Le donne, la parità e la torcia della libertà

La notizia è del primo giorno del nuovo anno. In migliaia le donne indiane hanno sfilato a formare una catena umana, per oltre 600 chilometri. È avvenuto nello Stato del Kerala e il gesto ha un sottotitolo che sa di resistenza: “a sostegno dell’uguaglianza di genere“. 

Ma resistere a cosa? Si è trattato di un segnale tangibile, partito appena dopo una sentenza storica della Corte Suprema. I giudici hanno decretato la fine – per le donne tra i 10 e i 50 anni, considerate “impure” – di un divieto antico che impediva loro di entrare nel tempio Sabarimala, luogo sacro agli indù. 

Una decisione certamente rivoluzionaria, contro cui si sono subito schierati i religiosi, in un paese – l’India – che è tristemente noto per far registrare il più alto numero di spose bambine, con il 47% di ragazzine costrette a matrimoni forzati prima di avere compiuto i 18 anni e molte addirittura prima dei 10. I dati elaborati e resi noti da Save the children sono agghiaccianti. 

La reazione degli integralisti è stata violenta, scontri e proteste hanno infuocato molte città della regione. L’accesso al tempio di due delle manifestanti è durato pochi minuti e ha indotto l’autorità religiosa a disporre la chiusura del luogo sacro, per un “rituale di purificazione”, immediatamente dopo aver preteso l’allontanamento delle fedeli.   

Il 2019 inizia adesso, dunque. Davanti a noi mille sfide; per i liberali, come per chi si sente meglio rappresentato da ideologie che tradizione e cuore collocano altrove, in questi giorni la riflessione la detta l’agenda. Ci siamo chiesti cosa stessimo lasciando con l’anno che si è chiuso; da oggi dobbiamo chiederci cosa vogliamo da quello che è appena entrato. 

Le battaglie di civiltà sono terreno aperto, sconfinato. I diritti civili e le libertà sono esigenze che si coniugano insieme, senza separazione. Il pensiero va in quella direzione. Non c’è solo l’India. 

Per le donne non è stato facile pretendere parità e continua a non esserlo, anche in Italia. E se troppo spesso questo è terreno di scontro, in realtà è argine che ci rappresenta tutte, luogo che dovremmo sentirci chiamate a indagare e a cercare di seminare.  

La sfida al momento è di sopravvivenza. La cronaca dice che bisogna che le donne combattano con consapevolezza, una guerra che le sta uccidendo. Il femminismo, in un’accezione che ai più fa storcere il naso, è ciò che evoca un discorso simile; l’eccezione è delle più prevedibili. 

Ma i numeri sono dati e sono fatti. Una vittima ogni due giorni, uccisa dal partner o ex partner; sono oltre un centinaio i femminicidi nel 2018. Il termine per molti è persino scelta linguistica stucchevole e inutile. Diversamente, è necessità di piegare le parole all’urgenza di raccontare un fatto, antico quanto il mondo. 

Ma allargando la lente, l’inquadratura è più ampia e include più scene. Basta però non perdere il fuoco e la nitidezza che è nettezza, certezza dei contorni.  

Il tema del contrasto alla violenza di genere passa ad esempio, come ogni altro, attraverso piani di lettura molteplici. Quello delle parole e del linguaggio, innanzitutto, che è in fondo traduzione del pensiero. E allora si ritorna all’esempio di quel neologismo, scelto per descrivere più di un omicidio  quando la vittima è una donna; un termine in grado di dare conto tanto del sesso degli attori di quella scena del crimine, quanto del movente. Potrebbe citarsi, alla stessa stregua, l’antica querelle sull’uso non sessista della lingua, fronte tuttora assolutamente aperto. 

Fermarsi a riflettere, allora, potrebbe essere necessario; serve oggi più che mai, in un mondo che è interconnesso, peraltro in maniera ossessiva e ininterrotta. È esercizio utile per allenare i sensi all’ascolto critico e arrivare a rintracciarlo, quel pensiero, finalmente al di là dell’espressione. Bisogna sperimentarsi, in un’operazione che strati di reale sedimentatisi negli anni e impastati ad altrettante verità che potremmo definire “usa e getta” hanno reso complessa e a tratti infruttuosa.

Ma pensare è attività del mondo di oggi? 

Un passo più in là lo fa Massimo Recalcati, quando interrogandosi sui limiti e sulla spinta al loro trascendimento, si chiede se il nostro tempo abbia davvero ridotto il pensiero a un mero tabù. Il ragionamento è interessante perché attuale, quando prova a spiegare la violenza. “Quello che più conta oggi non è tanto il pensare quanto l’agire – teorizza lo psicoanalista, in un interessante saggio per Einaudi – Sembra un’evidenza: non è il pensiero a essere la virtù più celebrata, quanto l’agire. Ma quando l’azione si stacca dal pensiero tende ad assumere la forma di un passaggio all’atto, ovvero di una scarica all’esterno di quelle tensioni interne che la vita non riesce a tollerare. Non è forse quello un modello che aiuta a comprendere la spirale di violenza che ci circonda?”.

La domanda aleggia attorno a noi, figli di un presente fatto di forti contrasti, spesso cruenti, e dai contorni sempre più liquidi. Ecco che, talvolta, la risposta può arrivare dall’analisi. Quando “anziché elaborare i conflitti che attraversano la nostra vita individuale e collettiva passiamo a evacuarli direttamente nella realtà attraverso l’atto cruento”, assistiamo alla via breve della violenza  che tenta di sostituire la via lunga del pensiero. Quello esige tempo, l’azione no.  

“Dovunque l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo”. Entra in gioco un fattore di stallo. Bisognerebbe creare ponti e non muri e, questo, è concetto inconfutabile. I conti si devono fare con la paura. L’ansia che l’altro travalichi i nostri confini completa il quadro, facendo di noi singoli uomini e singole donne, in perfetta solitudine davanti alle proprie battaglie. Soli e troppo spesso in preda a emozioni che non sappiamo penetrare, senza che degenerino in panico che, poi, nemmeno gli artifici della mente o quelli della materia sanno sedare.

Ma alla base del disagio cosa c’è? Se i tabù ci frenano, dovremmo chiederci qual è il nervo scoperto. Se ciascuno di noi provasse a dare una risposta, si potrebbe anche scoprire che il tasto dolente ha a che fare con la libertà. La libertà di essere che è poi, inevitabilmente, anche libertà di dire ciò che si è. Vale per le donne, da millenni certo, ma in fondo non vale solo per loro. 

Ecco che nel mio primo contributo alla Fondazione Luigi Einaudi, la riflessione su pensiero, azione e infine libertà segue un percorso che magari sorprende. E attraversa il tempo, finendo per far grumo attorno alla storia di Jan Palach. 

È di questi giorni, infatti, l’annuncio che la FLE avvia un progetto che è commemorazione, 50 anni dopo. Al centro c’è il  giovane studente il cui sacrificio è simbolo di lotta a ogni forma di repressione. Lo strumento prescelto è quello di un tavolo di studio, il 18 e 19 gennaio, e – a chiudere i lavori – la deposizione di una corona in Piazza San Vencesla, nel giorno dell’anniversario che è quello del suicidio, avvenuto a Praga nel 1969. 

Segnatamente, su quei fatti molto si è scritto. Molto si è elaborato, fino a una lettura estrema che ha persino reso il giovane praghese una delle icone dell’anticomunismo ceco. La traslazione, compiuta sugli altari dell’estrema destra europea, ha poi finito per snaturare quel gesto, del quale se un tratto rimane – al di là del colore e dell’ideologia – è il suo mostrarsi profondamente umano. Per dirla con Recalcati, è gesto che rompe ogni argine e ogni tabù, e insieme ogni senso umano del limite.  

L’intento della Fondazione è chiaro: bisogna riaccendere quella torcia. E allora decidiamoci a illuminare, ancora una volta, il concetto stesso di libertà nella declinazione di Jan Palach, in quella di Benedetto Croce, come in quella delle femministe.   

Per ritornare alle donne di ogni continente, in Italia come in India, l’urgenza è che ci si impegni tutte (e tutti), in uno sforzo quotidiano. Perché l’ansia di essere libere è anelito a cui, proprio noi, non possiamo e non dobbiamo rinunciare. 

L’uomo è padrone del proprio destino?

Incertezza, imprevedibilità, ignoranza, fallibilità. Tutte parole che, udite o lette da un liberale, suonano familiari e per nulla spiacevoli. Anzi, esse fanno intrinsecamente parte della condizione umana e, realisticamente, sono specificità che non possono eliminate, benché vi sia stato qualcuno in passato che ha tentato, con esiti disastrosi, di trascenderle.

In un breve, ma pregnante saggio in uscita sul terzo numero della rivista “Paradoxa”, Sergio Belardinelli riflette sull’idea che, per evitare conseguenze spiacevoli – leggasi ritorno a società chiuse e ammantate di pensiero magico-sacrale-superstizioso –, soprattutto in riferimento a chi si trova oggi nel momento di formazione e maturazione personale – processo che, in fin dei conti, dura tutta la vita – la società dovrebbe riscoprire i caratteri ineliminabile dell’essere umano. «Semplicemente credo – sostiene a ragione il Nostro – che in questo tipo di mondo, almeno finché continueranno a esserci gli uomini, ci sarà sempre un elemento imponderabile di imprevedibilità». La lezione hayekiana rimane, in questo senso, ineludibile. La pretesa di poter travalicare le naturali imperfezioni, i limiti che ci rendono uomini, e non già dei, non possono che essere rigettati con disprezzo. Un conto, infatti, è utilizzare con umiltà i mezzi che il progresso tecnico-scientifico ci mette a disposizione. Si tratta, dunque, di considerarli ragionevolmente come strumenti perfettibili per i nostri scopi e utili al fine di migliorare, poco a poco, il nostro benessere. Altra cosa è, invece, impiegarli in modo fideistico e trattarli alla stregua di fini in sé. E, soprattutto, si tratta di non dare per scontato ciò che si è raggiunto con alacrità e fatica durante questo cammino irto di ostacoli. Alquanto verosimile risulta, non a caso, che a un progresso il quale, come tutti i prodotti umani, risente di precarietà e fragilità, possa seguire una fase di regresso. In altre parole, parafrasando Popper, possiamo dire che il prezzo del progresso conquistato e, in generale, della civiltà è l’eterna vigilanza.

Il filosofo-sociologo marchigiano, inoltre, si focalizza sul concetto di rischio. Come egli riporta, una delle idee che vanno più di moda attualmente è quella secondo la quale vivremmo in una Risikogellschaft, ovvero in una società rischiosa. Sulla scorta di quanto scritto da Frank Knight, il rischio può essere definito come «un’incertezza misurabile». In tal senso, gli strumenti scientifico-tecnologici conquistati possono esserci d’aiuto per prevedere limitatamente, si badi, alcuni fenomeni. Ma non possono in alcun modo imbrigliare la realtà in schemi precostituiti e definiti una volta per tutte, com’è tipico del più gretto determinismo e del più ottuso costruttivismo.

Uno dei fondamenti più grandiosi della modernità e, di conseguenza, comportante un altissimo tasso di onerosità, è il “rischiaramento” delle menti, identificantesi, citando Kant, con «l’uscita dell’essere umano dalla stato di minorità di cui egli stesso è colpevole». Ebbene, se non impiegato in modo umile e modesto, tale principio si trasforma ben presto nella più proterva hybris, conducendo l’uomo all’esiziale concezione che tutto possa essere modificato seguendo un piano intenzionale che dà vita esclusivamente ad esiti prevedibili. Nulla di più sbagliato, e per fortuna. Infatti, proprio l’idea che non possa umanamente esistere una mente superiore e onnisciente ci rende liberi e lascia aperta la nostra esistenza alle sperimentazioni le più varie e soggettivamente stabilite. Con le parole di Hayek, «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino: la sua stessa ragione progredisce sempre portandolo verso l’ignoto e l’imprevisto, dove egli impara nuove cose».

Tornando, così, al saggio di Belardinelli, questi mette in luce come ormai si sovrappongano e, quindi, si confondano incertezza e rischio. Si pensa che l’uomo possa in definitiva tutto controllare e, in tal modo, si opera con presunzione come se la vita e gli eventi siano pure marionette. Logicamente, se ogni cosa è controllabile, calcolabile e manipolabile, il concetto di incertezza viene (apparentemente) spazzato via e sostituito da quello di rischio. Ma il rischio altro non è che il prezzo da pagare per l’esercizio della libertà individuale dovuta, quest’ultima, all’impossibilità gnoseologica che esista una mente sovrumana che tutto sa e tutto dispone. «La società odierna è rischiosa soprattutto perché un sempre maggior numero di eventi dipende dalle nostre scelte, dal nostro potere e dalla nostra libertà», cioè a dire che il tasso di rischiosità odierno è l’altra faccia della medaglia della libertà di cui oggi possiamo godere. Libertà che si accompagna, di necessità, alla responsabilità che si deve sostenere per l’esercizio di scelte individualmente decise. In passato, la fallace credenza che l’esistenza fosse più certa e sicura era per l’appunto un’illusione. Molto semplicemente, ridotto era il rischio, giacché minore era la libertà di scelta e, di conseguenza, più bassi i costi cui si andava incontro. Tuttavia, l’incertezza era, e rimane oggi, la medesima.

Per concludere, è oggi più che mai necessario educare all’incertezza – che è il titolo, non a caso, del saggio dello studioso marchigiano – in quanto, solo tornando consapevoli dei tratti imperfetti e peculiari della natura umana, si possono evitare fraintendimenti perniciosi e tentazioni reazionarie e di chiusura nei confronti della società aperta, come se l’incertezza possa essere estirpata dal nostro mondo. Se crescono i rischi, infatti, è «perché crescono in qualche modo le nostre conoscenze e la nostra libertà». E, pertanto, citando ancora una volta Hayek, «libertà non significa che l’individuo ha nello stesso tempo la possibilità e l’onere della scelta; significa anche che deve subire le conseguenze delle proprie azioni». Una società libera è normale che sia rischiosa. Se ci trovassimo in una società priva di rischi, è probabile che ci troveremmo in una società priva di libertà, ma con la sempre presente incertezza che ci contraddistingue in quanto essere umani.

Il principio di tutte le cose? L’Aperol

Io devo confessarvi che mi sta sul cazzo praticamente tutto e sono infastidito da tutto. Siamo in una di quelle situazioni che si dicono di merda, in cui ci metti cinque minuti a distruggere ciò che è stato fatto in cinquant’anni. Ma che ci posso fare? Niente. Così hanno voluto gli italiani, così ha voluto la mia generazione che è fatta di gente fraccomoda che osanna i diritti e odia i doveri e peggio è fatta la generazione successiva che ritiene che lo Stato sia come l’albero che il Gatto e la Volpe dissero a Pinocchio che sarebbe spuntato al campo dei miracoli nella città Acchiappacitrulli se il burattino avesse interrato le sue quattro monete d’oro. I finti dibattiti televisivi, gli articoli arruffati, la propaganda infinita, la cialtroneria e l’ignoranza ostentate senza vergogna, tutto mi mette di malumore e mi dà un senso di nausea fino ai conati di vomito. Non avrei mai immaginato che le condizioni morali e intellettuali del tempo italiano mi avrebbero gettato in questo sconforto che una volta sarebbe passato con una risata liberatoria e ora, invece, sembra uno stato d’animo permanente subìto senza via d’uscita per mancanza di un avversario decente.

È come se il mondo fosse impazzito e tutti gli adolescenti, i ragazzini, i fanciulli, i bulli fossero scappati di casa a prendere i posti lasciati vacanti dagli adulti. Ormai ognuno può fare e dire ciò che gli pare perché le parole e il pensiero sono state svincolate dal principio di non contraddizione, mentre le intenzioni e le azioni possono fare a meno delle condizioni date e dell’obbligo di produzione. L’altro giorno, in un momento in cui il malumore mi dava un po’ di tregua, si parlava con un giovane studente di filosofia greca e di quello strano principio – l’arché – dal quale i grandi disoccupati della storia antica facevano discendere tutte le cose. Secondo Anassimandro l’Apeiron, ossia l’illimitato, è il principio di tutte le cose limitate che si manifestano nella nostra esperienza. Il ragazzo, alle prime armi negli studi della vita spericolata, mi ha detto che secondo Anassimadro il principio di tutte le cose è l’Aperol. Non ci avevo mai pensato ma una lettura alcolica della storia della conoscenza potrebbe essere più corrispondente alla verità. Senz’altro ci darebbe la possibilità di capire meglio questa Italia in cui la filosofia sarebbe il proprio tempo appreso con un Campari e un Punt e Mes nell’happy hour dell’orrida Apericena.

È probabile che abbiate lasciato la lettura di questo articolo, scritto con il fegato più che con la testa, al terzo rigo. Avete fatto bene. Ma allora per chi cazzo sto scrivendo? Per me stesso. Siate fedeli alla massima caustica di Karl Kraus: “Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?”. Purtroppo, abbiamo esagerato. E non perché non si legga più ma per due altri motivi: perché non si sa più leggere e perché, non sapendo più leggere, si leggono solo cose che sono già morte prima di nascere. Edmondo Berselli prima di morire, in quella sua breve vita in cui riuscì a mettere da parte tante cose che ci sono utili se sapessimo ancora leggere, diceva che gli piaceva tutto ciò che era popolare e, quindi, il calcio, le canzonette, il cinema e si spingeva a dire che difficilmente il popolo sbaglia; invece – aggiungeva – la sinistra non pensa al popolo, bensì ai miti popolari: a Benigni a Baricco, ai totem culturali delle professoresse democratiche.

Io devo confessarvi che mi sta sul cazzo praticamente tutto ma non è il caso di farne un dramma, meglio ridere su questa Italia da piangere. Happy hour.

Fenomenologia di Diego Fusaro, l’accusatore del “liberismo turbo-capitalista”

A margine delle dichiarazioni, a sicuro effetto mediatico, della fidanzata del filosofo Diego Fusaro sulle abitudini sessuali dell’illustre promesso sposo, è in corso una polemica fra lo stesso filosofo e il giornalista di Libero Giovanni Sallusti. Premetto che sono amico di entrambi i giovani contendenti, nonostante il rapporto con Fusaro col tempo si sia alquanto raffreddato, mentre quello con Sallusti, facilitato forse dalla concordanza di vedute etico-politiche, si è consolidato.

Nonostante ciò, l’articolo di Sallusti, a cui oggi Fusaro risponde online, non mi ha convinto. Non perché – resti beninteso – anche io non creda che il filosofo torinese non vada aspramente criticato per le sue idee per i suoi comportamenti, ma perché l’impianto dato da Sallusti alla sua critica non funziona. Fusaro, infatti, è tutto fuorché incompetente: anzi, quando io l’ho conosciuto una decina di anni fa, era uno dei più brillanti giovani filosofi della sua generazione, autore di libri seri e patrocinatore di interessanti attività culturali. Senonché, a un certo punto, sicuramente per ambizione e voglia di emergere, egli ha compreso che oggi c’è poca speranza per un giovane studioso di filosofia, per quanto bravo, di arrivare ad avere un ruolo pubblico o di intraprendere una dignitosa carriera accademica senza particolari appoggi.

Ecco allora che il nostro, con lampo di genio, da filosofo serio si è trasformato in “animale mediatico”, quasi uomo di spettacolo e di intrattenimento pronto all’uso per un giornalismo d’accatto e per i talk show televisivi. Su questo nuovo terreno di gioco, egli ha capito che oggi non c’è spazio per la filosofia ma che, invece, ce n’è per il filosofo come personaggio.

Fusaro è pronto ad esagerare le proprie idee, a venderle sotto forma di slogan (meglio se incomprensibili ai più, o senza significato), prendersi elogi e insulti in egual misura (secondo la regola fondamentale della società dello spettacolo, sintetizzabile nell’espressione: “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”).

Va poi aggiunto che Fusaro, allievo di Costanzo Preve, ha una formazione marxista: elemento che, nella sua nuova veste, lo agevola ancor più. Non dimentichiamo che il pubblico medio dei talk show ha una cultura d’accatto, che si rifà ai canoni marxisteggianti tardo-sessantottini della lotta alle ingiustizie, al Capitale, al “sistema”. E queste persone, pur essendo perlopiù di estrazione piccolo o medio borghese, amano essere continuamente rassicurati e compiaciuti del fatto di essere dalla “parte giusta” (forse in ricordo di tratti esistenziali legati alla loro giovinezza, per necessità accantonati).

Fusaro è molto bravo nel rispondere a queste esigenze e non esita mai a ricondurre ogni nefandezza del mondo al trionfante “liberismo turbo-capitalista” (che è uno di quei concetti astratti o generali di cui parlava l’economista e sociologo Friedrich von Hayek ma che, in fin dei conti, non significa nulla). Nella migliore dell’ipotesi, la sua è un’elitista operazione di smascheramento delle dinamiche della società dello spettacolo, o meglio della cultura e delle politiche spettacolarizzate. Nella peggiore delle visioni, un consapevole opportunismo fatto alle spalle dei tanti “ingenui” che costituiscono il “pubblico” di cui la comunicazione spettacolarizzata ha bisogno.

La cultura è di destra o di sinistra?

Si chiama un po’ enfaticamente “Stati Generali della cultura di destra” l’incontro organizzato, per il prossimo 13 ottobre, da un agguerrito e folto gruppo di giovani riuniti sotto le insegne dell’Associazione “Nazione futura”. Sono conservatori, ma nel senso moderato e liberale del termine. E sono stati organizzati a livello nazionale da un giovanissimo studioso, editore e ideologo di Cesena di nome Francesco Giubilei.

L’occasione porta a interrogarsi sulla possibilità stessa che possa esistere, in un senso profondo e non empirico, una “cultura di destra” opposta e diversa da una “di sinistra”. In linea di principio, direi proprio di no: la cultura, nella sua giusta pretesa di universalità e nel suo essere disinteressata, sembrerebbe non sopportare aggettivi di sorta. Il fatto però è che l’ideale dell’avalutatività e quello dell’ “autonomia della cultura” sono stati nel Novecento minoritari. La cultura, nel secolo scorso, si è messa al servizio del potere e della politica: si è fatta partigiana, quando non si è addirittura “militarizzata”, Quelli che si sono affermati sono stati gli ideali dell’impegno sociale dell’intellettuale e persino dell’intellettuale organico. Questo processo ha toccato le vette della cultura novecentesca ma si è poi trasmesso in tutto il vasto ambito della cultura media e diffusa (editoria, generando stilemi e modi di ragionare che fanno ancora oggi parte, in maniera più o meno consapevole, del mainstream, del bagaglio culturale di chi si occupa in senso lato di faccende intellettuali (editori, organizzatori di eventi, giornalisti, ecc.).

In modo irriflessio, noi stessi siamo portati a chiedere all’uomo di cultura linee guida per l’azione e non come sarebbe più logico linee guida per capire qualche aspetto del reale, nei limiti della precarietà e finitezza umana. I cosiddetti “intellettuali”, pur di avere successo, si sono attrezzati, e raramente hanno la capacità e la volontà di uscire fuori dal seminato, di contraddire ciò che il pubblico medio da loro stessi formato vuol sentirsi dire. Anzi, il conformismo intellettuale tende ad escludere chi non segue la corrente del luogo comune, un po’ per opportunismo e un po’ per convinzione.

Quella che domina è perciò una Mezza Cultura, che pur essendo intrinseca alla società di massa è altra cosa, come ci ha insegnato Dwight McDobald, dalla “cultura di massa” propriamente detta perché anzi si atteggia senza poterselo permettere ad alta cultura. Non è Mezza Cultura quella, ad esempio, del “politicamente corretto”, che pretende di riscrivere la storia secondo gli ideali delle quote di genere e razziali o altri parametri di siffatta natura? Gli intellettuali della Mezza Cultura sono poi – guarda un po’! – i più agguerriti contro quella che definiscono l’incultura e di massa, quelli sempre pronti a dare patenti di incompetenza ai “barbari populisti”. La Mezza Cultura è, a ben vedere, figlia di quel processo di assalto alla cultura e al canone occidentale a cui loro per primi hanno messo mano. Ma tant è.

Quello che qui mi preme piuttosto sottolineare è che il mainstream è ancora oggi, in Italia ma non solo, quello dettato dalla sinistra. A cui è sbagliato e vano opporre, a mio avviso, una cultura di destra, che si proponga di promuovere una cultura diversamente atteggiata ma comunque di parte. Il compito della Destra, ma io preferisco dire di una forza conservatrice e liberale, deve invece essere quello di ripristinare il sacro valore della cultura, nella sua autonomia e quindi anche, come conseguenza, nella sua libertà e spregiudicatezza (nel senso di non avere pregiudizi che non si possano mettere in discussione).

Una cultura alta, ovviamente, classica, che non dà formule e “ricette” a buon mercato ma instilla dubbi. Una cultura che esige quel “travaglio del concetto” di cui parlava Hegel. Una cultura non (solo) tecnica, ovviamente, ma da far apprezzare e rispettare da tutti e da divulgare in modo semplice e serio (sarebbe un errore anche che gli studiosi si rinchiudessero nella turris eburnea dei loro studi). Certo, un ideale, ma un buon ideale a cui, con realismo, tendere da avere come guida.

Un esempio di un modo di fare cultura non partigiano è stato, ad esempio, il neonato Festival della Politica, organizzato il 10 e l’11 settembre scorsi dall’ Associazione culturale Isaiah Berlin a Santa Margherita Ligure (una località in cui il pensatore inglese, che quanto a anticonformismo intellettuale non era secondo a nessuno, era di casa). Esso, pur essendo passato sotto silenzio sui giornali (solo “Il Giornale” ne ha parlato), ha rotto con quel modo di fare, che a volte assume aspetti parossistici, che Marcello Veneziani ha così ben sottolineato in un perfido ma veritiero tweet qualche giorno fa: “il Festival della Filosofia di Modena come il Carnevale di Viareggio: sono sfilati i carri ideologici della sinistra filosofica. Pensiero Unico, sempre più uniforme, sempre meno pensiero”. L’organizzatore del Festival della Politica, Dino Cofrancesco, pur essendo ascrivibile al milieudegli uomini di cultura conservatori e liberali, o anzi proprio per questo, ha avuto invece il merito di mettere attorno ai vari tavoli in cui si discutevano i temi del Festival relatori ascrivibili a tutte le posizioni teoriche e politiche, provenienti fra l’altro da diversi settori disciplinari o con diverse competenze (gli argomenti affrontati: la proliferazione dei diritti, la corruzione percepita e quella reale, la crisi e il futuro della democrazia, dazi e libero commercio, sovranità nazionale, globalismo e Europa. il futuro della sinistra). L’incontro è stato la dimostrazione che l’ideale berliniano del pluralismo è possibile e che per rendere vivace un dibattito basta ragionare con onestà intellettuale e senza pregiudizi. I temi affrontati sono stati quelli dell’attualità politica .

Che dire? Rompere, in ambito culturale (non ovviamente in quello politico), il tavolo gioco destra vssinistra, un tavolo imposto dalla sinistra, è oggi una battaglia che una forza conservatrice, che ha come bussola e riferimento la Tradizione, dovrebbe far propria. E dovrebbe farlo anche una forza liberale perché solo in quella battaglia è riposta la speranza di ridare vigore a quell’ Occidente che, con i suoi valori, deve continuare ad essere il nostro spazio ideale e non solo geografico.

 

Il Progresso? È solo un’illusione

Credo che chiunque ami definirsi progressista debba affrontare la sfida concettuale che si trova in un libro che il sociologo americano Robert Alexander Nisbet (1913-1996) pubblicò nel 1969 per la casa editrice dell’Università di Oxford. Il grosso tomo, un vero e proprio classico, esce solo ora in traduzione italiana (di Stefano Magni) per IBLibri, la casa editrice dell’Istituto Bruno Leoni di Milano, con il titolo: Storia e cambiamento sociale. Il concetto di sviluppo nella tradizione occidentale (prefazione di Sergio Belardinelli, pagine 339, euro 22).

Di storie dell’idea di Progresso ne esistono in verità di buone anche in italiano, da quella di John Bury alle altre più teoretiche di studiosi come Gennaro Sasso e Raffaello Franchini (non è stata mai tradotta invece quella che Nisbet stesso pubblicò nel 1980). Quello di Progresso è un concetto che, oltre ad avere avuto un indubbio riscontro pratico nella mentalità moderna, a partire almeno dall’età dell’illuminismo, è stato concepito e teorizzato nei modi più diversi da filosofi, scienziati, uomini di lettere. Ripercorrerne la storia è sicuramente un modo per ripercorrere la storia della nostra civiltà da un angolo visuale significativo. Tutto sommato si può però dire che progressisti e antiprogressisti si siano comunque mossi su un terreno comune, quello che ha dato per scontato lo sviluppo per accumulazione di conoscenze e anche di sensibilità in lato senso morali. Che è proprio invece il dispositivo logico, il meccanismo mentale, che Nisbet vuole mettere in discussione e smontare.

La storia, dalla visione ciclica a quella progressista

Prima di tutto egli vede una sostanziale continuità nella tradizione occidentale, dai Greci fino ai giorni d’oggi, nel modo di intendere la storia: tradizione giudaico-cristiana e tradizione classica non sono da concepirsi in antitesi. Anzi è proprio nel pensiero greco, precisamente nell’elaborazione del concetto di physis o “natura” delle cose, che è da ravvisare quella metafora organicistica che ci porta a pensare alla storia nel suo complesso e a ogni singola civiltà come fossero una pianta o un albero, quindi con un loro ciclo vitale fatto di nascita, crescita e infine decadenza e morte. Il pensiero sociologico, erede di questa tradizione, ha pensato il cambiamento sociale, che è il suo oggetto specifico, in quest’ordine di idee, che potremmo definire “sviluppista”. Lo sviluppo è diventato una chiave euristica in senso conoscitivo e si è imposto quasi come un dovere morale il seguirlo (prospettando un’età futura di pace, giustizia e libertà) o il negarlo (propronendo il ritono ai buoni costumi di una antica “società dell’oro” che in vero non è mai esistita).

Dalla teoria ciclica greca alla concezione teleologica e provvidenzialistica cristiana, fino all’idea di Progresso e alle teologie secolarizzate dell’età moderna (in primis quella marxista), fino ancora al nostro quotidiano pensiero irriflesso, è uno stesso meccanismo mentale che ha funzionato. E una stessa metafora: quella che riconduce lo sviluppo storico, e quindi umano, alla crescita, e quindi ai processi che hanno corso negli organismi viventi. Particolarmente significativo è considerare a tal proposito che Nisbet, da una parte, sembra avvicinarsi alla classica interpretazione di Karl Loewith secondo cui il progressismo moderno è la secolarizzazione dell’idea cristiana di sviluppo storico su base provvidenziale; dall’altra, come se ne discosti perché mostra che, nel profondo, le differenze fra la concezione pagana dei  cicli storici e quella giudaico-cristiano del progresso lineare, ereditata dalla modernità,  sono da considerarsi come la diversa modulazione di uno stesso spartito, quello sviluppista, Il concetto di “necessità storica” che troviamo, fra gli altri, in Karl Marx ha le sue radici nella filosofia di Sant’Agostino, in cui anzi nasce propriamente, come spiega questo libro nelle intense e originali pagine sul vescovo di Ippona.

Contestare i progressisti da un’altra ottica

Nisbet è stato uno dei massimi studiosi conservatori della seconda metà del secolo scorso, ma la sua critica viene a coinvolgere anche classici del pensiero che all’idea di progresso si sono opposti e che solitamente vengono ascritti alla categoria del conservatorismo. E coinvolge addirittura autori, come Oswald Spengler, che hanno teorizzato il declino e la decadenza. Tutti hanno infatti accettato il campo da gioco tracciato dagli sviluppisti, semplicemente cambiando segno al giudizio morale da dare al procedere della storia. Nisbet propone invece di contestare i progressisti in un modo ancora più radicale, cioè mettendone in discussione lo stesso modo, a torto considerato “naturale”, di guardare alla storia: è di un altro occhio, di una differente prospettiva, che secondo lui c’è bisogno. Il modo comune di guardare alla storia, che potremmo definire metafisico, tende infatti a razionalizzare il mondo umano, così come lo scienziato fa con la natura. Ciò comporta l’eliminazione dal nostro orizzonte del caso singolo nella sua specificità, e quindi anche della casualità e imprevedibilità con cui esso si impone. Da qui le comparazioni storiche, spesso inappropriate (ad esempio, potremmo dire noi con un occhio all’attualità, quelle che portano a vedere il ritorno del fascismo storico in ogni episodio di intolleranza del tempo nostro). Da qui anche l’esigenza, che pure ha un suo valore pratico, di ricondurre il caso singolo a “leggi generali” e a non considerarlo come la particolare risposta data dagli uomini a problemi emersi con forza e prepotenza dall’esterno in quello specifico tempo e contesto.

Quella di Nisbet è così una concezione puntualistica della storia, e dell’attività dello storico, che lo avvicina molto, ai teorici dello storicismo tedesco (ad esempio Leopold von Ranke) e a importanti storici tout court (da Erodoto e Tucidide fino a Theodor Mommsen). E che lo porta anche a scrivere pagine di ammirazione nei confronti di Max Weber, che, come gli storicisti tedeschi, faceva riferimento ad un orizzonte dopo tutto relativistico. Nisbet, in verità, non si pone il problema del relativismo, almeno per quanto io ne sappia. Anzi i suoi valori sembrano solidi e precisi e sono quelli del conservatorismo liberale classico: né individualista né statalista ma molto attento ai corpi sociali intermedi (a cominciare dalla famiglia) che proliferano nella società come garanzia di libertà. Una predilezione però di gusto se, per certi versi, Nisbet sembra portare più a fondo di Friedrich von Hayek la critica alle astrazioni logiche e alle generalizzazioni: l’affermazione “nessuno ha mai visto morire una civiltà” con cui si apre il libro ha, a mio avviso, un valore logico-epistemologico prima che storico.

“Smontare” i miti

In ogni caso, la grandezza del libro sta nella pars destruens, nella capacità che Nisbet ha in sommo grado di smontare i miti del discorso politico e del pensare comune. Non solo quello di sviluppo, ma anche, come dicevo, quelli di Individuo e Stato: il primo non può concepirsi infatti come un ente isolato, il secondo nasconde sempre concreti e sedimentati rapporti di potere. Ma miti sono anche la democrazia, la giustizia, la stessa libertà se considerata avulsa dai contesti storici e slegata da ogni regola o consuetudine. Mito è forse anche, pur se Nisbat non lo dice, quello di una comprensione storica “pura” e scevra da ogni mito, metafora, pregiudizio, persino utopia. Dopo tutto il monito di Ranke a conoscere i fatti per come effettivamente si sono svolti è illogico e utopistico. Fatto sta che, “in negativo” appunto, anche questa idea può servire a smontare e mostrare i limiti di un pensiero metafisicamente atteggiato. Per questa via il libro, che come si è capito è una dotta e documentata ricostruzione storica, ricca di spunti, finisce per essere sicuramente un ottimo antidoto alla sociologia positivistica, che ancora domina il nostro pensiero. Non è un caso che la critica ad essa sia compiuta con metodo storico, mostrando come concetti generali, come quello di mutamento (da non non confondere con quello di movimento) falsifichino la comprensione degli eventi, immettendo in essa pregiudizi intellettuali che solo a posteriori cerchiamo di far combaciare con i fatti.

Più in generale, mi sembra di intravedere in Nisbaet una più radicale critica, in nome della storia, a tutto il pensiero sociologico, anzi alle scienze sociali nella loro totalità, almeno così come si sono affermate negli ultimi due secoli (pur sorgendo su basi profondamente radicate nella cultura occidentale). “Quali che siano le esigenze di una teoria sociale, le prime a dover essere soddisfatte sono quelle della realtà sociale che troviamo unicamente nei dati storici”. Tutto il resto è sicuramente secondario”: così significativamente il libro di Nisbet si chiude.

Ancora più a fondo, mi sembra che nel sociologo (ma ormai è chiaro che è riduttivo definirlo tale) affiori a tratti anche la consapevolezza, essa sì liberale, della tragicità della vita, della inconciliabilità dei suoi elementi, e della necessità di tenere sempre aperta la tensione fra essi. A dimostrazione di ciò, in conclusione, credo anche io, con l’autore della incisiva prefazione, che sia opportuno riportare la pagina con cui simpateticamente Nisbet cerca di trarre il senso ultimo delle riflessioni sulla democrazia di Alexis de Tocqueville (che sempre Belardelli considera, insieme a Edmund Burke, il suo autore di riferimento). Eccola: “La libertà libera ma incatena – in un nuovo tipo di dispotismo al quale solo le democrazie si trovano a dover far fronte. L’individualismo emancipa ma incatena – in nuove forme di egoismo, di isolamento spirituale e di nervosismo incessante. Il secolarismo dischiude le menti su nuovi mondi di conquista, ma sistematicamente affievolisce il desiderio di agire. L’opinione pubblica trionfa sulla tirannia dei principi, ma diventa essa stessa una forma di repressione del pensiero individuale più forte di ogni altra riscontrabile nell’Inquisizione spagnola. E sotto forma di democrazia, il potere diviene ancora più pervasivo di quanto non lo sia nelle mani di monarchi assurti al trono per diritto divino”.

Ecco, a me sembra che il centro della questione sia proprio qui. E anche il problema dell’oggi.

Corrado Ocone, Il Dubbio 12 settembre 2018

Società di massa e abbrutimento individuale

«Se ripenso a me, mi faccio orrore da solo». Così esordisce Mattia Feltri nel suo pezzo – “Le vacanze deficienti” – del 23 agosto su “La Stampa”. Il giornalista, penna felice, mordace e mai banale, non di rado riesce a strappare un sorriso anche quando la reazione più corretta sarebbe semplicemente mettersi le mani nei capelli, e per l’ignoranza che dimostriamo e per la spocchia con cui ce ne vantiamo. Raccontando di una sua vacanza in Portogallo, dipinge in maniera esemplare un tipico individuo massificato che, grazie alla tanto bistrattata società aperta e a quel mostro luciferino che è il capitalismo, visita la Torre di Belém a Lisbona e si trova a non sapere che la scala a chiocciola è regolata da semafori e percorribile, dunque, a orde turistiche alterne: o in discesa o in salita. Violando le regole di viabilità, ripreso, caso vuole, da un gruppo di integerrimi tedeschi e ragguagliato da un altro turista italiano, il nostro incontra un gruppo di romani che, però, dopo essere stati biasimati dal nostro, non hanno alcun problema a rispondere che loro le regole non le rispettano nemmeno in Italia. Apparentemente insignificante, l’episodio fa riflettere Feltri sulle straordinarie possibilità che il mondo contemporaneo ci serve, ma che, al contempo, senza una decente umiltà individuale e un’adeguata capacità di andare oltre la massificazione generale, ci abbrutiscono.

Qui non si vuole assolutamente criticare il capitalismo o, se si preferisce, l’economia di mercato, sia chiaro. Esso, infatti, ha consentito un prodigioso miglioramento delle condizioni sociali delle masse, checché ne dicano marxisti, fautori della decrescita felice e simili. Con le parole di Mises, esso è «produzione di massa per soddisfare i bisogni delle masse» e permette oggi di godere di beni e servizi che un tempo erano inimmaginabili, poi sono divenuti fruibili da una sparuta minoranza di persone oltremodo abbienti e, infine, per l’appunto sono diventati beni e servizi di massa. Si vuole, al contrario, mettere in luce come, di pari passo col sistema economico capitalistico sia necessaria una reazione individuale e interiore che ci scampi dalla massificazione universale e impedisca di renderci, per dirla con Röpke, un anonimo «mucchio di sabbia, della quale i granelli sono rappresentati da individui più che mai asserviti, impersonali, isolati, abbandonati e socialmente disintegrati». Questa è, ahimè, il destino di una società che, anziché incentivare la diversità, elogiare il pluralismo, perno della prosperità e della civiltà occidentale, promuove l’eguaglianza, si fa piatta e ci fa regredire.

L’ “uomo massa”, ci dice efficacemente il giornalista, «dà un’occhiata a tutto e non vede niente», quando gira il mondo «esporta sé invece di importare sapienza». In altre parole, l’ebbrezza di poter viaggiare a poco, visitare anche il paese più remoto e i monumenti più spettacolari, ci ha illuso che automaticamente questo ci rendesse individui migliori e più colti. Nulla di più sbagliato.

Non è la possibilità di fare ciò che un tempo era un’attività tipicamente aristocratica che ci eleva; non è che la democrazia, con l’inclusione sociale e politica delle masse, ci rende individui più dignitosi. Spetta piuttosto a noi, individualmente, evitare l’abbrutimento conformistico verso cui le nazioni democratiche, come osservava Tocqueville, sono spinte mediante il materialismo sfrenato e il desiderio di totale eguaglianza. Questi, infatti, caratterizzano lo spirito democratico. Esso, come in un circolo vizioso, contemporaneamente brama una sempre maggior eguaglianza e coltiva tale famelica smania.

Gli anticorpi e gli argini alla degenerazione democratico-materialistica vanno trovati interiormente, nella consapevolezza dell’importanza della diversità, della tradizione e del passato, dello spirito comunitario e di ciò che va «al di là dell’offerta e della domanda». Ancora con Röpke, «l’uomo deve anzitutto esistere come essere etico-spirituale». «Se gli uomini giungessero a contentarsi solo dei beni materiali», ammonisce Tocqueville, «c’è da credere ch’essi perderebbero a poco a poco l’arte di produrli e finirebbero per goderne come brutti senza discernimento e senza progresso». Per non perdere la strada della civiltà, per non dover più rabbrividire al nostro progressivo abbrutimento – ammesso che ne siamo consapevoli – e per non tornare cavernicoli, direi che tocca ascoltare chi, come il tedesco e il francese, ci ha visto lungo.

Vacanze, 5 libri da leggere sotto il solleone

Sotto il solleone, c’è il tipo da spiaggia perfetto che legge il suo libretto. Legge un po’ per noia, un po’ per posa, un po’ per capire perché la temperatura politica sia più calda dell’afa di Ferragosto.

Ma cosa leggere per intendere questa contemporaneità che, dice Cesare Cremonini, si chiama mondo? Beh, qualcosa da leggere che non sia il chiacchiericcio da talk-show c’è.

Ad esempio, il libro di Gianni Orsina, La democrazia del narcisismo (Marsilio) è utile per specchiarsi e capire come siamo arrivati fin qui; il libro di Jacopo Iacoboni, L’esperimento (Laterza), è un’inchiesta sul Movimento 5 stelle e ci illustra molto bene quello che è a tutti gli effetti non solo un esperimento politico ma anche di ingegneria sociale con una sua spiccata natura totalitaria; oppure il libro di Mattia Feltri, Novantatré (Marsilio) ossia l’anno del Terrore di Mani Pulite in cui la tragicommedia della «rivoluzione italiana», come la chiamò pomposamente Giorgio Bocca, prese avvio. In fondo, non è mai finita perché il risentimento e il giustizialismo hanno trasformato ogni coscienza in una procura.

Per spiegare noi a noi, forse, niente è meglio de La ribellione delle masse (edizioni SE) di José Ortega y Gasset: un libro che si legge come un romanzo di formazione, solo che a formarsi non è l’uomo moderno ma il suo fratello malato: l’uomo-massa. Qui Ortega mostra come l’uomo-massa non sia un «tipo» di una determinata classe sociale ma viva in ognuno di noi ed emerga appieno quando, preso il potere, pretende affermare la sua mezza cultura e la sua volgarità come fossero i valori della civiltà che, invece, ne manifestano il declino: l’uomo-massa vuole che tutto sia nello Stato e per lo Stato e dallo Stato. In questa mentalità distorta e poltrona, come diceva Einaudi, non ci vedete il problema del nostro tempo?

Da una ribellione all’altra: La ribellione delle élite (Neri Pozza) di Christopher Lasch. Questo libro, un classico, mette in luce come le classi dirigenti possano venir meno al loro primo dovere – governare – per intraprendere nel tempo un modo di vivere che le rende quasi fisicamente separate rispetto al «popolo» che così diventa facile preda dei «populismi».

 

Se l’Europa è afflitta da «un male spirituale»

Quanto spesso sentiamo dire che il nostro Continente e, in generale, l’Occidente, è in crisi? Quali sono i suoi fondamenti spirituali? E quali le cause di un siffatto pessimismo? Un agile ma godibilissimo volumetto è quello che fa al caso di chi vuole capire – o semplicemente riscoprire – i gangli (in disfacimento) dell’intelaiatura morale che caratterizza l’uomo europeo. Si tratta di L’anima greca e cristiana dell’Europa edito per i tipi de “La Scuola” di Brescia. L’autore, Dario Antiseri, è una di quelle guide a cui un giovane liberale, come chi scrive, deve moltissimo. L’epistemologo, attraverso copiosi riferimenti che spaziano da Croce a De Madariaga, da T.S Eliot a de Reynold, da Ortega y Gasset fino a Popper, per citarne solo alcuni, delinea in modo chiaro e inequivocabile la natura dell’uomo che nasce e si sviluppa in Europa, e i rischi che l’Europa sta correndo con lo smarrimento di tale figura.

È in questo spazio, infatti, che s’incontrano il messaggio cristiano e quello greco.

Il primo, per mezzo del quale «tutti gli individui sono dichiarati sacri» (De Madariaga), fa sì che per l’uomo non esistano assoluti terreni, giacché, come ricorda il Nostro, «per il Cristiano solo Dio è il Signore, l’Assoluto». In tal modo, il cristiano relativizza il potere politico, in quanto non può idolatrare alcuna creazione umana, e diventa padrone della propria coscienza. Con le parole di Croce, «il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto»; in modo analogo T.S Eliot, secondo cui «se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie» .

Il messaggio greco, che ci perviene in primis dai Presocratici, è quello della tradizione della discussione critica e, dunque, pluralistica. In altre parole, esso consente il passaggio da una società chiusa, impermeabile a caratterizzata da un pensiero magico-sacrale, ammantato di dogmatismo e manicheismo, a una società aperta in cui ciascuno è chiamato a «prendere decisioni personali» (Popper) attraverso l’utilizzo della propria ragione. Perché? Perché l’individuo da oggetto agito diventa soggetto agente, da strumento in balia di forze magiche e oscuramente superiori diviene sostanza prima non più considerata in senso quantitativo, bensì valorizzata in senso qualitativo.  Così, «cristiana nella sua volontà», poiché lascia libertà di azione a individui unici e irripetibili, posti su un piano di eguaglianza, essendo parimenti tutti figli di Dio, «l’Europa è socratica nella sua mente» (De Madariaga), ovvero si serve di una ragione, per dirla con Ortega y Gasset, che è «titubanza, vacillamento, dubbio, di fronte alla tastiera delle molteplici possibilità del pensiero».

Pertanto, i tratti di quella che, sempre con De Madariaga, possiamo definire «una scoperta europea – se non un’invenzione europea», cioè a dire l’homo liberalis, è una creatura tanto grandiosa, quanto delicata, la quale rischia di morire per stanchezza. Una stanchezza che è dovuta, soprattutto, all’insipienza di molti contemporanei avvezzi ad abbracciare un multiculturalismo anodino e senza volto, al quale ci si prostra senza sapere chi si è e da dove si viene. Tuttavia, come osserva Sergio Belardinelli, «non è facendoci “nessuno” che si favorisce l’incontro e il dialogo tra culture differenti e spesso ostili». In altre parole, non è coltivando, come dice Beck, «la virtù della mancanza di orientamento» che si può venir fuori dalle secche in cui al momento ci troviamo. Bensì, ancora con Belardinelli, è solo riscoprendo il fatto che «la forza della nostra cultura sta tutta nella capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è “altro”, senza perdere la consapevolezza di ciò che si è; nella capacità di tendersi il più possibile verso l’altro, senza spezzare i legami che si hanno con se stessi, con la propria storia e la propria tradizione», è solo attraverso il rilancio dell’identità europea, quindi, che si può dissipare il brumoso presente in cui siamo immersi. Perché l’Europa è, come si è già detto, un patrimonio culturale straordinariamente prezioso che va preservato tanto dai tentativi di creare mostri burocratici e sempre più centralizzati in seno al Continente, quanto dalle tendenze sovraniste e stataliste oggi assai potenti, miranti, tra l’altro, alla chiusura dei commerci, «forse la causa più potente della dissoluzione della società chiusa» (Popper).

Afflitta da «un male spirituale», l’Europa sta perdendo, attraverso le derive di cui sopra, il suo tratto peculiare, ovvero «il contrasto, l’opposizione, la diversità, la complessità» (de Reynold). Per dirla con Popper, «l’unità dell’Occidente su un’unica idea, su un’unica fede, su un’unica religione, sarebbe la fine dell’Occidente, la nostra capitolazione, il nostro assoggettamento incondizionato all’idea totalitaria», giacché è sulle differenze che ha costruito il proprio essere. È dall’impasto dell’idea cristiana di individui ciascuno dotato di una propria unicità indisponibile alla coartazione di chicchessia e dall’idea greca di individui sviluppanti un proprio pensiero razionale che scaturisce la singolarità dell’uomo europeo.

Un uomo consapevole dei propri limiti, conscio quindi della propria e altrui fallibilità, che non sovraccarica la propria ragione di poteri di cui, non essendo un essere divino, è scevro. Un uomo, perciò, che sa di sapere poco e che rifugge la perfezione, poiché non è di questo mondo. Un uomo, infine, che, se da un lato, attraverso la discussione critica ispirata dai greci, ovvero mediante la filosofia, cerca di conoscere se stesso e migliorarsi, al fine di «operare alla luce del giorno e non, paurosamente, nell’ombra» (Berlin); dall’altro, ripone il senso della vita non in un assoluto creato dall’uomo – sia esso lo Stato o una dottrina politica, come può essere il marxismo: si ricordino le parole di Lenin, secondo cui «la dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta» (sic!) –, ma nell’unico Assoluto, ovvero Dio, che «è senso del mondo» (Wittgenstein), giacché il rischio, come disse Rosmini, è che «chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile».

Droga e libertà individuale

Nel suo ultimo articolo, Giacalone fa riferimento ai risultati pubblicati dall’agenzia UNFDAC (United Nations Fund for Drug Abuse Control), in uno studio dal titolo “Regulation-Legalization Debate”, dove si legge:

“Durante il periodo [del proibizionismo] il consumo di alcol è calato del 30-50% e l’incidenza dei casi di cirrosi al fegato, che era del 29,5 per 100.000 nel 1911, è calato a 10,7 nel 1929.”

Una nota a piè di pagina rimanda allo studio che supporta questa affermazione. Si tratta di un articolo intitolato “Legalization: Panacea or Pandora’s Box” uscito nel 1995, e pubblicato da un’organizzazione chiamata CASA (Center on Addiction and Substance Abuse)[1].

Ora, CASA è stata oggetto nel 1999 di un’investigazione da parte del Comitato esecutivo della Columbia University. Per quale motivo? In teoria, CASA avrebbe dovuto condurre delle ricerche per conto della Columbia. Tuttavia, si è capito che si trattava di un’organizzazione che perseguiva una precisa agenda politica sotto le mentite spoglie di un istituto di ricerca. Inoltre, e questo è un fatto ancora più grave, gli studi di CASA vengono pubblicati senza prima passare attraverso la peer review.

In una lettera indirizzata al Senato Accademico, il Presidente del Comitato esecutivo scriveva:

[…] Chiediamo che il Senato usi la sua influenza per incoraggiare CASA ad adottare standard di ricerca e retorica più in linea con le tradizioni e la dignità dell’Università. […]

Gli esempi delle attività politiche di CASA abbondano, come si vede più spesso nelle attività del Presidente dell’organizzazione, Joseph A. Califano. Ecco alcuni esempi specifici:

– Nell’ottobre 1996 CASA ha finanziato un sondaggio d’opinione sulla questione dell’uso medico della marijuana, sostanza a cui si oppone fermamente. I risultati di questo sondaggio sono stati utilizzati da CASA in uno sforzo di pubbliche relazioni che si è impegnata a erodere il sostegno degli elettori per una votazione a favore della marijuana in California quell’anno.

Il 4 dicembre 1996 e il 30 settembre 1997, Califano ha fatto pubblicare degli op-ed sui principali giornali americani attaccando i sostenitori di diverse iniziative di voto sulla marijuana medica. Questi op-ed si sono basati sulla ricerca di CASA che promulga la teoria del “passaggio” del consumo di marijuana che porterebbe a un uso più intenso di droghe, come argomento per convincere gli elettori a votare contro queste iniziative. […]

La missione principale di CASA è quella di influenzare la politica nazionale in materia di droghe illecite, piuttosto che quella di condurre ricerche. I materiali pubblicati sono destinati a giustificare le sue posizioni politiche e a fornire un punto di riferimento per la copertura mediatica che fornisce il punto di vista di CASA a un pubblico nazionale. Per quanto nobili possano essere gli obiettivi di CASA, è opportuno che un’organizzazione utilizzi il nome e la reputazione della Columbia University per dare peso a tali attività?

Il Dr. Kleber ha ragione nell’affermare che riteniamo che la promozione da parte di CASA della cosiddetta “teoria del passaggio” sia un’esagerazione. Questo perché quell’errore è stato ripetutamente smentito da autorevoli commissioni scientifiche e governative, tra cui la Commissione Nazionale del Presidente Nixon su Marijuana e Abuso di Droga (1972), il Consiglio Nazionale delle Ricerche (1982) e la Task Force Nazionale sulla Cannabis (Australia, 1996).

[…]

Per quanto riguarda l’importante questione della partecipazione o meno di CASA al processo di valutazione via peer-review, CASA risponde ancora una volta in maniera ambigua. Nella sua lettera al Senato, il dottor Kleber scrive: “Una credibile peer-review assume molte forme. Il lavoro di CASA è esaminato da distinti comitati consultivi scientifici composti da esperti di fama nazionale nel particolare settore di studio”.

Perché CASA preferisce questa modalità di valutazione al normale processo di valutazione peer-review? […]

Ma non basta. Nel 2013 il comitato editoriale del Columbia Daily Spectator, pubblica un articolo in cui si legge:

[…] Come hanno portato alla luce numerosi media e rinomati ricercatori, i metodi utilizzati da CASA per la ricerca sull’abuso di sostanze sono scadenti e discutibili, e i rapporti sui “risultati” di CASA sono spesso fuorvianti e sensazionalistici.

[…] Rifiutandosi di sottoporre i suoi rapporti a una valutazione peer review, CASA ignora le pratiche scientifiche standard che contribuiscono a garantire risultati accurati e affidabili. Giornalisti investigativi che hanno interrogato gli studi del centro, come quello che ha affermato che l’alcol è coinvolto nel 90% degli stupri nei campus, non sono stati in grado di trovare alcuna prova a sostegno dei numeri. Questa mancanza di responsabilità porta a uno snaturamento dei fatti.

Il Chicago Daily Herald ha notato nel 2005 che Joseph Califano, fondatore e presidente di CASA, ha aumentato di oltre il 100% i numeri relativi al consumo di alcol da parte degli adolescenti. CASA non ha praticamente alcun fondamento per alcune delle sue affermazioni e non si adopera a sufficienza per dimostrare il contrario. Di conseguenza, molte delle conclusioni che gli studi di CASA sostengono sono estremamente sospette.

In uno studio sull’uso di droghe da parte degli adolescenti, CASA ha suggerito che la mancanza di cene in famiglia regolari causa l’abuso di sostanze illegali da parte dei bambini. I ricercatori hanno intervistato gli adolescenti e hanno scoperto che quelli che fanno uso di droghe hanno meno probabilità di partecipare a cene con le loro famiglie. […] Una ricerca che non sempre utilizza le pratiche scientifiche di base non può essere chiamata ricerca, e il centro che conduce questi studi non dovrebbe trarre beneficio dalla sua attuale connessione con la Colombia.

Veniamo adesso al secondo argomento di Giacalone. Io avevo chiesto a Giacalone su cosa si fonda la sua affermazione per cui è giustificato l’uso della forza (in questo caso l’incarcerazione) nei confronti di chi provoca un danno a se stesso. Lui risponde: il problema non è che la droga fa male al corpo, ma il fatto che limita o cancella del tutto la mia libertà di scegliere. Su questo punto c’è un piccolo equivoco da parte di Giacalone. Quando io parlo di danno, non mi riferisco soltanto al danno fisico, ma anche a quello “morale” che consiste nella compromissione della libertà personale.

Fatta questa precisazione, la mia domanda resta: come giustifica filosoficamente Giacalone la tesi per cui, se io comprometto la mia libertà personale, devo finire in galera?

Perché non è affatto ovvio il nesso tra queste due cose. Per chiarire il mio punto gli farò un controesempio. L’anoressia è una comportamento alimentare potenzialmente mortale – come il consumo di droga. L’anoressia compromette la libertà individuale, perché l’anoressico, a un certo punto, non è più libero di scegliere se nutrirsi o meno – come con il consumo di droga.

Domanda: bisogna sbattere in galera gli anoressici?

[1] Center on Addiction and Substance Abuse at Colombia University (CASA), “Legalization: Panacea or Pandora’s Box”, CASA White Paper No 1, September 1995.

Il dibattito Berti – Giacalone:
Legalizzazione droghe, perché sì 25 ottobre 2017
Legalizzazione droghe, perché no 26 ottobre 2017
Legalizzazione, ecco cosa eccepisco a Giacalone 27 ottobre 2017
Proibizione, 6 risposte ai legalizzatori 30 ottobre 2017