Posto fisso e statalismo, la lezione di Zalone

Cosa rimane di Quo vado, il film di Checco Zalone? A parte il record d’incassi e qualche strascico polemico sul politicamente scorretto dell’autore, temo poco. L’impressione, infatti, è che in pochi, tra critica e pubblico, abbiano colto (e condiviso) la feroce critica allo statalismo che ha impoverito economicamente e culturalmente l’Italia.

Un’occasione persa visto che Quo vado rappresenta efficacemente gli effetti di un paese intriso di socialismo e pauperismo cattolico: il lavoro inteso come posto e non come servizio che arricchisce la comunità e soddisfa l’ambizione dell’individuo; la ricchezza demonizzata e sottratta alla parte produttiva del paese per essere ridistribuita in attività improduttive, assistenziali o fallimentari; il parassitismo e la furbizia a scapito del merito e dell’intraprendenza ecc.

Le conseguenze, del resto, le abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: come ha giustamente fatto notare Nicola Porro qualche giorno fa, negli USA nascono Google, Facebook, Apple e altre imprese simili, mentre in Italia funzionari bravi a trovare il modo (magari anche legittimamente) per tassarli.

Tornando al film, viene da chiedersi cosa avranno pensato i dipendenti statali nel vedersi rappresentati come incapaci e parassiti. Fare la fila e pagare per essere derisi li avrà scossi dal loro torpore? Difficile. Nel loro modo di pensare il fannullone è sempre il collega.

E poi in fondo l’importante è avere il posto fisso. Un totem, una ragione di vita che vale più di ogni altra cosa. Conosco l’obiezione: a fronte di cialtroni e incapaci, ci sono tanti dipendenti onesti e produttivi. Vero, verissimo! Aggiungo solo che la prima categoria è più diffusa di quanto si pensi, come dimostrano i casi di Sanremo e Messina.

Senza dimenticare un fattore difficilmente contestabile: l’impiego pubblico anestetizza, corrompe, spegne energie e inventiva. Anche il dipendente più competente e solerte (e ce ne sono) alla fine si ritrova fagocitato da un sistema e un modus procedendi che non riconosce il merito, ma premia opportunismo e cinismo.

L’aspetto più inquietante che emerge dal film, però, è che, più o meno consapevolmente siamo tutti figli dello statalismo: alzi la mano chi non ha mai aspirato al posto fisso o avuto un genitore che lo ha spinto a cercarlo tramite concorso o raccomandazione? O chi in famiglia o tra i parenti non abbia almeno un beneficiario di pensioni d’invalidità generose, di una babypensione o di un favore del politico di turno?

Con questa cultura alle spalle non stupisce la convinzione generale secondo cui l’attuale crisi sia addebitabile al capitalismo (ormai un colpevole per tutte le stagioni) e che la soluzione passi dall’interventismo e dalla regolamentazione statale.

Corollario di questa cultura, inoltre, è il diffuso rimpianto per la classe politica della prima repubblica e la lira. Altra opinione diffusa, infatti, è che i problemi dell’Italia nascano dal ventennio berlusconiano (metà dei quali, in realtà, governati dal centrosinistra) e dall’entrata nell’euro invece che da scellerate politiche di spesa pubblica (e clientelari) espanse dagli anni Settanta.

Zalone ha intercettato bene questo sentimento in Prima Repubblica, canzone ironicamente nostalgica con cui si chiude il film: «Tu cosa ne sai dei quarantenni pensionati /che danzavano sui prati /dopo dieci anni volati all’aeronautica. /E gli uscieri paraplegici saltavano /e i bidelli sordo-muti cantavano /e per un raffreddore gli davano /quattro mesi alle terme di Abano»Un piccolo trattato socio-economico dell’Italia!

Insomma, la descrizione di un Paese che, affetto dalla sindrome di Stoccolma, sembra non volere cambiare pagina. Ecco perché, dopo tante risate, la sensazione che rimane alla fine del film è amara.  Anzi di rabbia.

I want my money back

Con soli quattordici voti di differenza il nuovo gabinetto monocolore May ha ottenuto il via libera dalla Camera dei Comuni al Queen’s Speech, il tradizionale discorso d’apertura del parlamento britannico che ha il compito di tracciare il programma di governo di Sua Maestà per i prossimi anni.

Non certo un successo per la premier britannica costretta non solo a negoziare un onerosissimo negoziato con gli unionisti dell’Ulster dalla cifra monstre da un miliardo di sterline in cambio di una risicatissima maggioranza ma anche a smentire sostanzialmente tutta l’agenda di governo annunciata in campagna elettorale.

Nonostante la leader avesse imprudentemente riesumato per la campagna elettorale tutte le frasi di maggior successo del suo predecessore Margaret Thatcher, compreso quel “The lady’s not for turning” che fece la storia della comunicazione politica degli anni ’80, stavolta, il noto pragmatismo inglese ha dovuto, giocoforza, prendere il sopravvento rispetto alla volontà di andare avanti con la linea precdentemente auspicata della hard Brexit.

Non è un mistero come la stessa premier non scommetta un centesimo sulla sua permanenza a Downing street: troppo risicato il consenso, troppo diviso il partito conservatore per poter sperare in un accordo solido con gli unionisti, troppo forte il vento in poppa dello sconfitto ma, allo stesso tempo, vincente Corbyn ora corteggiato dalle decadenti sinistre europee in costante ricerca di una figura politica a cui ispirarsi per uscire fuori dall’angolo dell’irrilevanza nel quale, da tempo, sembrano cadute.

Cosa ne sarà di questa Brexit, in effetti, appare ancora un mistero. Finita in soffitta la strategia di un braccio di ferro con l’Europa, a Bruxelles, dopo il successo di Macron e l’arretramento progressivo delle forze politiche più marcatamente anticomunitarie, in poco meno di un anno dal referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue, i rapporti di forza tra governo britannico e Commissione Europa sembrano essersi capovolti.

La riprova la recente apertura (con rassicurazione) della May sui diritti after-Brexit dei cittadini comunitari che vivono e lavorano sul suolo britannico un po’ a sorpresa giudicata “insufficiente” da Junker. Una risposta che ha gelato il governo conservatore, sicuro che con queste intenzioni si sarebbero ammorbidite le pretese di Bruxelles.

Niente da fare. A non tornare indietro, stavolta, è l’Europa che anzi sembra sbertucciare, essa stessa, gli storici aforismi thatcheriani: il nodo è, ancora una volta, quello economico e finanziario.

A distanza di circa trent’anni quel “I want my money back”, altro storico cavallo di battaglia della thatcher-economics, sembra fatalmente riecheggiare non più nella gotica Westminster ma nella moderna e baldanzosa sede delle istituzioni europee costrette, loro malgrado, ad occuparsi e a scongiurare un muro di Berlino 2.0 le cui conseguenze politiche ma soprattutto sociali sono ancora da valutare.

 

“Stampare moneta” non è la soluzione. Ecco perchè

Le critiche che quotidianamente sono dirette all’UE sono giuste, ma spesso sono i motivi ad essere sbagliati. Prendete l’euro. Da parte dei politici, dell’informazione e della gente si sente ripetere: torniamo alla lira. E alla svalutazione, aggiungo io. Eh sì, perché costoro dicono “riacquistiamo la sovranità”, ma in realtà pensano “torniamo a battere moneta e stimoliamo l’economia”. Puro keynesianesimo!

Del resto, non potrebbe essere altrimenti visto che per anni siamo stati imbevuti di dirigismo e interventismo statale. Il più delle volte, infatti, i detrattori dell’eurovogliono eliminare un ostacolo al folle espansionismo della spesa pubblica e all’ampliamento di uno Stato inefficiente e spesso corrotto.

E se il problema, come sostiene l’“austriaco” professore spagnolo Huerta de Soto, fosse proprio il contrario e cioè, che la BCE, tradendo il suo mandato, abbia praticato una politica di espansione creditizia come dimostra l’incremento notevole della massa monetaria (M3) a livelli superiori al 9% rispetto al 4,5% preventivato?

Lasciamo stare però il dibattito Euro sì vs Euro no e torniamo al problema centrale: “stampare moneta” è la soluzione? Per i politici e i gruppi di pressione è un bene perché così si può incrementare la spessa pubblica e quindi il consenso. Per i cittadini meno. Un’eccessiva massa monetaria, difatti, crea una serie di distorsioni, aumenti di prezzo e tasse più o meno occulte che generano investimenti spesso errati con conseguenti fallimenti e crisi cicliche.

Sto parlando del fenomeno dell’inflazione. Ma cos’è esattamente l’inflazione? A una domanda del genere molti sono soliti rispondere che costituisce l’aumento dei prezzi e la diminuzione del potere d’acquisto. Non è proprio così. O meglio, stiamo parlando degli effetti. In realtà è importante sapere la causa.

Come faceva notare Von Mises l’inflazione “indica l’incremento della quantità di moneta e di banconote in circolazione e nei conti correnti”.

Precisato questo, cerchiamo di capire perché questo fenomeno è un male e perché avere più soldi in tasca (senza che contemporaneamente crescano i servizi e i prodotti) ci renda più poveri invece che più ricchi. Per evitare la fuga del lettore non ricorro a concetti quali la “riserva frazionaria”, ma ad un esempio di scuola (rielaborato per l’occasione) che spiega meglio il fenomeno.

L’ortolano Emidio, in occasione del mercato settimanale, ha una bancarella nella quale vende tra le altre cose le patate. In genere porta con sé 6 kg, che vende al prezzo di € 1 euro al kg, perché sa che è tale la quantità che sarà venduta a tre clienti abituali: Ada, Bice e Clara, le quali possono contare su un budget di 2 euro per l’acquisto delle patate.

Ecco allora che come ogni lunedì, di prima mattina, passa Ada che ne acquista 2 kg. Qualche ora più tardi è la volta di Bice che ne prende la stessa quantità ed infine di Clara che acquista gli ultimi 2 kg rimasti. A fine mattinata Emidio porta a casa, per la vendita delle patate, la somma di 6 euro.

Durante la settimana, però, succede qualcosa. Ada si è fidanzata con un falsario di nome Mario. Quest’ultimo, pertanto, le fa dono di una moneta da due euro da destinare alla spesa. Ada accetta entusiasta potendo contare ora su un budget di 4 euro.

Così la settimana successiva, sempre alla buon ora, si presenta dall’ortolano e acquista 4 kg di patate. Più tardi passa Bice che acquista i soliti 2 kg. Le patate quindi, quando in tarda mattinata passa la signora Clara, sono esaurite.

L’esperienza mette a frutto l’ingegno di Emidio il quale, non riuscendo a ottenere dal suo orto una quantità maggiore di patate e avendo avuto delle richieste insoddisfatte, pensa di aumentare il prezzo di quelle per incrementare i propri guadagni.

Ecco che alla terza settimana il prezzo delle patate è aumentato. Ora, il costo è di € 1,25 al kg. La quantità complessiva del tubero (cioè 6 kg) è invece rimasta invariata. Come al solito passa per prima Ada che con i suoi 4 euro, infatti, riesce a portare a casa 3,2 kg e non più i 4 kg della settimana precedente. Bice e Clara invece, causa il rincaro, portano a casa 1,6 kg di patate a testa e non più 2 kg.

Dall’esempio appena riportato, risultano evidenti due effetti.

1) Il primo è che l’aumento dei prezzi è l’effetto dell’aumento della moneta in circolazione e non di certo di un’improvvisa e immotivata avidità dell’ortolano. Non si creda al mito degli speculatori cattivi. Come ha scritto Antonio Martino, del resto, “l’unico modo in cui si possa guadagnare a questo mondo consiste nel comprare a poco e vendere a molto: chi acquista una determinata merce o un titolo azionario a prezzo basso e lo rivende a molto guadagna, chi effettua l’operazione opposta, comprando a molto e vendendo a poco, perde.”

2) Dall’esempio emerge un secondo effetto: l’aumento della moneta in circolazione favorisce i pochi fortunati che ne vengono in possesso subito a danno di chi non la riceve o la riceve successivamente. Prendiamo il caso sopra decritto: Ada, grazie al regalo del nuovo fidanzato falsario, nella seconda settimana acquista i 4 kg di patate al vecchio prezzo (cioè 1 euro al chilo) e nella terza continua comunque a comprare più patate (3,2 kg) di quanto facesse nella prima (2 kg).

Il tutto a danno di Bice e Clara che, nella terza settimana, si ritrovano ad avere un potere d’acquisto contratto (con 2 euro acquistano 1,6 kg di patate e non più 2 kg come nella prima settimana).

3) C’è infine un terzo effetto meno immediato: bisogna aspettare del tempo prima che, con la nuova moneta in circolazione, ci sia un aumento anche degli altri prezzi. Il tutto, peraltro, non avviene in maniera omogenea. Per capire questo torniamo all’esempio.

Nel mercato c’è un’altra bancarella dove il fruttivendolo Franco vende l’uva a € 3 euro al kg. I suoi tre clienti fissi sono le signore Bice e Clara che abbiamo già conosciuto e la signora Daria, moglie dell’ortolano Emidio.

Tutti e tre destinano all’acquisto dell’uva la somma settimanale di 3 euro. In particolare, Daria dispone della metà della somma che il marito incassa dalla vendita delle patate (in genere appunto 3 euro). Nella terza settimana però sappiamo che il marito, in seguito alla nuova moneta in circolazione, ha incassato dalle patate non più 6 euro, ma 8 euro.

Questo vuol dire che Daria, per l’acquisto settimanale della carne, avrà un budget maggiorato di 1 euro; 4 euro anziché le 3 euro che fino a prima aveva avuto a disposizione.

Per le prime tre settimane tutto procede come sempre con Franco che vende ad ognuna delle tre signore 3 kg di uva per 3 euro; alla quarta, però, Daria si presenta alla bancarella con 1 euro in più a disposizione. L’uva a disposizione del commerciante è però finita e quindi Franco non può vendere e incrementare gli incassi. Tuttavia, vista la richiesta maggiore si comporta come Emidio: aumenta il prezzo della frutta portandolo a € 1,20 il kg.

Alla quinta settimana (e quindi con un ritardo di due rispetto all’aumento operato dall’ortolano) si producono gli aumenti: Bice e Clara (che avevano già subito l’aumento delle patate) con 3 euro settimanali compreranno 2,5 kg mentre prima ne prendevano 3 kg. Daria, invece, con 4 euro acquisterà 3,3 kg circa invece dei 4 kg che ne avrebbe portate a casa la settimana precedente.

Con il passare delle settimane, dunque, la nuova moneta circola apportando, in tempi diversi, degli adeguamenti ai prezzi.

Si assiste così a due effetti di cui abbiamo già detto: a) uno è un continuo e diffuso aumento di prezzi e salari con perdita del potere d’acquisto; b) l’altro riguarda la perdita del potere d’acquisto di coloro che più tardi o per ultimo entrano in possesso della nuova moneta (è il caso dei dipendenti che si vedono aumentare la retribuzione solo nella fase finale del ciclo) mentre ne traggono vantaggio i primi (è il caso di Ada, fidanzata del falsario Mario) che ricevono la nuova moneta. Quest’ultimi, infatti, possono acquistare prodotti dal nulla e al “vecchio” prezzo.

Ora, come nel finale di un giallo di Agatha Christie, tante cose sembrano chiarirsi.

Chi è Mario il falsario in realtà? La Banca Centrale, of course. Quel soggetto, cioè che per legge immette (attraverso tecniche quali le riserve obbligatorie, i tassi d’interesse ecc.) nuove banconote con l’obiettivo (?) di “stimolare l’economia” e che interviene come prestatore di ultima istanza nel caso le banche siano inadempienti.

Chi è Anna invece? Le banche commerciali che ricevono liquidità dalla BCE o FED di turno.

Chi sono infine le signore Bice, Clara e Daria? Indovinate un po’…

Cosa penso del Carlo Rosselli visto da Gaetano Pecora

Strana assai la monografia che Gaetano Pecora ha dedicato a Carlo Rosselli (1899-1937), appena pubblicata da Donzelli nella sua collana di “saggine” (Carlo Rosselli, socialista e liberale. Bilancio critico di un grande italiano, pagine 224, euro 19).

Strana assai, certo, per lo stile di scrittura dell’autore, barocco e pieno di ornamenti più che di succosa sostanza. Ma strano soprattutto perché vorrebbe essere un “bilancio critico”, ma finisce per suonare il de profundis del suo pensiero. Il quale, nonostante i “salti mortali” compiuti da Pecora, e qualche contraddizione intrinseca di troppo, ai parametri del liberalismo, generalmente parlando, non corrisponde affatto.

Certo, gli inizi einaudiani avevano sempre tenuto a freno, negli anni venti, i conati collettivisti di Rosselli. Certo, Socialismo liberale, l’opera-manifesto del 1929, contiene una critica radicale del marxismo inteso come determinismo e arriva ad anteporre la libertà alla giustizia.

Certo, ancora, qua e là, dopo quella data, è possibile rintracciare qualche eco delle giovanili idee liberali, ma fatto sta, come Pecora scrive nell’introduzione, che quello del ‘29 “è il libro di accompagnamento che lo trasporta verso un’altra riva sulla quale dalla metà degli anni trenta esploderanno con fragore di novità tali trasformazioni e tali mutamenti che il critico guarda al suo iniziale liberalismo come attraverso un cristallo screziato”.

Da quel momento è tutto un crescendo di proposte di socializzazione intesa, come Pecora mostra, sic et simpliciter, come nazionalizzazioni: della grande agricoltura e industria, ma poi anche sempre più delle piccole attività persino artigianali.

Nella teoria di Rosselli la proprietà privata tende a scomparire e ad essere così limitata nella propria azione da non poter certo più essere definita tale. Lo Stato assume un ruolo sempre più pervasivo e Rosselli, pur consapevole dell’esistenza e critico dell’universo concentrazionario sovietico, arriva addirittura a scrivere che un qualsiasi sistema socialista, anche il più liberticida, è sempre meglio del nostro asfittico e capitalistico.

La stessa tanto decantata, dagli interpreti compiacenti, “economia a due settori”, finisce per essere in lui una economia per una parte, la maggiore, sotto il controllo dello Stato, e per l’altra, sempre più piccola, affidata a piccoli proprietari in autogestione e concessione. Ma questo solo in una prima fase, visto che per comunisti e socialisti, secondo Rosselli, il metodo è diverso, il fine, cioè la socializzazione dei mezzi di produzione e distribuzione, è lo stesso.

Pecora, che pur rimane da parte sua fermo al mito azionista della libertà che deve conciliarsi con la giustizia (laddove trattasi invece di principi che agiscono su piani completamente diversi), è costretto alla fine ad ammettere che l’attivo di Rosselli, così come emerge dal suo “bilancio critico”, è ben poca cosa da un punto di vista teorico.

A nulla vale, aggiungo io, da questo punto di vista, attenuare, come Pecora fa, il giudizio storico con la “durezza dei tempi” che imponevano scelte nette, con il fascismo che premeva da ogni lato e attentava alla vita di chi li si opponeva, con la contemporanea “corsa” a chi fosse più di sinistra e più rivoluzionario nel socialismo e nell’antifascismo italiani (e non solo italiani) di quegli anni.

A nulla vale perché, pur in quella tempesta europea, ci furono intellettuali che tennero ben ferma la barra dell’antitotalitarismo nelle due versioni allora trionfanti, di destra e di sinistra, senza asimmetrie (anche perché essi avevano un origine comune). E a nulla vale perché la bontà delle intenzioni si deve concedere a tutti, fino a prova contraria, non solo a Rosselli ma persino a molti fascisti.

Il fatto è che Rosselli non era propriamente un pensatore, ma un uomo di azione. Per di più impegnato in battaglie dure e cruente. La mobilità estrema delle sue idee andrebbe considerata perciò sotto questo aspetto prima di tutto. Dimenticando, se possibile, quelle “coloriture” ideologiche che, nel secondo dopoguerra, un’Italia alla ricerca di “padri nobili” e di un’ideologia di riferimento (quella antifascista, per l’appunto) si meritò di edificare.

Tutto preso dalla teoria, Pecora afferma poi che la spiegazione ultima della nonchalance, diciamo così, con cui Rosselli da liberale si fece socialista anticapitalista, si deve ascrivere a un altro dei suoi maestri di gioventù: quel Croce che aveva slegato la libertà da ogni concreto ordinamento giuridico ed economico, facendola essere metodo e non sistema, spirito e non materia.

L’autore di queste pagine è consapevole di essersene uscito con un paradosso, essendo Croce stato un liberale conservatore e per di più molto critico delle “accozzaglie” di concetti proprie del pensiero di Rosselli.

Pure, piuttosto che paradossale, la tesi di Pecora sembra a me bizzarra e surreale: sia perché ferma a una lettura del rapporto che in Croce si instaura fra liberalismo e liberismo che la storiografia più recente ha smontato radicalmente; sia perché, fatta astrazione della teoria, in pratica Croce fu uno strenuo difensore della proprietà privata, delle libertà occidentali e (quasi sempre) della libera iniziativa privata.

Fatto sta, in ogni caso, che il libro di Pecora è un’opportuna base per una discussione senza infingimenti sui presupposti (ahimè non liberali) di molta cultura e dell’“ideologia italiana”.

Corrado Ocone, Formiche