Guerra preventiva o guerra precauzionale? Ecco la differenza

Se Trump decidesse di attaccare la Corea del Nord, la sua sarebbe una guerra preventiva? Dipende da come decidiamo di tradurre il termine inglese preventive. Ad esempio, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Herbert R. McMaster, ha detto qualche settimana fa alla CNN: “Stiamo preparando dei piani per una guerra preventiva (preventive war).”

Ma cosa intendono gli americani per preventive war?

La risposta non è così scontata come potrebbe sembrare, perché nel lessico militare anglosassone esiste una distinzione terminologica che la nostra lingua non riesce a cogliere.

È la distinzione tra preventive e preemptive. Siccome i dizionari italiani, di solito, traducono entrambi i termini con “preventivo”, la distinzione si perde.

Ma dove sta la differenza?

Preemptive war

Cominciamo dal termine preemptive, così come viene usato nell’espressione preemptive war. Una preemptive war è un attacco militare giustificato dalla certezza (al di là di ogni ragionevole dubbio) che l’obiettivo colpito è sul punto di iniziare a sua volta un attacco.

Supponiamo, ad esempio, che il governo della Corea del Nord dichiari che attaccherà la Corea del Sud tra un mese esatto da oggi, e che inizi ad ammassare mezzi e uomini alla frontiera. In questo caso, se la Corea del Sud decidesse di attaccare per prima, farebbe una preemptive war, una vera e propria guerra preventiva.

La logica della guerra preventiva (preemptive) è, dunque: “Io colpisco te, perché sono sicuro che tu stai per colpire me.”

Preventive war

Veniamo adesso alla preventive war. Si tratta di un attacco militare che viene iniziato nella convinzione che un attacco da parte dell’obiettivo, pur non essendo imminente, è però inevitabile, e che il temporeggiare comporterà, nel lungo periodo, un danno maggiore.

La logica, qui, è: “Io colpisco te adesso perché so che, se non lo faccio, tu colpirai me tra qualche anno.” Proprio perché manca del carattere dell’imminenza, sarebbe forse meglio tradurre l’espressione preventive war con “guerra precauzionale”, piuttosto che con “guerra preventiva”.

Quando, dunque, McMaster dice che gli USA stanno preparando i piani per una preventive war, non intende dire che la Corea del Nord rappresenta una minaccia certa e imminente per la sicurezza statunitense, ma che è una minaccia tale da richiedere una guerra precauzionale.

La distinzione tra guerra preventiva (preemptive) e guerra precauzionale (preventive) non è affatto una questione di pura semantica, perché il diritto internazionale permette le guerre autenticamente preventive, mentre vieta le guerre precauzionali.

Per inciso: buona parte del dibattito italiano sulla seconda guerra irachena era viziata da questa ambiguità terminologica. Abbiamo tradotto la “preventive war” di Bush con “guerra preventiva”, quando sarebbe stato più corretto chiamarla precauzionale.

Gli americani sono stati accusati (da alcuni) di portare l’attacco a un paese che non rappresentava una minaccia reale e immediata per gli USA, il che è vero.

Ma non è per questo che si è deciso l’attacco. Quella di Bush era una guerra precauzionale (preventive), la quale è molto più controversa su un piano etico.

La guerra preventiva (preemptive) è molto più facile da giustificare, perché rientra nella nozione di autodifesa. Molto banalmente: se qualcuno mi punta una pistola contro, non devo aspettare che prema il grilletto per potermi difendere.

Ma la guerra precauzionale è una situazione nella quale, per stare all’esempio, io sparo a qualcuno con cui ho dei dissidi perché vengo a sapere che è andato a comprarsi un’arma. Da questo punto di vista, l’azione americana è molto più difficile da giustificare.

Difficile, ma non impossibile.

C’è infatti un problema che bisogna considerare. Un problema che è stato considerato per la prima volta dal Alberico Gentili, in un trattato nel 1598 che si intitola De jure belli. Il problema è che, in situazioni di conflitto, non sappiamo quali siano le reali intenzioni del nemico.

Questo rende molto difficile avere informazioni affidabili sulle quali basare le proprie decisioni. Nel dubbio, diceva Gentili, è meglio agire. Aspettare ti mette solo in una situazione di svantaggio.

Ma chi dà il diritto a uno Stato di agire così? Nessuno! Gentili era, infatti, un fautore della teoria della guerra regolare, secondo la quale non esistono diritti nelle guerre tra Stati, perché non è possibile stabilire da che parte sta la ragione.

Se due individui litigano per una questione di diritto, è possibile stabilire chi dei due ha ragione e chi no. Questo perché esiste un giudice super-partes che amministra la giustizia.

Ma quando due Stati indipendenti litigano per una questione di diritto, non è possibile stabilire chi ha ragione e chi no, perché non esiste un giudice super-partes. Per i teorici della guerra regolare il diritto è soggetto a vincoli territoriali, nazionali.

Al di fuori di questi confini, non esiste il diritto. Quindi parlare di guerra giusta o sbagliata è nonsenso: solo l’esito finale della guerra servirà come arbitro del conflitto.

Io credo che la teoria della guerra regolare sia sbagliata, perché confonde completamente tra legge morale e legge giuridica. Dal fatto che non vi sia un diritto internazionale e un giudice che dirime le questioni tra Stati, non segue affatto che non ci sia differenza tra giusto e sbagliato.

Se l’etica coincidesse con il diritto, allora sarebbe impossibile affermare che una legge è ingiusta o sbagliata, perché tutte le leggi sarebbero per definizione giuste.

Per tornare alla guerra precauzionale, ritengo che attaccare uno Stato semplicemente perché sta crescendo in potenza senza che questo abbia manifestato alcuna intenzione bellicosa sia inammissibile. Meglio rinforzare le proprie difese.

Certo è che se la Corea del Nord continua a sparare missili sopra la testa dei giapponesi corre un grosso rischio di essere annientata.

Col Patto Gentiloni legifera Bergoglio

Il titolo con cui Repubblica ha annunciato, nella parte più evidente della prima pagina, un articolo in cui, all’interno del giornale, si riferisce di trattative segrete del governo con il Vaticano, in altri tempi sarebbe stato impossibile.

E segnala comunque un cortocircuito culturale e politico di cui i protagonisti, nella fattispecie la sinistra di governo e quella di opinione (il cosiddetto “ceto medio riflessivo” di cui Repubblica è portavoce accreditato), non sembrano avere nemmeno contezza.

Detto in soldoni, il governo, pur di far approvare la legge sulloius soli” in questa legislatura, come aveva promesso, pur di non perdere cioè definitivamente la faccia, starebbe usando gli uomini di Bergoglio, che lo “ius soli” ha a sua volta sponsorizzato, per fare pressioni su Alfano, cioè sul leader del centro cattolico che si oppone alla legge. Il tutto per avere al Senato la maggioranza che al momento non c’è.

Non solo, l’operazione farebbe parte di una triangolazione che prevede fra l’altro, come contropartita dal Vaticano, il lasciapassare per le attività di contenimento dell’immigrazione attuate nel Mediterraneo dal ministro Minniti.

Le dichiarazioni di quest’ultimo a favore dello “ius soli” e, soprattutto, l’improvviso e inatteso realismo mostrato del Papa sulle operazioni di contenimento dell’immigrazione nel Mediterraneo (“accoglienza sì ma solo finché c’è posto”), avvalorerebbero l’ipotesi del nuovo, e alquanto perverso, “patto Gentiloni”.

Solo che quel che Repubblica non considera, e che comunque avrebbe dovuto destare scandalo in un giornale che sull’indignazione anche laicista ha creato la propria fortuna, è che, essendo il Vaticano contemporaneamente uno Stato e la sede dei vertici religiosi del cattolicesimo, non si può passare impunemente dall’un piano all’altro pur di raggiungere i propri fini politici.

Dal punto di vista strettamente politico, infatti, se un’intesa col Vaticano ci fosse, sarebbe da considerarsi a tutti gli effetti un attentato alla sovranità e autonomia dello Stato.

Il Vaticano è infatti uno Stato straniero e, per principio, non può entrare nella giurisdizione di un altro Stato, che appunto è sovrano sul suo territorio e adotta le leggi che ritiene opportuno per garantire la sicurezza e la protezione dei suoi cittadini.

È l’abc della teoria dello Stato moderno: le intese fra Stati possono essere solo interstatali, e la sovranità che non è assoluta semplicemente non è sovranità. In un sol colpo, viene poi meno anche quel principio di laicità che, pur se interpretato a volte in modo fazioso e unilaterale, ha costituito la base stessa su cui è nato lo Stato italiano.

Il conte di Cavour, ma anche semplicemente uno Sturzo o un De Gasperi, si rivolterebbero nella tomba!

L’elemento che più impressiona è però, come accennato, che interventi che, a torto o a ragione, venivano considerati un’ingerenza da parte delle gerarchie vaticane ai tempi dei governi Berlusconi e di Papa Ratzinger, vengono ora supinamente accettati da Repubblica e da tutta l’opinione media gauchiste.

Non solo: si arriva persino a digerire e a far passare come “naturale” l’intesa o il patto con tali gerarchie.

Evidentemente, le questioni bioetiche venivano percepite come di “destra”, mentre lo “ius soli” viene ora visto come una battaglia, anche simbolica, “di sinistra”.

Ciò a dimostrazione che anche i principi, a cominciare appunto da quello di laicità, sono spesso solo un paravento di cui certa sinistra, la sinistra di sempre, si serve per raggiungere i propri fini.

 

La guerra fredda ai tempi di Trump e Kim Jong-Un

L’escalation di tensione che sembra portare sempre più allo scontro l’America di Trump e il regime comunista di Kim-Yong Un fa, di questa torrida estate, una stagione raggelante sotto il punto di vista diplomatico e militare.

I nuovi venti di guerra fredda che paiono investire il nuovo equilibrio mondiale si fanno, infatti, sempre più concreti con l’ennesima provocazione missilistica di Pyongyang e le minacce di ritorsione da parte dell’America di Trump e dei propri alleati a Tokyo e Seoul.

Dopo un’iniziale altalenante e controverso rapporto diplomatico tra i due attori durante il quale Washington aveva addirittura ridicolizzato il presunto pacchetto nucleare in mano a Kim, gli ennesimi test nel Pacifico hanno finalmente denunciato, per chi avesse ancora dubbi, la pericolosità della corsa agli armamenti della Corea del Nord e il potenziale devastante che potrebbe scaturire da un eventuale show-down.

Ancora una volta, gli Stati Uniti, si sono fatti trovare impreparati a questo ennesimo spettacolo propagandistico e, come durante l’amministrazione Obama, la proverbiale potenza americana sembra quasi essere data per morta, dopo i fallimenti in Libia e Iraq e i continui tentennamenti del presidente-magnate, troppo preso, in questi ultimi due mesi, a fronteggiare un Paese in agitazione per le rivelazioni a singhiozzo sul Russiagate e per le costanti tensioni sociali ed etniche che continuano ad insanguinare la cronaca interna.

Paradigmi, ad oggi, non ce ne sono: non sappiamo né, conoscendo Trump e suoi, potremmo scommettere su quale sarà il tipo di reazione che gli Stati Uniti vorranno contrapporre alla costante minaccia coreana. Fatto sta che, in circa otto mesi di lavoro, alla Casa Bianca, di politica estera ci si occupi poco e nulla e la facilità con cui Kim pone in atto questa lunga e preoccupante serie di provocazioni ne è la dimostrazione. Non che una via di uscita sia semplice.

La Corea del Nord è, come noto, con i suoi cinque milioni di uomini, il Paese con più forze di riserva militari e il terzo esercito mondiale; strategicamente, dato anche il pur rudimentale ma sempre potenzialmente troppo devastante arsenale atomico, un conflitto sulla falsariga di quello afgano od iracheno appare impossibile da mettere in atto e l’ipotesi, veleggiata da decenni a Pennsylvania Avenue, di un foraggiamento di un eventuale colpo di stato che rovesci la famiglia Kim, al potere dal 1948, non appare ancora tecnicamente praticabile senza un coinvolgimento diretto ed indiretto dell’unico alleato rimasto ai nordcoreani, quella Cina che ad inizio agosto ha, per la prima volta da anni, censurato pubblicamente e in via ufficiale la spericolata politica di Kim votando all’Onu a favore di nuove sanzioni.

E con ogni probabilità, a fronte di un progressivo avvicinamento tra Pechino e Washington, è proprio questa la via, allo stato degli atti, più accreditata per porre freno alle velleità nordcoreane.

Se soluzione dal punto di vista “politico” mai ci sarà, magari con una sostituzione di Kim, non c’è alcun dubbio che protagonista di questo scenario debba essere in primis proprio Pechino, senza la cui influenza ogni passo in estremo oriente di Trump oggi, come di Obama ieri, rischierebbe un devastante fallimento che provocherebbe, stavolta in modo definitivo, il tramonto dell’influenza americana in uno dei suoi molti “giardini di casa”.

Camere penali, boom-firme per la separazione delle carriere

Sono circa 55.000 le firme raccolte dall’Unione delle Camere penali italiane in favore della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere nella magistratura. Partita all’inizio del mese di maggio la campagna, una delle più vaste della storia recente dell’avvocatura, ha quindi già raggiunto con quattro mesi di anticipo la soglia delle 50.000 necessarie per la presentazione del ddl in Parlamento.
Tra le forze politiche la proposta Ucpi ha trovato l’adesione di uno schieramento trasversale di esponenti tra i quali figurano anche il vicepresidente della Camera Giachetti, il segretario della Lega Salvini, il ministro degli affari regionali Costa, il presidente della Commissione esteri della Camera Cicchitto, il governatore della Regione Liguria Toti e gli ex ministri Terzi di Sant’Agata e Marzano che si aggiungono ad associazioni e partiti come la Fondazione Luigi Einaudi, il Partito Radicale e il Partito Liberale.
“Nonostante il risultato raggiunto la campagna di raccolta proseguirà anche d’estate, nelle piazze e nei tribunali di tutta Italia. Abbiamo dimostrato come questo tema sia sensibile non solo per l’avvocatura ma anche per migliaia di cittadini estranei alle tematiche che attengono la giustizia. Non solo. Grazie ad una campagna di comunicazione attraverso i social siamo riusciti a coinvolgere moltissimi giovani, un dato particolarmente importante e che dimostra come il tema sia sentito dalle nuove generazioni” ha commentato Anna Chiusano, vicepresidente del Comitato promotore della raccolta che al vertice vede il presidente dei penalisti Beniamino Migliucci e tra i componenti giuristi come Gaetano Pecorella e Marcello Gallo.
Il disegno di legge Ucpi mira a non solo a distinguere nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri ma promuove, inoltre, la costituzione di due consigli superiori della magistratura distinti, uno per quella giudicante e uno per quella inquirente. “Solo così – ricorda Migliucci – si potrà veramente dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione che stabilisce la terzietà del giudice all’interno di un vero giusto processo, esattamente avviene in gran parte degli ordinamenti europei dove la separazione delle carriere è la regola e non l’eccezione”.
Più di cento sono le camere penali italiane coinvolte nella raccolta che prosegue, anche in questi giorni, in numerose località d’Italia. “Emblematico è il dato che riguarda i territori: sono circa 7000 le firme raccolte solo nella Sicilia, la regione che ha totalizzato più consensi. Seguono in questa classifica l’Emilia Romagna, il Lazio e la Campania che hanno raccolto, da sole, oltre 15.000 sottoscrizioni. Riguardo le città spicca il primato di Brindisi che, da sola, ha totalizzato oltre 2500 firme mentre molti centri minori come Modena, Tivoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere, Patti e Messina viaggiano sopra le mille firme a testa” ha dichiarato Giuseppe Belcastro, Coordinatore del Comitato organizzatore delle Camere Penali.
Il bilancio della raccolta e le prossime iniziative politiche saranno poi oggetto del congresso straordinario Ucpi del 6, 7 e 8 ottobre che quest’anno sarà organizzato dalla Camera Penale di Roma, la città, tra i grandi centri, che ha raccolto più sottoscrizioni in questi primi due mesi di raccolta.
“Sarà l’occasione per approfondire non solo il tema della separazione delle carriere ma anche gli altri numerosi fronti che riguardano la politica e l’ordinamento giudiziario grazie al contributo di esponenti della politica, del giornalismo, della cultura e dell’accademia” dichiara il presidente della Camera Penale di Roma Cesare Placanica.

L’etica della responsabilità per un nuovo patriottismo liberale

Nel 1861 Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Con questa celebre citazione, carica di aspettative e patriottismo, unificata la Nazione, si sperava di rendere solidale una popolazione sotto il segno di una storia condivisa, cultura e valori etici, di una convivenza fortemente desiderata, dopo eventi storici che avevano frantumato la struttura centrale di un Paese che adesso volgeva lo sguardo ad una società in divenire.

Sono trascorsi più di centocinquant’ anni da allora e quel programma non si può certo dire che si sia realizzato, se non in piccola parte. I profondi cambiamenti maturati in questi anni attraccano su un porto lontano dalle speranze, lotte e tenacia che caratterizzarono quel traguardo tanto agognato.

Il passaggio generazionale, i profondi mutamenti culturali, il mescolarsi di etnie diverse hanno segnato non poco gli aspetti esistenziali, che invece di migliorare e rinsaldarsi, stanno provocando un’ulteriore spaccatura. Il bene individuale sovrasta quello comune, non ci si rispecchia più nell’altro come “Uomo”, ma come razza, religione e cultura, dove la diversità è il pasto quotidiano.

Si può costruire un’etica condivisa? Il richiamo alla mente del filosofo tedesco Hans Jonas potrebbe rappresentare una potenziale risposta partendo dal concetto di “etica della responsabilità”. Attraverso il quale è possibile elaborare un’etica del futuro, dove la responsabilità del mondo in cui abitiamo deve guidare le nostre azioni e prevederne gli effetti se vogliamo assicurare un’esistenza alle generazioni future.

Ciò si rivolge molto più alla politica che non al comportamento privato, ove fondamentale è la condotta dei paesi occidentali. In ogni uomo si può riconoscere un appello alla responsabilità di chi si scopre unico tra i viventi ad essere in grado di sviluppare un pensiero etico.

Questa è una riflessione cui siamo invitati a fare, in primis come italiani. Forse, però, bisognerebbe realizzare fino in fondo lo Stato prima ancora che gli italiani. Certo, gli sforzi di nation building, soprattutto all’inizio da parte della Destra storica, furono enormi e le volontà messe in campo tra le migliori, anche se poi qualcosa si spezzò.

Oggi l’italiano vede lo Stato come un nemico, al massimo una mammella da cui mungere latte per la propria famiglia o il proprio clan. Non ci si rende conto che gli interessi privati sono legittimi, ma essi possono essere garantiti e rinsaldati solo dall’esistenza di uno Stato limitato sì, ma forte ed efficiente.

Il quale, però, senza il senso di un’appartenenza comune e un sano patriottismo, senza diffuso “senso dello Stato” fra i cittadini, è nulla, è un semplice nome, un guscio vuoto. Le istituzioni sono come delle guarnigioni, ma se non c’è chi le difende e crede in esse presto soccombono. Anche le migliori.

L’etica della responsabilità che è richiesta, a noi italiani più che agli altri, è un’etica che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni, che sa guardare oltre il proprio orticello, convinta che anche gli interessi, le libertà individuali si tutelano a partire dal rispetto della propria comunità politica, quella in cui siamo stati chiamati a vivere. La quale non deve essere certo una realtà chiusa o compatta, ma vissuta come l’orizzonte ineliminabile della nostra esistenza.

Che sia giunto il tempo di un nuovo e rinnovato “patriottismo liberale”?

Macron, Merkel e l’Europa del terzo millennio

Si fa presto a dire Europa. A venticinque anni da quel Trattato di Maastricht che sancì la nascita di una superpotenza economica e che pose le condizioni per la creazione di una nuova forte ed autorevole entità politica l’Europa appare di nuovo, quasi fatalmente, un ibrido sui generis che si aggira nelle cancellerie ora come uno spauracchio, ora come un ostacolo da aggirare e di cui, soprattutto, diffidare.
La recente affermazione di Emmanuel Macron in Francia, all’insegna del rifiuto di quell’antieuropeismo sempre più vasto nelle coscienze critiche delle destre e delle sinistre, aveva fatto ben sperare, specialmente dopo le conseguenze drammatiche di quell’azzardo politico chiamato Brexit.

I principali dossier geopolitici, dai trattati commerciali all’immigrazione, passando per la Libia, vedono l’Europa comunitaria, sempre più immobile e confusa, scontrarsi con l’Europa delle nazioni che, al contrario, risulta profondamente influente e slegata da qualsiasi vincolo politico o solidaristico.

Ecco come l’asse Merkel-Macron come quello con Sarkozy ed Hollande del recente passato, rischia, di nuovo, di gettare nuova benzina sul fuoco nella difficile lotta ingaggiata dall’establishment contro le forze politiche estremiste.

L’isolamento e la solitudine che alcuni paesi, come l’Italia, terzo contribuente delle finanze europee, stanno provando sulla loro pelle nella complessa gestione della crisi dei migranti è, senza ombra di dubbio, un nuovo assist alla nascita e al radicamento di vaste aree critiche verso l’Europa e al suo apparente immobilismo.

Esce così allo scoperto una sorta di contraddizione in termini: chi, come Merkel e Macron, ha inteso, e da tempo, ingaggiare una lotta politica senza quartiere al radicalismo, al massimalismo e all’antieuropeismo è, allo stesso tempo, uno dei principali artefici dell’aumento del consenso dei populisti i quali, sconfitti in patria, possono benissimo continuare a urlare altrove: l’importante è che stiano a casa loro.

È l’Europa del terzo millennio, bellezza.

Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità

Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo.

C’è qualcosa che non quadra. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha conosciuto la egemonia culturale del Pci che con il modello dell’antifascismo ideologico scomunicava chiunque provasse ad esprimere una cultura diversa.

Fosse dipeso dagli intellettuali, che tradirono una seconda volta (quasi) in massa, avremmo perso la libertà e infatti, Benedetto Croce, che rifiutò di sottomettersi, dopo la caduta di Mussolini, alla nuova chiesa totalitaria del Pci di Togliatti, disse: “Beneditele quelle beghine perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi”.

Se oggi in Italia, dove vigono non poche leggi del fascismo, si può ancora pensare di trasformare opinioni, folklore, cimeli in reati di propaganda fascista è perché non abbiamo avuto e non abbiamo ancora una cultura politica antitotalitaria.

Ancora una volta torna utile Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma qui siamo ben oltre anche la farsa: l’antifascismo più cretino della storia ora vede un fascismo con pinne, fucili ed occhiali sulla spiaggia di Chioggia e Laura Boldrini, nientemeno che presidente della Camera, pensa che bisognerebbe rimuovere i monumenti del ventennio mussoliniano.

Le vecchie zie ci salvarono dal comunismo ma dalla stupidità o ci salviamo da soli o meritiamo di affogare nell’idiozia.

Se il cretino trionfa è perché i problemi storici e culturali sono stati rimossi e mitizzati. Norberto Bobbio diceva una cosa semplice: tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici.

Il problema degli italiani con le dittature non è stato unico ma doppio: fascismo e comunismo. Per sviluppare una decente cultura democratica non si può essere anti a metà.

L’antifascismo non basta. È necessario anche l’anticomunismo e, purtroppo, in Italia l’anticomunismo non è ancora un valore diffuso e pienamente legittimo. Lo stesso Bobbio, in buoni rapporti con Mussolini, ebbe sempre problemi a dirsi anticomunista.

All’anatra zoppa della cultura politica corrisponde l’anatra zoppa della storiografia. Cattiva coscienza teoretica e cattiva coscienza politica si danno la mano. L’antifascismo, che è una categoria politica, è stato trasformato in una categoria storiografica sulla cui base interpretare tutto il Novecento che così viene manipolato e si giunge alle scemenze della eliminazione dei monumenti: quindi abbattiamo la Garbatella, via la stazione di Milano, riallarghiamo le valli di Comacchio e così con le paludi pontine eccettera eccetera.

Tutto finisce veramente in un carnevale di stupidità e lo stesso dibattito balneare sul fascismo, nato sulla spiaggia di Chioggia, è una pessima idea per unire la sinistra intorno al suo rancore e alle sue falsità.

Una tristezza infinita che riesce persino a mancare di rispetto allo stesso antifascismo ideologico che ha dentro di sé storie tragiche di chi pagò con la vita, di chi fece il doppio gioco quando i giochi erano pericolosi, di chi divenne maestro di antifascismo dopo aver preso la cattedra a qualche docente ebreo che la dovette lasciare in seguito alle leggi razziali.

Questo è il paese – il nostro paese – che non si sa guardare allo specchio, non sa raccontarsi la verità senza idiote strumentalizzazioni politiche, non sa crescere nella libertà e coltiva dentro sé demoni e stupidaggini.

 

Retorica e vecchi belletti

Come ha scritto Biagio de Giovanni, sul «Mattino» del 3 luglio – Insieme contro, il solito vizio della sinistra­­ – «Per l’Italia, il 4 dicembre, la bocciatura della proposta referendaria, è la data che fa da spartiacque: nessuno intendeva attribuire a quella riforma una funzione salvifica, e non era difficile vedere suoi difetti e limiti, ma là dentro c’era la possibilità di un nuovo corso politico, e magari di tensioni e conflitti ma finalmente marcati dal segno di un passaggio costituzionale e politico di grande portata».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con lo studioso rimasto uno dei pochi cervelli pensanti della sinistra italiana ma i fatti sono inconfutabili e i fatti, dicevano gli Antichi, sono divini.

E il dato certo con cui dobbiamo oggi fare i conti è presto detto: «Dopo quel fallimento, il terreno di scontro si è ricollocato nell’alveo di un torrente limaccioso che riporta con sé tutti i detriti di una storia, la quale chiede strada a gran voce ma stenta a muoversi ostacolata dai suoi stessi detriti che più o meno inconsapevolmente incontra sul suo percorso».

Mai il sistema politico italiano era caduto così in basso, posto davanti a sfide che non possono essere fronteggiate né da solidi e strutturati partiti, né da classi dirigenti in grado di tenere la rotta nelle tempeste che si abbattono sullo stato nazionale da ogni parte – e in primis dalla questione migrantes.

Chiamato a confrontarsi con la realtà, la political culture dominante – quella che ha colonizzato media, scuole medie, Università, enti artistici, case editrici etc. – come sta reagendo, quali nuove categorie e metodi di osservazione dei processi sociali, politici ed economici sta allestendo nei suoi vecchi laboratori di analisi e di ricerca?

È desolante constatare che, ancora una volta, l’intellighenzia italica non fa luce sul cammino da percorrere, non spiega la crisi che da anni si è abbattuta sul bel paese perché è essa stessa un momento, o un fattore, di quella crisi: non è l’occhio della mente che esamina il dente cariato ma è essa stessa uno dei denti cariati.

Ne sono conferma due articoli, di diverso tenore, pessimista l’uno, ottimista l’altro, che mi è capitato di leggere in questi giorni. Il primo, Sinistra-destra o destra-destra?, dell’amico Paolo Bagnoli, capofila degli ‘storici delle coscienze integerrime’, è uscito sul quindicinale post azionista (sic!), «Nonmollare», il 3 giugno; il secondo, di Nadia UrbinatiLe bandiere della società civile, è uscito lo stesso giorno su «Repubblica» [NdR l’articolo è ripubblicato e consultabile su «Libertà e Giustizia»].

Entrambi gli autori ‘traggon gli auspici’, per un riscatto della sinistra così profondamente umiliata da Matteo Renzi, da due icone del Pantheon nazionale antifascista: Stefano Rodotà (Bagnoli) e Lelio Basso (Urbinati). Del giurista giacobino, recentemente scomparso, viene citata una civilissima riflessione: «Basta con questa storia che non c’è più distinzione tra destra e sinistra!

La distinzione c’è, eccome, per me al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?». Del Grande Vecchio, Lelio Basso, viene ricordato il discorso all’Assemblea Costituente del 6 marzo 1947: «Finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizziamo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia».

È desolante pensare che in quelle due citazioni si racchiude, ormai, tutta la filosofia della sinistra e che tale filosofia sia posta alla base del «proliferare di movimenti a sinistra del Partito democratico, voci che emergono dalla società civile e aspirano a proporre visioni politiche».

«Questo movimento plurale nella sfera pubblica è positivo – scrive un’eccitata Urbinati – è il segno di una società non apatica, ricca di potenzialità, insoddisfatta del corso attuale del partito di governo e del governo stesso e preoccupata del persistente astensionismo elettorale».

Se lo sbocco di tutto questo atavismo ideologico fosse solo la ricomparsa in campo dei reduci degli anni formidabili, non ce ne dovremmo preoccupare molto. Sennonché è la mens totalitaria sottesta a questo (auspicato ma improbabile) revival che spaventa.

Se la sinistra significa «la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse», la destra che a quei valori è ritenuta estranea, non si vedrà negare, almeno moralmente, ogni diritto di cittadinanza politica?

E se lavoro e cittadinanza non stanno insieme (ed è difficile tenerli insieme se lo stato non si assume la direzione di tutto l’apparato economico e produttivo…), quanti esaltano la ‘società di mercato’ – produttrice di ineguaglianze – non dovrebbero essere tenuti lontani dalla cabina di comando, dove si decide la rotta assegnata alla nave dello Stato?

Già si è distribuita nelle scuole la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, resta solo il passo successivo, quello di proibirvi l’entrata, ad es., di Verso la servitù di Fr. A. Hayek, giacché se la filosofia della Scuola austriaca (che, peraltro, non è la mia) dovesse prendere piede a livello di massa, ci potremmo trovare al governo partiti non disposti a costituzionalizzare i ‘diritti sociali’, anche se favorevoli alle ‘leggi sociali’, ovvero alle risorse date ai meno abbienti quando la ricchezza è diffusa e l’economia tira.

La sinistra non farà mai un serio esame di coscienza tornando a Stefano Rodotà o a Lelio Basso ma solo prendendo atto della «realtà effettuale» e chiedendosi, ad es., perché a Genova e a Sesto San Giovanni si sono rotte le righe. Con la retorica – solo in apparenza buonista – non si va da nessuna parte.

Da Paradoxa Forum

I want my money back

Con soli quattordici voti di differenza il nuovo gabinetto monocolore May ha ottenuto il via libera dalla Camera dei Comuni al Queen’s Speech, il tradizionale discorso d’apertura del parlamento britannico che ha il compito di tracciare il programma di governo di Sua Maestà per i prossimi anni.

Non certo un successo per la premier britannica costretta non solo a negoziare un onerosissimo negoziato con gli unionisti dell’Ulster dalla cifra monstre da un miliardo di sterline in cambio di una risicatissima maggioranza ma anche a smentire sostanzialmente tutta l’agenda di governo annunciata in campagna elettorale.

Nonostante la leader avesse imprudentemente riesumato per la campagna elettorale tutte le frasi di maggior successo del suo predecessore Margaret Thatcher, compreso quel “The lady’s not for turning” che fece la storia della comunicazione politica degli anni ’80, stavolta, il noto pragmatismo inglese ha dovuto, giocoforza, prendere il sopravvento rispetto alla volontà di andare avanti con la linea precdentemente auspicata della hard Brexit.

Non è un mistero come la stessa premier non scommetta un centesimo sulla sua permanenza a Downing street: troppo risicato il consenso, troppo diviso il partito conservatore per poter sperare in un accordo solido con gli unionisti, troppo forte il vento in poppa dello sconfitto ma, allo stesso tempo, vincente Corbyn ora corteggiato dalle decadenti sinistre europee in costante ricerca di una figura politica a cui ispirarsi per uscire fuori dall’angolo dell’irrilevanza nel quale, da tempo, sembrano cadute.

Cosa ne sarà di questa Brexit, in effetti, appare ancora un mistero. Finita in soffitta la strategia di un braccio di ferro con l’Europa, a Bruxelles, dopo il successo di Macron e l’arretramento progressivo delle forze politiche più marcatamente anticomunitarie, in poco meno di un anno dal referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue, i rapporti di forza tra governo britannico e Commissione Europa sembrano essersi capovolti.

La riprova la recente apertura (con rassicurazione) della May sui diritti after-Brexit dei cittadini comunitari che vivono e lavorano sul suolo britannico un po’ a sorpresa giudicata “insufficiente” da Junker. Una risposta che ha gelato il governo conservatore, sicuro che con queste intenzioni si sarebbero ammorbidite le pretese di Bruxelles.

Niente da fare. A non tornare indietro, stavolta, è l’Europa che anzi sembra sbertucciare, essa stessa, gli storici aforismi thatcheriani: il nodo è, ancora una volta, quello economico e finanziario.

A distanza di circa trent’anni quel “I want my money back”, altro storico cavallo di battaglia della thatcher-economics, sembra fatalmente riecheggiare non più nella gotica Westminster ma nella moderna e baldanzosa sede delle istituzioni europee costrette, loro malgrado, ad occuparsi e a scongiurare un muro di Berlino 2.0 le cui conseguenze politiche ma soprattutto sociali sono ancora da valutare.