Civiltà e costumi non sono tutti sullo stesso piano. Ecco perché

Fiumi d’inchiostro continuano ad essere versati su libri, giornali e riviste per dimostrare che noi euro-occidentali non abbiamo alcun diritto a ritenerci superiori agli altri popoli e alle altre culture dal momento che di «crimini contro l’umanità» ne abbiamo commesso a iosa – guerre, conquiste coloniali, etnocidi, massacri ideologici.

È vero, si ammette, che le altre civiltà non sono state da meno ma la nostra pretendeva di fondarsi sui diritti universali dell’uomo e quindi su una filosofia politica e giuridica che non ammetteva deroghe nei rapporti con «l’altro».

È un discorso che si sente ripetere fino alla nausea ma che non regge davanti a una semplice domanda: i diritti e le libertà civili (eguaglianza di uomo e donna, libertà di culto e di apostasia, libertà di associazione e di insegnamento, libertà d’impresa) sono valori assoluti, da difendere sempre e dovunque, o sono una caratteristica peculiare della tribù occidentale che non si può pretendere diventi «costume» anche per quanti scelgano di vivere nelle nostre contrade in cerca di un’esistenza libera dal bisogno?

Se sono valori assoluti, lasciamo agli storici e ai filosofi stabilire: se hanno a che fare più con il mondo greco-romano che con quello cristiano, più con l’illuminismo che con il romanticismo; se nel corso dei secoli, sono stati «traditi» o, almeno in parte, rispettati; e accordiamoci sul principio che rappresentano una conditio irrinunciabile di appartenenza alle nostre comunità politiche.

Ne deriva, ad esempio, che l’imporre un matrimonio a una minorenne o una mutilazione genitale dovrebbe essere seguito non solo dalla condanna penale ma dalla perdita della cittadinanza.

Rinunciamo pure a pesare le differenti etnie culturali sulla bilancia del Bene e del Male ma non confondiamo il relativismo descrittivo della realtà («esistono tanti modelli culturali») col relativismo etico («tutti i modelli culturali sono buoni») e col relativismo metodologico («per comprendere i modelli culturali bisogna comprenderne i valori specifici»).

No, le civiltà e i costumi che ne derivano non sono, per noi, tutte sullo stesso piano.

Quando si parla dell’incontro con «il diverso che ci arricchisce» si fa della retorica vacua e pericolosa. L’arricchimento ci fu quando i Romani, un popolo contadino con un forte senso del diritto, conquistò la Grecia: «Graecia capta ferum victorem cepit» scriveva Orazio (la Grecia soggiogata conquistò il feroce vincitore).

Nacque allora, insegnano gli antichisti, una civiltà millenaria, non romana ma greco-romana che tanto avrebbe segnato le arti, le lettere, le scienze, le istituzioni, la filosofia dell’Occidente.

Persino lo «scontro di civiltà» causato dalle invasioni barbariche ebbe una sua positività.

Come scriveva Montesquieu nello Spirito delle leggi, le libertà dei moderni nacquero nei boschi germanici: «Le nazioni che conquistarono l’impero romano erano molto libere».

Finché i conquistatori rimasero in Germania, tutta la nazione poteva riunirsi; dispersi nella conquista, non poterono più farlo: «Era comunque indispensabile che la nazione deliberasse sui suoi affari, come prima della conquista: lo fece con l’elezione dei rappresentanti. Questa è l’origine del governo gotico tra noi».

Invece tra i nuovi, pacifici, invasori ci sono molte persone talora persino più «civili» di noi ma, quando lo sono, lo si deve con buona pace degli «antagonisti» antropologi culturali al fatto che si sono occidentalizzati, che «sono diventati come noi», che nelle patrie di origine hanno acquisito un’educazione, delle competenze tecniche e scientifiche non inferiori alle nostre.

Non sono «figure della diversità» ma uomini che hanno preso le distanze dal loro «specifico culturale» come quei siciliani che, tanti anni fa, non si riconoscevano più nella filosofia del delitto d’onore.

Memori della lezione di Giovanni Sartori, finiamola di tessere l’apologia del multiculturalismo.

Nel mondo unificato dalla democrazia in politica e dal mercato in economia, dobbiamo tenerci caro il pluralismo non il multiculturalismo: il primo fa pensare alle differenti perle di uno stesso diadema, il secondo a unità chiuse che rivendicano la conservazione di usi, di costumi, di tradizioni che non solo intendono preservare dal precipitare dei tempi ma che, talora, pretendono di imporre all’intero pianeta per salvarlo dalla corruzione profonda in cui è precipitato per colpa di noi «crociati».

 

Allah e la scienza

“Per alcuni secoli, non ci fu campo del sapere…in cui i musulmani non poterono orgogliosamente vantare la loro superiorità”. Così scrive Luciano Pellicani nell’introduzione all’ interessante libro di Elio Cadelo, ora pubblicato dall’editore Palombi: Allah e la scienza: un dialogo impossibile? (pagine 239, euro 14).

In verità l’autore, che nella sua pluriennale carriera giornalistica è passato da testate come il Corriere della sera e la RAI, occupandosi sempre di scienza, divenendone uno dei migliori divulgatori in circolazione, relativizza e limita molto questa tesi, che è poi quella che pure domina nel mondo culturale.

Soprattutto nel secondo capitolo del libro -”La nascita e la morte della scienza araba”- egli ci mostra come il “periodo d’oro della scienza islamica”, tanto d’oro non sia stato. E come gli scienziati che in esso operarono erano comunque all’interno di un sistema di potere poco tollerante, venendo addirittura considerati “eretici”.

Egli mostra altresì come quel periodo debba limitarsi temporalmente a pochi decenni e a luoghi molto circoscritti, che non possono essere fatti coincidere in toto con l’età e gli spazio del dominio del califfato abasside di Baghdad (che durò dalla metà dell’VIII secolo fino al 1258).

In particolare, Cadelo smonta il mito di al-andalus, facendo riferimento ad un processo storiografico ormai consolidato. “Negli ultimi anni -scrive infatti-, alla luce di nuove documentazioni, si sta ristudiando la presenza musulmana in Spagna ed il panorama che emerge descrive una realtà diversa dal mito che ha voluto il dominio musulmano di quella terra come un governo illuminato, tollerante e ‘aperto alle innovazioni culturali’”.

In sostanza, si può ormai dire che la cultura occidentale sia dopo l’anno Mille rinata a nuova vita, se mai prima fosse morta, per virtù propria più che per gli stimoli molto limitati provenienti dalla cultura musulmana. Così come si può dire che la cultura musulmana più che apprezzare per virtù intrinseca il sapere e le scienze, tanto da tradurre e commentare le opere dell’antichità, si trovò di fronte ad una tradizione sia bizantina sia persiana che già svolgeva da tempo egregiamente questa attività.

Non fosse altro che per queste riflessioni, sempre molto documentate, il libro di Cadelo è sicuramente da consigliarsi.

Non si può però non considerare in questa sede il doppio registro, storico e teorico, di queste pagine, e anche la discrasia che fra di esse a mio avviso si crea.

Da una parte, il volume è una interessante e sapiente ricostruzione di percorsi e fatti culturali che suffragano, in maniera divulgativa e scientifica al tempo stesso, la tesi di fondo, è cioè una storia dei rapporti della scienza e della cultura musulmane con la scienza occidentale; dall’altra, questi rapporti sono interpretati e valutati all’interno di una vera e propria “filosofia della storia” di tipo illuministico e positivistico (le cui coordinate sono delineate in maniera molto chiara nel terzo capitolo, che può a buon diritto considerarsi una istruttiva e dovuta deviazione metodologica dal tema principale: “Le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche in Europa”).

Il che potrebbe benissimo rubricarsi al paragrafo delle diverse concezioni intellettuali che contraddistinguono la vita della cultura, tanto più che l’autore nella sua onestà intellettuale non se ne serve mai per fare violenza ai dati e ai fatti.

Salvo che questa “filosofia della storia”, a sua volta “superata” dalla più recente e accorta storiografia, finisce a mio avviso per suggerire all’autore risposte sbagliate, o almeno fuorvianti, a quelle che sono le ulteriori domande a cui si è proposto di rispondere col suo testo: “Perché tra la visione del mondo della cultura islamica e quella occidentale ci sono differenze così marcate?

Perché le due società sono in conflitto? Perché i paesi musulmani non riescono ad accedere alla modernità e ad accettare l’innovazione scientifica? Come mai l’Occidente è caratterizzato proprio per la produzione scientifica e l’innovazione tecnologica? Perché i movimenti terroristi islamisti, pur utilizzando le nuove tecnologie, affermano che la scienza è ‘immorale’ e contro la verità di Dio?”

Il fatto è che Cadelo assimila tutte le religioni monoteistiche, le quali tutte, per il fatto stesso di richiamarsi ad un Dio unico, farebbero secondo lui riferimento ad una Verità assoluta che non tollera deviazioni o interpretazioni diverse da quelle scritte nei libri sacri.

Da questo punto di vista, la religione islamica, che ha dominato nei Paesi arabi e nella regione persiana, e la religione cristiana dei nostri paesi occidentali, pari sarebbero, e non potrebbero non essere prese nella loro purezza, in intolleranza, fanatismo e ostilità verso quel pensiero scientifico che non tollera “verità rivelate” e ogni idea vuole sottoporre al kantiano giudizio del tribunale della Ragione.

Senonché, la differenza più evidente sarebbe nel fatto che ad un certo punto, segnatamente con l’avvento della modernità e con il trionfo della scienza-tecnica, i paesi occidentali hanno cominciato a sganciarsi dalle ipoteche e dai vincoli del cristianesimo, il quale ha dovuto sempre più anch’esso modernizzarsi e laicizzarsi, mentre i paesi arabi sono rimasti ad uno stdio della civiltà simile, per fanatismo e oscurantismo, al nostro Medioevo.

Uno stadio da cui usciranno ovviamente solo il giorno in cui conosceranno qualcosa di simile alla nostra secolarizzazione (che, come Cadelo appropriatamente chiarisce, può andare disgiunta dal processo di modernizzazione tecnologica, se questo si realizza non tenendo presenti quelle precondizioni culturali, politiche e economiche che caratterizzano il nostro mondo basato sulla libertà e che hanno preparato il terreno alla modernità).

Secondo questa interpretazione, l’età moderna in occidente ha significato una specie di ritorno al paganesimo dell’età classica, cioè ad una cultura che Cadelo idealizza alquanto e vorrebbe caratterizzata da una tendenziale capacità di aprirsi all’altro e al diverso, dal riconoscimento del pluralismo delle opinioni e della democrazia, dai commerci e dall’economia di mercato.

L’età cristiana, che portò alla morte la cultura pagana, segnò perciò una forte frattura col mondo antico, informando di sé quelli che vanno considerati a tutti gli effetti i “secoli bui” dell’Occidente. E’ impressionante come il concetto di Medioevo, proprio sulla scia della tradizione illuministica (diventata oggi quasi senso comune con il trionfo dell’“illuminismo di massa”), si slarghi così tanto nel libro di Cadelo da trasformarsi da concetto periodizzante a categoria ideale e morale connotata in senso negativo.

Tutto ciò che è contro il pensiero scientifico è da considerarsi, per l’autore di queste pagine, “medievale”.

Ma è una definizione comune sì, ma che contrasta sia con la consapevolezza che sempre più si sta acquisendo del Medioevo cristiano, e anche cattolico e ecclesiastico, come una fucina, seppur parziale e contraddittoria, di quelle che saranno le libertà e il pluralismo dei moderni, sia con l’idea poco storicistica che la storia possa procedere per fratture ed essere segnata da “parentesi”.

D’altronde, la civiltà classica, lungi dall’essersi fondata sul valore dell’individualismo, era invece dominata dallo spirito di clan e dalle famiglie che in modo esclusivo costituivano il ceto dirigente del tempo. Il valore dell’individualità è stata invece introdotta nell’Occidente proprio da quella che Benedetto Croce anche per questo motivo considerò la più grande rivoluzione spirituale dell’umanità, cioè dal cristianesimo.

Non è quindi un caso che sia stato in Occidente e non nei paesi dominati dall’Islam, che, a un certo punta, sia emersa, come figlia del cristianesimo, la civiltà moderna, quella che oppone allo spirito della comunità (che era proprio della civiltà classica e che è esemplificata oggi dalla umma musulmana), la eccezionalità e non riducibilità di ogni persona, uguale ad ogni altra in quanto figlia di unico Dio.

Un’uguaglianza che si realizza però nella diversità e nella specificità attestata dal rapporto diretto della coscienza di ogni uomo con quel Dio che, con essa, immette una “scintilla” si sé stesso nell’universo mondano La stessa secolarizzazione, come ci hanno insegnato fra gli altri Karl Loewith e Friedrich Nietzsche, è intrisa di spirito cristiano e ragiona nell’ordine di senso introdotto nel mondo dal cristianesimo.

La dialettica paganesimo-cristianesimo, che Cadelo mutua da Pellicani, è pertanto non solo troppo rigida, ma anche errata sia nei presupposti teorici sia nel riscontro storico di quello che è stato l’effettivo svolgimento della nostra civiltà. Cadelo ha l’indubbio merito di mostrare l’intrinseca connessione di mercato-democrazia-pensiero scientifico.

Ed anche quello di farci capire come questo legame sia stato troncato alla radice da una vera e propria “teologia politica” quale è quella islamica. L’islamismo, nella misura in cui non può non convertirsi in islamismo politico, agisce nello stesso orizzonte di senso in cui operano i fondamentalisti e i terroristi islamici. I quali radicalizzano e portano alle estreme e nefaste conseguenze ciò che è l’essenza della religione islamica, che è una religione di guerra e non di amore o carità.

Quello che però Cadelo non è disposto a riconoscere al cristianesimo è il suo carattere di opposizione ad ogni forma di potere costituito, anche di quello che storicamente ha assunto la bandiera di Cristo. Infine, negli ultimi due capitoli, l’autore getta un opportuno sguardo sull’oggi, mostrandoci come la reislamizzazione di paesi arabi già avviati verso il mondo moderno, unita al risentimento sociale verso l’Occidente, è da temere forse più che il terrorismo in sé.

Avercelo ricordato, è un altro dei meriti di questo libro che comunque traccia un solco non convenzionale nella riflessione attuale sul mondo islamico. Anche se curiosamente il punto interrogativo presente in copertina scompare nel frontespizio, si può dire, in conclusione, che Cadelo è convinto che fra Allah e la scienza non ci sia dialogo possibile.

Idea condivisibile, anche se sulle argomentazioni si può, come qui si è fatto, dissentire.

Guerra preventiva o guerra precauzionale? Ecco la differenza

Se Trump decidesse di attaccare la Corea del Nord, la sua sarebbe una guerra preventiva? Dipende da come decidiamo di tradurre il termine inglese preventive. Ad esempio, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Herbert R. McMaster, ha detto qualche settimana fa alla CNN: “Stiamo preparando dei piani per una guerra preventiva (preventive war).”

Ma cosa intendono gli americani per preventive war?

La risposta non è così scontata come potrebbe sembrare, perché nel lessico militare anglosassone esiste una distinzione terminologica che la nostra lingua non riesce a cogliere.

È la distinzione tra preventive e preemptive. Siccome i dizionari italiani, di solito, traducono entrambi i termini con “preventivo”, la distinzione si perde.

Ma dove sta la differenza?

Preemptive war

Cominciamo dal termine preemptive, così come viene usato nell’espressione preemptive war. Una preemptive war è un attacco militare giustificato dalla certezza (al di là di ogni ragionevole dubbio) che l’obiettivo colpito è sul punto di iniziare a sua volta un attacco.

Supponiamo, ad esempio, che il governo della Corea del Nord dichiari che attaccherà la Corea del Sud tra un mese esatto da oggi, e che inizi ad ammassare mezzi e uomini alla frontiera. In questo caso, se la Corea del Sud decidesse di attaccare per prima, farebbe una preemptive war, una vera e propria guerra preventiva.

La logica della guerra preventiva (preemptive) è, dunque: “Io colpisco te, perché sono sicuro che tu stai per colpire me.”

Preventive war

Veniamo adesso alla preventive war. Si tratta di un attacco militare che viene iniziato nella convinzione che un attacco da parte dell’obiettivo, pur non essendo imminente, è però inevitabile, e che il temporeggiare comporterà, nel lungo periodo, un danno maggiore.

La logica, qui, è: “Io colpisco te adesso perché so che, se non lo faccio, tu colpirai me tra qualche anno.” Proprio perché manca del carattere dell’imminenza, sarebbe forse meglio tradurre l’espressione preventive war con “guerra precauzionale”, piuttosto che con “guerra preventiva”.

Quando, dunque, McMaster dice che gli USA stanno preparando i piani per una preventive war, non intende dire che la Corea del Nord rappresenta una minaccia certa e imminente per la sicurezza statunitense, ma che è una minaccia tale da richiedere una guerra precauzionale.

La distinzione tra guerra preventiva (preemptive) e guerra precauzionale (preventive) non è affatto una questione di pura semantica, perché il diritto internazionale permette le guerre autenticamente preventive, mentre vieta le guerre precauzionali.

Per inciso: buona parte del dibattito italiano sulla seconda guerra irachena era viziata da questa ambiguità terminologica. Abbiamo tradotto la “preventive war” di Bush con “guerra preventiva”, quando sarebbe stato più corretto chiamarla precauzionale.

Gli americani sono stati accusati (da alcuni) di portare l’attacco a un paese che non rappresentava una minaccia reale e immediata per gli USA, il che è vero.

Ma non è per questo che si è deciso l’attacco. Quella di Bush era una guerra precauzionale (preventive), la quale è molto più controversa su un piano etico.

La guerra preventiva (preemptive) è molto più facile da giustificare, perché rientra nella nozione di autodifesa. Molto banalmente: se qualcuno mi punta una pistola contro, non devo aspettare che prema il grilletto per potermi difendere.

Ma la guerra precauzionale è una situazione nella quale, per stare all’esempio, io sparo a qualcuno con cui ho dei dissidi perché vengo a sapere che è andato a comprarsi un’arma. Da questo punto di vista, l’azione americana è molto più difficile da giustificare.

Difficile, ma non impossibile.

C’è infatti un problema che bisogna considerare. Un problema che è stato considerato per la prima volta dal Alberico Gentili, in un trattato nel 1598 che si intitola De jure belli. Il problema è che, in situazioni di conflitto, non sappiamo quali siano le reali intenzioni del nemico.

Questo rende molto difficile avere informazioni affidabili sulle quali basare le proprie decisioni. Nel dubbio, diceva Gentili, è meglio agire. Aspettare ti mette solo in una situazione di svantaggio.

Ma chi dà il diritto a uno Stato di agire così? Nessuno! Gentili era, infatti, un fautore della teoria della guerra regolare, secondo la quale non esistono diritti nelle guerre tra Stati, perché non è possibile stabilire da che parte sta la ragione.

Se due individui litigano per una questione di diritto, è possibile stabilire chi dei due ha ragione e chi no. Questo perché esiste un giudice super-partes che amministra la giustizia.

Ma quando due Stati indipendenti litigano per una questione di diritto, non è possibile stabilire chi ha ragione e chi no, perché non esiste un giudice super-partes. Per i teorici della guerra regolare il diritto è soggetto a vincoli territoriali, nazionali.

Al di fuori di questi confini, non esiste il diritto. Quindi parlare di guerra giusta o sbagliata è nonsenso: solo l’esito finale della guerra servirà come arbitro del conflitto.

Io credo che la teoria della guerra regolare sia sbagliata, perché confonde completamente tra legge morale e legge giuridica. Dal fatto che non vi sia un diritto internazionale e un giudice che dirime le questioni tra Stati, non segue affatto che non ci sia differenza tra giusto e sbagliato.

Se l’etica coincidesse con il diritto, allora sarebbe impossibile affermare che una legge è ingiusta o sbagliata, perché tutte le leggi sarebbero per definizione giuste.

Per tornare alla guerra precauzionale, ritengo che attaccare uno Stato semplicemente perché sta crescendo in potenza senza che questo abbia manifestato alcuna intenzione bellicosa sia inammissibile. Meglio rinforzare le proprie difese.

Certo è che se la Corea del Nord continua a sparare missili sopra la testa dei giapponesi corre un grosso rischio di essere annientata.

Col Patto Gentiloni legifera Bergoglio

Il titolo con cui Repubblica ha annunciato, nella parte più evidente della prima pagina, un articolo in cui, all’interno del giornale, si riferisce di trattative segrete del governo con il Vaticano, in altri tempi sarebbe stato impossibile.

E segnala comunque un cortocircuito culturale e politico di cui i protagonisti, nella fattispecie la sinistra di governo e quella di opinione (il cosiddetto “ceto medio riflessivo” di cui Repubblica è portavoce accreditato), non sembrano avere nemmeno contezza.

Detto in soldoni, il governo, pur di far approvare la legge sulloius soli” in questa legislatura, come aveva promesso, pur di non perdere cioè definitivamente la faccia, starebbe usando gli uomini di Bergoglio, che lo “ius soli” ha a sua volta sponsorizzato, per fare pressioni su Alfano, cioè sul leader del centro cattolico che si oppone alla legge. Il tutto per avere al Senato la maggioranza che al momento non c’è.

Non solo, l’operazione farebbe parte di una triangolazione che prevede fra l’altro, come contropartita dal Vaticano, il lasciapassare per le attività di contenimento dell’immigrazione attuate nel Mediterraneo dal ministro Minniti.

Le dichiarazioni di quest’ultimo a favore dello “ius soli” e, soprattutto, l’improvviso e inatteso realismo mostrato del Papa sulle operazioni di contenimento dell’immigrazione nel Mediterraneo (“accoglienza sì ma solo finché c’è posto”), avvalorerebbero l’ipotesi del nuovo, e alquanto perverso, “patto Gentiloni”.

Solo che quel che Repubblica non considera, e che comunque avrebbe dovuto destare scandalo in un giornale che sull’indignazione anche laicista ha creato la propria fortuna, è che, essendo il Vaticano contemporaneamente uno Stato e la sede dei vertici religiosi del cattolicesimo, non si può passare impunemente dall’un piano all’altro pur di raggiungere i propri fini politici.

Dal punto di vista strettamente politico, infatti, se un’intesa col Vaticano ci fosse, sarebbe da considerarsi a tutti gli effetti un attentato alla sovranità e autonomia dello Stato.

Il Vaticano è infatti uno Stato straniero e, per principio, non può entrare nella giurisdizione di un altro Stato, che appunto è sovrano sul suo territorio e adotta le leggi che ritiene opportuno per garantire la sicurezza e la protezione dei suoi cittadini.

È l’abc della teoria dello Stato moderno: le intese fra Stati possono essere solo interstatali, e la sovranità che non è assoluta semplicemente non è sovranità. In un sol colpo, viene poi meno anche quel principio di laicità che, pur se interpretato a volte in modo fazioso e unilaterale, ha costituito la base stessa su cui è nato lo Stato italiano.

Il conte di Cavour, ma anche semplicemente uno Sturzo o un De Gasperi, si rivolterebbero nella tomba!

L’elemento che più impressiona è però, come accennato, che interventi che, a torto o a ragione, venivano considerati un’ingerenza da parte delle gerarchie vaticane ai tempi dei governi Berlusconi e di Papa Ratzinger, vengono ora supinamente accettati da Repubblica e da tutta l’opinione media gauchiste.

Non solo: si arriva persino a digerire e a far passare come “naturale” l’intesa o il patto con tali gerarchie.

Evidentemente, le questioni bioetiche venivano percepite come di “destra”, mentre lo “ius soli” viene ora visto come una battaglia, anche simbolica, “di sinistra”.

Ciò a dimostrazione che anche i principi, a cominciare appunto da quello di laicità, sono spesso solo un paravento di cui certa sinistra, la sinistra di sempre, si serve per raggiungere i propri fini.

 

La selezione? È importante anche per i carabinieri

È una storia dai contorni sempre più chiari e sempre più triste quella che emerge dalle indagini sullo stupro consumato a Firenze da due carabinieri ai danni di due studentesse americane. È un episodio che, alla gravità estrema che è propria di ogni violenza sessuale, unisce una dimensione pubblica che non è irrilevante.

E anzi ha un valore che simbolicamente può trascendere il singolo episodio, minando la stessa credibilità e autorevolezza dello Stato e delle sue forze dell’ordine.

E ciò succede proprio nel momento in cui queste ultime sono sotto il tiro del “cretino collettino di sinistra”, per parafrasare Sergio Ricossa. Costui ultimamente, ad esempio in seguito ad episodi come quello dello sgombero forzato di uno stabile illegalmente occupato a Roma, non ha esitato a rispolverare tutto l’armamentario classico del sessantottismo d’antan.

A cominciare dallo slogan: “poliziotti fascisti”.

D’altro canto, lo stesso Gino Strada, per manifestare la sua opposizione alla recente politica del governo sull’immigrazione, non aveva trovato di meglio, nei giorni scorsi, che definire, con intento spregiativo, uno “sbirro” il ministro dell’interno Marco Minniti.

Quasi che non fossero proprio gli “sbirri” a darci sicurezza, a proteggere la nostra vita e a garantire in ultima istanza le nostre stesse libertà. Ma tant’ è!

Questo è il mainstream culturale italiano, l’ideologia politica ancora dominante. Proprio per questo, proprio cioè per non dare adito a revanscismi essi si “fascisti”, è necessario che ora i vertici dell’Arma dei carabinieri procedano con la massima fermezza alla condanna e radiazione dal loro corpo dei due rei.

Mai come in questo momento, in cui alle forze dell’ordine è richiesto un surplus di sforzi per difendere la nostra sicurezza, quei vertici possono mostrare la minima debolezza.

Se critichiamo il “doppiopesismo” con cui alcuni giornali e intellettuali à la page affrontano gli episodi di violenza di cui sono vittime le donne a seconda dell’origine, autoctona o meno, dello stupratore, tendendo a minimizzare per un malinteso “buonismo” le malefatte dei non italiani, a maggior ragione non dobbiamo mostrare titubanze o timidezza nel condannare un episodio come questo di Firenze.

Casomai perché crediamo in questo modo di salvaguardare l’immagine spesso calpestata delle forze dell’ordine.

Questa immagine la si salvaguardia invece nel modo opposto. Anche le forze dell’ordine devono oggi lavorare sulla comunicazione, ma ciò significa che devono essere consapevoli del fatto che a esse non è dato commettere anche un solo errore perché nulla è perdonato.

Certo, questo non deve significare accondiscendere o strizzare l’occhio al senso comune, come pure è successo in alcune interviste concesse recentemente dai loro vertici, i quali a mio avviso dovrebbero difendere i propri sottoposti con più decisione quando sono ataccati in modo demagogico e velleitario.

Ad esempio, certe “durezze verbali” usate nelle manifestazioni di piazza sono chiaramente contestuali e vanno lette nell’ottica di una pressione provocata ad arte dei “professionisti della contestazione”.

Non è il caso dei fatti di Firenze, che richiamano non solo la responsabilità morale di chi indossa una divisa ma anche, più in generale, la questione delle modalità di selezione e reclutamento in seno alle forze armate. A queste modalità va prestata la massima attenzione e una cura ancora maggiore, se possibile, di quella pure alta attuale.

Vanno immessi nei ruoli solo individui che, oltre ad avere le qualità specifiche, abbiano un’alta senso etico e dello Stato. Nessuno come chi indossa la divisa deve avere queste qualità.

Bisogna che i vertici abbiano il coraggio di dire a chiare lettere che, nel caso di Firenze, la selezione non ha funzionato: i due carabinieri si sono dimostrati indegni e clamorosamente non all’altezza del lor ruolo e della loro funzione.

E ciò non solo in virtù del grave reato consumato, e non solo perché quel reato è stato addirittura consumato in servizio, ma anche per la scandalosa “giustificazione” che uno di loro, reo confesso, ha addotto. Come si può infatti parlare di rapporto “consenziente” se le studentesse americane erano in stato di ebbrezza da alcol e forse anche sotto effetto di droghe?

Compiti sempre più delicati e gravosi attendono le forze dell’ordine nel nostro tempo. Esse potranno essere affrontate solo agendo in modo di far restare questo episodio una odiosa eccezione nella normalità di un corpo complessivamente sano.

La credibilità e autorevolezza delle forze armate non riguarda solo loro, ma il bene di tutti noi.

Francesca Marino e Corrado Ocone

Immigrazione, il conflitto fra due etiche diverse

I flussi migratori hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo sulla terra, fin dall’antichità. Gli spostamenti sono avvenuti per i più vari motivi: condizioni di miseria, territori ostili, guerre.

Il desiderio di migliorare il proprio stile di vita ed assicurare un futuro alle generazioni successive è certamente la sfida più grande della nostra esistenza.

Insieme ai problemi delle trasformazioni ambientali e dal riacutizzarsi della conflittualità bellica in varie parti del mondo, gli spostamenti delle popolazioni sono tra i fenomeni che vengono maggiormente percepiti nella società contemporanea.

Su di essi si catalizzano le paure e le ostilità delle mai sopite pulsioni xenofobe dei paesi di accoglienza, moltiplicati e facilitati oggi dalla riduzione delle distanze geografiche e dalla velocità di trasmissione dei messaggi mediatici.

Nel secolo scorso l’esodo di massa ha costituito “grande risorsa per paesi vasti e in via di sviluppo come gli stati uniti d’America.

Tuttavia, nell’epoca attuale, con la spinta tecnologica che migliora i servizi, ma non può garantire i livelli di occupazione lavorativa che un tempo garantiva la grande industrializzazione, diviene inevitabile lo scontro tra varie etnie provenienti da culture molto differenti.

L’Italia non è in grado di sostenere un flusso migratorio così ingente, per vari motivi: alla crisi economica che rischia di generare nelle nostre periferie una “guerra fra poveri”, si aggiunge l’atavica e carente struttura del nostro Stato e del suo sistema organizzativo-burocratico.

Senza contare che l’integrazione fra civiltà e modi di pensiero esige gradualità e tempi lunghi e le culture di buona parte degli immigrati non sono allo stato attuale comparabili con i nostri standard di libertà civile e democratica.

A queste ragioni politiche si oppongono altre di diverso segno basate su considerazioni morali: se ne fa portatrice soprattutto parte della Chiesa cattolica e il papa in prima persona. Bergoglio arriva addirittura a dire che “respingere gli immigrati è un atto di guerra”.

Più che un conflitto fra politica, si tratta però a mio avviso del conflitto fra due etiche diverse: quella cattolica della convinzione, quella laica e politica della responsabilità. Quest’ultima, al contrario della prima, tende a considerare sempre la conseguenza delle proprie azioni, e non dice mai fiat iustitia et pereat mundus.

Secondo Kant, tuttavia, si può fare giustizia, cioè essere giusti, e non far perire il mondo. Il suo “progetto di “pace perpetua” esige però l’esistenza di uno “Stato cosmopolitico” che, ammesso e non concesso che sia (come lui crede) auspicabile, è ancora molto al di là da venire.

In Kant l’idea di una pace perpetua è resa impossibile dal vigere di assetti o istituzioni politiche ingiuste entro gli Stati: il suo progetto di pacifismo giuridico non è solo ancorato da una filosofia della storia, ma è reso coerente dallo sfondo più ampio della teoria etica.

L’alternativa non è però, kantianamente, sempre a mio avviso, fra la “pace perpetua” o la guerra, ma, allo stato attuale, fra la guerra e una pace governata dalla politica e dagli Stati.

 

3 motivi per cui gli intellettuali odiano il liberalismo

Perché gli intellettuali non amano il liberalismo? Corrado Ocone, riprendendo alcune considerazioni di Roberto Esposito su La Repubblica – “Cosa spinge i maggiori intellettuali novecenteschi o a costeggiare il fascismo o ad abbracciare il comunismo?” – ha notato che il liberalismo, anche dopo il fallimento storico dei totalitarismi, riscuote poche simpatie culturali e gli intellettuali, ancora loro, hanno in odio il capitalismo, la democrazia rappresentativa, la proprietà privata, la borghesia (alla quale appartengono) vale a dire tutte quelle istituzioni che non solo sono legate al liberalismo ma hanno creato anche il mondo in cui viviamo e sono alla base della libertà.

Dunque, tra intellettuali e liberalismo e, ancora meglio, tra intellettuali e libertà c’è contrapposizione? Sarei tentato dal dire sì ma meglio argomentare. I motivi dell’antipatia degli intellettuali per il liberalismo sono vari ma qui ne indico tre.

1) Gli intellettuali amano il potere, mentre il liberalismo viene al mondo per limitare il potere. L’ambizione degli intellettuali non è quella di limitare il potere bensì quella di potenziarlo.

Nel Novecento gli intellettuali hanno seguito questa strada diventando consiglieri del potere in nome e per conto della verità e della scienza riuscendo così a tradire la verità ed a corrompere il potere.

Sono diventati qualunque cosa: consiglieri, ministri, rettori, ideologi, propagandisti. Hanno fatto di tutto tranne ciò che avrebbero dovuto fare: criticare il potere – qualunque potere, anche quello della verità – e limitarlo per difendere la libertà.

2) Gli intellettuali sono vanitosi e superbi e credono che la verità sia in loro possesso e attraverso il possesso della verità si sentono autorizzati a legittimare qualunque nefandezza: rivoluzioni – che in realtà sono colpi di Stato -, dittature, totalitarismi, razzismi, stermini di massa, odio di classe.

Per gli intellettuali che posseggono la verità, infatti, le nefandezze non sono così malvagie e sono semplicemente il prezzo da pagare per la realizzazione della verità e la trasformazione del male in bene.

Detto in due parole: gli intellettuali grazie alla verità che ritengono di possedere e il patto che stringono con il potere vogliono instaurare né più né meno che una dittatura degli intellettuali quale in fondo è sempre stato il partito di Lenin e il pensiero comunista di Gramsci.

3) Gli intellettuali, chi più chi meno, sono figli del marxismo. Prima del marxismo gli intellettuali non esistevano e c’erano i letterati. È significativo che Antonio Labriola – il primo serio marxista italiano – si rivolga a Croce, in una lettera, dandogli del letterato disimpegnato e Croce, da par suo, risponda con ironia dicendo “lasciatemi fare il letterato”. I marxisti, invece, non possono essere letterati perché hanno scoperto nientemeno come va il mondo e lo hanno fatto sulla base di quella che poi sarà chiamata la “teoria del sospetto”.

In pratica, consiste in questo: si sospetta che la democrazia rappresentativa, il capitalismo, la proprietà privata, i mezzi di produzione siano delle truffe mascherate dalla cultura della borghesia che copre tutto con la sua falsa coscienza.

Il marxismo si presenta come un’operazione verità, una pratica di smascheramento ma per farlo crea il più grande mascheramento ideologico che mai sia stato concepito e così il manifesto del partito comunista invece di liberare gli operai diventa, nel più infelice dei contrappassi, la falsa coscienza del proletariato.

Ma questa coscienza è così falsa che quando è smascherata automaticamente si ri-maschera dicendo che i suoi critici sono dei traditori e dei nemici del popolo – che gli stessi intellettuali odiano – e così la falsa coscienza è sempre salva dagli errori e dalle falsificazioni. È per sua natura infalsificabile. Una specie di Dio in terra ma senza Dio.

Cambiate i secoli, i nomi, i giornali, gli articoli, cambiate tutto ciò che va cambiato e alla fine scoprirete di essere ancora lì dove qualcuno – gli intellettuali, che poi sarebbero professori, politici, giornalisti, sociologi, scienziati – sulla base di un malinteso concetto di verità crede di aver risolto quello che Marx chiamava l’enigma della storia e su quella scorta, trovato un gancio – che è un partito che si impossessa dello Stato o con la forza o con il voto -, ritiene che sia giunto il momento di imporre agli altri legittimamente e per il loro stesso bene verità, giustizia, eguaglianza.

La odierna dittatura del cosiddetto “politicamente corretto”, che è sempre politicamente corrotto, nasce qui e viene da lontano. È il solito integralismo culturale adeguato ai tempi della comunicazione di massa in cui le stesse masse con cretina superbia intellettuale e moralismo di quart’ordine si fanno volontariamente schiave.

Noi viviamo tempi in cui questo meccanismo infernale è ancora perfettamente attivo e a volte mi stupisco che le nostre libertà siano ancora in piedi e la nostra vita ancora in vita.

Perché gli intellettuali, che sono ormai tutto un mondo di cretini che arma il proprio carnefice, alla fin fine odiano la vita e sono così risentiti verso la vita da immaginare anche processi alla storia e ai morti impancandosi su un tribunale storico che nemmeno Dio, che pur conosce tutto ciò che accade nei nostri visceri e reni, ha riservato a sé stesso.

L’unica verità che conta è quella di non farsi troppo governare dagli altri, soprattutto dagli intellettuali che odiano la nostra libertà da letterati.

 

La guerra fredda ai tempi di Trump e Kim Jong-Un

L’escalation di tensione che sembra portare sempre più allo scontro l’America di Trump e il regime comunista di Kim-Yong Un fa, di questa torrida estate, una stagione raggelante sotto il punto di vista diplomatico e militare.

I nuovi venti di guerra fredda che paiono investire il nuovo equilibrio mondiale si fanno, infatti, sempre più concreti con l’ennesima provocazione missilistica di Pyongyang e le minacce di ritorsione da parte dell’America di Trump e dei propri alleati a Tokyo e Seoul.

Dopo un’iniziale altalenante e controverso rapporto diplomatico tra i due attori durante il quale Washington aveva addirittura ridicolizzato il presunto pacchetto nucleare in mano a Kim, gli ennesimi test nel Pacifico hanno finalmente denunciato, per chi avesse ancora dubbi, la pericolosità della corsa agli armamenti della Corea del Nord e il potenziale devastante che potrebbe scaturire da un eventuale show-down.

Ancora una volta, gli Stati Uniti, si sono fatti trovare impreparati a questo ennesimo spettacolo propagandistico e, come durante l’amministrazione Obama, la proverbiale potenza americana sembra quasi essere data per morta, dopo i fallimenti in Libia e Iraq e i continui tentennamenti del presidente-magnate, troppo preso, in questi ultimi due mesi, a fronteggiare un Paese in agitazione per le rivelazioni a singhiozzo sul Russiagate e per le costanti tensioni sociali ed etniche che continuano ad insanguinare la cronaca interna.

Paradigmi, ad oggi, non ce ne sono: non sappiamo né, conoscendo Trump e suoi, potremmo scommettere su quale sarà il tipo di reazione che gli Stati Uniti vorranno contrapporre alla costante minaccia coreana. Fatto sta che, in circa otto mesi di lavoro, alla Casa Bianca, di politica estera ci si occupi poco e nulla e la facilità con cui Kim pone in atto questa lunga e preoccupante serie di provocazioni ne è la dimostrazione. Non che una via di uscita sia semplice.

La Corea del Nord è, come noto, con i suoi cinque milioni di uomini, il Paese con più forze di riserva militari e il terzo esercito mondiale; strategicamente, dato anche il pur rudimentale ma sempre potenzialmente troppo devastante arsenale atomico, un conflitto sulla falsariga di quello afgano od iracheno appare impossibile da mettere in atto e l’ipotesi, veleggiata da decenni a Pennsylvania Avenue, di un foraggiamento di un eventuale colpo di stato che rovesci la famiglia Kim, al potere dal 1948, non appare ancora tecnicamente praticabile senza un coinvolgimento diretto ed indiretto dell’unico alleato rimasto ai nordcoreani, quella Cina che ad inizio agosto ha, per la prima volta da anni, censurato pubblicamente e in via ufficiale la spericolata politica di Kim votando all’Onu a favore di nuove sanzioni.

E con ogni probabilità, a fronte di un progressivo avvicinamento tra Pechino e Washington, è proprio questa la via, allo stato degli atti, più accreditata per porre freno alle velleità nordcoreane.

Se soluzione dal punto di vista “politico” mai ci sarà, magari con una sostituzione di Kim, non c’è alcun dubbio che protagonista di questo scenario debba essere in primis proprio Pechino, senza la cui influenza ogni passo in estremo oriente di Trump oggi, come di Obama ieri, rischierebbe un devastante fallimento che provocherebbe, stavolta in modo definitivo, il tramonto dell’influenza americana in uno dei suoi molti “giardini di casa”.

Ius soli, è davvero un baluardo di civiltà?

Negli ultimi giorni a livello mediatico si afferma che lo ius soli sia una legge di civiltà.
Sorge pertanto lecito domandarsi in che termini lo possa essere: in Italia vi sono gravi violazioni dei diritti umani nei confronti degli stranieri?

A livello normativo la posizione giuridica degli stranieri è identica a quella dei cittadini italiani, infatti non vi è nessuna discriminazione sulla “carta”.
La Costituzione ne è la prova lampante, infatti l’art. 3 Cost afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Pure il cittadino straniero è investito dall’uguaglianza formale e sostanziale avendo così una copertura totale dalle discriminazioni che potrebbero sorgere a livello giuridico – istituzionale. Infatti può esperire qualsiasi azione prevista dall’ordinamento in tutela dei suoi diritti nel caso in cui fossero calpestati.

Il cittadino straniero infatti per la sua posizione di parità con il cittadino italiano si vede riconosciuti a pieno titolo tutti i diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, alla casa, all’istruzione, all’equo processo, libertà di circolazione nel territorio dello Stato, il diritto alla libertà ed alla sicurezza personale, il diritto a non essere sottoposto a pene, trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, diritto alla difesa  ect ect.

La Corte costituzionale ha affermato che il principio di eguaglianza previsto dall’art. 3 Cost. deve essere interpretato sia in connessione con l’art. 2 Cost., che prevedendo il riconoscimento e la tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo” che non distingue tra cittadini e stranieri, ma garantisce i diritti fondamentali anche riguardo allo straniero (Corte cost. sent. 18 luglio 1986, n. 199), sia in connessione con l’art. 10, comma 2, Cost., che rinvia a consuetudini e ad atti internazionali nei quali la protezione dei diritti fondamentali dello straniero è ampiamente assicurata.

Il cittadino ha maggiori diritti? Giusto

Il cittadino ovviamente gode di diritti maggiori rispetto allo straniero per via del suo rapporto permanente con lo Stato, infatti i diritti dello straniero «rappresentano un minus rispetto alla somma dei diritti di libertà riconosciuti al cittadino» (Corte Cost. sent. 15-21 giugno 1979, n. 54) e ciò consente al legislatore di introdurre una serie di limitazioni nei confronti dello straniero soprattutto nei riguardi dei diritti connessi allo “status activae civitatis”, ovvero i diritti politici.

Queste limitazioni nei diritti nei confronti dello straniero non sono un’ingiustizia, bensì si basano sul principio della reciprocità (art. 16 delle preleggi): tutti gli Stati presentano delle limitazioni nei confronti degli stranieri presenti nel loro territorio.

Molti affermano per giustificare lo ius soli che il cittadino straniero non possa accedere ai concorsi pubblici.
La legislazione attuale afferma che lo straniero può partecipare a determinanti concorsi solo se non vi sia l’esercizio di pubblici poteri. (es. Ordinanza del 27 maggio 2017, R.G. 1090/17).

Queste riflessioni mi portano quindi, a giudicare lo ius soli una mera aberrazione giuridica in quanto il cittadino straniero in Italia non subisce alcuna discriminazione.

Il concetto di cittadinanza deve essere legato a quei nobili sentimenti che sono la condivisione del patto sociale, l’abbracciare i valori fondanti della nostra Costituzione e orgoglio nazionale.

Ridurre la cittadinanza a mera frequentazione di un ciclo scolastico o nascita nel territorio dello Stato è decisamente riduttivo vista la complessità e la sensibilità del tema in questione.

Il legislatore che si occupò della L. 91/92 non contemplò lo ius soli puro per questioni geografiche. L’Italia essendo in una posizione delicata non era funzionale una legislazione di questo tipo.

Le mie considerazioni sul caso sono le medesime, vista la situazione migratoria attuale e soprattutto visti gli innumerevoli escamotage che permettono di ottenere un permesso di soggiorno di varia natura che poi si potrà convertire in permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, che è uno dei requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana per i minorenni nati all’estero.

Affermare che lo ius soli puro è applicato negli Stati Uniti come mezzo per sottolineare la bontà di questa proposta di legge e l’arretratezza del nostro sistema giuridico è palesemente scorretto.
La Corte Permanente di Giustizia Internazionale – Parere 7/2/1923 afferma che  “le questioni della nazionalità riguardano il dominio domestico, cioè riservati allo Stato”.

Lo stesso Dionisio Anzilotti afferma che ogni Stato è libero di regolare le condizioni della cittadinanza, quindi prendere a paragone un paese terzo e non la situazione attuale e concreta è l’approccio sbagliato ad una questione così spinosa che richiede pragmatismo.

Straniero discriminato e non tutelato? Non è vero

L’attuale classe politica inoltre fa leva sul fatto che chi nasce in Italia senza la cittadinanza italiana risulta discriminato e non tutelato, ma tutto ciò non è veritiero.

In primis la cittadinanza non è un diritto qualora un soggetto non rischia di diventare apolide come affermato dalla Dichiarazione universale dell’uomo del 1948 (Art. 15: “ Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza “).
I bambini nati in Italia da cittadini stranieri non rischiano di diventare apolidi in quanto ottengono per ius sanguinis la cittadinanza dei genitori.

Sarà al compimento dei 18 anni con apposita domanda all’Ufficiale di Stato Civile che acquisteranno la cittadinanza italiana (art. 4 comma 2 L.91 /92) e potranno esercitare i diritti politici che spettano solo ai maggiorenni come l’elettorato attivo e passivo e l’accesso ai concorsi pubblici, ect ect.

Per quanto riguarda chi non è nato in Italia la questione è che hanno un legame con un altro paese e non solo con lo Stato Italiano, ergo l’espletamento di un ciclo di studi non è la condizione sufficiente per l’ottenimento della cittadinanza italiana.

Il bambino nato in uno Stato estero avendo un legame con un altro Stato deve, a mio parere, sottostare al potere di discrezionalità dello Stato che vaglierà la sua posizione e deciderà se è nel suo interesse riconoscerlo come cittadino.

Il semplice espletamento di un ciclo di studi, che è un dovere oltre che per lo Stato anche per se stessi, non garantisce l’adesione al patto, il riconoscimento dei valori e dei DOVERI contenuti nella Costituzione che sono la colonna portante dello Stato di diritto.

Non è concepibile ridurre la cittadinanza a semplice espletamento di un ciclo scolastico o mezzo per evitare il visto scolastico per la gita in paesi in cui è richiesto perché concepito come un’ingiustizia da alcuni stranieri e attivisti per i diritti umani.

 

Le occupazioni abusive e la tutela dell’ordine pubblico

Non vi è, né vi può essere alcuna differenza tra uomini di razza, nazionalità e colori differenti e tutti gli uomini sono eguali in dignità e diritti. Principi sui quali non si può non essere d’accordo e che si auspica possano diventare diritti effettivi, nella vita di ogni giorno, ad ogni latitudine.

L’Italia però non è l’Eden e l’effettività dei diritti individuali, si misura anche con la tutela dei diritti dei terzi (dei cittadini italiani, quindi).

Oggi gli extracomunitari regolarmente residenti in Italia sono più di cinque milioni (5.026.153 al 31.12.2016, dati ISTAT), ai quali si dovranno aggiungere i migranti che rimarranno in Italia, all’esito delle operazioni propedeutiche al riconoscimento del diritto di asilo.

Nel 2016 in Italia sono giunti 181.436 migranti, mentre quest’anno, fino al 24 agosto ne sono sbarcati 98.072. Il trend fino al mese di giugno era incredibilmente in ascesa, rispetto all’anno scorso. Solo grazie all’accordo negoziato dal ministro dell’Interno con i quattordici capi tribù libici ha impedito che il 2017 fosse ricordato come l’anno record dei flussi migratori.

Questo accordo prevede che il governo libico, sia a livello “centrale” sia a livello territoriale, con questi quattordici sindaci, si impegni a frenare l’esodo dal territorio libico a fronte di un aiuto economico, che consiste nel sostegno alla Guardia costiera libica (attraverso formazione dei militari e fornitura di motovedette) ma anche in aiuti economici che disincentivino il traffico di migranti, soprattutto in quei comuni più colpiti dal fenomeno dell’immigrazione illegale.

Grazie a questo accordo nel mese di luglio, sono sbarcati sulle coste italiane 11.459 unità, meno della metà dei migranti sbarcati a maggio, mentre in agosto (fino al 24) solo 2.859.

Oggi, 28 agosto, il presidente del consiglio dei ministri Gentiloni parteciperà ad un vertice con il presidente Macron all’Eliseo, per verificare se vi siano le condizioni per elaborare strategie comuni necessarie per affrontare in sede europea il problema dell’immigrazione e cercare di trovare una soluzione che metta d’accordo tutti.

Dubito che gli interessi francesi ed italiani potranno essere convergenti sul tema della gestione dei migranti. Troppo diverse sono le nostre storie e gli interessi industriali (basti pensare all’abbattimento di Gheddafi, ai motivi ed agli effetti commerciali) da tutelare.

Sul lato interno, apprendiamo che il Viminale sta lavorando ad una direttiva che dovrebbe dare ai prefetti il potere di requisire edifici pubblici vuoti, per riempirli degli immigrati che occupano abusivamente stabili privati in caso di sgomberi.

La questione è molto delicata e va affrontata con la necessaria cautela. Da un lato è indiscutibile che sgomberi come quelli di giovedì scorso di via Curtatone creano problemi di ordine pubblico che l’autorità prefettizia deve necessariamente affrontare e gestire nel migliore dei modi, dall’altro però, vi è il sacrosanto diritto di vedere tutelata la proprietà privata da chiunque voglia appropriarsene contro la volontà del proprietario.

Si badi bene, non stiamo parlando solamente di una questione privatistica, da affrontare iure privatorum direbbero alcuni, bensì la problematica costituisce il perno fondamentale dell’art. 42 della Costituzione e rappresenta un cardine dei sistemi democratici occidentali.

L’idea di poter sgomberare un edificio privato, illegittimamente occupato, solo se sono disponibili altrettanti edifici pubblici da destinare ad abitazioni alternative per gli occupanti, mi sembra un’idea allucinante, anche al netto di tutte le considerazioni di ordine pubblico e sicurezza sociale.

Mi sembra assolutamente illiberale e antidemocratico che uno stato si preoccupi di tutelare chi viola deliberatamente la proprietà altrui, preferendolo, attraverso nuovi criteri di assegnazione (introdotti surrettiziamente), a chi una casa popolare l’ha richiesta da anni e cerca di sbarcare il lunario, pagando le tasse (sempre eccessivamente esose) e l’affitto di immobili tante volte peggiori di quelli abusivamente occupati.

Questa nuova “direttiva sgomberi” ha tanto il sapore di una trovata demagogica per placare le proteste di pochi a danno delle tasche di molti.

Si abbia l’autorevolezza di affrontare il problema con fermezza, garantendo, prima di tutto, i diritti di chi (italiani e stranieri) ha acquistato immobili con le regole che il nostro stato impone e si affronti il problema degli immigrati abusivi censendoli ed inserendoli in un percorso legale, che dia loro la possibilità di essere considerati uomini di serie A, come tutti gli altri cittadini italiani, mettendo fine a questi trattamenti privilegiati, che oggi, più di ieri, sono socialmente inaccettabili e, se non risolti, creeranno problemi di ordine pubblico ben più gravi di quelli creati da qualche migliaio di manifestanti.