavia, se i paesi a basso reddito adottano politiche più coerenti con la libertà economica, la differenza di reddito diminuisce.

La tabella sotto mostra proprio questa inversione di tendenza. In tutto il mondo, la disuguaglianza dei redditi sta diminuendo. “È interessante”, si legge nel Rapporto, “notare che questa tendenza verso l’uguaglianza del reddito è stata quasi completamente trascurata dagli intellettuali, dai media e dalla popolazione in generale.”

Conclusione

Che cosa prova tutto questo? Se non altro, che bisognerebbe essere più cauti nell’esprimere giudizi catastrofici sulla situazione attuale. Come si legge nel Rapporto: “Noi non sosteniamo che esista necessariamente una relazione causale diretta tra la libertà economica e le variabili considerate di seguito. Ciononostante, riteniamo che i grafici forniscano alcuni spunti per riflettere sul contrasto tra le economie orientate al mercato e quelle dominate dalla regolamentazione e dalla pianificazione del governo.”

Buonismo e forze dell’ordine

Il buonismo, il politicamente corretto è imperante in tutti i Paesi occidentali, e in quelli europeo continentali sta assumendo tratti totalitari dato che non sembra avere alternative praticabili a livello politico e giuridico.

In Italia però si verificano certi episodi estremi di cui non si ha notizia negli altri Paesi (Francia, Germania) coinvolti nella stessa tendenza culturale e politica: in particolare  è frequente che agenti appartenenti alle forze dell’ordine, ma anche privati cittadini che si oppongono alle violenze e alle prevaricazioni (che spesso mettono a rischio i loro beni e la loro vita) di chi delinque violando la legge si trovano a dovere pagare delle conseguenze pesanti, cioè ad essere sottoposti a lunghi procedimenti penali, talora addirittura condannati penalmente e civilmente a risarcire i danni a chi quegli atti criminali, da cui si erano difesi, aveva posto in essere, quasi che la vittima diventasse delinquente e il delinquente vittima.

Ciò vuol dire che in Italia l’ideologia buonista è più forte, più estrema che negli altri Paesi? Probabilmente no: la differenza la fa la cultura civica italiana, una cultura legata al compromesso, alla “casuistica”, che non conosce l’applicazione uniforme della legge, ma che adatta le norme in maniera sempre diversa da caso a caso.

Il trapianto dell’ideologia buonista e del politicamente corretto su tale terreno produce effetti devastanti a livello della posizione dei singoli.

Facciamo qualche confronto. Di fronte ad esempio ad una manifestazione di piazza di   ‘centri sociali’, o ad una sommossa di immigrati, la polizia può comportarsi in maniere molto diverse che vanno dalle cariche, agli arresti, alla semplice osservazione passiva.

In Paesi a legalità ‘forte’e predefinita, come ad esempio Francia e Germania, le linee di condotta degli agenti sono stabilite dall’alto, dai politici competenti, in base a regole certe, di modo che quale che sia l’atteggiamento deciso (il pugno di ferro o il guanto di velluto), il singolo agente è comunque tutelato dal fatto di avere rispettato gli ordini.

A loro volta i pubblici ministeri (spesso legati in un modo o nell’altro all’esecutivo) e i giudici sono vincolati dalle stesse norme certe e prestabilite, di modo che è molto difficile che decidano anche solo di indagare sul comportamento del singolo agente che si è attenuto alle disposizioni, anche se la sua condotta ha recato danni ai manifestanti violenti.

Lo stesso discorso vale in sostanza sia per l’azione delle forze dell’ordine nei confronti di atti criminali compiuti da singoli, sia anche per gli atti di autotutela posti in essere dai privati minacciati  nella persona e/o nei beni, dato che almeno certi principi sono certi ed il singolo sa in anticipo cosa può fare e cosa non può fare, senza contare che l’azione della forza pubblica garantisce una maggiore copertura ai privati e li costringe ad autodifendersi molto più  raramente di quanto avviene da noi.

In Italia, dove la legalità varia da caso a caso e il potere pubblico interviene solo ‘eventualmente’ se ne ravvisi l’interesse, la situazione è profondamente diversa: nessun agente della forza pubblica e nessun privato cittadino ( a parte ovviamente le situazioni estreme)  è mai del tutto certo se agisce nella legalità  o contro la legge, e questo in situazioni drammatiche dove si deve decidere, spesso a  rischio della vita propria e/o altrui, in pochi secondi.

Di fronte alle sommosse, di fronte a coloro che delinquono distruggendo le cose altrui e minacciano le persone come si deve reagire? Quasi mai gli operatori delle forze dell’ordine possono contare su ordini precisi (a costo di ripeterci, gli ordini suonano sempre nel senso di ‘eventualmente decidere cosa fare’) né su norme chiare che stabiliscano cosa è lecito fare e cosa no, e tutto ciò vale a maggior ragione per il privato che cerca di autotutelarsi di fronte alle aggressioni.

Questa situazione di legalità variabile era sempre stata tenuta insieme dal buon senso e da certe prassi costanti degli operatori, nonché dal fatto che a tali prassi sostanzialmente si rifacevano pubblici ministeri e giudici nei casi in cui la reazione dell’aggredito o il comportamento delle forze dell’ordine avesse recato danni agli aggressori, o ai manifestanti violenti ecc.

Venute meno queste prassi costanti e più in generale i criteri di buon senso che (per quanto ampiamente discutibili) fornivano comunque dei parametri di azione, l’azione degli operatori è lasciata sempre più alle decisioni personali, che dipendono in sostanza dalla posizione dal ‘peso’ che la posizione di chi agisce ha nell’ambito del potere pubblico. Andando ad impattare su questa situazione, la diffusione delle concezioni buoniste hanno effetti distruttivi per l’autonomia del singolo.

Se infatti non esistono non solo norme certe (che in Italia non sono mai esistite) ma nemmeno prassi affidabili, allora tutto  è lasciato alle decisioni degli individui: al poliziotto spetta la scelta se e come affrontare il violento, al privato la scelta se e come reagire, al magistrato la scelta se e come perseguire penalmente l’uno e/o l’altro.

Se però la maggioranza dei singoli operatori (politici, amministratori, pubblici ministeri e giudici) o è di stretta osservanza buonista oppure non ritiene di opporsi (a livello di interpretazione della normativa, a livello di proposte legislative, a livello di prassi amministrative ecc.) alle concezioni buoniste predominanti, ecco che l’operatore della polizia o il privato che ha affrontato l’aggressore in maniera non conforme a tali concezioni viene inevitabilmente innanzi tutto sottoposto a giudizio e talora addirittura condannato.

La particolarità  italiana per quanto riguarda questa materia non è costituita quindi da un buonismo ancora più spinto di quello degli altri Paesi, ma piuttosto dal fatto che, mentre in questi ultimi le decisioni buoniste si impongono a priori a tutti, e quindi ciascuno sa come comportarsi, nel nostro Paese (anche) le decisioni buoniste dei poteri pubblici (soprattutto del potere giudiziario) variano da caso a caso e molto spesso si impongono a posteriori ‘ex post facto’ andando pesantemente ad incidere sulla posizione dei singoli, sanzionandoli (ma a volte anche un processo con assoluzione finale, ma durato anni  è una sanzione) per comportamenti che dovrebbero essere considerati legali, o che comune dovrebbero essere chiaramente definiti (come legali o illegali) prima che gli stessi siano posti in essere.

Insomma mentre negli altri Paesi europei continentali i principi del buonismo e del politicamente corretto vengono applicati secondo le regole di un apparato pubblico che tratta tendenzialmente tutti allo stesso modo ed agisce secondo regole definite, in Italia gli stessi principi sono applicati in maniera variabile, e sotto la spinta dell’ideologia, in maniera sempre più ‘implacabile’, e in base a regole e principi spesso tanto astratti da permettere qualunque interpretazione.

Tutto questo porta ad una posizione di debolezza di coloro che, come agenti delle forze dell’ordine o come privati cittadini che reagiscono affrontano i criminali, una posizione di debolezza che non ha riscontro paradossalmente nemmeno in ordinamenti in cui il valore delle regole ed il ruolo delle autorità pubbliche sono ancora più vaghi e variabili che in Italia quali quelli sudamericani, dove la polizia spesso svincolata da regole rigide è di fatto soggetta a ben pochi controlli esterni sul suo operato.

Il presente scritto riflette un nucleo di pensiero condiviso con il collega Fabrizio Borasi e contenuto negli otto volumi della ricerca ‘Il sistema corporativo’ per i tipi della casa editrice Giappichelli

 

Non ci pagheranno le pensioni, caro Boeri

Questa è la busta paga di un lavoratore straniero con moglie priva di reddito e tre figli a carico.

I contributi Inps che vengono versati all’Inps dall’azienda sono 479 euro (di cui 349 euro a carico dell’azienda)
ma al contempo, l’Inps versa al lavoratore 317 euro per gli assegni familiari; inoltre il lavoratore ottiene dal fisco uno sconto per detrazioni fiscali per 260 euro quindi non versa un euro di tasse e in aggiunta riceve anche gli 80 euro.

Quindi sommando importi a debito e a credito questo lavoratore allo Stato non versa nulla ma, al contrario, prende.

Infatti 479-317-260-80= +178

Tanto è vero che la sua retribuzione netta è superiore a quella lorda.
Ecco questa è una busta paga tipica di un lavoratore dipendente immigrato, uno di quelli che ci pagheranno le pensioni.

C’è poi da considerare un fatto: oltre a non versare ma a prendere, la sua retribuzione netta è addirittura superiore a quella lorda, i suoi tre figli e la moglie utilizzeranno il welfare (scuola, asili nido, sanità).

Tra l’altro molti riescono ad autocertificare familiari a carico che vivono però all’estero.

Le gestioni INPS ed Erario vengono gestite dallo Stato in modo separato. Ciò che conta è che se verso nel settore contributivo, ma prendo dal settore assistenza e fiscale per un importo superiore, il saldo per lo Stato è in rosso.

Questo lavoratore non versa un euro allo Stato grava sul welfare con il suo nucleo familiare di 5 persone usufruendo dell’assistenza sanitaria gratuita, asili nido, abitazione del Comune, scuola pubblica.

Ripeto non versando un euro allo Stato, ma a carico del contribuente italiano, figuriamoci se può pagarci la pensione.

Rimesse all’estero

Inoltre solo nel 2015 gli immigrati hanno inviato rimesse di denaro all’estero per 5,2 miliardi di euro. Dato un tasso di risparmio del 8,5% medio (dati Istat) abbiamo avuto un danno al PIL nazionale per ben 4,795 miliardi.

Calcolata una pressione reale fiscale sul PIL del 50,2% (CGIAA di Mestre) abbiamo un calo di entrate fiscali pari a 2.379 milioni di euro, superiore al mancato introito per contributi previdenziali nel caso non vi fossero immigrati, per .1618 milioni.

Un enorme flusso di denaro che andrà ad arricchire altre nazioni.

La Banca d’Italia indica inoltre che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”, e che quindi non fruttano neanche nulla in termini di commissioni e tassazioni.

Io non voglio pensare che i politici siano in malafede, ma voglio credere che non siano informati su queste “cose che hanno a che fare con i numeri” e che quindi siano convinti che facendo entrare immigrati che hanno redditi bassi e nuclei familiari numerosi che gravano sul welfare ritengano che ci pagheranno le pensioni.

Ma non è così.

Ci potrebbero essere immigrati che pagano le pensioni: ad esempio se un ingegnere straniero arriva in Italia con moglie anche lei che lavora e tre figli a carico, se guadagna 60.000 euro lordi e la moglie 30.000 euro lordi non otterrà assegni familiari non avrà sconti fiscali e anche se utilizzerà servizi pubblici li pagherà attraverso i versamenti.

Questo è il genere di immigrati che dovremmo incentivare una immigrazione qualificata che apporta valore aggiunto e know-how.

Venire per farsi assistere?

È corretto che un cittadino straniero riceva un sostegno al reddito?

Attenzione non sto parlando di usufruire di un servizio come le strade, l’illuminazione pubblica, la raccolta rifiuti, la polizia o i vigili del fuoco. Sto parlando di sostegno al reddito, cioè integrare il reddito con denaro o godimento di beni quando una persona non è economicamente autosufficiente.

La risposta è NO.

Gli immigrati dovrebbero venire in Italia in forza di un contratto di lavoro, per apportare capitali e investimenti o per studiare.

Mai per farsi assistere. Questo è compito del loro paese di origine.

Se il lavoratore o l’investitore, una volta entrato in Italia, non è più in grado di mantenersi, producendo un reddito sufficiente per sé e la propria famiglia, entro un lasso di tempo ragionevole ad es. 6 mesi, perde il diritto di rimanere in Italia e deve essere rimpatriato nel suo paese d’origine.

Ed il motivo è evidente: ciò è assolutamente necessario in quanto, in caso contrario, verrebbe a crearsi una immigrazione finalizzata allo sfruttamento dello Stato Sociale italiano da parte di soggetti che hanno necessità di essere assistiti in quanto non economicamente autosufficienti.

La nostra Nazione senza questa clausola di salvaguardia si trasformerebbe in una sorta di bancomat al servizio delle popolazioni del globo, rendendo insostenibile la nostra spesa pubblica e l’equilibrio dei nostri conti pubblici.

Povertà, alzare l’asticella

Per evitare di importare mangiatori di welfare, cioè di tasse, è assolutamente necessario alzare l’asticella del reddito che l’immigrato deve dimostrare di produrre o di detenere. Attualmente è sufficiente dimostrare un reddito di soli 5.818 euro annui cioè 484 euro mensili. Tale importo sulla base dei dati ISTAT è assolutamente inadeguato a garantire l’autosufficienza.

Infatti il parametro di riferimento è la soglia di povertà assoluta, rappresentata dal valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario. Per il singolo individuo è pari per il 2016 a circa 10.000 euro (9.829,56 euro mensili dati Istat) Evidentemente insufficiente.

Come accade in altri paesi il reddito mensile richiesto per ottenere il permesso di soggiorno dovrebbe essere tale da garantire una piena autonomia: almeno 13.000 euro annui se single, 20.000 se in coppia, 24.000 se con moglie a carico e 2 figli.

Al di sotto di queste soglie non sarebbe garantita l’autosufficienza e quindi la piena integrazione.

L’attuale governo britannico di Theresa May ha richiesto una entrata annua non inferiore a 35.000 sterline (40.000 euro annui 3300 euro al mese) per poter continuare a conservare il permesso di soggiorno. Persino in Thailandia, dove il costo della vita è ben più basso, è necessario produrre una certificazione di reddito dalla quale si evinca che l’entrata mensile non è inferiore a 65.000 Baht (1700 euro mensili, 20.400 euro annui a persona) per ottenere un permesso di soggiorno.

Se confrontiamo questi parametri con i 5.800 euro annui sufficienti in Italia per ottenere un permesso di soggiorno. ci rendiamo conto di quanto le nostre normative siano inadeguate e creino i presupposti per forme di assistenzialismo, concorrenza sleale e comportamenti illeciti.

Dobbiamo incentivare l’arrivo di immigrati, investitori, professionisti qualificati, portatori di patrimoni e di know-how e consumatori dei nostri beni e servizi, che avrebbero un effetto positivo sulla nostra economia, instaurerebbero una competizione positiva basata sulle competenze e sul merito e non sulla concorrenza sleale: questa è l’immigrazione che dobbiamo incoraggiare.

L’immigrazione va gestita politicamente, cioè va governata e non subita.

 

Camere penali, boom-firme per la separazione delle carriere

Sono circa 55.000 le firme raccolte dall’Unione delle Camere penali italiane in favore della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere nella magistratura. Partita all’inizio del mese di maggio la campagna, una delle più vaste della storia recente dell’avvocatura, ha quindi già raggiunto con quattro mesi di anticipo la soglia delle 50.000 necessarie per la presentazione del ddl in Parlamento.
Tra le forze politiche la proposta Ucpi ha trovato l’adesione di uno schieramento trasversale di esponenti tra i quali figurano anche il vicepresidente della Camera Giachetti, il segretario della Lega Salvini, il ministro degli affari regionali Costa, il presidente della Commissione esteri della Camera Cicchitto, il governatore della Regione Liguria Toti e gli ex ministri Terzi di Sant’Agata e Marzano che si aggiungono ad associazioni e partiti come la Fondazione Luigi Einaudi, il Partito Radicale e il Partito Liberale.
“Nonostante il risultato raggiunto la campagna di raccolta proseguirà anche d’estate, nelle piazze e nei tribunali di tutta Italia. Abbiamo dimostrato come questo tema sia sensibile non solo per l’avvocatura ma anche per migliaia di cittadini estranei alle tematiche che attengono la giustizia. Non solo. Grazie ad una campagna di comunicazione attraverso i social siamo riusciti a coinvolgere moltissimi giovani, un dato particolarmente importante e che dimostra come il tema sia sentito dalle nuove generazioni” ha commentato Anna Chiusano, vicepresidente del Comitato promotore della raccolta che al vertice vede il presidente dei penalisti Beniamino Migliucci e tra i componenti giuristi come Gaetano Pecorella e Marcello Gallo.
Il disegno di legge Ucpi mira a non solo a distinguere nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri ma promuove, inoltre, la costituzione di due consigli superiori della magistratura distinti, uno per quella giudicante e uno per quella inquirente. “Solo così – ricorda Migliucci – si potrà veramente dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione che stabilisce la terzietà del giudice all’interno di un vero giusto processo, esattamente avviene in gran parte degli ordinamenti europei dove la separazione delle carriere è la regola e non l’eccezione”.
Più di cento sono le camere penali italiane coinvolte nella raccolta che prosegue, anche in questi giorni, in numerose località d’Italia. “Emblematico è il dato che riguarda i territori: sono circa 7000 le firme raccolte solo nella Sicilia, la regione che ha totalizzato più consensi. Seguono in questa classifica l’Emilia Romagna, il Lazio e la Campania che hanno raccolto, da sole, oltre 15.000 sottoscrizioni. Riguardo le città spicca il primato di Brindisi che, da sola, ha totalizzato oltre 2500 firme mentre molti centri minori come Modena, Tivoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere, Patti e Messina viaggiano sopra le mille firme a testa” ha dichiarato Giuseppe Belcastro, Coordinatore del Comitato organizzatore delle Camere Penali.
Il bilancio della raccolta e le prossime iniziative politiche saranno poi oggetto del congresso straordinario Ucpi del 6, 7 e 8 ottobre che quest’anno sarà organizzato dalla Camera Penale di Roma, la città, tra i grandi centri, che ha raccolto più sottoscrizioni in questi primi due mesi di raccolta.
“Sarà l’occasione per approfondire non solo il tema della separazione delle carriere ma anche gli altri numerosi fronti che riguardano la politica e l’ordinamento giudiziario grazie al contributo di esponenti della politica, del giornalismo, della cultura e dell’accademia” dichiara il presidente della Camera Penale di Roma Cesare Placanica.

L’etica della responsabilità per un nuovo patriottismo liberale

Nel 1861 Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Con questa celebre citazione, carica di aspettative e patriottismo, unificata la Nazione, si sperava di rendere solidale una popolazione sotto il segno di una storia condivisa, cultura e valori etici, di una convivenza fortemente desiderata, dopo eventi storici che avevano frantumato la struttura centrale di un Paese che adesso volgeva lo sguardo ad una società in divenire.

Sono trascorsi più di centocinquant’ anni da allora e quel programma non si può certo dire che si sia realizzato, se non in piccola parte. I profondi cambiamenti maturati in questi anni attraccano su un porto lontano dalle speranze, lotte e tenacia che caratterizzarono quel traguardo tanto agognato.

Il passaggio generazionale, i profondi mutamenti culturali, il mescolarsi di etnie diverse hanno segnato non poco gli aspetti esistenziali, che invece di migliorare e rinsaldarsi, stanno provocando un’ulteriore spaccatura. Il bene individuale sovrasta quello comune, non ci si rispecchia più nell’altro come “Uomo”, ma come razza, religione e cultura, dove la diversità è il pasto quotidiano.

Si può costruire un’etica condivisa? Il richiamo alla mente del filosofo tedesco Hans Jonas potrebbe rappresentare una potenziale risposta partendo dal concetto di “etica della responsabilità”. Attraverso il quale è possibile elaborare un’etica del futuro, dove la responsabilità del mondo in cui abitiamo deve guidare le nostre azioni e prevederne gli effetti se vogliamo assicurare un’esistenza alle generazioni future.

Ciò si rivolge molto più alla politica che non al comportamento privato, ove fondamentale è la condotta dei paesi occidentali. In ogni uomo si può riconoscere un appello alla responsabilità di chi si scopre unico tra i viventi ad essere in grado di sviluppare un pensiero etico.

Questa è una riflessione cui siamo invitati a fare, in primis come italiani. Forse, però, bisognerebbe realizzare fino in fondo lo Stato prima ancora che gli italiani. Certo, gli sforzi di nation building, soprattutto all’inizio da parte della Destra storica, furono enormi e le volontà messe in campo tra le migliori, anche se poi qualcosa si spezzò.

Oggi l’italiano vede lo Stato come un nemico, al massimo una mammella da cui mungere latte per la propria famiglia o il proprio clan. Non ci si rende conto che gli interessi privati sono legittimi, ma essi possono essere garantiti e rinsaldati solo dall’esistenza di uno Stato limitato sì, ma forte ed efficiente.

Il quale, però, senza il senso di un’appartenenza comune e un sano patriottismo, senza diffuso “senso dello Stato” fra i cittadini, è nulla, è un semplice nome, un guscio vuoto. Le istituzioni sono come delle guarnigioni, ma se non c’è chi le difende e crede in esse presto soccombono. Anche le migliori.

L’etica della responsabilità che è richiesta, a noi italiani più che agli altri, è un’etica che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni, che sa guardare oltre il proprio orticello, convinta che anche gli interessi, le libertà individuali si tutelano a partire dal rispetto della propria comunità politica, quella in cui siamo stati chiamati a vivere. La quale non deve essere certo una realtà chiusa o compatta, ma vissuta come l’orizzonte ineliminabile della nostra esistenza.

Che sia giunto il tempo di un nuovo e rinnovato “patriottismo liberale”?