L’ “Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’ ”uomo intero” einaudiano contrapposto all’ ”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo.

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La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.

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Sostenibilità ambientale e demografia

L’inquinamento ambientale impatta negativamente sulle possibilità di procreazione, contribuendo a rendere sempre più basso il numero dei nuovi nati che già risente di svariate concause sociali, non ultima la diminuzione della disponibilità economica, in mancanza di uno sviluppo significativo del sistema produttivo locale e nazionale. Nel recente convegno a Siracusa della Società Italiana della Riproduzione Umana (S.I.R.U.) è emersa una singolare correlazione tra la natalità e la salubrità dell’ambiente, non soltanto in relazione alla presenza di inquinanti più o meno conosciuti ma anche con riferimento alla qualità dell’alimentazione che, indirettamente, risente dell’utilizzo di pratiche agronomiche e dell’utilizzo di nuovi composti di sintesi che influenzano anche le caratteristiche organolettiche degli alimenti.

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La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

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Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.
Secondo il rapporto 2018 “Comune che vai fisco che trovi” sulla tassazione delle piccole imprese in 137 comuni italiani, pubblicato dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna), la pressione fiscale sulle Pmi, calcolata come l’ammontare di imposte e contributi sociali obbligatori versati dalle imprese, nello scorso anno si attestava al 61,4%, con picchi superiori al 70% in comuni come Reggio Calabria e Bologna.
Sempre del 2018 è il rapporto della Commissione UE sul fisco, da cui emerge come l’Italia sia il paese dell’Unione Europea con la più alta tassazione sul lavoro (42,6%).
E i dati sulla “mortalità d’impresa” non sono più incoraggianti: secondo InfoCamere, il 37,4% delle imprese individuali e il 20,5% delle società di persone dichiara fallimento entro quattro anni.
Di fronte a cifre così imbarazzanti, verrebbe naturale ritenere che “economia e sviluppo d’impresa” sia necessariamente il primo punto del programma elettorale di ogni partito e movimento politico, nonché il principale tema discusso da giornalisti, onorevoli e politologi nei salotti televisivi di Rai, Mediaset e la7.
La verità, al contrario, è che in Italia, di economia, se ne parla poco e male.
Poco, perché si preferisce battagliare perennemente su tematiche legate all’immigrazione e ai diritti civili, capaci di scaldare il cuore (nel bene e nel male) dell’elettorato di ogni schieramento politico.
Male, perché si è costretti ad ascoltare frasi come “l’Italia è vicina a un boom economico” e “il 2019 sarà un anno bellissimo”, pronunciate rispettivamente dal doppio-ministro Di Maio e dal Presidente del Consiglio Conte, previsioni talmente inverosimili da risultare ironiche e caricaturali, degne delle migliori imitazioni crozziane.
Nel paese dell’assistenzialismo “long-life”, di una cultura anti-impresa alimentata da demonizzatori seriali della ricchezza, ora agitando il pugno chiuso, ora snocciolando il rosario, nel paese del “posto fisso o muerte”, degli isterismi no-euro e dei capri espiatori franco-tedeschi, sarebbe ora di rivedere le nostre priorità politiche e di riflettere su come far ripartire quella che è (forse ancora per poco) la terza economia dell’euro-zona e l’ottava economia mondiale.

Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.
Il deficit era stato fissato a un furbesco 2.04%, dopo essersi incaponiti sul 2.4. Sarebbe servito, dicevano i festeggianti irresponsabili di palazzo Chigi, per avere margini capaci di alimentare gli investimenti. Gli investimenti non ci sono e il deficit è previsto al 2.4. Questo, assieme al debito crescente, mette l’Italia in condizioni di grandissima difficoltà, perché facilissimo bersaglio non appena la copertura della Banca centrale europea si allenterà.
Vi ricordate le previsioni di crescita? secondo Paolo Savona, a novembre, era possibile puntare al 3%. Lo stesso mese Di Maio era più prudente: si sarebbe potuto agguantare il 2. La legge di bilancio è stata concepita fissando l’1.5, poi, a Natale, ridotto all’1. Sono passati sei mesi dal 3 e quattro mesi dall’1.5 e la crescita prevista dal Fmi, incorporata ora dai conti governativi, è allo 0.1%. Il bello è che mandano in giro quattro fanatici a dire: i sapientoni non hanno mai azzeccato le previsioni. Che, oltre a essere falso, sarebbe anche il caso di tacerlo. Il fatto è che con una pressione fiscale al 42.2% (dato del governo, non di un centro studi di teppisti) e con il debito crescente, quindi con l’aggravarsi del suo onere, riprendere il cammino dello sviluppo resta un miraggio, anche perché i soldi, nel frattempo, li si spende per agevolare chi non lavora e chi smette di lavorare.
Il colpo di grazia alla credibilità governativa arriva proprio in tema fiscale, perché nel documento inviato dal governo a Bruxelles si legge che si adotterà la flat tax: “Il sentiero di riforma per i prossimi anni prevede la graduale estensione del regime d’imposta sulle persone fisiche a due aliquote del 15 e 20 per cento, a partire dai redditi più bassi, al contempo riformando le deduzioni e detrazioni”. Che non significa niente, ma nel disperato tentativo di significare qualche cosa racconta di una flat tax a due aliquote, che poi resterebbero comunque cinque, perché scrivono il falso sapendo che è falso. Il guaio è che una flat a più aliquote è una battuta comica, un pensiero surreale, un imbroglio talmente gigantesco da risultare patetico.
Questo è il problema: non la correzione dei conti, ma l’incorreggibile supponenza di chi pensa di affrontare problemi seri con un grottesco scilinguagnolo.

Trionfo dell’incoscienza

Il dato, fonte Istat, dice tutto: dal 2000 al 2016 la produttività oraria del lavoro è cresciuta, in Italia, dello 0.4%; nello stesso periodo è aumentata del 15% in Francia, Uk e Spagna; del 18.3% in Germania. Inutile chiedersi perché cresciamo meno degli altri. E, per la precisione, siamo fermi.
Dentro quel dato c’è la scarsa formazione della forza lavoro, le dimensioni troppo piccole delle aziende italiane, la latitanza della cultura manageriale, i mancati investimenti in innovazione, la satanica pressione fiscale, previdenziale e burocratica. E altre cose ancora, che descrivono le sbarre con cui è costruita la gabbia in cui si è chiusa l’Italia.
A fronte di questo di che discutiamo? Di come si fa ad andare in pensione prima e a guadagnare senza lavorare, cioè di come aggravare quella condizione miseranda, gravando di ulteriori costi l’Italia che, nonostante tutto, cammina e corre. Perché esiste, naturalmente, ma di quella nessuno si cura, se non per spremerla. Come se il successo e il guadagno fossero delle colpe.
Mentre questo accade, e in coerenza con l’impostazione irreale del discorso pubblico, il debito pubblico, che in valore assoluto non ha mai smesso di crescere, ha preso a correre a un ritmo doppio rispetto all’immediato passato. Questo senza che sia stato speso un centesimo in investimenti, che, naturalmente, tutti dicono di volere e tutti, a turno, tagliano per ricavare maggiori spazi alla spesa corrente. La novità consiste nel fatto che, ora, di bloccare i lavori programmati ci si fa un vanto, anziché sentirne la vergogna.
Il veleno non è solo la continua, fastidiosa, ossessiva campagna elettorale, ma il fatto che sia condotta su piani irreali, fuggendo dalla urticante chiarezza di quei dati, illudendo e illudendosi che prevalere sull’avversario cambi qualche cosa del quadro in cui ci muoviamo. Una specie di simposio dell’insipienza e trionfo dell’incoscienza.

La trappola di seta

Sulla Via della Seta qualcuno pensa di metterci un frutto molto particolare del Made in Italy: il debito pubblico. Qui da noi si fa finta di non immaginarlo neppure, ma il Financial Times lo ha messo in prima pagina: “Italy weighs loan from China-led bank to ease fears over joining Belt and Road”. Si sta valutando un prestito dal sistema cinese, il che farebbe meglio digerire l’adesione alla Via della Seta.

Mettiamo i birilli al loro posto, prima che una simile boccia li polverizzi tutti. Noi abbiamo interesse ad espandere il commercio con la Cina. L’ho sostenuto, ci ho lavorato e non ho cambiato idea. Al contrario di qualche ipocrita lo dico esplicitamente: ampliare le nostre esportazioni porta con sé sia le importazioni che gli scambi tecnologici, ivi compreso l’investimento per produrre in Cina. Il problema, in casa nostra, non sono certo le vie con prodotti cinesi, i negozi con paccottiglia varia o i ristoranti cinesi (tutta roba da regolare nel capitolo commercio, licenze e fisco, nulla a che vedere con la politica industriale o estera). Il problema, semmai, è la vendita di tecnologia. Ma anche questo è un capitolo datato, perché se date un occhio alla produzione cinese d’ingegneri e ricercatori scientifici, e alla loro qualità, vi renderete conto che è come il rosolio che la nonna conservava gelosamente, fin quando non lo buttarono via. C’è ancora tantissima tecnologia di altissimo livello, nella nostra produzione, ma la risposta a quel tipo di concorrenza non è il protezionismo, bensì università serie e selettive. Ne parliamo un’altra volta.

Purtroppo, e ripeto purtroppo, non siamo quelli che, fra gli europei, esportano di più in Cina e neanche quelli che ne ricevono maggiori investimenti. Chi si adoperasse in tal senso sarebbe benemerito. Va in questa direzione il preliminare d’intesa (memorandum of understanding) che il governo italiano firmerà con quello cinese? No. Questo è il punto.

Quel testo (almeno quello che è circolato, non smentito) è un’accozzaglia di buone intenzioni. Pensate che i due governi collaboreranno anche nella salvaguardia dell’ambiente. Con i cinesi? (che da una parte sporcano che è una bellezza, dall’altra hanno tecnologia ecologica da vendere, sicché sarebbe curioso ritrovarsi zozzati e acquirenti). Leggi queste cose e ti chiedi: che succede al primo dissidio? Soccorre il quinto paragrafo: ogni controversia sarà risolta solo ed esclusivamente in via amichevole. Il nulla. A questo aggiungete che il testo esclude esplicitamente vincoli giuridici e non ha valore di trattato, tanto che non verrà sottoposto al Parlamento (che lo leggerà sui giornali). Il nulla. Ma nulla nulla? Il contenuto c’è: la collaborazione per la Via della Seta. Basta dirlo, anche senza aggiungere altro.

Perché quello è un grande investimento infrastrutturale e strategico, esclusivamente cinese, che si estende sul territorio dell’Unione europea, con reti di trasporto fisico non meno che con reti di telecomunicazione. Il che cambia in maniera drastica i confini est (non a caso sia la Grecia che l’Ungheria hanno già accolto investimenti cinesi di questo tipo) e introduce una presenza esterna dentro il territorio sovrano. Che questo sia fatto a cura di sovranisti la dice lunghissima sulla presa per le chiappe che tutta questa paccottiglia comporta. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a firmare una cosa del genere. Forse in vista di un trasloco.

Ora, se le controversie si risolvono solo in via amichevole, che succede se gli amici continuano a discordare? Vince il più forte. Forte in che? Denaro, infrastrutture, intelligence e armi. Inutile fare i vaghi, quella è la posta sullo sfondo.

Mi sono chiesto se chi governa è in grado di capirlo. Ho sperato fosse solo dilettantismo. Lo spero ancora. Ma se c’è di mezzo un prestito le cose cambiano: è vendita di sovranità. Perché, i cinesi non possono comprare titoli del nostro debito pubblico? Certo che possono, già lo fanno (poco), ma nelle aste regolari e sul mercato secondario. Un negoziato governativo per un prestito cambia completamente lo scenario. E una roba di questo tipo non si rimanda modello Tav, o la si smentisce o la si porta in Parlamento. Altrimenti saremmo di fronte a un sovvertimento illegittimo.

Sinistra, moralismo e democrazia

Non è facile fare l’osservatore di fatti politici senza farsi prendere dal coinvolgimento emotivo. La Wertfreiheit di weberiana memoria, infatti, per quanto sia un imprescindibile strumento analitico per chi si cimenta con la pratica dello studioso di fenomeni politici, risente quasi ineludibilmente – se non altro in minima parte – dell’orientamento da cui si parte per osservare le parti concorrenti in gioco. Ciononostante, come insegna uno studioso di grande rilevanza, Dino Cofrancesco, è bene cercare di attenersi a giudizi di fatto di quel che accade, tenendo per sé i giudizi di valore che potrebbero camuffare, e quindi inficiare e rendere così prive di “scientificità”, le analisi prodotte. In altri termini, si tratta di ricoprire la figura di arbitro super partes e non di arbitro delle parti in gioco che, in realtà, si scopre tifoso o, ancor peggio, “hooligan”.

Ahimè, tocca constatare che spesso molti commentatori politici tendono a seguire questa seconda via. Sulla prima pagina de “La Repubblica” di lunedì 4 marzo, l’editoriale firmato da Ezio Mauro non può che destare qualche perplessità, se non addirittura sorrisi amari. Il pezzo, che vuol essere il commento alle elezioni per il segretario del PD, dimostra per l’ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto a sinistra, o almeno in seno a una certa sinistra, si soffra della presunzione di una specie di superiorità antropologica. Per il giornalista, infatti, tanto le elezioni sopradette, quanto la manifestazione organizzata sabato a Milano contro il razzismo, pur nella loro diversità, altro non sarebbero che «la coscienza della responsabilità democratica nei confronti del Paese, di chi vuole andare avanti, di chi chiede aiuto e anche di chi ha paura. È la responsabilità della democrazia, che fa parte della civiltà italiana e che ormai sembra travolta». Belle parole, si potrà pensare, ma cosa nascondono?

Celano, ma neanche più di tanto, il classico moralismo che alberga a sinistra – e che, peraltro, ha contribuito all’emersione dei 5 Stelle – ed è proprio di chi pensa di essere sempre dalla parte del Bene e in lotta perenne contro il Male. Ora, chi conosce anche in minima misura chi scrive sa quanto la sua preoccupazione per questo governo sia alta, tanto per l’ala più nazionalpopulista (Lega), quanto per quella di stampo protestatario sociale, e peronista aggiungo (M5S), per utilizzare le etichette di Pierre-André Taguieff. In questo senso, le analisi di Angelo Panebianco paiono più che calzanti e convincenti. Epperò, anche se la difesa di questo esecutivo è ben lontana da questa penna, non si può tacere la stanchezza per l’ennesimo pezzo moralistico che ci propone e ci propina la solita sussiegosa litania dei “buoni” che combattono in una lotta campale i “cattivi”.

Per citare nuovamente Cofrancesco, questo modo di porsi tipico dei “vate” stanti a sinistra, fa parte di quella ch’egli ha catalogato come “ideologia italiana”, tra cui spicca, per l’appunto, «un esasperato atteggiamento moralistico nei riguardi della politica elevata a momento di rigenerazione morale e spirituale dei popoli, non – più modestamente – a luogo di mediazione e di compromesso tra interessi e valori» (si veda, a tal proposito, un vecchio libretto dell’autore intitolato “Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave”, Bertani editore, 1984). In altre parole, la lezione aroniana e lo scetticismo di stampo humeano, per quanto concerne l’ideologia che va per la maggiore tra gli intellettuali nostrani, sono completamente disattesi. E allora, come si può parlare di democrazia? Come si sa, il concetto di “democrazia” è ben ostico, ed è ben facile appropiarsene deprivandolo del suo contenuto effettivo (come del resto pure quello di “populismo”). Attenzione, però, giacché anche i tanto bistrattati populisti si autodefiniscono come i veri e unici democratici.

Da un lato, dunque, i populisti reclamano una democrazia sempre più pura di quella che c’è, producendo aspettative crescenti e erodendone in buona misura i cardini costituzional-liberali. E questo, come osservava Sartori, è un pericolo esiziale per il suo delicato equilibrio. D’altro canto, però, a sinistra si ha quasi sempre il vizio di apprezzare e decantare la democrazia, a patto che essa produca esclusivamente i vincitori “giusti” prestabiliti a priori. È questa democrazia?

Possibili scenari del ritiro americano dalla Siria

Nonostante l’annuncio iniziale del ritiro americano dalla Siria sia stato rettificato – specificando che avverrà solo alla completa sconfitta dell’Isis, e con garanzie da parte turca del rispetto degli alleati curdi, la risoluzione spalanca uno scenario, in cui le cause del conflitto rimangono irrisolte, e il pericolo di un’instabilità permanente non è da escludere. Intanto, domenica scorsa, l’unità arabo-curda delle forze siriane democratiche ha sferrato la terza offensiva all’ultima roccaforte dell’Isis nel paese, dalla ripresa della battaglia, dopo l’evacuazione delle famiglie dei miliziani e i soldati arresi, e nella giornata di ieri, la risposta da al-Bagouz ha preso la forma di attacchi suicidi.  Il comando centrale degli Stati Uniti ha diffuso notizie, secondo le quali, interviste realizzate sia acivili, sia a foreign fighters, nei campi di raccolta, hanno rilevato atteggiamenti di estrema, irriducibile, e impenitenteradicalizzazione, e l’intenzione di tornare a insorgere nel momento propizio. Fonti della stampa internazionale hanno confermato le informazioni, riportando reazioni virulente all’indirizzo di reporter e fotografi, con minacce di nuove conquiste del califfato.

Gli Stati Uniti intendono concentrare sforzi e risorse su obiettivi che ritengono vitali come lo scontro, su molteplici fronti da seconda guerra fredda, con Cina e Russia. Tuttavia, nella situazione data, è con quest’ultima che paradossalmente dovrà dialogare. Le truppe americane sono stanziate nella zona orientale, che occupa un terzo della Siria, dove sono concentrate le principali riserve di acqua, petrolio e grano, e la produzione di energia elettrica. Abbandonare questo avamposto significa rinunciare all’influenza sulle trattative riguardo al futuro assetto del paese. Inoltre, un’eventuale rimonta dell’Isis, che ha riparato nella valle dell’Eufrate e le aree attigue dell’Iraq occidentale, sarebbe letale per gli interessi degli Stati Uniti, così come un ulteriore ampliamento della rete sostenuta dall’Iran; eventi che potrebbero essere innescati dal vuoto lasciato.

La repubblica islamica iraniana, che a febbraio ha compiuto quarant’anni, ha coltivato legami con gruppi sciiti in nazioni considerate di fondamentale importanza per la propria salvaguardia: Afghanistan, Libano, Pakistan, Siria e Yemen, per citarne alcune. La strategia prevede la collaborazione con attori armati non statali, che l’Iran addestra ed equipaggia, e mobilizza in diversi teatri, per avversare nemici e aumentare la sfera di influsso regionale, superando l’inferiorità militare convenzionale e minimizzando i costi degli interventi. L’espansione dei combattenti finanziati dall’Iran è stata frenata in Iraq dalla permanenza statunitense dal 2003 al 2011.  Ma mentre l’Iran appare determinato ad apparire come un fattore di stabilizzazione, dove gli americani hanno ridotto i contingenti – è impegnato a osteggiare l’Isis in Afghanistan, gli Stati Uniti lanciano segnali che appaiono irrazionali a confederati e antagonisti.

Una riduzione della sicurezza potrebbe far riemergere l’Isis, smembrare le forze siriane democratiche, tra la componente sunnita e quella fedele al presidente Bashar al-Assad, intensificare le provocazioni iraniane e israelite, con un alto rischio di incidentie degenerazione in una contrapposizione aperta, o riaccendere la belligeranza turca nei confronti dei curdi. Tehran continua ad accumulare riserve missilistiche a ovest della Siria e rappresenta una sfida per Israele. Con una smobilitazione statunitense, estenderebbe l’accesso al confine siriano-iracheno per il trasporto sicuro di armamenti e uomini fra Baghdad e Damasco e troverebbe la via libera sulla frontiera siriano-giordana, orapiantonata dall’esercito americano. Ankara, dal canto suo, non ha la capacità di affrontare l’Isis nel lontano sud della Siria e il proposito sarebbe sempre subordinato all’azione di contenimento dei curdi nel nord-est.

L’unica opzione, quindi, per non lasciare il destino della Siria nelle mani di Tehran e di Ankara, è quella di assicurarsi l’appoggio di Mosca. Alla Russia non conviene vedere ritardata l’esecuzione degli aiuti internazionali per la ricostruzione della Siria. Alla pari degli Stati Uniti, non vuole avere a che fare con un nuovo focolaio dell’Isis, ed ha già installato unità speciali e servizi privati, nella valle dell’Eufrate.  Soprattutto, è intenzionata a prevenire maggiori ostilità fra Iran e Israele, che sminuirebbero i risultati della campagna in Siria e il proprio status di superpotenza. Non da meno, lo stesso Israele, così come la Giordania e le monarchie del Golfo, contano sull’azione di Mosca. La Russia dovrebbe, però, impegnarsi a contenere l’Iran a est, e tenere gli hezbollah lontani dala Giordania, anche se il suo vantaggio geopolitico, questa volta al contrario degli Stati Uniti, non è quello di controllare tutta la Siria, e ha un peso relativo sulle decisioni di Tehran e sulla volatilità di Ankara.

La valutazione di fondo è che il ripiego americano sia tutto sommato una pessima idea. Le guerre finiscono per un superiore uso della forza o per un progressivo logoramento, o ancora per l’effetto di negoziazioni. Il conflitto siriano lascia intravedere almeno due di queste condizioni, ma una finestra per la terza si preannuncia breve e colma di insidie. In un pantano di questa portata, non si può prescindere da una cooperazione diplomatica e sul terreno di Stati Uniti e Russia.