Macron, Merkel e l’Europa del terzo millennio

Si fa presto a dire Europa. A venticinque anni da quel Trattato di Maastricht che sancì la nascita di una superpotenza economica e che pose le condizioni per la creazione di una nuova forte ed autorevole entità politica l’Europa appare di nuovo, quasi fatalmente, un ibrido sui generis che si aggira nelle cancellerie ora come uno spauracchio, ora come un ostacolo da aggirare e di cui, soprattutto, diffidare.
La recente affermazione di Emmanuel Macron in Francia, all’insegna del rifiuto di quell’antieuropeismo sempre più vasto nelle coscienze critiche delle destre e delle sinistre, aveva fatto ben sperare, specialmente dopo le conseguenze drammatiche di quell’azzardo politico chiamato Brexit.

I principali dossier geopolitici, dai trattati commerciali all’immigrazione, passando per la Libia, vedono l’Europa comunitaria, sempre più immobile e confusa, scontrarsi con l’Europa delle nazioni che, al contrario, risulta profondamente influente e slegata da qualsiasi vincolo politico o solidaristico.

Ecco come l’asse Merkel-Macron come quello con Sarkozy ed Hollande del recente passato, rischia, di nuovo, di gettare nuova benzina sul fuoco nella difficile lotta ingaggiata dall’establishment contro le forze politiche estremiste.

L’isolamento e la solitudine che alcuni paesi, come l’Italia, terzo contribuente delle finanze europee, stanno provando sulla loro pelle nella complessa gestione della crisi dei migranti è, senza ombra di dubbio, un nuovo assist alla nascita e al radicamento di vaste aree critiche verso l’Europa e al suo apparente immobilismo.

Esce così allo scoperto una sorta di contraddizione in termini: chi, come Merkel e Macron, ha inteso, e da tempo, ingaggiare una lotta politica senza quartiere al radicalismo, al massimalismo e all’antieuropeismo è, allo stesso tempo, uno dei principali artefici dell’aumento del consenso dei populisti i quali, sconfitti in patria, possono benissimo continuare a urlare altrove: l’importante è che stiano a casa loro.

È l’Europa del terzo millennio, bellezza.

Bergoglio, Galantino e il terzomondismo

Il cristianesimo agisce secondo l’etica della convinzione, ma tiene ben distinto il suo ambito di azione da quello che ė proprio dello Stato e della politica.

È il principio di laicità, che lo Stato moderno ha preso paro paro non solo dalla dialettica di potere medievale (fondata sul conflitto fra trono e altare) ma addirittura dal Vangelo, il quale senza troppi infingimenti impone di dare a “Cesare quel che è di Cesare”.

Il cristiano perciò non dovrebbe fare politica, se non in modo mediato. E la stesa Chiesa, che istituzione politica anche è, dovrebbe agire, nell’agone politico quando è costretta a scendervi, prima di tutto con l’etica della responsabilità. Cioè considerando le conseguenze della propria azione, misurando ogni sua parola, cercando di minare il meno possibile il tessuto connettivo della società in cui vive.

Tanto più se è una società che le garantisce la massima libertà di espressione ed azione.

Perché la Conferenza Episcopale Italiana, attraverso le parole del suo esponente maggiore, monsignor Galantino, e il Papa stesso, si sentono oggi in diritto non solo di infrangere il paradigma della laicità, e di fare politica, ma addirittura di suggerire all’Italia politiche che minano la sicurezza dello Stato?

E perché questo avviene solo qui ed ora? E perché non ci sono reazioni politiche significative a questa invadenza, e proprio in un Paese che, fino a poco tempo fa, vedeva bene attiva una nutrita e agguerrita truppa di “laicisti in servizio permanente e effettivo”?

Credo che ciò accada per il combinato disposto di due fattori:

a) la presenza sul soglio di Pietro di un Papa che è nemico dell’Occidente e delle sue libertà, che non ricollega al cristianesimo, secondo un nesso che è evidenza storica e teorica;

b) la debolezza, storica e attuale dello Stato italiano, sul punto di disgregarsi e a cui la Chiesa, consapevole o meno che ne sia, si appresta a dare il colpo finale.

È una storia, quest’ultima, che parte da lontano: dal uno Stato nato tardi rispetto agli altri europei, che non è riuscito a creare quasi mai coesione e sentimenti nazionali, che ha visto una monarchia imbelle abdicare l’8 settembre 1943 ai suoi compiti, che è stata dominata nel dopoguerra da forze politiche “internazionaliste” ove la parola e il sentimento di Patria eran negletti e ove parlare di “interesse nazionale” era considerato suppergiù “fascista”.

In questo scenario, comunisti, cattolici di sinistra, cultura cosmopolitica di ascendenza azionista e di coloritura liberal, da ultimo anche certi liberal-liberisti anarchici e astrattamente anti-Stato, hanno finito per darsi la mano. Dimentichi che, in età moderna, la libertà dell’individuo, e la sua stessa sicurezza e identità (come gli Hobbes e i Locke ci hanno insegnano), possono essere garantiti solo dall’esercizio senza vincoli dell’autorità politica, cioè solo da uno Stato forte seppure, per noi liberali, per dirla con Dario Antiseri, necessariamente non troppo “affaccendato”.

Le parole dei Galantino e dei Bergoglio, esponenti di una Chiesa internazionalista e terzomondista, non trovano qui da noi la resistenza dello Stato e soprattutto di una classe politica che della cultura primo-repubblicana è figlia diretta. E che perciò nulla ha da obiettare perché sa di avere a che fare con un Papa che “invade” sì il proprio terreno, ma è “de sinistra” (come direbbero a Roma).

Come meravigliarsi che in un Paese cattolico sì, ma con uno Stato forte, qual è la Francia, questa Chiesa nemmeno prova ad esercitare un ruolo simile?

Ed è da meravigliarsi se un Macron, che della tradizione e della cultura “sovraniste” di Francia è comunque erede, distingue accuratamente “rifugiati politici” e “migranti economici”? Egli ben sa che dare asilo a chi patisce persecuzione è un segno di forza della République, un elemento identitario che richiama i sui valori di libertà, mentre far entrare tutti indistintamente, come si chiede all’Italia, significherebbe annullare la propria identità e se stessi.

A ben vedere, alla lunga Allah trionferebbe su Cristo, anche solo per questioni meramente demografiche.

La Chiesa valuta questa conseguenza? O crede davvero, come vorrebbe far dire al Papa Eugenio Scalfari, che, essendo il Dio unico, presso i diversi popoli e nelle diverse religioni cambi solo il nome con cui viene designato?

Ma è ulteriormente a chiedersi: se Allah è uguale al Dio cristiano, e Maometto a Cristo, possiamo permetterci ancora a lungo il lusso di non chiamare questa idea autodissolutiva che il cristianesimo istituzionale potrebbe essere tentato oggi portare avanti, altrimenti che con il suo nome? E, cioè, “eresia”?

L’eresia al potere è sempre un nuovo conformismo. Ma questo, più di ogni altri, è un conformismo di cui l’Occidente con le sue libertà non ha bisogno.

 

Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità

Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo.

C’è qualcosa che non quadra. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha conosciuto la egemonia culturale del Pci che con il modello dell’antifascismo ideologico scomunicava chiunque provasse ad esprimere una cultura diversa.

Fosse dipeso dagli intellettuali, che tradirono una seconda volta (quasi) in massa, avremmo perso la libertà e infatti, Benedetto Croce, che rifiutò di sottomettersi, dopo la caduta di Mussolini, alla nuova chiesa totalitaria del Pci di Togliatti, disse: “Beneditele quelle beghine perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi”.

Se oggi in Italia, dove vigono non poche leggi del fascismo, si può ancora pensare di trasformare opinioni, folklore, cimeli in reati di propaganda fascista è perché non abbiamo avuto e non abbiamo ancora una cultura politica antitotalitaria.

Ancora una volta torna utile Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma qui siamo ben oltre anche la farsa: l’antifascismo più cretino della storia ora vede un fascismo con pinne, fucili ed occhiali sulla spiaggia di Chioggia e Laura Boldrini, nientemeno che presidente della Camera, pensa che bisognerebbe rimuovere i monumenti del ventennio mussoliniano.

Le vecchie zie ci salvarono dal comunismo ma dalla stupidità o ci salviamo da soli o meritiamo di affogare nell’idiozia.

Se il cretino trionfa è perché i problemi storici e culturali sono stati rimossi e mitizzati. Norberto Bobbio diceva una cosa semplice: tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici.

Il problema degli italiani con le dittature non è stato unico ma doppio: fascismo e comunismo. Per sviluppare una decente cultura democratica non si può essere anti a metà.

L’antifascismo non basta. È necessario anche l’anticomunismo e, purtroppo, in Italia l’anticomunismo non è ancora un valore diffuso e pienamente legittimo. Lo stesso Bobbio, in buoni rapporti con Mussolini, ebbe sempre problemi a dirsi anticomunista.

All’anatra zoppa della cultura politica corrisponde l’anatra zoppa della storiografia. Cattiva coscienza teoretica e cattiva coscienza politica si danno la mano. L’antifascismo, che è una categoria politica, è stato trasformato in una categoria storiografica sulla cui base interpretare tutto il Novecento che così viene manipolato e si giunge alle scemenze della eliminazione dei monumenti: quindi abbattiamo la Garbatella, via la stazione di Milano, riallarghiamo le valli di Comacchio e così con le paludi pontine eccettera eccetera.

Tutto finisce veramente in un carnevale di stupidità e lo stesso dibattito balneare sul fascismo, nato sulla spiaggia di Chioggia, è una pessima idea per unire la sinistra intorno al suo rancore e alle sue falsità.

Una tristezza infinita che riesce persino a mancare di rispetto allo stesso antifascismo ideologico che ha dentro di sé storie tragiche di chi pagò con la vita, di chi fece il doppio gioco quando i giochi erano pericolosi, di chi divenne maestro di antifascismo dopo aver preso la cattedra a qualche docente ebreo che la dovette lasciare in seguito alle leggi razziali.

Questo è il paese – il nostro paese – che non si sa guardare allo specchio, non sa raccontarsi la verità senza idiote strumentalizzazioni politiche, non sa crescere nella libertà e coltiva dentro sé demoni e stupidaggini.

 

Fazio e la figura arcitaliana del pisciatore in carrozza

La vicenda del rinnovo contrattuale di Fabio Fazio è un classico caso di scuola italiana che va al di là della questione-stipendio. Riguarda la legge, la Rai, il canone e, dulcis in fundo, l’anticapitalismo ovvero la cultura dello sputo nel piatto in cui si mangia.

Fazio è il sacerdote televisivo del buonismo e un profeta dell’antiberlusconismo. Tuttavia, il suo contratto da 2,2 milioni di euro a stagione per circa 11 milioni in quattro anni è stato sottoscritto in deroga alla legge 198 del 2016. In altri tempi si sarebbe parlato di legge ad personam.

Come è possibile, infatti, che il buonista, il legalitario e antiberlusconiano Fazio sottoscriva un contratto con una legge che per gli altri si applica – ad esempio Lucia Annunziata che ha chiesto un taglio dello stipendio per adeguarlo al limite dei 240 mila euro –  e per lui si interpreta facendola di fatto funzionare come una legge ad personam?

Evidentemente, il valore “artistico” del conduttore è molto alto e tale da essere giudicato non tramite la legge ma con la legge di mercato, tanto che lo stesso direttore generale della Rai, Mario Orfeo, lo ha definito un “pezzo pregiato” insieme con Piero Angela e Carlo Conti.

Il direttore Orfeo e il conduttore Fazio hanno senz’altro delle ottime ragioni: per il primo queste ragioni si chiamano ascolti e pubblicità, per il secondo si chiamano compenso adeguato ai guadagni pubblicitari. Tutto molto ragionevole. Però, le ragioni diventano torti quando entra in scena la Rai come “servizio pubblico”.

Delle due l’una: o la Rai fa servizio pubblico e, allora, non segue la televisione commerciale, o la Rai segue la dinamica commerciale e non fa servizio pubblico.

Il caso Fazio fa cadere definitivamente questa ipocrisia di Stato. Se la Rai per legge è servizio pubblico ma di fatto non lo è  – tanto che il parere dell’avvocatura dello Stato, con cui si attua la deroga, vale più della sovranità popolare –  allora i contribuenti (tutti gli italiani) che pagano il canone, attraverso l’atto forzoso della bolletta elettrica, hanno il diritto di non pagarlo. È la conseguenza più diretta del caso Fazio. L’aspetto più interessante della vicenda è, però, l’ultimo che tutta la riassume.

Fazio nella sua trasmissione, che passerà da RaiTre a RaiUno, non perde mai occasione per esprimere una cultura anticapitalista in cui la libertà di mercato, l’impresa, l’antiegualitarismo che è della vita morale e delle cose stesse sono dipinti come il Male, mentre l’egualitarismo, il sentimentalismo, il fiscalismo, l’ecologismo e anche la climatologia come scienza cosmologica sono presentati come il Bene.

Ora tutta questa messa in scena da studio televisivo del politicamente corretto è dissolta dal retroscena in cui appare la figura tipica dell’ideologia italiana: il pisciatore in carrozza. Fabio Fazio, da perfetto arcitaliano, con la sua messa cantata è uso fare la predica agli italiani.

Naturalmente, predica che lui stesso non pratica.

È tipico di tutti gli anticapitalisti che arricciano il naso e di tutti i critici del libero mercato parlare male del capitale e del mercato, ma all’atto pratico fanno valere le leggi di mercato e capitalizzano.

Anche questa storia dei capitalisti anticapitalisti – cioè della falsa coscienza della cultura comunista e cattolica che vuole i benefici del capitalismo con la protezione dello Stato –  è giunta al capolinea.

I pisciatori continuino pure a pisciare ma scendano dalla carrozza (dal carrozzone e dalla Rai-servizio pubblico).

Oblio e mercato

Quando nel 2004 morì Gabriella Ferri alla commozione per la perdita di un’artista di talento si unì un mea culpa collettivo per il fatto che teatro, cinema, televisione l’avevano dimenticata, venendo meno ai doveri della memoria e della riconoscenza.

Qualcosa di simile era avvenuto nel 1967 quando, al Festival di Sanremo, Luigi Tenco, il cantautore genovese, si era tolta la vita, non sentendosi compreso e amato dal pubblico. Che l’interpretazione che Gabriella Ferri aveva dato, ad es., di Dove sta Zazà, con una voce rauca, dolente e insieme aggressiva, piacesse poco era irrilevante. Analogamente non apprezzare Ciao, amore ciao di Tenco significava quasi un imbarbarimento del gusto, lo stop alla musica leggera quanto affrontava temi ‘esistenziali’.

Il copione si era ripetuto col mio amatissimo Totò: i suoi ultimi film rimasero ben lontani dal successo di Totò a colori e il pubblico non comprese—il rammarico della figlia Liliana–che finalmente la grande maschera napoletana aveva trovato un regista alla sua altezza in Pier Paolo Pasolini.

In realtà, sia Uccellacci e uccellini (1966) che Le streghe (1967) non solo non furono amati dal grande pubblico ma trovarono—e trovano ancora—gli esperti molto divisi. Al recente Convegno napoletano, Diagonale Totò, un benemerito degli studi decurtisiani come Ennio Bispuri si è trovato in disaccordo col prestigioso critico (non solo musicale) Paolo Isotta: all’esaltazione fatta dal primo del Totò pasoliniano s’è contrapposto il giudizio dell’altro che ne ha auspicato la dimenticanza.

Di recente la retorica dell’incomprensione e dell’oblio è ricomparsa con Paolo Villaggio, uno scrittore geniale, un attore incomparabile. Nei suoi libri, portati sullo schermo da Luciano Salce, Villaggio ha inaugurato, per così dire, il postmoderno, l’epoca de tramonto delle ideologie.

Il suo grido liberatorio: “La Corazzata Potemkin è una cacata!” ha decretato la fine di un mondo e di un’epoca, quella dei cineforum impegnati, dei miti e dei riti di una sinistra che voleva portare nelle fabbriche e nei dopolavori aziendali il grande cinema, il grande teatro, la grande musica.

L’indulgenza ironica nei confronti dei vizi antichi degli italiani — a cominciare dalla tifoseria calcistica — è stata un bagno salutare di realismo, pur se sempre venato di qualunquismo e di ribellismo tragicamente inconcludente. Un momento fondamentale della nostra entrata nell’età del disincanto.

Anche lui negli ultimi anni, è stato dimenticato — il j’accuse della figlia al funerale laico — non ha   fatto più cassetta, registi e produttori non si sono più curati di lui. Non esito ad annoverarmi  tra i colpevoli e gli ingrati che lo hanno abbandonato, avendo trovato monotoni e ripetitivi i suoi ultimi film: il catastrofismo quotidiano narrato da una voce fuori campo con toni epici — “quel giorno Fantozzi fu costretto a mangiare sette costate di vitello, otto prosciutti di San Daniele, tre forme di parmigiano reggiano…” -, la vecchia eroticamente aggressiva, i voli dei protagonisti sulle tavole imbandite,l’ignoranza della grammatica — il ‘vadi’ di Filini– etc. etc.

Forse sbaglio nel giudicare severamente il Fantozzi del dopo Salce e riconosco che qualche buona idea c’era ancora nel Superfantozzi di Neri Parente del 1986 – la storia dell’eterno sfigato dai tempi del Genesi ai nostri giorni (indimenticabile la delusione del nipote di Lazzaro che si aspettava una grossa eredità dalla morte dello zio) -, ma ritengo che, dopo i primi due/tre film della serie, il magic moment fosse finito.

Ma ammettiamo pure che nei quattro artisti ricordati la qualità della prestazione professionale non fosse mai venuta meno e che il loro oblio si dovesse soltanto all’involgarimento del pubblico.

E se così fosse? Viviamo in una società aperta dove il consumatore è sovrano e dei suoi gusti i produttori di merci debbono tener conto se vogliono far soldi.

È ingiusto tutto questo? Lo è non più della democrazia liberale, che è il pendant politico, della democrazia economica del mercato. Il popolo sovrano può affidare il timone del governo a capitani incapaci e corrotti, così come il mercato può mettere in circolazione merci scadenti.

In entrambi i casi, però, a legittimare sia la democrazia che il mercato sono le alternative.

Come la demagogia di Cleone è preferibile al dispotismo dei Trenta Tiranni, così la libertà di scelta del consumatore è preferibile all’imposizione dall’alto di prodotti culturali di (presunta) elevata qualità. Il Mincupop è finito!

PS Inviato e non piaciuto al Foglio quotidiano

Retorica e vecchi belletti

Come ha scritto Biagio de Giovanni, sul «Mattino» del 3 luglio – Insieme contro, il solito vizio della sinistra­­ – «Per l’Italia, il 4 dicembre, la bocciatura della proposta referendaria, è la data che fa da spartiacque: nessuno intendeva attribuire a quella riforma una funzione salvifica, e non era difficile vedere suoi difetti e limiti, ma là dentro c’era la possibilità di un nuovo corso politico, e magari di tensioni e conflitti ma finalmente marcati dal segno di un passaggio costituzionale e politico di grande portata».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con lo studioso rimasto uno dei pochi cervelli pensanti della sinistra italiana ma i fatti sono inconfutabili e i fatti, dicevano gli Antichi, sono divini.

E il dato certo con cui dobbiamo oggi fare i conti è presto detto: «Dopo quel fallimento, il terreno di scontro si è ricollocato nell’alveo di un torrente limaccioso che riporta con sé tutti i detriti di una storia, la quale chiede strada a gran voce ma stenta a muoversi ostacolata dai suoi stessi detriti che più o meno inconsapevolmente incontra sul suo percorso».

Mai il sistema politico italiano era caduto così in basso, posto davanti a sfide che non possono essere fronteggiate né da solidi e strutturati partiti, né da classi dirigenti in grado di tenere la rotta nelle tempeste che si abbattono sullo stato nazionale da ogni parte – e in primis dalla questione migrantes.

Chiamato a confrontarsi con la realtà, la political culture dominante – quella che ha colonizzato media, scuole medie, Università, enti artistici, case editrici etc. – come sta reagendo, quali nuove categorie e metodi di osservazione dei processi sociali, politici ed economici sta allestendo nei suoi vecchi laboratori di analisi e di ricerca?

È desolante constatare che, ancora una volta, l’intellighenzia italica non fa luce sul cammino da percorrere, non spiega la crisi che da anni si è abbattuta sul bel paese perché è essa stessa un momento, o un fattore, di quella crisi: non è l’occhio della mente che esamina il dente cariato ma è essa stessa uno dei denti cariati.

Ne sono conferma due articoli, di diverso tenore, pessimista l’uno, ottimista l’altro, che mi è capitato di leggere in questi giorni. Il primo, Sinistra-destra o destra-destra?, dell’amico Paolo Bagnoli, capofila degli ‘storici delle coscienze integerrime’, è uscito sul quindicinale post azionista (sic!), «Nonmollare», il 3 giugno; il secondo, di Nadia UrbinatiLe bandiere della società civile, è uscito lo stesso giorno su «Repubblica» [NdR l’articolo è ripubblicato e consultabile su «Libertà e Giustizia»].

Entrambi gli autori ‘traggon gli auspici’, per un riscatto della sinistra così profondamente umiliata da Matteo Renzi, da due icone del Pantheon nazionale antifascista: Stefano Rodotà (Bagnoli) e Lelio Basso (Urbinati). Del giurista giacobino, recentemente scomparso, viene citata una civilissima riflessione: «Basta con questa storia che non c’è più distinzione tra destra e sinistra!

La distinzione c’è, eccome, per me al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?». Del Grande Vecchio, Lelio Basso, viene ricordato il discorso all’Assemblea Costituente del 6 marzo 1947: «Finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizziamo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia».

È desolante pensare che in quelle due citazioni si racchiude, ormai, tutta la filosofia della sinistra e che tale filosofia sia posta alla base del «proliferare di movimenti a sinistra del Partito democratico, voci che emergono dalla società civile e aspirano a proporre visioni politiche».

«Questo movimento plurale nella sfera pubblica è positivo – scrive un’eccitata Urbinati – è il segno di una società non apatica, ricca di potenzialità, insoddisfatta del corso attuale del partito di governo e del governo stesso e preoccupata del persistente astensionismo elettorale».

Se lo sbocco di tutto questo atavismo ideologico fosse solo la ricomparsa in campo dei reduci degli anni formidabili, non ce ne dovremmo preoccupare molto. Sennonché è la mens totalitaria sottesta a questo (auspicato ma improbabile) revival che spaventa.

Se la sinistra significa «la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse», la destra che a quei valori è ritenuta estranea, non si vedrà negare, almeno moralmente, ogni diritto di cittadinanza politica?

E se lavoro e cittadinanza non stanno insieme (ed è difficile tenerli insieme se lo stato non si assume la direzione di tutto l’apparato economico e produttivo…), quanti esaltano la ‘società di mercato’ – produttrice di ineguaglianze – non dovrebbero essere tenuti lontani dalla cabina di comando, dove si decide la rotta assegnata alla nave dello Stato?

Già si è distribuita nelle scuole la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, resta solo il passo successivo, quello di proibirvi l’entrata, ad es., di Verso la servitù di Fr. A. Hayek, giacché se la filosofia della Scuola austriaca (che, peraltro, non è la mia) dovesse prendere piede a livello di massa, ci potremmo trovare al governo partiti non disposti a costituzionalizzare i ‘diritti sociali’, anche se favorevoli alle ‘leggi sociali’, ovvero alle risorse date ai meno abbienti quando la ricchezza è diffusa e l’economia tira.

La sinistra non farà mai un serio esame di coscienza tornando a Stefano Rodotà o a Lelio Basso ma solo prendendo atto della «realtà effettuale» e chiedendosi, ad es., perché a Genova e a Sesto San Giovanni si sono rotte le righe. Con la retorica – solo in apparenza buonista – non si va da nessuna parte.

Da Paradoxa Forum

La laicità? Andiamo a lezione dai cristiani

La modernità, politica e filosofica, si svolge lungo due diversi e persino opposti binari che, con tutti i limiti delle definizioni, potremmo definire, rispettivamente, illuministico e romantico. Lo stesso liberalismo è stato prima concepito (ed è un “prima” logico e storico) come razionalismo e persino giacobinismo, e poi come scetticismo e storicismo.

Che il liberalismo dei diritti e della lotta astratta alla “superstizione” e all'”infame”, della Ragione trionfante per dirla con Benedetto Croce, abbia avuto un’importanza e svolto un ruolo storico decisivo, è fuor di dubbio. Che fosse ancora una teologia politica e un liberalismo incompiuto, e avesse pertanto necessità di compiersi o affinarsi, lo è altrettanto.

Ciò è avvenuto, ma la mentalità illuministica ha continuato a sopravvivere e a celebrare fasti, con il suo senso antistorico, il suo progressismo astratto e il suo individualismo disincarnato. Elementi che, a volte in modo persino inconsapevole, ci ritroviamo in noi stessi: in tanti nostri automatismi e schematismi di pensiero, tic mentali, modi di concepire l’etica e la politica.

Chi di noi non tende a pensare, ad esempio, che le religioni monoteiste, in quanto credono in una Verità unica, siano la contraddizione logica del liberalismo? Che il Medioevo cristiano e cattolico sia stato pertanto un periodo di barbarie e superstizione?

Che questo schema illuministico non regga né in punto di teoria, né di fatto, lo avevano già messo in evidenza i grandi pensatori liberali e conservatori dell’Otto e Novecento. Oggi è ormai, si può dire, un dato acquisito della storiografia. Si è infatti sempre più capito che il cristianesimo è una religione monoteistica molto particolare e che ad esso, e quasi solamente ad esso, è dovuta l’evoluzione in senso liberale delle nostre società.

L’idea di persona (l’individuo liberale), l’universalismo o l’uguaglianza morale di tutti gli uomini (“non esistono né ebrei né gentili”) in quanto tutti figli di Dio e pertanto fratelli; un’uguaglianza fondata sulla comune umana e dignità ma che ammette, e anzi promuove ed esalta, la diversità e specificità di ognuno al di là di ogni astratto egualitarismo (essendo ognuno in rapporto diretto con Dio attraverso la propria coscienza); la separazione fra potere spirituale e potere politico (“dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e quindi l’idea di laicità e quella, connessa, dei limiti del Potere rispetto alla libertà dell’individuo; l’idea della imperfezione e fallibilità dell’essere umano, un nominalismo anticostruttivista che vede la giustizia nei casi particolari, da esercitare nei rapporti interpersonali e non mercé la grande progettualità (sempre destinata a fallire e a generare effetti non intenzionali) di uno Stato che si fa promotore di essa a largo raggio; queste sono solo alcune delle idee che il cristianesimo ha immesso o travasato nella modernità.

E persino le istituzioni cattoliche, come ci ha mostrato un illustre studioso liberale inglese quali Larry Siedentop, hanno anticipato i modi di organizzazione e democratizzazione del potere che si ritroveranno poi nei momenti migliori dello Stato liberale moderno.

Tutte queste idee, ormai patrimonio comune della storiografia liberale, si ritrovano ora nei saggi che compongono l’ultimo libro di Dario Antiseri: L’invenzione cristiana della laicità, Rubbettino, pagine 128, euro 12.

È soprattutto nella seconda delle tre parti che compongono il volume -“Perché il destino dell’Europa è legato al messaggio cristiano- che Antiseri ci offre, fra l’altro, una essenziale e interessante rassegna di profili di “grandi maestri del liberalismo cattolico”.

In linguaggio semplice, non parco di citazioni dirette, egli ci introduce alle idee di liberali cattolici o cattolici liberali come Antonio Rossini, Alessandro Manzoni, Lord Acton, Luigi Sturzo, Wilhelm Roepke (ma molto presenti in queste pagine sono anche politici cattolico-liberali “colti” come Luigi Einaudi e Alcide de Gasperi).

Ciò che egli, attraverso questi autori, va a delineare è, da una parte, una sorta di antropologia liberale, cioè un’idea di uomo quanto più possibile corrispondente alla sua realtà effettuale di essere finito, “ignorante” e fallibile; dall’alta, una dottrina dello Stato liberale, perfettamente compatibile, anzi richiamata come proprio riferimento, dalla teoria politica del cattolicesimo.

Dal primo punto di vista, i riferimenti di Antiseri sono Karl Popper e Friedrich Von Hayek, le cui teorie sono discusse nel secondo capitolo. L’idea che “il fallibilismo epistemologico -vale a dire la consapevolezza che le nostre idee sono e restano smentibili- è un fondamentale presupposto della società aperta”.

Solo infatti una società che non ha un’idea sostantiva di Verità e di Bene da promuovere (come può essere ad esempio una società teocratica), ma crede che la verità e il bene siano sempre delle situazioni di fatto, particolari, storiche, e che comunque vadano ricercate insieme attraverso tentativi e errori, perché le conoscenze umane sono socialmente disperse e hanno bisogno di mettersi “in prova”; solo una società siffatta può dirsi veramente democratica e liberale.

Una lezione che andrebbe bene appresa soprattutto oggi, nel tempo del dominio del conformismo “politicamente corretto”, ove il legislatore vorrebbe dirci ogni momento come vivere e viver bene, penetrando nell’intimo delle nostre coscienze, casomai “per il nostro bene”.

E così dimenticando che il benessere, come la felicità, vive nella tensione individuale e non nel possedimento. “Se cerco la felicita, non sono più felice”: diceva John Stuart Mill. E in effetti, come già ci avevano insegnato Immanuel Kant e Wilhelm von Humboldt, paternalismo e pedagogismo (soprattutto di Stato) sono i forti nemici del liberalismo.

E, per restare nell’ottica del discorso di Antiseri, del cristianesimo. Il quale con il costante richiamo alla coscienza, al rapporto diretto del singolo con Dio, alle intenzioni, vuole veramente liberarci dalle dande di chi vuol guidarci nella vita. Ovviamente, solo un essere finito, precario, imperfetto, può fare da pendant a questa concezione fallibilistica della conoscenza e della vita.

Per quanto concerne invece il secondo punto, quello relativo allo Stato liberale, Antiseri, con appropriata formula, si augura “uno Stato forte ma non affaccendato”. Intende perciò sfatare, proprio all’inizio del suo volume, il mito per cui i liberali siano per l’estinzione dello Stato: un’idea che era di Marx ma non certo dei padri della dottrina.

Lo Stato liberale è “minimo”, ma forte: poche leggi generali, limitate a pochi settori, ma una forte volontà di farle rispettare. Antiseri riporta in esergo del suo volume, e fa propria, la definizione che ne ha dato un altro dei suoi liberali di riferimento: “Secondo la concezione liberale, la funzione dell’apparato statale consiste unicamente –scrive Ludwig von Mises– nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti a essa con la violenza”.

Con una formula efficace, Antiseri afferma che “la concezione liberale della società è né “assenza di Stato”, né uno “sregolato laissez faire-laissez passer”, né darwinismo sociale”. In particolare, il liberale è molto attento ai problemi della povertà (che è altra cosa dalla diseguaglianza o dal mito della “giustizia sociale”). Egli crede molto nella solidarietà, che però, per essere “giusta” e effettiva, deve avvenire quanto più possibile ex post e non ex ante rispetto al libero svolgersi delle dinamiche di mercato.

Qui un ruolo importante può giocare la solidarietà privata, e in particolare l’azione caritativa dei gruppi cattolici. In generale, per Antiseri, il principio a cui cercar di tener fede è quello della sussidiarietà: i problemi sociali li risolve la società stessa, attraverso i suoi gruppi e associazioni; solo dove la società non arriva, interviene poi lo Stato.

In particolare, per Antiseri, come in genere per i liberali, il problema dell’istruzione è importantissimo. Lo Stato, in questo caso, deve limitarsi a stabilire regole molto generali, favorendo poi l’emersione di una quantità di scuole, private e non, che, in competizione fra di loro, possano garantire l’educazione migliore e una sana competizione fra idee e metodi educativi.

“La realtà –osserva Antiseri- è che, è bene insistervi, il monopolio statale dell’istruzione è la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana. Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione è negazione di libertà; è in contrasto con la giustizia sociale; devasta l’efficienza della scuola. E favorisce l’irresponsabilità di studenti, talvolta anche quella di alcuni insegnanti e, oggi, pure quella di non pochi genitori”.

Antiseri fa, quindi, propria l’idea del “buona scuola”, elaborata da Milton Friedman prima e von Hayek poi. “Con il ‘buono-scuola” i fondi statali sotto forma di ‘buoni’ nono negoziabili (vouchers) andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere la scuola presso cui spendere il loro ‘buono’. Ed è così che, pressata nel vedere diminuire l’iscrizione alla propria scuola o vedere allievi già iscritti scappare da essa, ogni scuola sarà spinta a migliorarsi, e sotto tutti gli aspetti.

In poche parole: quella del “buono-scuola” è una misura in grado di coniugare libertà di scelta, giustizia sociale ed efficienza del sistema formativo”. Il buono-scuola è pertanto, contrariamente a quanto si potrebbe essere portati a pensare (ma d’altronde la dottrina liberale è controintuitiva) “una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti”.

In questa giusta battaglia a favore del pluralismo scolastico e contro il monopolio statale dell’istruzione, Antiseri arruola, per così dire, anche don Lorenzo Milani. E’ la parte meno convincente del libro, a mio avviso: l’autore dimentica infatti che don Milani, con la sua idea non ortodossa di cultura e con il suo sessantottismo pedagogico, è uno dei (tanti) padri spirituali, diciamo così, del declino della nostra scuola.

Un che di pedagogismo paternalistico ho poi letto anche nelle pagine dedicate alla televisione, in particolare alla poco liberale idea che Popper espresse, nell’ultima fase della sua vita, di istituire una sorta di autorità che vagliasse preventivamente la qualità etica e pedagogica dei programmi televisivi.

Sono però questi i pochi punti di dissenso che sono in me maturati dalla lettura di questo libro, le cui idee condivido e che giudico molto istruttivo per chiunque considerare le questioni trattate al di fuori della vulgata più accreditata.

Posto fisso e statalismo, la lezione di Zalone

Cosa rimane di Quo vado, il film di Checco Zalone? A parte il record d’incassi e qualche strascico polemico sul politicamente scorretto dell’autore, temo poco. L’impressione, infatti, è che in pochi, tra critica e pubblico, abbiano colto (e condiviso) la feroce critica allo statalismo che ha impoverito economicamente e culturalmente l’Italia.

Un’occasione persa visto che Quo vado rappresenta efficacemente gli effetti di un paese intriso di socialismo e pauperismo cattolico: il lavoro inteso come posto e non come servizio che arricchisce la comunità e soddisfa l’ambizione dell’individuo; la ricchezza demonizzata e sottratta alla parte produttiva del paese per essere ridistribuita in attività improduttive, assistenziali o fallimentari; il parassitismo e la furbizia a scapito del merito e dell’intraprendenza ecc.

Le conseguenze, del resto, le abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: come ha giustamente fatto notare Nicola Porro qualche giorno fa, negli USA nascono Google, Facebook, Apple e altre imprese simili, mentre in Italia funzionari bravi a trovare il modo (magari anche legittimamente) per tassarli.

Tornando al film, viene da chiedersi cosa avranno pensato i dipendenti statali nel vedersi rappresentati come incapaci e parassiti. Fare la fila e pagare per essere derisi li avrà scossi dal loro torpore? Difficile. Nel loro modo di pensare il fannullone è sempre il collega.

E poi in fondo l’importante è avere il posto fisso. Un totem, una ragione di vita che vale più di ogni altra cosa. Conosco l’obiezione: a fronte di cialtroni e incapaci, ci sono tanti dipendenti onesti e produttivi. Vero, verissimo! Aggiungo solo che la prima categoria è più diffusa di quanto si pensi, come dimostrano i casi di Sanremo e Messina.

Senza dimenticare un fattore difficilmente contestabile: l’impiego pubblico anestetizza, corrompe, spegne energie e inventiva. Anche il dipendente più competente e solerte (e ce ne sono) alla fine si ritrova fagocitato da un sistema e un modus procedendi che non riconosce il merito, ma premia opportunismo e cinismo.

L’aspetto più inquietante che emerge dal film, però, è che, più o meno consapevolmente siamo tutti figli dello statalismo: alzi la mano chi non ha mai aspirato al posto fisso o avuto un genitore che lo ha spinto a cercarlo tramite concorso o raccomandazione? O chi in famiglia o tra i parenti non abbia almeno un beneficiario di pensioni d’invalidità generose, di una babypensione o di un favore del politico di turno?

Con questa cultura alle spalle non stupisce la convinzione generale secondo cui l’attuale crisi sia addebitabile al capitalismo (ormai un colpevole per tutte le stagioni) e che la soluzione passi dall’interventismo e dalla regolamentazione statale.

Corollario di questa cultura, inoltre, è il diffuso rimpianto per la classe politica della prima repubblica e la lira. Altra opinione diffusa, infatti, è che i problemi dell’Italia nascano dal ventennio berlusconiano (metà dei quali, in realtà, governati dal centrosinistra) e dall’entrata nell’euro invece che da scellerate politiche di spesa pubblica (e clientelari) espanse dagli anni Settanta.

Zalone ha intercettato bene questo sentimento in Prima Repubblica, canzone ironicamente nostalgica con cui si chiude il film: «Tu cosa ne sai dei quarantenni pensionati /che danzavano sui prati /dopo dieci anni volati all’aeronautica. /E gli uscieri paraplegici saltavano /e i bidelli sordo-muti cantavano /e per un raffreddore gli davano /quattro mesi alle terme di Abano»Un piccolo trattato socio-economico dell’Italia!

Insomma, la descrizione di un Paese che, affetto dalla sindrome di Stoccolma, sembra non volere cambiare pagina. Ecco perché, dopo tante risate, la sensazione che rimane alla fine del film è amara.  Anzi di rabbia.

I want my money back

Con soli quattordici voti di differenza il nuovo gabinetto monocolore May ha ottenuto il via libera dalla Camera dei Comuni al Queen’s Speech, il tradizionale discorso d’apertura del parlamento britannico che ha il compito di tracciare il programma di governo di Sua Maestà per i prossimi anni.

Non certo un successo per la premier britannica costretta non solo a negoziare un onerosissimo negoziato con gli unionisti dell’Ulster dalla cifra monstre da un miliardo di sterline in cambio di una risicatissima maggioranza ma anche a smentire sostanzialmente tutta l’agenda di governo annunciata in campagna elettorale.

Nonostante la leader avesse imprudentemente riesumato per la campagna elettorale tutte le frasi di maggior successo del suo predecessore Margaret Thatcher, compreso quel “The lady’s not for turning” che fece la storia della comunicazione politica degli anni ’80, stavolta, il noto pragmatismo inglese ha dovuto, giocoforza, prendere il sopravvento rispetto alla volontà di andare avanti con la linea precdentemente auspicata della hard Brexit.

Non è un mistero come la stessa premier non scommetta un centesimo sulla sua permanenza a Downing street: troppo risicato il consenso, troppo diviso il partito conservatore per poter sperare in un accordo solido con gli unionisti, troppo forte il vento in poppa dello sconfitto ma, allo stesso tempo, vincente Corbyn ora corteggiato dalle decadenti sinistre europee in costante ricerca di una figura politica a cui ispirarsi per uscire fuori dall’angolo dell’irrilevanza nel quale, da tempo, sembrano cadute.

Cosa ne sarà di questa Brexit, in effetti, appare ancora un mistero. Finita in soffitta la strategia di un braccio di ferro con l’Europa, a Bruxelles, dopo il successo di Macron e l’arretramento progressivo delle forze politiche più marcatamente anticomunitarie, in poco meno di un anno dal referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue, i rapporti di forza tra governo britannico e Commissione Europa sembrano essersi capovolti.

La riprova la recente apertura (con rassicurazione) della May sui diritti after-Brexit dei cittadini comunitari che vivono e lavorano sul suolo britannico un po’ a sorpresa giudicata “insufficiente” da Junker. Una risposta che ha gelato il governo conservatore, sicuro che con queste intenzioni si sarebbero ammorbidite le pretese di Bruxelles.

Niente da fare. A non tornare indietro, stavolta, è l’Europa che anzi sembra sbertucciare, essa stessa, gli storici aforismi thatcheriani: il nodo è, ancora una volta, quello economico e finanziario.

A distanza di circa trent’anni quel “I want my money back”, altro storico cavallo di battaglia della thatcher-economics, sembra fatalmente riecheggiare non più nella gotica Westminster ma nella moderna e baldanzosa sede delle istituzioni europee costrette, loro malgrado, ad occuparsi e a scongiurare un muro di Berlino 2.0 le cui conseguenze politiche ma soprattutto sociali sono ancora da valutare.

 

“Stampare moneta” non è la soluzione. Ecco perchè

Le critiche che quotidianamente sono dirette all’UE sono giuste, ma spesso sono i motivi ad essere sbagliati. Prendete l’euro. Da parte dei politici, dell’informazione e della gente si sente ripetere: torniamo alla lira. E alla svalutazione, aggiungo io. Eh sì, perché costoro dicono “riacquistiamo la sovranità”, ma in realtà pensano “torniamo a battere moneta e stimoliamo l’economia”. Puro keynesianesimo!

Del resto, non potrebbe essere altrimenti visto che per anni siamo stati imbevuti di dirigismo e interventismo statale. Il più delle volte, infatti, i detrattori dell’eurovogliono eliminare un ostacolo al folle espansionismo della spesa pubblica e all’ampliamento di uno Stato inefficiente e spesso corrotto.

E se il problema, come sostiene l’“austriaco” professore spagnolo Huerta de Soto, fosse proprio il contrario e cioè, che la BCE, tradendo il suo mandato, abbia praticato una politica di espansione creditizia come dimostra l’incremento notevole della massa monetaria (M3) a livelli superiori al 9% rispetto al 4,5% preventivato?

Lasciamo stare però il dibattito Euro sì vs Euro no e torniamo al problema centrale: “stampare moneta” è la soluzione? Per i politici e i gruppi di pressione è un bene perché così si può incrementare la spessa pubblica e quindi il consenso. Per i cittadini meno. Un’eccessiva massa monetaria, difatti, crea una serie di distorsioni, aumenti di prezzo e tasse più o meno occulte che generano investimenti spesso errati con conseguenti fallimenti e crisi cicliche.

Sto parlando del fenomeno dell’inflazione. Ma cos’è esattamente l’inflazione? A una domanda del genere molti sono soliti rispondere che costituisce l’aumento dei prezzi e la diminuzione del potere d’acquisto. Non è proprio così. O meglio, stiamo parlando degli effetti. In realtà è importante sapere la causa.

Come faceva notare Von Mises l’inflazione “indica l’incremento della quantità di moneta e di banconote in circolazione e nei conti correnti”.

Precisato questo, cerchiamo di capire perché questo fenomeno è un male e perché avere più soldi in tasca (senza che contemporaneamente crescano i servizi e i prodotti) ci renda più poveri invece che più ricchi. Per evitare la fuga del lettore non ricorro a concetti quali la “riserva frazionaria”, ma ad un esempio di scuola (rielaborato per l’occasione) che spiega meglio il fenomeno.

L’ortolano Emidio, in occasione del mercato settimanale, ha una bancarella nella quale vende tra le altre cose le patate. In genere porta con sé 6 kg, che vende al prezzo di € 1 euro al kg, perché sa che è tale la quantità che sarà venduta a tre clienti abituali: Ada, Bice e Clara, le quali possono contare su un budget di 2 euro per l’acquisto delle patate.

Ecco allora che come ogni lunedì, di prima mattina, passa Ada che ne acquista 2 kg. Qualche ora più tardi è la volta di Bice che ne prende la stessa quantità ed infine di Clara che acquista gli ultimi 2 kg rimasti. A fine mattinata Emidio porta a casa, per la vendita delle patate, la somma di 6 euro.

Durante la settimana, però, succede qualcosa. Ada si è fidanzata con un falsario di nome Mario. Quest’ultimo, pertanto, le fa dono di una moneta da due euro da destinare alla spesa. Ada accetta entusiasta potendo contare ora su un budget di 4 euro.

Così la settimana successiva, sempre alla buon ora, si presenta dall’ortolano e acquista 4 kg di patate. Più tardi passa Bice che acquista i soliti 2 kg. Le patate quindi, quando in tarda mattinata passa la signora Clara, sono esaurite.

L’esperienza mette a frutto l’ingegno di Emidio il quale, non riuscendo a ottenere dal suo orto una quantità maggiore di patate e avendo avuto delle richieste insoddisfatte, pensa di aumentare il prezzo di quelle per incrementare i propri guadagni.

Ecco che alla terza settimana il prezzo delle patate è aumentato. Ora, il costo è di € 1,25 al kg. La quantità complessiva del tubero (cioè 6 kg) è invece rimasta invariata. Come al solito passa per prima Ada che con i suoi 4 euro, infatti, riesce a portare a casa 3,2 kg e non più i 4 kg della settimana precedente. Bice e Clara invece, causa il rincaro, portano a casa 1,6 kg di patate a testa e non più 2 kg.

Dall’esempio appena riportato, risultano evidenti due effetti.

1) Il primo è che l’aumento dei prezzi è l’effetto dell’aumento della moneta in circolazione e non di certo di un’improvvisa e immotivata avidità dell’ortolano. Non si creda al mito degli speculatori cattivi. Come ha scritto Antonio Martino, del resto, “l’unico modo in cui si possa guadagnare a questo mondo consiste nel comprare a poco e vendere a molto: chi acquista una determinata merce o un titolo azionario a prezzo basso e lo rivende a molto guadagna, chi effettua l’operazione opposta, comprando a molto e vendendo a poco, perde.”

2) Dall’esempio emerge un secondo effetto: l’aumento della moneta in circolazione favorisce i pochi fortunati che ne vengono in possesso subito a danno di chi non la riceve o la riceve successivamente. Prendiamo il caso sopra decritto: Ada, grazie al regalo del nuovo fidanzato falsario, nella seconda settimana acquista i 4 kg di patate al vecchio prezzo (cioè 1 euro al chilo) e nella terza continua comunque a comprare più patate (3,2 kg) di quanto facesse nella prima (2 kg).

Il tutto a danno di Bice e Clara che, nella terza settimana, si ritrovano ad avere un potere d’acquisto contratto (con 2 euro acquistano 1,6 kg di patate e non più 2 kg come nella prima settimana).

3) C’è infine un terzo effetto meno immediato: bisogna aspettare del tempo prima che, con la nuova moneta in circolazione, ci sia un aumento anche degli altri prezzi. Il tutto, peraltro, non avviene in maniera omogenea. Per capire questo torniamo all’esempio.

Nel mercato c’è un’altra bancarella dove il fruttivendolo Franco vende l’uva a € 3 euro al kg. I suoi tre clienti fissi sono le signore Bice e Clara che abbiamo già conosciuto e la signora Daria, moglie dell’ortolano Emidio.

Tutti e tre destinano all’acquisto dell’uva la somma settimanale di 3 euro. In particolare, Daria dispone della metà della somma che il marito incassa dalla vendita delle patate (in genere appunto 3 euro). Nella terza settimana però sappiamo che il marito, in seguito alla nuova moneta in circolazione, ha incassato dalle patate non più 6 euro, ma 8 euro.

Questo vuol dire che Daria, per l’acquisto settimanale della carne, avrà un budget maggiorato di 1 euro; 4 euro anziché le 3 euro che fino a prima aveva avuto a disposizione.

Per le prime tre settimane tutto procede come sempre con Franco che vende ad ognuna delle tre signore 3 kg di uva per 3 euro; alla quarta, però, Daria si presenta alla bancarella con 1 euro in più a disposizione. L’uva a disposizione del commerciante è però finita e quindi Franco non può vendere e incrementare gli incassi. Tuttavia, vista la richiesta maggiore si comporta come Emidio: aumenta il prezzo della frutta portandolo a € 1,20 il kg.

Alla quinta settimana (e quindi con un ritardo di due rispetto all’aumento operato dall’ortolano) si producono gli aumenti: Bice e Clara (che avevano già subito l’aumento delle patate) con 3 euro settimanali compreranno 2,5 kg mentre prima ne prendevano 3 kg. Daria, invece, con 4 euro acquisterà 3,3 kg circa invece dei 4 kg che ne avrebbe portate a casa la settimana precedente.

Con il passare delle settimane, dunque, la nuova moneta circola apportando, in tempi diversi, degli adeguamenti ai prezzi.

Si assiste così a due effetti di cui abbiamo già detto: a) uno è un continuo e diffuso aumento di prezzi e salari con perdita del potere d’acquisto; b) l’altro riguarda la perdita del potere d’acquisto di coloro che più tardi o per ultimo entrano in possesso della nuova moneta (è il caso dei dipendenti che si vedono aumentare la retribuzione solo nella fase finale del ciclo) mentre ne traggono vantaggio i primi (è il caso di Ada, fidanzata del falsario Mario) che ricevono la nuova moneta. Quest’ultimi, infatti, possono acquistare prodotti dal nulla e al “vecchio” prezzo.

Ora, come nel finale di un giallo di Agatha Christie, tante cose sembrano chiarirsi.

Chi è Mario il falsario in realtà? La Banca Centrale, of course. Quel soggetto, cioè che per legge immette (attraverso tecniche quali le riserve obbligatorie, i tassi d’interesse ecc.) nuove banconote con l’obiettivo (?) di “stimolare l’economia” e che interviene come prestatore di ultima istanza nel caso le banche siano inadempienti.

Chi è Anna invece? Le banche commerciali che ricevono liquidità dalla BCE o FED di turno.

Chi sono infine le signore Bice, Clara e Daria? Indovinate un po’…