Il caso Weinstein e il neofemminismo che alimenta la discriminazione

Condannato dalla società prima ancora di finire in tribunale è ciò che accade a molti e oggi a Weinstein. Ma è prematuro scomodare il garantismo, anche perché le 40 denunce sono pervenute solo alla stampa, ad oggi nemmeno una alla polizia.
Che non si ricordino più in che cassetto hanno piegato per bene le prove?
Qui il problema è di più ampio respiro, soffoca lui ma è ossigeno che alimenta trasversalmente mezzo mondo sul piano etico: destre e sinistre, conservatori, femministe, liberali e liberal. L’approccio politico sarebbe il più realistico, ma non abbastanza pruriginoso per i media alla ricerca dell’impatto emotivo di basso profilo.
Chi non ha scheletri nell’armadio? Il mezzo asservito al fine inchioda sul vizietto il nemico di turno con l’ausilio del moralismo popolare, il vero perno ipocrita e perverso su cui gira la faccenda.
La ciliegina sulla torta è l’espulsione di Weinstein dalla Légion d’honneur, che pensavamo si occupasse di meriti militari e professionali e scopriamo invece allargarsi sul divano del produttore al buio prima ancora della luce sui fatti. Più politico di così.
Speriamo abbia almeno verificato che le promesse del produttore alle povere ragazze siano state disilluse, il vero disonore sarebbe piuttosto quello.
A soffiare sul fuoco abbiamo le neofemministe, orfane di battaglie vere, che grazie a un istinto di sopravvivenza impressionante, si aggrappano agli stereotipi acutizzando la discriminazione anziché dirimerla.
Difatti, la tutela della donna in quanto tale sottintende l’appartenenza a una specie bisognosa di protezione.
Come potrebbe ambire a posizioni di responsabilità? Anzi, necessita dell’aiuto delle istituzioni, di cui certo non potrà farne parte. Se le paladine della parità si impuntano sulle quote rosa, qualcosa non torna nella considerazione della donna.
Si pensi inoltre alla maggiorenne non in grado di reagire a una molestia priva di coercizione fisica: un caso di fragilità psicologica (nulla di male, intendiamoci), ma la fragilità richiede ulteriore tutela.
Sotto tutela dovrebbe finirci ora anche Weinstein, usato, gettato e massacrato da tutti. Il pessimo stile nell’approccio con le donne non è ancora reato, ma sorge il dubbio che presto lo possa diventare: tra la violenza fisica, la molestia e il complimento il confine è sempre più brumoso.
Non occorre uno stupro per finire sotto accusa (mediatica oggi, domani chissà), è sufficiente che la donna si senta offesa in qualche modo, dilatando il senso del pudore, faccenda strettamente individuale e variabile, su scala collettiva.
Il paradosso è che per difendere un principio o un comportamento assurto a legge morale buona e giusta per la collettività si parta da casi specifici e individuali.
Ogni attrice esordisce e si afferma a modo suo, che Asia Argento sia più prossima a un caso patologico (e ancora più meritevole di tutela per fragilità o squilibrio personale) che a una vittima tout court è innegabile, e non esclude peraltro che ci siano esordienti grate al couch casting come scorciatoia, un do ut des che, esecrabile o meno purché consensuale, si esprime potenzialmente in qualsiasi ambito lavorativo.
A riprova che il vittimismo collettivo “di genere” non funziona.
Riprovevole è casomai la complicità di queste attrici nell’affossamento della meritocrazia: scavalcare talenti forse accantonati perché non inclini a una pratica nota e alimentata da donne in concorrenza tra loro è uno schiaffo alla sbandierata solidarietà femminile.
Lo scandalo vero è che si scandalizzi mezzo mondo per questioni arcinote, un’offesa ulteriore alle vere vittime delle violenze di ogni genere nei confronti di tutti i “gender” del globo.
Pur rispettando il ciclone di sensibilità che di botto ha travolto Hollywood, da chi ha tratto vantaggio dal sistema Weinstein attendiamo il colpo di coerenza finale a chiusura della partita doppia: che Hillary e i democratici rimborsassero il malloppo ricevuto e le attrici offese restituissero oscar e carriera.
Solo così i conti tornerebbero.

Razze e culture

Alcuni genetisti italiani hanno chiesto che la parola razza venga tolta dall’art. 3 della Costituzione dove si dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Abbiamo tutti – essi affermano – il medesimo DNA, con minime variazioni, quale che sia il gruppo umano a cui apparteniamo. Benissimo, soprattutto se si pensa a scienziati di altri epoche, che firmarono un famigerato manifesto in difesa della razza ariana e contro una supposta razza ebraica.

Purtroppo, però, i problemi della convivenza, sempre difficile, fra le diverse società umane non si risolvono con la genetica, e tanto meno abolendo questo o quella parola, come pensano ottimisticamente i sacerdoti del politicamente corretto e del linguaggio sterilizzato. Il fatto è che, se non esistono le razze biologicamente intese, esistono le culture nella loro diversità, che genera inevitabilmente conflitti.

Le culture non sono qualcosa di biologicamente determinato, ma sono il frutto di una lunga storia religiosa e civile, di tradizioni, costumi e valori che si sono sedimentati nei secoli, sono il nutrimento spirituale senza cui nessuna comunità può sopravvivere.

Le culture non sono fra loro incomunicabili, come qualche filosofo ha sostenuto, gli scambi reciproci sono stati anzi molto spesso positivi, ma nessuna di esse può snaturarsi fino al punto di rinunciare ai propri fondamenti.

Tanto per fare un esempio, la nostra cultura erede della classicità, del cristianesimo e del liberalismo non può suicidarsi in nome del dialogo a tutti i costi con altre culture che si fondano, come la islamica, su principi radicalmente diversi come quello della commistione fra sfera religiosa e sfera civile.

Prendiamo allora il caso della legge sullo ius soli. Si dice che coloro che si oppongono a questa legge, dimostrano per ciò stesso di essere razzisti. In realtà, ad ascoltarne attentamente gli argomenti, essi sembrano piuttosto dominati dalla preoccupazione che una simile legge, considerato anche lo squilibrio demografico fra la nostra e le società islamiche, possa portare, nel giro di qualche decennio, al dissolvimento della società liberale fondata sul principio della libertà di coscienza.

Si fa presto a dare del razzista agli altri, quando si ritiene di rappresentare, in esclusiva, la civiltà. Resta, però, da vedere quale.

Pure in Austria soffia il vento della destra

L’ondata della destra europea ritrova vigore proprio dove, solo pochi mesi fa, sembrava esser-si inesorabilmente fermata. L’Austria, dopo anni di larghe intese tra socialdemocratici e democristiani, ha voltato pagina premiando cosi, con oltre il 31%, l’esponente popolare dell’Ovp Sebastian Kurz, trentunenne già ministro degli esteri e, da ieri sera, il più giovane capo di governo del mondo.

Con una cavalcata a tempo di record e grazie ad una leadership fortemente spostata su posizioni di destra Kurz ha dato così il via ad un nuovo corso che condizionerà fortemente non solo il futuro del paese ma gran parte della politiche migratorie e umanitarie dell’Unione Europea.

«Vi posso promettere che da oggi lotterò con tutte le mie forte per cambiare questo Paese, ha detto Kurz. L’immigrazione, infatti è stato il vero e unico tema di questa campagna elettorale, celebratasi con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura a causa della rottura della grande coalizione che vedeva i socialdemocratici dell’Spo e i popolari dell’Ovp governare assieme dal 2007 sulla falsariga di quanto accadeva nella vicina Germania.

Grazie ad una serie di decisioni storiche, tra cui quella di personalizzare fortemente il proprio partito ribattezzandolo Lista Kurz, camuffando così la non brillante esperienza al governo dei suoi predecessori ma, soprattutto, quella di scippare al partito di estrema destra Fpo guidato dal delfino di Haider Heinz-Christian Strache i classici cavalli di battaglia delle forte xenofobe ed euroscettiche, Kurz è riuscito rapidamente a recuperare lo svantaggio iniziale di quasi dieci punti percentuali e superare Strache, indicato fino a qualche settimana fa come sicuro vincitore di questa competizione elettorale.

All’insegna della promessa di difendere i confini dell’Austria contra le quote migranti imposte da Bruxelles, dimezzando addirittura i contributi ai rifugiati, e di risolvere, una volta per tutte, l’annosa questione della cosiddetta rotta balcanica, Kurz ha saputo abilmente anche intestarsi In battaglia dell’anti-islamismo, facendo cosi leva sulla paura dei recenti attentati che da Parigi a Berlin ha notevolmente ingrossato il consenso elettorale delle form anti-sistema.

Non c’e dubbio che sia stata proprio questa inversione di rotta programmatica del nuovo Ovp a far lievitare la popolarità del giovanissimo leader, diventato nel giro di poche settimane un’autentica icon soprattutto per il suo stile originate che ha fatto passare in secondo piano le feroci critiche sulla sua inesperienza e sul mancato completamento del ciclo di studi universitari.

Gli oltre sei milioni cli elettori hanno così punito i socialdemocratici dell’Spo, l’altro partito storico dell’establishment austriaco al quale non è bastato lasciare il governo dell’Austria con un tasso di disoccupazione al solo 5,6% e un prodotto interno lordo in crescita a ben oltre i due punti e mezzo percentuali.

L’Spo del cancelliere uscente Kern, protagonista durante questa campagna elettorale di una polemica trasversale a suon di accuse di spionaggio, andrà, a meno di clamorosi ripensamenti da ambo le parti, all’opposizione, in linea con quanto dichiarato dal futuro cancelliere che aveva escluso a più riprese ogni ipotesi di riedizione della Grosse Koalition.

Pur fagocitato dal partito popolare, l’Fpo, grazie ad un clamoroso testa a testa con il partito socialdemocratico, è diventato così l’alleato più probabile del futuro governo di Kurz, un esecutivo che, caso unico in Europa, vedrebbe la presenza determinante dell’estrema destra, mai cosi forte in termini percentuali in nessun alto paese comunitario.

Dopo la netta affermazione del partito gemello tedesco Alternative fur Deutschland un altro grattacapo per l’Europa e, contemporaneamente, l’ennesima riscossa per la destra oltranzista, data prematuramente per moribonda dopo la cocente sconfitta di Marine Le Pen in Francia.

Il bagnino e la libertà

Dunque, al povero bagnino di Chioggia che aveva tappezzato la sua spiaggia con le foto e le frasi di Mussolini è stata tolta letteralmente l’acqua sotto i piedi, vale a dire la società titolare della concessione non gliela rinnovata, nonostante la procura di Venezia avesse chiesto l’archiviazione per l’ipotesi di reato di apologia del fascismo.

Forse la società concessionaria, più antifascista di Scelba, ha pensato che non era il caso di scherzare con la nuova legge Fiano e si è comportata di conseguenza.

La democrazia ha così trionfato, e siamo tutti più tranquilli. Il fascismo non passerà.

Ricordo che, nella mia città, tanti anni fa, i comizi dei leader dei partiti democratici (democristiani, socialdemocratici, liberali, repubblicani, perfino socialisti) si svolgevano dal balcone di una libreria posta sulla piazza principale e gestita da una famiglia fedelissima al duce e alla sua memoria.

Per accedere al balcone, bisognava passare per una stanza le cui pareti erano interamente ingombre di foto e simboli del deprecato regime e del suo capo. Quegli uomini politici passavano, si fermavano ad osservare con curiosità e non facevano obiezioni.

Ma quella era un’Italia decadente, nonostante il crescente benessere economico e il progressivo allargamento delle libertà civili; oggi che da quella depressione siamo usciti e che la coscienza democratica, che sembrava essersi assopita, si è ormai risvegliata, siamo pronti a fare argine contro l’alta marea dei bagnini mussoliniani, a togliere loro l’acqua putrida che li nutre, sempre in nome, s’intende delle libertà democratiche.

E così abbiamo rispolverato il reato d’opinione.

Il guaio è che le libertà dei sacerdoti della democrazia non sempre coincidono con le libertà liberali, che sono poi le uniche libertà di cui possiamo effettivamente disporre, perché anche la libertà democratica di andare a votare è solo apparenza, vuoto formalismo, se non consentiamo a tutti, anche ai bagnini con il mito grottesco di Mussolini, di dire la loro e di contribuire a formare liberamente la cosiddetta opinione pubblica.

In questa smania di censurare le idee che non ci piacciono, quando, s’intende, non degenerino nella violenza fisica, c’è la confessione implicita di una debolezza, di una sostanziale insicurezza circa la bontà delle proprie idee.

Anche questo è un aspetto non secondario dell’attuale crisi della democrazia italiana, questa sua paura delle ombre del passato, questo volersi, a tutti i costi e con tutti mezzi, cautelare dai pericoli di un tempo e di un mondo ormai defunti, mentre altri pericoli, ben più reali, sinistramente incombono sulle nostre teste.

Quali orizzonti per il commercio europeo?

A partire dal Brexit referendum, la politica europea e le sue dinamiche sono diventate materia di discussione anche per chi non si è mai preoccupato di analizzarle. L’era “social” in cui viviamo ha portato a una diffusione più rapida dei contenuti politici e, forse, anche a un appiattimento della loro composizione.

Ad oggi, il panorama risulta ben poco chiaro: crisi di varia natura sono presenti sia sulla prospettiva dell’Unione europea che, più in generale, a livello internazionale.

Rapporti esterni all’Ue

Per quanto riguarda i rapporti esterni, è impossibile non identificare le macro-aree di incertezza formatesi nell’ultimo biennio. Innanzitutto, la situazione con il partner statunitense, resa meno fertile dall’attuale amministrazione Trump, che ha visto nel fallimento del Ttip sfumare la possibilità di creare un bridge tra 800 milioni di persone direttamente e quasi 1,5 miliardi derivanti (intero continente americano più Spazio economico europeo), con tutti i servizi e le opportunità che ne potevano conseguire.

Quello che sembrava essere il culmine di una serie di rapporti già esistenti, è stato invece una delle più grandi disfatte dell’era global. La possibilità di costruire a tutti gli effetti un blocco unico economico occidentale è, a conti fatti, svanita.

Volgendo lo sguardo verso est è impossibile non fare menzione del forte cambio di rotta da parte degli investitori asiatici e in particolar modo cinesi, che, alle prese con una crisi immobiliare annunciata e un problema di investimenti esteri, sono impegnati in una ristrutturazione profonda dei loro capitali. Proprio quest’ultimi si trovano al centro di un radicale cambio di regolamentazione, che ne sta profondamente modificando la forma (non ci sarebbe da stupirsi se nel prossimo biennio questi flussi si chiudessero ulteriormente).

Secondo le nuove regole infatti, rientrano nella categoria “limited” molti investimenti in gruppi o compagnie estere, ormai divenuti mantra del dragone, volti principalmente a sostenere le aziende cinesi operanti al di fuori il territorio nazionale.

Rapporti interni all’Ue

Spostando lo sguardo verso il panorama interno europeo, che ha visto sorgere partiti e movimenti populisti a causa del malcontento per le scelte economico-politiche avanzate dalla classe dirigente, l’Unione ha un evidente bisogno di ritrovare un ordine, tanto internamente quanto esternamente.

La decisione di lasciare il progetto europeo presa dalla Gran Bretagna non passerà in sordina, e quest’ultima, con molta probabilità, preparerà una strategia di politiche economiche incentrata sull’attrarre capitali esteri, riducendo la pressione fiscale sul sistema finanziario.

I potenziali partner

Proprio la ricerca di nuove forme di collaborazione con partner esistenti o con nuovi compagni di viaggio è il punto su cui ci si dovrebbe soffermare oggi. Le possibilità per l’Unione sono potenzialmente infinite, ma, attualmente, solo poche risultano plausibili. Constatando che in un’economia tanto globalizzata sia impossibile chiudere i rapporti con qualunque attore internazionale, la mancanza di un compagno di viaggio per il medio-lungo termine potrebbe impattare negativamente sulle prossime grandi sfide che le istituzioni europee dovranno affrontare.

Gli Stati Uniti, interpreti di un ruolo solitario su alcuni dei temi caldi del momento (vedi sicurezza, ambiente e inquinamento), non sembrano attualmente intenzionati ad intavolare una discussione riguardo nuovi accordi o particolari forme di transazione delle merci.

La stessa opzione resta difficile da immaginare anche in chiave asiatica, sia per la situazione descritta in precedenza sia per le naturali differenze culturali, numeriche ed industriali che rendono estremamente ardua la gestione degli equilibri.

Emirati Arabi e Russia sembrano essere possibili lidi per chi ama pensare fuori dagli schemi, con i primi fortemente decisi a diversificare i propri investimenti, dinamica che rende l’ipotesi di una partnership a lungo termine poco pratica e appetibile, e i secondi partner silenziosi per quanto riguarda le politiche energetiche, ma di non facile compatibilità sotto l’aspetto politico.

Che siano nuove o vecchie amicizie, la grande scommessa ora è quella di trovare un compagno di viaggio con cui poter collaborare nel prossimo futuro e con cui condividere una visione di investimenti e risorse.

Nell’attesa di un’idea brillante aspettiamo di vedere gli sviluppi di Ceta e Jefta, augurandoci che siano di ispirazione per future collaborazioni e nuovi regolamenti.

Dalla “Ministra” Fedeli con furore

Realizzare il sogno di diventare insegnanti o lavorare all’interno del sistema scolastico è ormai scalata ripida e risaputa. E pensare che in passato per accedere alle cattedre bastava la cosiddetta scuola magistrale, in molti casi solo la terza media per altri ruoli.

In questi anni il sistema scolastico è mutato profondamente a causa, non solo dei vari governi che in qualche modo ha devastato il sistema universitario e scolastico, ma di tutta una serie di riforme inverosimili e concorsi fantasma che hanno dato alla luce migliaia di precari.

In soldoni per insegnare alle superiori, ad esempio, ci vogliono, se si è fortunati e fino ad oggi, ben sei anni, tra laurea e abilitazione, ovviamente questo tempo non è necessario per ottenere il tanto aspettato ruolo, paradossalmente è meno complicato laurearsi in medicina e facoltà annesse ed acquisire un titolo che permetta di avere una qualifica lavorativa.

Grazie alle proposte di chi dovrebbe indirizzare le menti dei giovani, e non farle fuggire, ci ritroveremo una Nazione non solo senza identità, ma anche svuotata da una cultura millenaria sulla quale ci siamo formati.

La nostra attuale “Ministra” della pubblica istruzione Fedeli continua a vagliare proposte poco realizzabili e sicuramente non solo discutibili, ma indubbiamente senza alcun fondo costruttivo e formativo: dal tablet in classe, all’assunzione degli immigrati come personale ATA.

Se per determinati ruoli istituzionali e politici non sono necessari percorsi accademici specifici, mentre sarebbero indispensabili competenze politiche per governare il paese, allo stesso modo non va denunciata l’inclusione di immigrati che hanno, magari, determinate competenze assimilabili al nostro sistema scolastico, ma l’abuso di incompetenza da parte di alcuni, e di leggi restrittive per i cittadini italiani che non hanno accesso a determinate graduatorie e restano fuori dal sistema spesso per 0,5 punti.

È vero che con a capo chi non ha raggiunto grandi traguardi scolastici cosa potevamo aspettarci se non un’assunzione di totali incompetenti?

Nella stragrande maggioranza dei casi ci vengono imposti dei titoli che richiedono non solo un grande impegno intellettivo, ma soprattutto economico alla fine del quale spesso resta inutilizzato.

Non ci sorprende più vedere bandi ridotti ai minimi termini sulla gazzetta ufficiale sezione concorsi, fiumi di curricula inviati presso le sedi di aziende e ininterrotti colloqui in cui stranamente si è sempre secondi.

Se ci limitiamo ad analizzare i soli titoli che il nostro Paese ci impone avremo una giusta proporzione, perché per essere ministro è sufficiente la terza media per il personale ATA essere immigrato è una “qualifica”, è una questione di prospettiva ed equiparazione dei titoli, i “laureati” non li vuole più nessuno come citava anche Pippo in un suo celebre film.

Più tasse, più povertà. Perché la ridistribuzione non funziona

In Italia poveri assoluti nel 2011 erano circa 3,5 milioni. Ora sono 4,7 milioni cioè oltre 1,2 milioni in più. Che è successo? Come è possibile?

Le tasse sono aumentate, il gettito è passato da 410 miliardi a 450 miliardi: 40 miliardi in più.

La ridistribuzione della ricchezza non ha funzionato?

No, non ha funzionato. Ha provocato più poveri, meno imprese, più disoccupazione, più debito pubblico, per oltre 400 miliardi.

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; strutturale, cioè stabile, non una tantum, che permette una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro.

 

Ridurre la spesa pubblica corrente e nel contempo riqualificarla, per indirizzarla verso la spesa per infrastrutture e ricerca.

La spesa investimenti in infrastrutture di base (reti stradali, ferroviarie, digitali, di telecomunicazioni, oleodotti, ponti, dighe, centrali energetiche) necessarie all’esercizio delle attività imprenditoriali e dei cittadini è in grado do produrre PIL.

Gran parte degli studi in materia riportano una relazione positiva e statisticamente significativa fra infrastrutture e crescita economica. In Giappone è proprio la spesa pubblica dedicata in gran parte agli investimenti per infrastrutture e ricerca che permette di avere il terzo PIL del mondo.

L’Italia è ultima per produttività del lavoro negli ultimi 20 anni, la produttività totale dal 1995 al 2015, è diminuita ad un tasso medio annuo dello 0,1%:  la produttività rappresenta il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati per la sua produzione, tipicamente capitale e lavoro. quindi a parità di ore lavorate e di loro costo (input) o si aumenta la quantità di beni o servizi (output) oppure a parità di produzione (output) si diminuisce il costo del lavoro, sia come ore lavorate che come costo delle stesse (input).

È questo il grande problema italiano: cosa fare per aumentare la produttività?

Attraverso l’innovazione di processo, ottenuto attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo che permette di fare di più con lo stesso numero di ore, è ampiamente dimostrato da studi ed analisi condotti in lungo ed in largo nel globo, che l’innovazione di prodotto, generando per l’impresa una quota addizionale di domanda, mette in condizione l’impresa medesima di aumentare il livello di produzione e occupazione.

L’insufficiente investimento italiano in R&S è dimostrato dalla modesta quota di brevetti italiani depositati all’ufficio brevetti europeo: l’8% circa contro il 45% circa della Germania, il 18% della Francia, il 14% del Regno Unito.

Nel lungo periodo è la produttività del lavoro: ogni individuo può acquistare tanti più beni e servizi quanto più è grande la sua capacità di essere produttivo.”

 

 

Nazismo, populismo e veltronismo

Nella valanga di dichiarazioni che si è abbattuta su di noi dopo il voto tedesco, la più interessante, a leggerla con attenzione, è quella di uno dei leader della AFD, Alexander Gauland, dopo un’affermazione elettorale largamente prevista, almeno da coloro che guardano in faccia la realtà della nuova Europa, senza coloriture ideologiche o sentimentali.

Gauland ha spiegato il buon risultato del suo partito col fatto che gli altri “non percepiscono più i sentimenti dell’uomo della strada”. E ha subito protestato contro l’accusa di nazismo rivolta al suo movimento, perché “quando si parla di nazismo si parla di campi di concentramento, di uccisioni degli ebrei, della Gestapo”.

Credo che abbia ragione, anche se per un liberale le proposte della AFD restano inaccettabili. Ma dobbiamo stare attenti a non ripetere la solita litania del nazismo alle porte in Germania e del fascismo in Italia.

Il populismo, da quello americano di Trump a quello dei fautori della Brexit per arrivare alla Lega di Salvini ed altri simili movimenti europei, non è fascismo per la semplice ragione che si tratta di fenomeni sociali e culturali che appartengono a società ben diverse da quelle degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Piuttosto che gridare al lupo fascista, liberali di varia tendenza e socialdemocratici farebbero bene a riflettere sull’impressionante scollamento della loro cultura politica da una realtà che non è più comprensibile con le vecchie categorie partitiche.

Invece continuano a vivere e a pensare come se fossimo ancora ai tempi della contrapposizione fra una borghesia sicura di sé e una classe operaia compatta e pronta alla lotta.

Non si accorgono che quella borghesia si è sfarinata in una miriade di ceti spesso contrapposti e la classe operaia (per quel che ne rimane), assieme al sottoproletariato, vota per i partiti populisti che almeno si sono accorti della sua crescente emarginazione.

E non si avvedono neppure che la globalizzazione e il cosmopolitismo hanno prodotto in tante persone che si sentono escluse dalle magnifiche sorti e progressive un disperato bisogno d’identità nazionale o magari regionale.

Un tipico esponente della confusa cultura liberal italiana, Walter Veltroni, che pure rifiuta il velleitario estremismo della sinistra alternativa, ci invita anche lui, in alcune dichiarazioni al Corriere, ad alzare la guardia contro il pericolo neofascista.

Ma forse sarebbe il caso di alzarla nei confronti di chi continua a perdersi in un mondo di parole, dopo aver sostituito il marxismo con il bergoglismo e la retorica umanitaria.

Civiltà e costumi non sono tutti sullo stesso piano. Ecco perché

Fiumi d’inchiostro continuano ad essere versati su libri, giornali e riviste per dimostrare che noi euro-occidentali non abbiamo alcun diritto a ritenerci superiori agli altri popoli e alle altre culture dal momento che di «crimini contro l’umanità» ne abbiamo commesso a iosa – guerre, conquiste coloniali, etnocidi, massacri ideologici.

È vero, si ammette, che le altre civiltà non sono state da meno ma la nostra pretendeva di fondarsi sui diritti universali dell’uomo e quindi su una filosofia politica e giuridica che non ammetteva deroghe nei rapporti con «l’altro».

È un discorso che si sente ripetere fino alla nausea ma che non regge davanti a una semplice domanda: i diritti e le libertà civili (eguaglianza di uomo e donna, libertà di culto e di apostasia, libertà di associazione e di insegnamento, libertà d’impresa) sono valori assoluti, da difendere sempre e dovunque, o sono una caratteristica peculiare della tribù occidentale che non si può pretendere diventi «costume» anche per quanti scelgano di vivere nelle nostre contrade in cerca di un’esistenza libera dal bisogno?

Se sono valori assoluti, lasciamo agli storici e ai filosofi stabilire: se hanno a che fare più con il mondo greco-romano che con quello cristiano, più con l’illuminismo che con il romanticismo; se nel corso dei secoli, sono stati «traditi» o, almeno in parte, rispettati; e accordiamoci sul principio che rappresentano una conditio irrinunciabile di appartenenza alle nostre comunità politiche.

Ne deriva, ad esempio, che l’imporre un matrimonio a una minorenne o una mutilazione genitale dovrebbe essere seguito non solo dalla condanna penale ma dalla perdita della cittadinanza.

Rinunciamo pure a pesare le differenti etnie culturali sulla bilancia del Bene e del Male ma non confondiamo il relativismo descrittivo della realtà («esistono tanti modelli culturali») col relativismo etico («tutti i modelli culturali sono buoni») e col relativismo metodologico («per comprendere i modelli culturali bisogna comprenderne i valori specifici»).

No, le civiltà e i costumi che ne derivano non sono, per noi, tutte sullo stesso piano.

Quando si parla dell’incontro con «il diverso che ci arricchisce» si fa della retorica vacua e pericolosa. L’arricchimento ci fu quando i Romani, un popolo contadino con un forte senso del diritto, conquistò la Grecia: «Graecia capta ferum victorem cepit» scriveva Orazio (la Grecia soggiogata conquistò il feroce vincitore).

Nacque allora, insegnano gli antichisti, una civiltà millenaria, non romana ma greco-romana che tanto avrebbe segnato le arti, le lettere, le scienze, le istituzioni, la filosofia dell’Occidente.

Persino lo «scontro di civiltà» causato dalle invasioni barbariche ebbe una sua positività.

Come scriveva Montesquieu nello Spirito delle leggi, le libertà dei moderni nacquero nei boschi germanici: «Le nazioni che conquistarono l’impero romano erano molto libere».

Finché i conquistatori rimasero in Germania, tutta la nazione poteva riunirsi; dispersi nella conquista, non poterono più farlo: «Era comunque indispensabile che la nazione deliberasse sui suoi affari, come prima della conquista: lo fece con l’elezione dei rappresentanti. Questa è l’origine del governo gotico tra noi».

Invece tra i nuovi, pacifici, invasori ci sono molte persone talora persino più «civili» di noi ma, quando lo sono, lo si deve con buona pace degli «antagonisti» antropologi culturali al fatto che si sono occidentalizzati, che «sono diventati come noi», che nelle patrie di origine hanno acquisito un’educazione, delle competenze tecniche e scientifiche non inferiori alle nostre.

Non sono «figure della diversità» ma uomini che hanno preso le distanze dal loro «specifico culturale» come quei siciliani che, tanti anni fa, non si riconoscevano più nella filosofia del delitto d’onore.

Memori della lezione di Giovanni Sartori, finiamola di tessere l’apologia del multiculturalismo.

Nel mondo unificato dalla democrazia in politica e dal mercato in economia, dobbiamo tenerci caro il pluralismo non il multiculturalismo: il primo fa pensare alle differenti perle di uno stesso diadema, il secondo a unità chiuse che rivendicano la conservazione di usi, di costumi, di tradizioni che non solo intendono preservare dal precipitare dei tempi ma che, talora, pretendono di imporre all’intero pianeta per salvarlo dalla corruzione profonda in cui è precipitato per colpa di noi «crociati».

 

Allah e la scienza

“Per alcuni secoli, non ci fu campo del sapere…in cui i musulmani non poterono orgogliosamente vantare la loro superiorità”. Così scrive Luciano Pellicani nell’introduzione all’ interessante libro di Elio Cadelo, ora pubblicato dall’editore Palombi: Allah e la scienza: un dialogo impossibile? (pagine 239, euro 14).

In verità l’autore, che nella sua pluriennale carriera giornalistica è passato da testate come il Corriere della sera e la RAI, occupandosi sempre di scienza, divenendone uno dei migliori divulgatori in circolazione, relativizza e limita molto questa tesi, che è poi quella che pure domina nel mondo culturale.

Soprattutto nel secondo capitolo del libro -”La nascita e la morte della scienza araba”- egli ci mostra come il “periodo d’oro della scienza islamica”, tanto d’oro non sia stato. E come gli scienziati che in esso operarono erano comunque all’interno di un sistema di potere poco tollerante, venendo addirittura considerati “eretici”.

Egli mostra altresì come quel periodo debba limitarsi temporalmente a pochi decenni e a luoghi molto circoscritti, che non possono essere fatti coincidere in toto con l’età e gli spazio del dominio del califfato abasside di Baghdad (che durò dalla metà dell’VIII secolo fino al 1258).

In particolare, Cadelo smonta il mito di al-andalus, facendo riferimento ad un processo storiografico ormai consolidato. “Negli ultimi anni -scrive infatti-, alla luce di nuove documentazioni, si sta ristudiando la presenza musulmana in Spagna ed il panorama che emerge descrive una realtà diversa dal mito che ha voluto il dominio musulmano di quella terra come un governo illuminato, tollerante e ‘aperto alle innovazioni culturali’”.

In sostanza, si può ormai dire che la cultura occidentale sia dopo l’anno Mille rinata a nuova vita, se mai prima fosse morta, per virtù propria più che per gli stimoli molto limitati provenienti dalla cultura musulmana. Così come si può dire che la cultura musulmana più che apprezzare per virtù intrinseca il sapere e le scienze, tanto da tradurre e commentare le opere dell’antichità, si trovò di fronte ad una tradizione sia bizantina sia persiana che già svolgeva da tempo egregiamente questa attività.

Non fosse altro che per queste riflessioni, sempre molto documentate, il libro di Cadelo è sicuramente da consigliarsi.

Non si può però non considerare in questa sede il doppio registro, storico e teorico, di queste pagine, e anche la discrasia che fra di esse a mio avviso si crea.

Da una parte, il volume è una interessante e sapiente ricostruzione di percorsi e fatti culturali che suffragano, in maniera divulgativa e scientifica al tempo stesso, la tesi di fondo, è cioè una storia dei rapporti della scienza e della cultura musulmane con la scienza occidentale; dall’altra, questi rapporti sono interpretati e valutati all’interno di una vera e propria “filosofia della storia” di tipo illuministico e positivistico (le cui coordinate sono delineate in maniera molto chiara nel terzo capitolo, che può a buon diritto considerarsi una istruttiva e dovuta deviazione metodologica dal tema principale: “Le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche in Europa”).

Il che potrebbe benissimo rubricarsi al paragrafo delle diverse concezioni intellettuali che contraddistinguono la vita della cultura, tanto più che l’autore nella sua onestà intellettuale non se ne serve mai per fare violenza ai dati e ai fatti.

Salvo che questa “filosofia della storia”, a sua volta “superata” dalla più recente e accorta storiografia, finisce a mio avviso per suggerire all’autore risposte sbagliate, o almeno fuorvianti, a quelle che sono le ulteriori domande a cui si è proposto di rispondere col suo testo: “Perché tra la visione del mondo della cultura islamica e quella occidentale ci sono differenze così marcate?

Perché le due società sono in conflitto? Perché i paesi musulmani non riescono ad accedere alla modernità e ad accettare l’innovazione scientifica? Come mai l’Occidente è caratterizzato proprio per la produzione scientifica e l’innovazione tecnologica? Perché i movimenti terroristi islamisti, pur utilizzando le nuove tecnologie, affermano che la scienza è ‘immorale’ e contro la verità di Dio?”

Il fatto è che Cadelo assimila tutte le religioni monoteistiche, le quali tutte, per il fatto stesso di richiamarsi ad un Dio unico, farebbero secondo lui riferimento ad una Verità assoluta che non tollera deviazioni o interpretazioni diverse da quelle scritte nei libri sacri.

Da questo punto di vista, la religione islamica, che ha dominato nei Paesi arabi e nella regione persiana, e la religione cristiana dei nostri paesi occidentali, pari sarebbero, e non potrebbero non essere prese nella loro purezza, in intolleranza, fanatismo e ostilità verso quel pensiero scientifico che non tollera “verità rivelate” e ogni idea vuole sottoporre al kantiano giudizio del tribunale della Ragione.

Senonché, la differenza più evidente sarebbe nel fatto che ad un certo punto, segnatamente con l’avvento della modernità e con il trionfo della scienza-tecnica, i paesi occidentali hanno cominciato a sganciarsi dalle ipoteche e dai vincoli del cristianesimo, il quale ha dovuto sempre più anch’esso modernizzarsi e laicizzarsi, mentre i paesi arabi sono rimasti ad uno stdio della civiltà simile, per fanatismo e oscurantismo, al nostro Medioevo.

Uno stadio da cui usciranno ovviamente solo il giorno in cui conosceranno qualcosa di simile alla nostra secolarizzazione (che, come Cadelo appropriatamente chiarisce, può andare disgiunta dal processo di modernizzazione tecnologica, se questo si realizza non tenendo presenti quelle precondizioni culturali, politiche e economiche che caratterizzano il nostro mondo basato sulla libertà e che hanno preparato il terreno alla modernità).

Secondo questa interpretazione, l’età moderna in occidente ha significato una specie di ritorno al paganesimo dell’età classica, cioè ad una cultura che Cadelo idealizza alquanto e vorrebbe caratterizzata da una tendenziale capacità di aprirsi all’altro e al diverso, dal riconoscimento del pluralismo delle opinioni e della democrazia, dai commerci e dall’economia di mercato.

L’età cristiana, che portò alla morte la cultura pagana, segnò perciò una forte frattura col mondo antico, informando di sé quelli che vanno considerati a tutti gli effetti i “secoli bui” dell’Occidente. E’ impressionante come il concetto di Medioevo, proprio sulla scia della tradizione illuministica (diventata oggi quasi senso comune con il trionfo dell’“illuminismo di massa”), si slarghi così tanto nel libro di Cadelo da trasformarsi da concetto periodizzante a categoria ideale e morale connotata in senso negativo.

Tutto ciò che è contro il pensiero scientifico è da considerarsi, per l’autore di queste pagine, “medievale”.

Ma è una definizione comune sì, ma che contrasta sia con la consapevolezza che sempre più si sta acquisendo del Medioevo cristiano, e anche cattolico e ecclesiastico, come una fucina, seppur parziale e contraddittoria, di quelle che saranno le libertà e il pluralismo dei moderni, sia con l’idea poco storicistica che la storia possa procedere per fratture ed essere segnata da “parentesi”.

D’altronde, la civiltà classica, lungi dall’essersi fondata sul valore dell’individualismo, era invece dominata dallo spirito di clan e dalle famiglie che in modo esclusivo costituivano il ceto dirigente del tempo. Il valore dell’individualità è stata invece introdotta nell’Occidente proprio da quella che Benedetto Croce anche per questo motivo considerò la più grande rivoluzione spirituale dell’umanità, cioè dal cristianesimo.

Non è quindi un caso che sia stato in Occidente e non nei paesi dominati dall’Islam, che, a un certo punta, sia emersa, come figlia del cristianesimo, la civiltà moderna, quella che oppone allo spirito della comunità (che era proprio della civiltà classica e che è esemplificata oggi dalla umma musulmana), la eccezionalità e non riducibilità di ogni persona, uguale ad ogni altra in quanto figlia di unico Dio.

Un’uguaglianza che si realizza però nella diversità e nella specificità attestata dal rapporto diretto della coscienza di ogni uomo con quel Dio che, con essa, immette una “scintilla” si sé stesso nell’universo mondano La stessa secolarizzazione, come ci hanno insegnato fra gli altri Karl Loewith e Friedrich Nietzsche, è intrisa di spirito cristiano e ragiona nell’ordine di senso introdotto nel mondo dal cristianesimo.

La dialettica paganesimo-cristianesimo, che Cadelo mutua da Pellicani, è pertanto non solo troppo rigida, ma anche errata sia nei presupposti teorici sia nel riscontro storico di quello che è stato l’effettivo svolgimento della nostra civiltà. Cadelo ha l’indubbio merito di mostrare l’intrinseca connessione di mercato-democrazia-pensiero scientifico.

Ed anche quello di farci capire come questo legame sia stato troncato alla radice da una vera e propria “teologia politica” quale è quella islamica. L’islamismo, nella misura in cui non può non convertirsi in islamismo politico, agisce nello stesso orizzonte di senso in cui operano i fondamentalisti e i terroristi islamici. I quali radicalizzano e portano alle estreme e nefaste conseguenze ciò che è l’essenza della religione islamica, che è una religione di guerra e non di amore o carità.

Quello che però Cadelo non è disposto a riconoscere al cristianesimo è il suo carattere di opposizione ad ogni forma di potere costituito, anche di quello che storicamente ha assunto la bandiera di Cristo. Infine, negli ultimi due capitoli, l’autore getta un opportuno sguardo sull’oggi, mostrandoci come la reislamizzazione di paesi arabi già avviati verso il mondo moderno, unita al risentimento sociale verso l’Occidente, è da temere forse più che il terrorismo in sé.

Avercelo ricordato, è un altro dei meriti di questo libro che comunque traccia un solco non convenzionale nella riflessione attuale sul mondo islamico. Anche se curiosamente il punto interrogativo presente in copertina scompare nel frontespizio, si può dire, in conclusione, che Cadelo è convinto che fra Allah e la scienza non ci sia dialogo possibile.

Idea condivisibile, anche se sulle argomentazioni si può, come qui si è fatto, dissentire.