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Educare alla libertà responsabile

Avvolto in una nube di dotte citazioni, Dario Berti ha cortesemente polemizzato con me a proposito della mia contrarietà alla legalizzazione delle droghe con probabile relativa nascita di un altro carrozzone statal-burocratico.

Cominciamo con Mill e con la questione di non arrecare danno agli altri. So benissimo che non è possibile fissare in modo dogmatico e autoritario dove cominci e finisca il danno arrecato con i nostri comportamenti alle vite altrui.

Ho semplicemente fatto notare che, comunque, una qualche forma di sofferenza rischiamo sempre di infliggerla. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a certi comportamenti, se in coscienza li riteniamo moralmente giusti.

Il punto delicato è, però, questo: che cos’è in effetti quella che chiamiamo coscienza morale? Non essendo credente in nessuna religione rivelata e non potendo contare su un codice morale calato dall’alto, penso che i contenuti della mia coscienza siano il frutto della mia educazione modificati dalle esperienze che ho fatto nel corso della mia esistenza.

Se le cose stanno in questi termini, la mia coscienza è inevitabilmente fallibile e può trasformarsi con il mutare dell’esperienza. Tuttavia, finché qualcuno non mi convince del contrario, è ad essa che mi debbo attenere. Non posso, però, chiudermi nel mio egocentrismo, rifiutando di prendere in considerazioni le ragioni e le sofferenze altrui, e rivendicando una libertà irresponsabile.

Torniamo alla faccenda delle droghe.

Rendere legale il loro consumo significa incoraggiare comportamenti che, alla mia coscienza morale (peraltro, come ho detto, fallibile), appaiono non in sintonia con un’etica della libertà/responsabilità per i motivi che Davide Giacalone ha efficacemente illustrato.

Ho anche detto che sono contrario alla prigione, dal momento che la prigione, nonostante il dettato della Costituzione, non educa ma corrompe definitivamente persone che hanno invece bisogno di essere capite e aiutate. Ma per fare questo non serve neppure la droga di Stato.

Si può depenalizzare senza legalizzare, ci sono misure alternative da adottare nei confronti dei consumatori di droghe. C’è, soprattutto, da insistere sul valore dell’educazione in famiglia e a scuola, con genitori e professori che abbiano il coraggio di essere tali.

Lo so che non è facile, ma proviamoci.

 

 

 

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I neotribunali sovranazionali dei media

La sospensione di House of Cards è anche il tramonto dello Stato di diritto.

Altro che superpoteri della magistratura forcaiola, oggi abbiamo i neotribunali sovranazionali dei media alimentati dall’opinione pubblica del pensiero unico.

La morale dominante si fa legge senza nemmeno transitare per l’odioso Stato etico e la sentenza passa in giudicato con processo super abbreviato e senza sconti di pena per gli individui rei di condurre una vita privata, a lato di quella pubblica o artistica, sgradita ai più.

Un’agghiacciante neogiustizia da far west che produce conseguenze immediate e senza appello sul percorso di lavoro di un immaginario imputato. E non di omicidio.

Cancelliamo tutta l’opera di Pasolini? Di un Caravaggio, di Polanski e persino il lavoro svolto dal ministro inglese che toccò due volte il ginocchio alla giornalista? E naturalmente di Kevin Spacey che, pur non ricordando il fatto, pur chiedendo scusa e pur avendo arricchito il cinema e le serie TV di qualità, si vede negare l’Emmy awards da un consesso di bacchettoni e sospendere le riprese della stagione 6.

L’etica è elastica, a ognuno la sua, ma che i valori occidentali siano superiori alle culture da noi considerate barbare porta dritti alla questione successiva: applichiamo le leggi per cui abbiamo versato sangue nei secoli o picconiamo a priori le vite altrui? Perché tra l’esecuzione sommaria di un omosessuale a Teheran e la distruzione di una carriera per faccende private non c’è differenza, se sosteniamo che a dividerci dai fondamentalisti islamici sia un gap di civiltà. È sufficiente usare microfono e tastiera anziché la forca per sentirsi superiori?

Quanto al garantismo, diventa anacronistico pure quello se non si sfiora nemmeno un processo di primo grado.

Cosa abbia sconvolto le menti occidentali per giustificare tale involuzione è materia per sociologi, meglio ancora per una équipe di psichiatri, i liberali possono solo osservare e inorridire.

Gli islamici hanno l’attenuante dell’imposizione di dogmi e precetti sin dall’infanzia, noi l’aggravante di non subire nemmeno più il potere temporale e di dover ringraziare solo noi stessi per l’esplosione di inciviltà sotto mentite spoglie di civiltà.

Che triste la decadenza: da un lato la leva sui buoni sentimenti per alimentare la tolleranza verso intere culture retrograde (se non fossero retrograde non invocheremmo la tolleranza) e dall’altro la rovina dei singoli individui prima dello straccio di un processo.

L’Occidente si sta involvendo da cultura civile a cultura penale. Diventerà magari fonte di ispirazione per gli autori delle House of cards del futuro, intanto noi qui a tremare sotto i castelli di carta di una civiltà tremula.

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Si arriverà al menu di Stato?

Si arriverà al menu di Stato?

Imporre modelli alimentari parrebbe da fiction orwelliana se non avessimo una ventina di proposte di legge sul tema.

A Torino le famiglie insorsero contro l’obbligo di refezione scolastica reclamando il “diritto al panino”, cioè di essere esentati dai costi mensa e infilare nella cartella del figlio il pranzo da casa. La corte d’Appello gli diede ragione ma in Senato spunta un disegno di legge per rendere la mensa obbligatoria a livello nazionale.

A pensar male si arriva agli appalti del catering delle mense, ma prendiamola più ampia e trasversale, perché dal M5S al PD al PDL (Brambilla paladina animalista), non c’è famiglia politica che non protenda al paternalismo alimentare con vari gradi di coattività.

Per la proposta grillina di obbligare i ristoranti a un giorno settimanale di menu esclusivamente vegetariano e vegano non scomodiamo il liberalismo, semplicemente “è una cagata pazzesca” per dirla con Fantozzi, che di dittatura dirigenziale ne sapeva.

Scelta ok, imposizione no grazie, ma abbiamo anche un principio-pregiudizio più esteso: la supposta superiorità di alcuni alimenti rispetto ad altri.

Ad esempio il “biologico”, nonostante l’assenza di prove scientifiche che considerino questi alimenti più nutrienti o sani degli altri (da un’inchiesta di Altroconsumo).

Da qui alla polemica ideologica sul modello alimentare contagiato da Oltreoceano, sulla grande distribuzione accusata di compromettere i meccanismi naturali e al pregiudizio anti industriale il passo è breve.

Per non dire dei terrificanti OGM, ignorando che l’agricoltura stessa è una storia unica di modifiche genetiche.

Ed è preoccupante quanto l’animalismo, l’agnellismo a Pasqua (il montone sgozzato rientra invece nelle “culture” da rispettare), tutti Brambille che soprassiedono sulla morìa di insetti triturati nel grano della pasta che mangiano rigorosamente al pomodoro perché il ragù non è etico.

E siamo alla benevolenza istituzionale, tanto peggiore quando arriva a respingere il diritto al panino da casa per “rischio di contagio”, già, viviamo nelle cloache, quando oggetto di indagine sono spesso le mense scolastiche per cibi scaduti e avariati.

L’alimentazione dogmatica è indigesta, ma soprattutto provoca un incontenibile stimolo intestinale.

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Giuro.. da domani smetto! Idee e divergenze sulla liberalizzazione delle droghe

“Domani smetto!”

È questa la frase ridondante che spessissimo ascoltiamo o diciamo quando siamo consapevoli di abusare di qualcosa che di norma sappiamo faccia male. Ma questa è una controindicazione interna e propria dell’essere umano, costantemente in contrasto con sé stesso, i suoi desideri e le sue esigenze.

Ho sempre creduto profondamente nella capacità auto-educativa e rieducativa dell’uomo, che essendo dotato di raziocinio è in grado di scegliere, nell’intreccio indissolubile tra bene e male, quale sia la strada più corretta.

Ciò avviene nella libera scelta di assumersi responsabilità di fronte alla vita e quindi di farsi eventualmente del male, facendosi portavoce delle proprie azioni senza che queste si ripercuotano sugli altri.

Lo Stato ancora oggi vive sotto il dibattito costante se legalizzare o no le droghe, qual è la strada giusta da intraprendere?

A mio avviso, premesso che lo Stato, se pur orientato ad atti eticamente corretti, deve volgere lo sguardo verso problematiche decisamente più importanti, (come sostiene Ocone), non debba assolutamente permettere la liberalizzazione delle droghe, non solo per il bene del singolo, ma dell’intera comunità, visto che ad ogni mia azione corrisponde una reazione che coinvolge inevitabilmente anche gli altri.

La costante ricerca di emozioni forti ed adrenaliniche non può essere ricercata negli stupefacenti e pretendere che lo Stato se ne faccia garante, poiché se da un lato l’ente che deve garantire la vita, ad esempio negare l’eutanasia, allo stesso tempo deve preservarla non liberalizzando le droghe.

La libertà dell’individuo, a parer mio, non si ottiene costruendo solamente una società che permetta ai propri cittadini di avere un ventaglio ampio di scelte su come strutturare la propria vita, ma fornendo strumenti adeguati alla sua formazione etica e responsabilità d’azione, sui quali possa basare le proprie decisioni in un costante movimento che dall’individuo arriva allo Stato e non viceversa.

Ricordando il detto: “l’occasione fa l’uomo ladro”, legalizzando le droghe, i giovani e le future generazioni si sentirebbero in diritto di assumere o solo provare la vasta gamma di narcotici messi a disposizione, con la consapevolezza che si sta per nuocere a chi la utilizza e agli altri.

Il messaggio rivolto alla popolazione non sarebbe quello “ognuno fa ciò che vuole di sé stesso”, ma “provo tanto poi smetto quando voglio” inconsapevoli del fatto che la volontà spesso non va a braccetto con la libertà, in cui possono fermentare atti sbagliati.

Permettere l’uso e successivamente l’inevitabile abuso di queste sostanze, non ci rende più aperti al mondo, evoluti o liberi, ma schiavi e sconfitti di una vita che non va subita, ma vissuta alla luce di atti concreti, volti al bene comune e alla creazione di una società migliore.

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Coraggio liberali: legalizziamo la cannabis, regolamentiamo la prostituzione

Mi immetto da outsider nel dibattito in corso sul blog della Fondazione Luigi Einaudi con quella che è soltanto in apparenza una provocazione.

Voglio infatti proporre un parallelo – a mio avviso cruciale per un dibattito liberale – tra legalizzazione della cannabis e regolamentazione della prostituzione.

Ho detto “cannabis” – e non “tutte le droghe” – perché è giusto che si parta “per prudenza” da qui, come una sorta di banco di prova legislativo e governativo, ma anche e soprattutto perché è solo di questo che si dibatte oggi in Italia, anche grazie alla campagna portata avanti con coraggio e ostinazione dai Radicali Italiani.

“Ma perché accostare due questioni così distanti?” si domanderà qualcuno. La risposta è che in realtà questi due temi distanti non sono affatto, visto che gli argomenti in difesa dell’uno coincidono quasi perfettamente con quelli in difesa dell’altro. Vediamo il perché.

I 6 argomenti in favore sia della legalizzazione della cannabis che della regolamentazione delle prostituzione sono, riassumendo, i seguenti.

Uno: l’argomento liberale per eccellenza, ovvero il famoso “principio del danno”, secondo il quale ognuno è libero di fare ciò che vuole del proprio corpo nella misura in cui le sue azioni non invadano la libertà altrui e non danneggino (fisicamente) altri individui. Chi fuma erba “fa del male” (se vogliamo usare questa espressione così paternalista) solo a stesso, per quanto ne dica Bonetti, o la Binetti. Lo stesso vale per le donne e per gli uomini che decidono consapevolmente e liberamente di prostituirsi.

Due: l’argomento economico-finanziario. Legalizzare la sola cannabis significherebbe infatti far emergere e tassare quel mercato nero, stimato attorno ai 12 miliardi di euro, attualmente gestito capillarmente da organizzazioni criminali. Stesso discorso per il mercato della prostituzione, in mano alle stesse organizzazioni e che secondo l’Istat si aggirerebbe attorno ai 4 miliardi di euro (dati del 2014). Con buona pace del “benaltrismo” di Ocone, l’impatto di queste due manovre per l’economia italiana sarebbe dunque notevole, anzi, devastante – si pensi al caso recente della legalizzazione della cannabis in Colorado ad esempio, o ai numeri che ci arrivano dai paesi dove la prostituzione è regolamentata (e tassata) dallo Stato.

Tre: l’argomento della lotta alla criminalità organizzata. Legalizzare e regolamentare questi due mercati significherebbe infatti sottrarli radicalmente al dominio delle organizzazioni criminali. Su questo si è già espresso Dario Berti nel primo articolo che ha dato il via a questo dibattito. Voglio solo aggiungere che, per quanto ritenga che queste due manovre rappresentino un epocale passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata, sono altresì consapevole che non eliminerebbero in toto e da un giorno all’altro il mercato clandestino della cannabis e il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione. Ad ogni modo, sempre meglio liberalizzare e regolamentare i due mercati che rimanere con l’attuale status quo.

Quattro: l’argomento della sicurezza. La vendita della cannabis da parte dello Stato, nonché la possibilità di auto-coltivazione, coinciderebbero con una maggiore sicurezza per il consumatore, il quale saprebbe finalmente cosa sta fumando e non dovrebbe dunque affidarsi alla “buona fede” dei suoi spacciatori. Parallelamente, una regolamentazione del mercato della prostituzione garantirebbe una maggiore sicurezza sia per chi si prostituisce, in stragrande maggioranza donne costrette a lavorare in condizioni indegne, sia per i clienti, visti i controlli sanitari che si renderebbero obbligatori per i/le sex-worker.

Cinque: l’argomento dell’ipocrisia. Ovunque io mi trovi, da Bolzano a Lampedusa, nel giro di mezz’ora posso trovare uno spacciatore o una prostituta. Da Roma a Milano fino alla provincia più profonda, le piazze di spaccio e le vie della prostituzione sono note a tutti, comprese le forze dell’ordine, le quali non intervengono con la consapevolezza che, arrestato uno spacciatore o una prostituta, un altro spacciatore e un’altra prostituta prenderanno il loro posto il giorno dopo. Stesso discorso, poi, per i siti di “escort”, tutti in bella mostra e liberamente accessibili su internet. È questa la tipica ipocrisia perbenista italiana, sempre pronta a voltare ingenuamente lo sguardo altrove piuttosto che affrontare, in maniera intelligente e risoluta, simili questioni di giustizia sociale, di libertà, di economia, di diritto e, sì, anche di puro e semplice buon senso.

Sei: l’argomento della stigmatizzazione. Chi fuma cannabis non è un drogato e chi si prostituisce non è un criminale. In Italia una bella fetta della popolazione non la pensa così, perché lo stesso perbenismo appena citato stigmatizza ed etichetta chi sceglie l’una o l’altra opzione, senza sapere davvero di cosa stia parlando. Da questo punto di vista, liberalizzare e regolamentare il mercato della cannabis e della prostituzione contribuirebbe, nel lungo periodo, ad indebolire lo stigma sociale su fumatori di cannabis e sex worker.

Questi, a mio modo di vedere, i sei argomenti liberali (ripeto: liberali, non libertari) in favore della legalizzazione della cannabis e della regolamentazione del mercato della prostituzione. Sono argomenti ragionevoli e condivisibili che mai mi sarei aspettato potessero diventare bersaglio proprio del fuoco amico dei liberali.

Perché, insisto, mi sembra davvero incredibile dover difendere la legalizzazione proprio in questa sede, nel cuore del liberalismo italiano.

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Proibizione, 6 risposte ai legalizzatori

In risposta all’articolo di Dario Berti

1) Non, non era una risposta ad un intervento qui fatto, ma un pezzo scritto autonomamente. Il tema del “proibito” che per ciò stesso è attraente ricorre da lustri, esiste e, pertanto, chi lo nega (come me) ha il dovere di non cancellarlo.

2) Le statistiche sul consumo di quel che è proibito hanno un difetto: non misurano i consumi accertati, ma quelli presunti. Somigliano a quelle sull’evasione fiscale (basate sul contestato e, difatti, sideralmente lontane dal riscosso) o sulla corruzione (basate sul percepito).

Se sapessimo esattamente quanta sostanza illecita è stata venduta e acquistata sapremmo anche dove, come e da chi. Non è così. Valse, però, per l’alcool quel che vale per la droga: i consumatori sanno dove approvvigionarsi, difficile credere che gli indirizzi non siano noti anche agli altri. Difatti, allora come oggi: il proibizionismo è tale solo di nome.

3) Non dico affatto che legalizzare le droghe significa arrendersi alle mafie. Intanto perché dico che legalizzarle: a. non serve a niente; b. non è neanche lontanamente possibile, perché ci saranno sempre sostanze e potenziali consumatori (minorenni) esclusi. Liberalizzare significa prendere il posto delle mafie. Un po’ diverso.

4) La risposta immaginata (alla domanda: perché non è bene che lo Stato venda droga?) è sbagliata. Nel senso che non è la mia. Non lo escludo perché “fanno male”, ma perché tolgono la libertà. La libertà di vita e di scelta. Talune (sintetiche) tolgono anche, direttamente e immediatamente, la libertà di far funzionare correttamente il cervello.

Non è che facciano ingrassare o intossichino: cancellano una cosa preziosa come la libertà e la capacità di scegliere. Lo Stato che proibisce non compie una scelta etica al posto dell’individuo, ma preserva la sua possibilità di compiere scelte.

5) Circa tabacco e alcool: sono anni che trovo soggetti che suppongono di avere la verità, alcuni facendo riferimento alla “scienza”, degradandola da galileiana a setta. Bene: quando mi mostrerete un consumatore di eroina o un impasticcatore di sintetiche che ne sorbisce al giorno come un vino pasteggiando, un sigaro o delle sigarette, conservando intatta la propria lucidità e capacità di autodeterminazione ne parleremo.

Fino a quel giorno, per cortesia, tenete le verità e le falsità per il reparto mistico. A questo punto scatta la pretesa distinzione fra droghe leggere e pesanti. Salvo poi accorgersi che tale distinzione nega le premesse dei legalizzatori (che comunque sbagliano), giacché presuppone che lo Stato continui a proibire. Sebbene altro.

6) Non sono in grado di capire cosa l’ottimo interlocutore chiede in chiusura, circa il concetto di libertà. Serve la citazione di Popper?

 

 

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Legalizzare è una questione (anche) di diritto. La mia risposta a Bonetti

Io sono per la depenalizzazione di tutte le droghe. Se questo fa di me un libertario e non un liberale, pazienza. Non sono particolarmente attaccato alle etichette.

Ma l’idea che un vero liberale debba essere a favore del proibizionismo è curiosa, specie quando il liberale in questione si richiama alla dottrina del liberalismo classico di John Stuart Mill.

È questo il caso di Paolo Bonetti, che conclude il suo articolo a favore del proibizionismo con queste parole accondiscendenti: “Dispiace dirlo, perché i libertari sono spesso umanamente simpatici, ma l’etica libertaria è soltanto la scimmia di quella liberale.”

 

Bene, vediamo allora qual era l’opinione del liberale classico Mill sul proibizionismo.

Mill ne parla nel suo saggio classico On Liberty che, sono sicuro, Bonetti conosce bene. A un certo punto, Mill si occupa di un movimento politico chiamato “Alleanza”, il cui scopo era quello di vietare la vendita e il consumo di alcolici nell’Inghilterra dell’epoca (On Liberty è del 1859).

Lord Stanley, portavoce dell’Alleanza, difendeva con queste parole le ragioni del proibizionismo: “Come cittadino, rivendico il diritto di legiferare ovunque i miei diritti vengano lesi dalle azioni sociali degli altri […]. Se c’è qualcosa che lede i miei diritti sociali, di sicuro è il traffico di bevande alcoliche.

Distrugge il mio diritto fondamentale alla sicurezza, creando e stimolando continuamente il disordine sociale. Viola il mio diritto all’uguaglianza, perché trae profitto dalla creazione di una miseria che poi mi viene accollata con le tasse. Impedisce il mio diritto a un libero sviluppo morale e intellettuale, disseminando pericoli sulla mia strada, indebolendo e demoralizzando la società, dalla quale ho il diritto di aspettarmi aiuto reciproco e reciproca collaborazione.” (in Mill, 1859, p. 189)

Fin qui Lord Stanley.

Vediamo adesso cosa pensa Mill di questa caratterizzazione dei “diritti sociali”: “Probabilmente questa teoria dei «diritti sociali» non era mai stata formulata in termini così chiari; essenzialmente essa si riduce a questo: è diritto sociale assoluto di ogni individuo che ogni altro individuo agisca, in tutto e per tutto, esattamente come dovrebbe; e chiunque non lo faccia, anche nel più piccolo dettaglio, viola il mio diritto sociale e mi autorizza a pretendere dalla legge la rimozione del torto.

Un principio così mostruoso è di gran lunga più temibile di qualsiasi singolo caso di interferenza nella libertà: non c’è violazione di libertà che non riesca a giustificare; non riconosce alcun diritto a nessun tipo di libertà, salvo forse quella di avere delle opinioni di nascosto, senza mai esprimerle: perché nel momento stesso che alle labbra di qualcuno affiora un’opinione a mio parere nociva, costui viola tutti i «diritti sociali» che l’Alleanza mi assegna.” (Mill, 1859, pp. 189-190)

Torniamo adesso all’articolo di Bonetti. Egli afferma di non essere persuaso dalla tesi di Mill per cui possiamo fare tutto ciò che ci pare del nostro corpo, a condizione che non danneggiamo gli altri.

Secondo lui, infatti: “Ogni nostra azione e ogni nostro pensiero appena manifestato, incide sulla vita degli altri e la ferisce. Non ci sono manifestazioni del nostro io moralmente neutre, perché la vita di ogni uomo si intreccia a quella di ogni altro, e l’individuo isolato è una pura astrazione.”

L’argomento di Bonetti ha tutta l’aria di essere una reductio ad absurdum della tesi di Mill. Ridotto all’osso suona così:

(1) Secondo Mill è giusto vietare quelle azioni che danneggiano gli altri;

(2) ma ogni nostra azione o pensiero danneggiano (o possono danneggiare) gli altri, quindi

(3) Mill dovrebbe voler vietare ogni azione o pensiero.

Il problema, qui, è che Bonetti tratta il principio del danno di Mill come se avesse valore incondizionato. Ma Mill non è Kant. Il principio del danno è vincolato da una soglia, cioè vale a partire da un certo punto in poi.

Mi spiego.

Supponiamo che io faccia un discorso a favore della legalizzazione delle droghe e che Bonetti abbia un famigliare, al quale è molto legato, il quale è caduto nel tunnel della droga. Il mio discorso potrebbe urtare la sua sensibilità e farlo star male.

Possiamo dire allora che il mio discorso gli ha arrecato un qualche tipo di danno psicologico? Certamente, se prendiamo la nozione di “danno” nella sua accezione più ampia possibile. Ma il punto non è questo.

Il punto è: il fatto che io abbia offeso i suoi sentimenti è una ragione sufficiente per impedirmi di fare il mio discorso? L’entità del danno che gli ho arrecato giustifica l’uso della forza nei miei confronti?

Ora, non conosco nessun liberale che risponderebbe “sì” a questa domanda. Tanto meno Mill, per il quale la libertà di espressione va tutelata anche a scapito delle delle anime belle. Il principio del danno, quindi, non si applica sempre, non ha valore incondizionato, ma vale a partire da una certa soglia. E questa soglia è il danno fisico che un individuo può arrecare a un altro contro la sua volontà.

Per Mill io sono libero di fare il mio discorso a Bonetti, quello che non sono libero di fare è costringerlo ad ascoltarlo. Né posso percuoterlo, tenerlo prigioniero o violare la sua libertà.

In conclusione, la teoria liberale non è una forma di assolutismo morale, ma una forma di contributivismo, nell’accezione di William D. Ross (Cfr. Ross, 1930). Secondo questa interpretazione, le norme morali vanno interpretate come se avessero una sorta di peso specifico.

Ciascuna norma ha un proprio peso specifico. Quando abbiamo una situazione in cui due norme confliggono tra loro, noi dobbiamo confrontare il peso specifico di ciascuna norma, come faremmo con due pesi sul piatto di una bilancia, e vedere da quale parte pende l’ago.

Ad esempio, secondo l’interpretazione contributiva, la regola: “Non mentire” va interpretata come se dicesse: “Mentire è un wrong-making factor, cioè un fattore che contribuisce a rendere sbagliata un’azione, ma che lascia aperta la possibilità che l’azione nel suo complesso sia giusta”.

Così, se un’azione non contiene solo il fattore della menzogna, ma anche quello di salvare una persona, allora il fattore della menzogna è soverchiato dal fattore per cui salvare una vita è più importante. Nel complesso l’azione è giusta, a dispetto del fatto che viola la regola pro tanto contro la menzogna.

Andiamo avanti.

Bonetti è contrario, dicevamo, alla legalizzazione delle droghe. Riconosce però che: “Il problema della droga […], non si risolve con la prigione, ma neppure con la legalizzazione. Come nel caso paradigmatico dell’alcolismo, il semplice proibizionismo sperimentato in alcuni paesi non ha risolto il problema, ma neppure l’ha risolto la liberalizzazione.”

Qui siamo di fronte alla fallacia dell’uomo di paglia. Perché io non ho mai sostenuto che la legalizzazione farebbe sparire il problema della droga nel senso che la gente smetterebbe di drogarsi. Lo risolverebbe nel senso che si farebbe della droga un problema medico e non più un problema giudiziario.

Se drogarsi non è un crimine, ma un problema medico, allora arrestare un tossico per detenzione di stupefacenti significa arrestare un innocente, violare un suo diritto.

Per Bonetti, però: “Drogarsi e ubriacarsi non è un diritto, è semplicemente un comportamento moralmente e socialmente riprovevole, verso cui è inutile fare del moralismo predicatorio, ma che non va incoraggiato con una indulgenza che attenua nei ragazzi il senso della responsabilità.”

Qui sarei curioso di sapere cosa intende Bonetti per “diritto”. Per quel che mi riguarda, io mi attengo alla nozione classica per la quale un diritto è un nihil obstat morale. Thomas Hobbes ne dà una caratterizzazione perfetta, in questo passo:

“il DIRITTO consiste nella libertà di fare o di astenersi dal fare, mentre la LEGGE determina e vincola a una delle due cose; cosicché la legge e il diritto differiscono come l’obbligo e la libertà che sono incompatibili in una sola e medesima materia.” (Hobbes, 1651, p. 134)

Che cosa vuol dire la parola “diritto” in questo contesto? Vuol dire che sono libero di compiere una certa azione. E cosa vuol dire “essere liberi”? Vuol dire che l’azione in questione non è vincolata ad alcuna norma o prescrizione morale. Se lo fosse, non sarei libero fare quell’azione, ma avrei piuttosto l’obbligo o il dovere morale di farla, oppure di non farla. Dove c’è un diritto c’è, dunque, una libertà, e dove c’è una libertà non ci sono leggi morali.

C’è un secondo punto che è importante evidenziare. Se avere un diritto significa essere liberi di fare (o di non fare) una certa cosa, chiunque mi costringa a farla (o a non farla) sta violando la mia libertà.

Se ad esempio ho il diritto di farmi un tatuaggio, chiunque mi costringa a farmelo (o a non farmelo) sta violando un mio diritto. Quindi: laddove esiste un diritto per l’individuo x, esiste anche un corrispondente dovere da parte degli altri individui di non interferire con quel diritto.

La mia affermazione di poco fa, per cui dove c’è un diritto non c’è una norma morale va precisata in questo modo: dove c’è un diritto per me, vi è una corrispondente norma morale per gli altri, la norma che prescrive loro di rispettare il mio diritto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

HOBBES, THOMAS (1651), Leviathan or The Matter, Form and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil. Tr. it. Leviatano, Rizzoli, Milano 2016.

MILL, JOHN STUART (1859), On Liberty. Tr. it. La libertà in La libertà, L’utilitarismo, L’asservimento delle donne, BUR, Milano 2013.

ROSS, WILLIAM D. (1930), The Right and the Good, Clarendon Press, Oxford.

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Legalizzazione, ecco cosa eccepisco a Giacalone e a Ocone

Il mio articolo in favore della legalizzazione delle droghe ha provocato le risposte critiche di Davide Giacalone e di Corrado Ocone. Li ringrazio per l’attenzione. Vorrei però rispondere alle loro critiche nel modo più dettagliato possibile. Credo infatti che la battaglia per la legalizzazione delle droghe debba diventare un punto fermo per chi difende idee liberali in questo Paese.

Risposta a Giacalone

Cominciamo dunque dal bel articolo di Davide Giacalone, che è suddiviso per punti. Esaminerò solo quelli con cui sono in disaccordo.

3) Supporre che il consumo esiste proprio perché proibito, quindi profittevole per i criminali, non è solo illogico, ma ignorante della storia: quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.

Per quale mai motivo ciò che è difficile e illecito dovrebbe essere più diffuso di quel che è facile e lecito?

Non so se Giacalone abbia scritto questo articolo per rispondere al mio o se lo abbia scritto prima del mio. Supponendo però che si stia riferendo alle cose scritte da me, faccio presente che non ho mai sostenuto che il consumo esiste perché è proibito.

Se ciò fosse vero, allora la legalizzazione delle droghe ne farebbe sparire il consumo, il che è assurdo. Io ho sostenuto che la proibizione del consumo di droghe non fa sparire la domanda di droghe. Se c’è una forte domanda per una sostanza che viene dichiarata illegale, si crea fatalmente un mercato nero per quella sostanza.

Nello stesso punto, poi, Giacalone fa un’importante aggiunta: “quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.” Il riferimento è, ovviamente, ai tredici (dal 1920 al 1933) anni in cui il proibizionismo entrò in vigore negli Stati Uniti. La storia del proibizionismo americano è, però, un po’ più complessa. Vediamo di riassumerne i punti salienti, perché c’è da imparare una lezione importante.

Coloro che, all’epoca, erano favorevoli al proibizionismo pensavano che in questo modo si sarebbe potuto ridurre il consumo complessivo di alcol. Alcuni dati (Fisher, 1927; Warburton, 1932) sembrano confermare questa ipotesi. Questo però non dovrebbe sorprendere più di tanto.

Quando un bene diventa più difficile da reperire, il prezzo di quel bene tende a salire. Salendo il prezzo diminuisce di conseguenza anche il consumo di quel bene.

Tuttavia, questa diminuzione nel consumo di alcolici vi fu solo nel primo anno dopo l’entrata in vigore della legge. Infatti, negli anni che precedono il proibizionismo il consumo pro-capite di alcol negli Stati Uniti stava già sensibilmente diminuendo. Come possiamo vedere dal grafico sotto (fonte: Warburton, 1932):

Il grafico misura il consumo pro-capite di galloni di alcol puro dal 1910 al 1929. Si vede chiaramente come negli anni dal 1910 al 1919 (quelli che precedono il proibizionismo) il consumo di alcol stesse calando sensibilmente, passando da 1,6 a 0,8 galloni circa (un 50% in meno nel giro di 10 anni).

Poi cosa succede? Il 16 gennaio del 1920 entra in vigore il 18° Emendamento alla Costituzione che vieta la produzione, la vendita e il consumo di alcolici in tutto il territorio statunitense. Un anno dopo l’entrata in vigore della legge abbiamo una forte diminuzione nel consumo di alcol.

Si passa da 0,8 a circa 0,2 galloni pro-capite. Se la storia finisse qui, dovremmo dar ragione a Giacalone e dire con lui che il proibizionismo funziona.

Ma guardate cosa succede dopo. Già un anno dopo, nel 1922, il consumo di alcol aumenta di nuovo, tornando a un valore di poco superiore a quello del 1919. Se la storia finisse qui potremmo dire che il proibizionismo non è servito a nulla, perché non ha diminuito il consumo di alcol procapite.

Ma la situazione peggiora ancora. Dal 1923 al 1929, il consumo di alcol torna a salire su una media di circa 1,1 gallone a testa.

Come si spiega questo andamento? Durante il primo anno di proibizionismo, il consumo cala perché l’alcol è più difficile da reperire e il suo prezzo sul mercato nero sale sensibilmente. Questo fa sì che il mercato dell’alcool diventi un affare lucroso per il crimine, il quale inizia ad espandersi nello sforzo di soddisfare la domanda presente.

È in questi anni che nasce la figura di Al Capone, le cui fortune furono determinate proprio dal proibizionismo. Senza proibizionismo, Al Capone sarebbe probabilmente rimasto un criminale di piccola taglia. L’aumento del consumo di alcol negli anni del proibizionismo si spiega dunque con il consolidarsi delle organizzazioni criminali che gestiscono il nuovo business su larga scala.

 

4) È originale assai l’idea che per combattere le mafie del commercio e dello spaccio si debba arrendersi e fare il loro mestiere. Senza contare che si parla di “spinello” come fosse un oggetto di sicura identità: una cosa è l’erba, altra la resina, altra ancora l’olio.

La concentrazione del principio attivo (Thc) varia a seconda del prodotto ed è oggi assai più alta di un tempo.

Curioso che nel mondo che ha voluto proibire le sigarette più pesanti, di tabacco, imponendone il ritiro dal commercio o la trasformazione, si pensi sia saggio immettervi roba imparagonabilmente più dura. La sorte dei consumatori vale il presunto contrasto alle mafie?

Nel punto 4 Giacalone dice, in sostanza: legalizzare le droghe significa arrendersi alle mafie. Suppongo che qui l’argomento sia entimematico, e che le premesse soppresse siano queste:

(1) vendere droga è sbagliato;

(2) se lo Stato legalizza la vendita delle droghe permette che venga fatta una cosa sbagliata;

(3) ma lo Stato non può permettere che vengano fatte cose sbagliate, quindi

(4) lo Stato non deve permettere la vendita delle droghe.

Così formulato, l’argomento è formalmente corretto. Che sia anche valido (sound) è però ancora tutto da dimostrare. Bisogna infatti mostrare per quale motivo vendere droga sarebbe sbagliato (supponendo naturalmente che venga venduta a adulti consenzienti e informati).

Qui posso solo immaginare la risposta di Giacalone a questa domanda: la droga fa male a chi la consuma e può anche uccidere. Non bisogna permettere che la gente si faccia del male. Se questo è il suo argomento, allora temo che le nostre posizioni siano inconciliabili.

Per me lo Stato non deve costringere i suoi cittadini a essere virtuosi. Se voglio sfondarmi il fegato di hamburger o rovinarmi i polmoni di nicotina o spaccarmi di eroina, questo non è un problema che riguarda lo Stato. Lo Stato deve solo intervenire per impedirmi di far del male ai miei concittadini.

 

6) Si dice: sono legali tabacco e alcool, perché mai non gli spinelli? Argomento illogico: avere dei mali non giustifica il cercarsene altri. E non fondato, perché il tema non è solo la nocività (altrimenti poi arriviamo alle bibite dolci e gasate), ma la capacità di sviluppare dipendenza e assuefazione: tabacco e alcool (nocivi e talora micidiali) richiedono dosi e tempi assai maggiori.

In questo punto Giacalone dice: tabacco e alcol sono dannosi, perché danno dipendenza, assuefazione e morte. Però non vanno vietati, perché richiedono tempi e dosi assai maggiori per sviluppare delle dipendenze rispetto agli spinelli.

Questa affermazione è semplicemente falsa. Come mostra questo studio pubblicato su The Lancet, le 5 sostanze più addittive sono, in ordine discendente (Nutt, King et al., 2007):

  1. Eroina
  2. Alcol
  3. Cocaina
  4. Barbiturici
  5. Nicotina

Lo spinello non compare nemmeno nella lista, mentre compaiono l’alcol e la nicotina. A questo punto, il proibizionista dovrebbe spiegarmi in base a quale argomento sarebbe accettabile mantenere in circolazione sostanze potentemente addittive come l’alcol e bandire la cocaina, che è un po’ meno addittiva.

 

7) Riconosco ai miei contraddittori la validità di un argomento: non si proibisce quel che ha a che vedere con le libertà individuali. Complesso, ma tosto. Il punto è che non esiste la libertà di rinunciare alla libertà. Le droghe non sono libertà, ma la sua fine.

La tesi di Giacalone è che siamo liberi scegliere in generale, ma non siamo liberi di scegliere di non essere liberi. Mi piacerebbe poter discutere questa tesi, se fosse accompagnata da un’argomentazione di qualche tipo. Siccome però la tesi è semplicemente asserita, non posso esprimere alcun giudizio.

 

Risposta ad Ocone

Passerò quindi all’articolo di Corrado Ocone. Secondo lui, quella delle droghe non è una priorità per la società, “che ha problemi ben più gravi da affrontare.” Su questo sono d’accordo, naturalmente, perché la tesi “ci sono cose più importanti” è sempre vera per qualsiasi problema all’ordine del giorno, tranne forse per l’Apocalisse.

Per quanto insignificante, però, il problema della droga ha rilevanza per tutti coloro che ne fanno uso più o meno regolarmente (sono circa 4 milioni), ed ha rilevanza per quella parte della popolazione che si trova in galera per reati legati alla droga.

La questione però, a mio avviso, è un’altra: è giusto o no punire con la galera uno scambio libero tra due individui adulti e consenzienti? Io penso di no, perché in questo scambio nessun terzo viene danneggiato. L’unico a venir danneggiato, al limite, è il consumatore di droga, ma non contro il suo volere. Ora, io faccio molta fatica a vedere un crimine in tutto questo.

Ocone però teme che il consumo di droghe possa indurre dei comportamenti aggressivi o irresponsabili. Questa asserzione può essere testata empiricamente. In Olanda, dove le droghe leggere sono legali, ci sono 3,4 morti ogni 100.000 abitanti provocati da incidenti stradali.

In Italia siamo al doppio, 6,1. Se la depenalizzazione delle droghe causasse un aumento significativo delle morti per incidente stradale, ci aspetteremmo di vedere questi due dati invertiti. Ma, a parte questo, l’idea di punire preventivamente una condotta perché potrebbe provocare dei danni è difficile da accettare.

A me piace vivere in un Paese che punisce non chi beve o si droga, ma chi si mette a guidare sotto l’effetto di queste sostanze.

Ocone esprime poi la preoccupazione che la legalizzazione possa “mettere su una macchina amministrativa e di controllo sulla qualità e l’uso di cui non si sente davvero il bisogno.” Vede, insomma, un costo economico nella legalizzazione delle droghe.

È vero. Ma qual è il costo economico della lotta alla droga? Quanto ci costa in termini di polizia, tribunali, carceri, mancati introiti attraverso le tasse nel caso in cui venisse legalizzata?

Le Nazioni Unite hanno stimato recentemente che per contrastare efficacemente il traffico di droga i governi dovrebbero riuscire a confiscare almeno tre quarti della droga importata. Attualmente negli Stati Uniti, dove da anni si combatte una guerra alla droga senza esclusione di colpi, solo il 13% dell’eroina e solo il 25% di tutte le altre droghe sono confiscate.

Di fronte a questo dato così sconfortante, conclude Jason Brennan: Il fatto è che perderemmo la guerra alla droga anche se istituissimo uno Stato di polizia. Gli Stati Uniti imprigionano più gente per reati di droga di quanti non ne imprigioni l’Unione Europea per tutti i reati messi assieme. Tra il 1925 e il 1968, la popolazione carceraria statunitense era più o meno stabile, tra i 100.000 e i 200.000 detenuti.

Dopo che il Presidente Nixon ha dichiarato la guerra alla droga, la popolazione carceraria è cresciuta esponenzialmente, fino a raggiungere oggi 1,6 milioni. Il Governo arresta quasi 1 milione di americani ogni anno per possesso di marijuana. Ci sono 50.000 raid di polizia nelle case americane ogni anno (su Internet potete vedere i video di questi raid, inclusi quelli in cui la polizia invade le case sbagliate e uccide gente innocente). (Brennan, 2012, p. 69)

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

ALCHIAN, ARMEN A.; ALLEN, WILLIAM R. (1983), Exchange and Production. Competition, Coordination and Control, Wadsworth Pub. Co., Belmont, CA.

BRENNAN, JASON (2012), Libertarianism: What Everyone Needs to Know, Oxford University Press, Oxford.

COWAN, RICHARD (1986), “How the Narcs Created Crack”, in National Review, 5 dicembre 1986, pp. 30-31.

EDWARDS, PAUL (2007), “Kant on Suicide”, in Philosophy Now, London, Vol. 61, p. 67.

FISHER, IRVING (1927), Prohibition at Its Worst, Alcohol Information Committee, New York.

KANT, IMMANUEL (1924†), Vorlesung Kants über Ethik. Tr. it. Lezioni di etica, Laterza, Bari-Roma 2004.

NUTT, DAVID; KING, LESLIE A.; SAULSBURY, W.; BLACKEMORE, COLIN (2007), “Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse”, in The Lancet, Vol. 369, n. 9566, pp. 1047-1053.

THORNTON, MARK (1991), The Economics of Prohibition, University of Utah Press, Salt Lake City.

WARBURTON, CLARK (1932), The Economic Results of Prohibition, Columbia University Press, New York.

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Costume e società

Sono per le libertà. Ma occhio alla sicurezza e ai costi del welfare

Sono contraria alla liberalizzazione delle droghe di qualsiasi tipo. La differenziazione tra droghe leggere e pesanti è opinabile, è l’uso che se ne fa ad essere più o meno pesante, anche di quelle leggere.

Si può obiettare che lo stesso valga per l’alcol, un bicchiere di vino a cena non sono dieci vodke a stomaco vuoto, ma il “così fan tutti” in ambiti differentemente dannosi non è una buona ragione per lasciar correre.
Da fumatrice dico che se non trovassi più le sigarette smetterei, il divieto mi porterebbe dove non riesco io. Poi mi butterei sui puzzle, sul punto croce compulsivo (ho amiche che lo fanno in seggiovia tra una discesa e l’altra), perché il nodo sta lì: la dipendenza da qualcosa, di cui nessuno è privo.
Dato che lo Stato non può (per fortuna) intervenire sulle ossessioni individuali, ognuno si coltivi liberamente le sue, si pongano limiti solo per ragioni di sicurezza, l’unica frontiera in un Paese liberale.
Torniamo alle droghe: anni fa una dose di cocaina costava 50 euro o più, oggi con 10 euro anche il ragazzino se la compra con la paghetta settimanale, è una strategia della malavita per attirare più giovani nella trappola della dipendenza e costruire una solida base di clienti cui offrire tra qualche anno la merce a prezzi aumentati, gli stessi vi si adatteranno per triste necessità.
Siamo sicuri che la droga libera a portata di mano e di portafogli porterebbe a un esito differente? E che regalerebbe più sicurezza ai genitori?
Certo che anche l’alcol è una piaga per i giovani e non, il proibizionismo non era stato la soluzione, vero, ma solo per inefficienza delle istituzioni nel combattere i traffici illegali e per collusione delle forze dell’ordine con i trafficanti.
Nulla di moralmente riprovevole, intendiamoci, siamo tutti solidali con le vittime di dipendenze, noi compresi, ma liberalizzando la droga e tassandola per costituire un fondo sanitario a sostegno dei tossicodipendenti si entra in un circolo vizioso, ti pugnalo e ti ricucio: a che pro domandarsi se costi di più la lotta alla criminalità quando è l’approccio a essere viziato dalla droga e da miti libertari che nulla hanno a che fare col benessere individuale, da cui dipende quello sociale, cui il liberalismo tende ponendo solo limiti di sicurezza?
Sono a favore di molte libertà, nel principio dell’autodeterminazione personale, ma qui lo Stato avrebbe un’ulteriore occasione di gestione finanziaria e sanitaria, ove già non è in grado di amministrare le risorse per arginare la criminalità e tutelare famiglie e scuole da un pericolo grave.
Infine, non c’è come vietare per stimolare? Vero.
A Singapore ero entrata in crisi di astinenza da chewing gum perché là è vietata la vendita, in un’ottica estremistica del benessere che considera lo sputo del vizio da mascella causa di lordura del marciapiede comune, immagino quindi la tragedia per un drogato.
Ma o si parte dall’uomo non drogato e dalla sicurezza per sé e i figli oppure dai problemi del drogato oppure dai problemi dello Stato.
Capra e cavoli non si salvano. A ciascuno le risposte che crede. Liberamente.
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Costume e società

La libertà dei liberali non è quella dei libertari

Qualcuno ha detto che la storia è storia della libertà, e questo è certamente vero, ma altrettanto vera è l’affermazione che la storia è storia dell’ordine, dell’ordine civile che regola le reciproche libertà.

La tesi da molti ripetuta, e che si trova anche in J.S. Mill, che possiamo fare di noi stessi e del nostro corpo tutto quello che ci pare, purché le nostre azioni non danneggino gli altri, non mi ha mai convinto.

In realtà, ogni nostra azione e ogni nostro pensiero appena manifestato, incide sulla vita degli altri e la ferisce. Non ci sono manifestazioni del nostro io moralmente neutre, perché la vita di ogni uomo si intreccia a quella di ogni altro, e l’individuo isolato è una pura astrazione.

Nasciamo in una certa famiglia e cresciamo in un certo ambiente sociale e culturale, in mezzo a persone che contribuiscono a farci essere quello che siamo e verso cui siamo responsabili. Possiamo certamente staccarci da quella famiglia e da quel costume, questa è la nostra libertà, ma non possiamo farlo in modo arbitrario e capriccioso.

Lo slogan “la vita (o il corpo) è mia e la gestisco come mi pare” è una pretesa adolescenziale che l’esistenza s’incarica ben presto di ridimensionare. Il problema della droga (per non parlare di quello altrettanto grave dell’alcolismo, sempre più diffuso fra i ragazzi), non si risolve con la prigione, ma neppure con la legalizzazione. Come nel caso paradigmatico dell’alcolismo, il semplice proibizionismo sperimentato in alcuni paesi non ha risolto il problema, ma neppure l’ha risolto la liberalizzazione.

La dipendenza dalle droghe è un fenomeno complesso e doloroso su cui speculano certamente i trafficanti, ma è tutto da dimostrare che, una volta avviata la liberalizzazione, peraltro burocratizzata e con tutti gli inconvenienti e la corruzione del caso, non si formino due mercati, uno legale e uno clandestino.

Drogarsi e ubriacarsi non è un diritto, è semplicemente un comportamento moralmente e socialmente riprovevole, verso cui è inutile fare del moralismo predicatorio, ma che non va incoraggiato con una indulgenza che attenua nei ragazzi il senso della responsabilità.

La nostra civiltà liberale, insidiata da nemici fanatici che l’accusano dei peggiori crimini, ha oggi più che mai bisogno, a cominciare dalla famiglia e dalla scuola, di sistemi educativi severi che rinforzino questo sentimento di responsabilità nei confronti di sé stessi e degli altri.

Dispiace dirlo, perché i libertari sono spesso umanamente simpatici, ma l’etica libertaria è soltanto la scimmia di quella liberale.