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Turchia, la deriva autoritaria

La Turchia, nel silenzio generale, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti – 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah Gülen, clerico in esilio in Pennsylvania, si sono estesi oltre i confini domestici.  Presunti oppositori sono stati deportati da diciotto paesi, con la collaborazione locale o interventi di intelligence, compresi richiedenti asilo per persecuzione politica, e almeno in venti sono state fatte pressioni affinché le scuole guleniste venissero chiuse.

La Turchia non è l’unica a braccare i propri nemici all’estero, ma l’intera operazione è fuori dal comune per scala e rapidità, al punto che l’Interpol sta esaminando casi per abuso politico, fra cui quello dello scrittore turco-tedesco Doğan Akhanli, fermato e bloccato in Spagna per due mesi in attesa dell’estradizione.  Anche gli accademici espatriati per sfuggire alla repressione, fra i quattrocento firmatari di una petizione per la pace fra lo stato e il PKK, temono la longa manus di Erdoğan.

Il movimento, contro il quale Erdoğan si è scagliato con tale veemenza, è cresciuto negli anni settanta ed è basato sulla modernizzazione dell’Islam e la liberalizzazione economica.  Sopravvissuto a cambi di vertice di varia natura, si è sempre allineato con l’establishment, fungendo da barriera allo spettro interno di una rivoluzione di stampo socialista e, soprattutto, proiettando all’esterno l’idea di un soft power.

Nei Balcani e in Asia centrale, aree dove la Turchia ha storicamente maturato importanti vantaggi, proprio grazie alle scuole guleniste, sono stati creati legami culturali ed educativi, con lo scopo di estendere l’influenza geopolitica e soddisfare le esigenze di un mercato in crescita, arrivando a costituire una rete globale, intessuta nelle élite di decine di paesi, che per lungo tempo ha agito come la testa di ponte della politica estera turca.

Dai primi anni del duemila, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdoğan, in fase di costruzione, stringe un patto strumentale con il movimento gulenista, il quale mette a disposizione i quadri per la pubblica amministrazione e l’esercito e, attraverso i propri mezzi di comunicazione e organizzazioni della società civile, crea un’immagine di alto profilo per la Turchia.  All’inizio della seconda decade, però, l’accordo si spezza su opinioni divergenti riguardo al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), Israele e la corruzione, e cinquantadue esponenti di spicco del gulenismo vengono arrestati, dopo aver fatto scoppiare uno scandalo sulle attività criminali dei figli di quattro ministri, poi dimissionari. Nella narrativa di Erdoğan, il movimento si sarebbe alleato con il PKK, considerato una compagine terrorista, il Partito dell’Unione Democratica, suo affiliato curdo-siriano, e altri gruppi extra-parlamentari, con i quali avrebbe dato inizio alle proteste sedate con violenza del Gezi Park di Istanbul, e proseguito con un primo tentativo di rovesciare il governo nel 2013, culminato nel 2016, secondo la ricostruzione di regime, con l’appoggio degli Stati Uniti di Barack Obama.

L’assassinio di tre attivisti del PKK a Parigi è un esempio drammatico della capacità dei servizi segreti.  Basti ricordare che Erdoğan è arrivato a impiegare le proprie guardie di sicurezza contro i manifestanti fuori dalla residenza dell’ambasciatore a Washington e ha diffidato la Francia che si era pronunciata a favore della causa curda.  La Germania ha avviato discussioni riguardo alle minacce volte alla diaspora turca, e l’Olanda ha espresso preoccupazione in merito al monitoraggio dei turchi residenti da parte dell’autorità religiosa di Ankara, nonostante l’Unione Europea, notoriamente priva di una strategia estera, rimanga in sostanza a guardare, nascosta dietro la foglia di fico di risoluzioni del parlamento, ambigue e inconclusive (luglio 2017 e novembre 2016), pur efficaci per i titoli di giornale.

Il referendum che ha modificato la costituzione, ampliando e accentrando i poteri del mandatario – il presidente punta a restare al comando fino al 2029, è passato con il 51.4 per cento dei voti, in una nazione divisa, in perenne stato di emergenza, dove il “fronte dei traditori” – nelle parole di Erdoğan all’ultimo congresso dell’AKP, è destinato ad aumentare.  Sebbene nessuna delle parti abbia interesse a chiuderlo per prima, nelle presenti circostanze, e dopo tredici anni di tormentati abboccamenti, è difficile immaginare come l’integrazione della Turchia possa riavviarsi.

Inoltre, dal punto di vista turco, l’Europa è più conveniente da rivale che da alleato, e ironicamente proprio la risoluzione del parlamento europeo finisce per fare il gioco di Erdoğan, il cui sostegno popolare si regge in larga parte su sentimenti di antagonismo verso l’occidente contro i quali può fare sfoggio di forza.  L’inettitudine dell’Europa nel trovare un meccanismo controllato dall’unione per gestire il flusso di migranti e rifugiati, e lo stratagemma adottato per bloccare gli ingressi, ha finito per foraggiare uno stato corrotto, autoritario, illiberale e anti-democratico, dove viene censurata la stampa e si parla della reintroduzione della pena capitale.  Non solo ha generato un impasse politico di difficile soluzione, ma ha consegnato a un dittatore un potere di negoziazione che non ha precedenti in nessun altro processo di adesione.

L’occupazione di Afrin, città curda in Siria, è un aspetto ulteriore di questa battaglia senza quartiere che non rispetta né frontiere e sovranità, né il cessate al fuoco dell’Onu.  Di nuovo, la Turchia, che ha beneficiato di traffici illeciti con i territori controllati dall’Isis, pone a rischio la guerra contro le tasche ancora attive del califfato nero nella valle dell’Eufrate sul confine con l’Iraq.  La fanteria curda, della coalizione a guida statunitense, senza la quale non si sarebbe potuta liberare Raqqa, si è spostata dal nord-est per andare a difendere i civili sotto attacco, fra cui le proprie stesse famiglie, costringendo gli americani a occupare posizioni difensive, e quasi azzerando il presidio per arginare il deflusso da questo teatro dei foreign fighters in direzione dell’Europa, dalla Siria centrale, la Giordania o la stessa Turchia.

Lo sberleffo a un’Europa debole e in crisi di identità, non è nemmeno comparabile allo schiaffo inferto alla Nato.  La guerra all’Isis è in stallo a causa di un suo membro, senza che gli Stati Uniti riescano a fargli cambiare rotta.  Erdoğan è intenzionato a proseguire negli altri enclave curdi del nord della Siria – Manbij e Kobani, tuttavia, a differenza di Afrin, sono protette da truppe di terra e aria della coalizione, in una dichiarata campagna di pulizia etnica che vorrebbe spazzare via lo stato curdo, costituitosi de facto nel nord e nell’est della Siria a seguito dell’avanzata contro l’Isis.

Intanto ad Ankara prevale la retorica nazionalista che mette in secondo piano le inchieste per peculato, lavaggio di denaro sporco, e circonvenzione delle sanzioni contro l’Iran per la compra-vendita illegale di petrolio, in cui in momenti differenti sono stati implicati un faccendiere vicino a Erdoğan, arrestato a New York, e suo figlio Bilal.

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La lezione dimenticata di Raymond Aron

Il Saggio sulla destra, il conservatorismo e la democrazia liberale, ora ripubblicato da Historica, a dodici anni dalla ormai introvabile prima edizione italiana (ed. Guida), può essere una buona occasione per ripensare la magistrale lezione etico-politica di Raymond Aron, in un’era segnata dall’apparente trionfo della civiltà liberale.

Il curatore delle due edizioni, Alessandro Campi, ha riproposto la sua Postfazione del 2006 facendola precedere da una densa prefazione che traccia la storia ideologica della destra italiana, a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, con le illusioni e le speranze che aveva suscitato e che non riuscirono mai a tradursi in una nuova political culture, per le difficoltà dei tempi e l’inadeguatezza degli uomini della vecchia destra, incapaci di dar vita a un new deal democratico-conservatore.

Se avessero letto e approfondito il saggio di Aron, è la tesi di Campi, forse il destino politico del paese sarebbe stato diverso. In effetti, le pagine scritte da un pensatore considerato tra i più lucidi del Novecento, sono un invito alla tolleranza, alla comprensione delle ragioni degli altri, all’esercizio critico della ragione, che cerca di non lasciarsi sopraffare dai pregiudizi e delle passioni nell’osservare quanto accade in questo nostro pianeta «bello e terribile», come lo definì un tormentato Paolo VI.

È una lucidità che si manifesta soprattutto in uno stile malinconicamente ironico, scettico ma non cinico, che porta a far giustizia dei miti radical chic. «Non credo scriveva ad esempio- che l’uomo di sinistra, in quanto tale, sia più intelligente, generoso o disinteressato di quello di destra. Mi viene risposto che l’intellettuale di sinistra assume la difesa dei poveri e degli oppressi. A ciò ribatto affermando che egli difende soprattutto una categoria di vittime (…). Per l’intellettuale di oggi, la protesta contro le ingiustizie non comporta alcun rischio. Anzi: comunisti e progressisti fanno carriera nella stampa o in ambito universitario».

Se dovessi indicare l’insegnamento più prezioso che si ricava dal Saggio non esiterei a porlo nella messa in guardia dalla tentazione di poter restaurare l’autorità del passato e rafforzare l’unità nazionale ricorrendo ai sistemi totalitari. Che il fascismo sia la negazione della democrazia è un’ovvietà ma che esso rappresenti un pericolo mortale per gli stessi valori tradizionali non è altrettanto scontato. «Sfortunatamente, nelle società moderne il rifiuto opposto a elezioni, istituzioni rappresentative e libera discussione in materia di politica è, per sua stessa natura, responsabile dell’estremismo(…). è nei regimi rappresentativi, piuttosto che in quelli a partito unico, che esistono maggiori possibilità di realizzare i valori autentici che invocano i conservatori».

Debbo dire, però, che le tesi di Aron non sempre convincono.

Trovo corretta la critica a Russell Kirk, per il quale l’essenza del conservatorismo è «la salvaguardia delle antiche tradizioni morali dell’umanità» giacché, in tal modo, una sensibilità etica e un’attitudine politica diventano quasi delle ipostasi ontologiche; mentre mi lascia perplesso la critica rivolta a René Rémond che, in un’opera fondamentale sulle destre in Francia, aveva distinto tre destre, quella tradizionalista e controrivoluzionari, quella orleanista liberalconservatrice e quella democratico-autoritaria: una distinzione, a mio avviso di grande utilità, che aiuta, tra l’altro, a comprendere i diversi destini storici delle tre famiglie spirituali.

«Destra e sinistra – scrive Campi in linea con Aron – non si sono mai presentate, se non in particolari circostanze e per ragioni momentanee, come realtà omogenee e unitarie, sono state invece attraversate da contrasti politico-ideologici interni per molti versi insuperabili. Il che implica due conseguenze: la prima è la necessità, dal punto di vista dell’analisi storica, di parlare delle destre e delle sinistre, rigorosamente al plurale e non tutte compatibili tra di loro; la seconda, è la consapevolezza che la vera linea di demarcazione politico-ideologica non passa, genericamente, tra destra e sinistra (e nemmeno tra le destre e le sinistre, globalmente e genericamente considerate), ma tra gli estremisti e i moderati (ovvero tra i radicali e i riformisti) presenti all’interno dei rispettivi blocchi».

Può essere vero ma perché allora definiamo fenomeni pur molto diversi destre e analogamente altri fenomeni sinistre? Come altri autori, Aron ritiene che la distinzione destra-sinistra non aiuti a capire la realtà giacché i temi che si credevano caratteristici dell’una o dell’altra -a cominciare dal patriottismo che da idealità rivoluzionaria diventa la bandiera di una destra nazionalista spesso cambiano campo, sennonché, a ben riflettere, è il destino di tutti i valori umani: verità e onestà non si sono riempiti nei secoli di contenuti diversi e forse per questo diventano problematici?
Le radici, la comunità, l’etica del destino, che impone doveri che non sono oggetto di una scelta libera e razionale saranno sempre (per quanto rimossi dallo scientismo illuministico) un’insopprimibile dimensione dell’umano.

Il problema è trovare forme di convivenza civile che non consentano all’appartenenza di degenerare in tribalismo razzista e allo scientismo tecnocratico di realizzare la distopia orwelliana del 1984. È l’equilibrio tra comunità e società, tra tradizione e innovazione, tra fedeltà e libertà che spiega il successo dei popoli anglosassoni.

Gli aroniani sarebbero sicuramente d’accordo ma dovrebbero guardarsi dalla tentazione di fare del «conservatorismo bene inteso» il famulus della democrazia liberale. L’incontro tra i valori è fecondo di risultati quando ciascuno conserva la forza delle proprie ragioni e la mette al servizio della comunità politica. Non è la tradizione della libertà che fa grande l’Occidente ma è la libertà nella tradizione ovvero la libertà radicata nel terreno della storia, dei costumi, dei beni preziosi trasmessi dagli antenati.

 

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Michael Oakeshott? Fondamentale per capire Casaleggio

I classici sono tali perché, grazie alle adamantine idee che elaborano, svolgono la funzione di preziose e sempiterne lenti analitiche della realtà. Uno di questi, piuttosto trascurato, perlomeno in Italia, è Michael Oakeshott. Per quanto mi riguarda, lo ritengo di fondamentale importanza per capire il profondo della concezione politica populista e, nella fattispecie, della “mente” (per taluni illuminata, per altri contorta) di Gianroberto Casaleggio.

Molti si stanno facendo circuire dalla svolta stilistica moderata e democristiana adottata dal “capo politico” a 5 Stelle Luigi di Maio, ma, in realtà, le radici ideologiche dei pentastellati sono da brividi. Infatti, il “cervello” del “non-partito” era una sorta di oracolo, imbevuto di gnosticismo e millenarismo. Su youtube ( https://www.youtube.com/watch?v=sV8MwBXmewU ) è possibile prendere consapevolezza di alcune sue profezie o, forse, auspici riguardo al futuro del nostro mondo (benché, sotto al video, la Casaleggio Associati si sia sentita in dovere di precisare che tali vaticini non sono né le volontà di Gianroberto né del Movimento).

In poche parole, il traguardo del mondo futuribile vedrebbe l’elezione di un governo mondiale, denominato “Gaia”, e il venir meno della politica, delle ideologie, delle religioni, poiché il sapere collettivo incarnerebbe la nuova politica.

Ora, per chi ha a cuore la libertà individuale di scelta, che una società tendenzialmente aperta tutela e promuove (con più di qualche evidente difficoltà, è chiaro), ciò desta serie preoccupazioni. In una visione di tale genere, infatti, quel politeismo di valori, di idee, di concezioni differenti e, perché no?, conflittuali del mondo a fondamento di una società libera pluralista (non è un caso che Raymond Aron designasse la democrazia liberale “regime costituzional-pluralistico”) verrebbero spazzate via dalla conoscenza collettiva, dal sapere in rete, magari guidate da un vate al contempo “servo” e “timoniere” del popolo.

Ebbene, Oakeshott ci dice che una visione “fideistica” della politica, come ad esempio ritengo sia quella populista, è caratterizzata dalla presunzione di sapere quale sia la strada che porta alla salvezza e alla perfezione sociale. Il governo, in tal senso, è considerato come “un’attività illimitata” e “la decisione e l’iniziativa politiche possono essere intese come una risposta a un’intuizione ispirata di ciò che è il bene comune”.

Questo è precisamente ciò che accade quando Grillo dice ai suoi adepti di fidarsi delle sue decisioni che sovvertono la votazione della base (esempio ne è la scelta dell’anno passato di Luca Pirondini a candidato per il posto di sindaco di Genova in sostituzione di Marika Cassimatis, eletta dalla base) oppure quando il “visionario” Casaleggio Senior (il figlio pare meno propenso a profetizzare) prevede il futuro del pianeta, considerato da molti grillini come un dono del cielo per la sua geniale lungimiranza.

Ma ancora più nitidamente, il filosofo inglese afferma che, nell’ottica della “politica della fede”, “la funzione di governo realizzerà giustamente un’elevazione morale che la pone al di sopra di ogni altro ufficio, vedendo l’uomo politico e i suoi sodali intesi al tempo stesso come i servitori, i leader e i salvatori della società”.

Il populismo, così, si candida ad essere il propugnatore di una palingenesi politica, in cui il popolo, quello moralmente integerrimo (e chi stabilisce i confini della moralità? A qualcuno è dato sapere in modo definitivo in cosa essa consista?), torni a essere il sovrano indiscusso, colui il quale sa dove è saggio andare, a quali lidi approdare, secondo una concezione della politica considerata “un’attività divina”. Come scrive Loris Zanatta, il populismo si configura, e lo abbiamo visto, come “una sorta di religione secolare, o di religione politica, col suo verbo e il suo profeta, i suoi culti e le sue liturgie: il tutto, però, non in nome di Dio, ma del popolo”.

E non è un caso, allora, che Juan Domingo Péron solesse dire, come ricorda lo studioso forlivese, che la “la vera democrazia è quella in cui il governo fa ciò che vuole il popolo”. Quello puro, onesto, lavoratore, certamente, opposto ai parassiti, alle caste, ai disonesti. Tutto a partire dalla fallace presunzione di poter razionalmente (ma anche, e forse soprattutto, emotivamente e aprioristicamente) dividere in modo inequivocabile ciò che è il Bene da ciò che è il Male, ciò che è morale da ciò che non lo è. E, in più, dalla mendace considerazione che l’essere umano è un monolite che tende verso un’unica direzione, quando, molto più realisticamente, esso è un impasto di bontà e cattiveria, di altruismo ed egoismo, di luce e oscurità.

Ciò comporta, come si è capito, che la suddivisione manichea della società (e ancora, meglio, la comunità da ciò che è alieno ad essa) sottenda una politica potenzialmente totalitaria, ammantata di collettivismo antiindividualistico. Come sostiene Zanatta, considerare il popolo e la comunità in maniera populista, “erode infatti il pluralismo, sia negando legittimità ai propri avversari, e dunque colpendo al cuore la dialettica politica democratica, sia mettendo a repentaglio la divisione dei poteri, sacra ai regimi democratici costituzionali, invocando la volontà popolare, la quale si impone su ogni filtro costituzionale. Solitamente, specie dove nessun ostacolo freni tale pulsione, il manicheismo populista sfocia in un’ideologia escludente”.

Infine, dunque, possiamo affermare che la concezione politica populista è impregnata di un afflato religioso e divino, una tendenza a ricercare la perfezione e la salvezza dell’uomo, secondo la pretesa che essa spossa essere tanto compresa quanto raggiunta. Da qui l’ammonimento di Oakeshott che “una singola, omogenea linea di sviluppo va trovata nella storia solo se della storia si fa un manichino su cui esercitare le proprie capacità di ventriloquo”.

E, così, J.S.Mill mette in guardia da un’attività onnipresente, capillare e antipluralistica del governo asserendo che “la perfezione meccanica cui tutto ha sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per far funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire”.

Dulcis in fundo, credo valga la pena citare alcune splendide considerazioni di un’altra grande personalità: “Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade. Inoltre, l’uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. […] Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una «religione secolare», che si illude di costruire il paradiso in questo mondo.” Queste sono alcune luminose parole di Papa Giovanni Paolo II contenute nella Centesimus Annus del 1991. Ecco, forse necessiteremmo di una guida spirituale di questo spessore, che ci indichi i pericoli insiti nel perseguimento di una politica salvifica, messianica e fideistica.

Ma questo è un discorso che, per quanto complementare a quello sin qui trattato, andrebbe affrontato in separata sede.

 

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Una truffa ai giovani e l’antidoto liberale

Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato uno scenario simile a quelle del 2013 ma dove questa volta a contendersi la guida del Paese vi sono la Lega e il Movimento 5 stelle; i due partiti hanno la possibilità, con molti ostacoli, di trovare una maggioranza parlamentare tale da votare una fiducia al Governo così come sancito dall’articolo 94 della Costituzione.

La prima assemblea di Camera e Senato è convocata per il giorno 23 marzo come da pubblicazione in Gazzetta Ufficiale nella data di ieri. L’ordine del giorno, quasi identico per entrambe le Camere prevede la costituzione dell’Ufficio provvisorio di Presidenza e della Giunta delle elezioni, successivamente si procederà alla proclamazione dei parlamentari. Ma la “fatica” più gravosa per i leader di partito è certamente il raggiungimento della maggioranza per l’elezione dei presidenti delle due assemblee.

Il primo vero banco di prova per Salvini e Di Maio sarà la ricerca di uomini o donne in grado di mantenere gli equilibri non solo in Aula ma anche e soprattutto all’interno della coalizione di centro(poco)destra(tanto), non dimenticando che prioritariamente saranno questi a presentarsi dinanzi al Presidente della Repubblica per le consultazioni, come vuole la prassi costituzionale.

Non solo come meri dati statistici, quanto di più sorprendente è accaduto all’interno di entrambe le coalizioni dove Salvini ha superato il mai indefesso Berlusconi, mentre nel centro sinistra la forte débâcle del Partito Democratico, sceso sotto la soglia del 20% non ha ottenuto grandi vantaggi dai due “principali” alleati, mi riferisco a +Europa e Civica Popolare.

Della battaglia neo-radicale persa probabilmente ne parlerò in una ulteriore occasione, perché dopo una campagna elettorale fortemente esposta dal punto di vista mediatico, in molti, anche tra i non votanti, ci si aspettava un risultato almeno superiore alla soglia del tre per cento. Evidentemente l’elettorato non ha sentito l’esigenza di votare dei Radicali 2.0, con poco liberismo nel programma ed idee sull’immigrazione sicuramente contrarie alla maggioranza degli italiani (l’ottimo risultato della Lega è ampiamente dovuto ad una richiesta di maggiore rigore nella gestione dei flussi migratori) ma anche del ministro dell’Interno Minniti.

I dati secondo me più allarmanti e che mi vedono anche chiamato in causa per motivi anagrafici sono le indicazioni di voto per età: il 39,3% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha votato per i 5 stelle con la percentuale che aumenta fino al 39,9% tra quelli di età 25-34. L’identikit del giovane elettore si completa con la mancanza di lavoro (41% tra i disoccupati) ed il diploma o la licenza media come titolo di istruzione. Occorre non ripetere l’atteggiamento snobistico di qualche anno fa e comprendere perché tra i 20enni e 30enni ci sia questa scelta.

Mi dispiacerebbe anche solo pensare ad una truffa nei loro confronti, portata avanti giorno dopo giorno, sul blog delle stelle (sic) e nelle trasmissioni prime time (una volta tanto odiate da Grillo e Casaleggio) perché il reddito di cittadinanza annunciato come sussidio per i disoccupati ma mai illustrato nei suoi dettagli è stata una colossale panzana. L’assenza di opportune coperture finanziarie e il messaggio trasmesso, consistente nel pagare qualcuno che non lavora e per di più con i soldi pubblici (di tutti suona meglio?) è davvero svilente. Come se non bastasse, tale misura, decadrebbe con il terzo rifiuto di una proposta di lavoro, la truffa diventerebbe duplice: ti prometto un sussidio e anche tre proposte di lavoro!

L’amarezza è forte quanto la manifesta necessità di offrire un’alternativa credibile anche e soprattutto all’elettorato più giovane. Aumentando la libertà economica, strozzata da una burocrazia anche fiscale, premiando il merito e riformando la giustizia civile e penale è possibile far sì che una rivoluzione davvero liberale cambi in meglio il nostro Paese scacciando i fantasmi del populismo.

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Liberalismo e democrazia nella società post-industriale

Mi pare insufficiente parlare di liberalismo e democrazia nel mondo contemporaneo, come qui fa Corrado Ocone, se non si fa anche un’analisi delle trasformazioni economiche e sociali delle nostre società.

Nessun determinismo economico s’intende, ma se non si tiene conto che il popolo (un tempo si diceva le masse) è culturalmente diverso da quello dei primi settant’anni del Novecento, non si può capire molto di quello che sta accadendo.

L’individualismo liberale non è più quello delle vecchie élite, si è trasformato nell’individualismo di milioni di individui che non intendono più riconoscere né autorità superiori al loro giudizio né maestri di sorta.

La società post-industriale ha segnato una svolta economica irreversibile che si è poi accompagnata ad una svolta antropologica e culturale. Temo che il principio “uno vale uno” non sia più la manifestazione di una concezione scettica del sapere e realistica della società, ma la pretesa arrogante di ognuno di imporre la propria “verità”, magari fondata sull’ignoranza, come l’unica.

Questa pretesa rischia di generare il caos sociale e la progressiva corrosione delle istituzioni della democrazia liberale che vivono di un delicato equilibrio fra autorevolezza delle élite e controllo popolare.

Ma dobbiamo anche chiederci: chi sono oggi le élite? di che tipo di cultura sono portatrici? che genere di vita conducono? che libri leggono?

Veramente mi sembrano del tutto lontane ed estranee alla cultura delle élite dei tempi della mia giovinezza e di quella di Dino. Nei casi migliori è una cultura di giuristi, di economisti e di altri specialisti, ma manca quella visione generale dei problemi che un tempo era data, anche in politica, dalla tradizione storico-umanistica.

Stretta fra tecnocrazia e populismo, la democrazia liberale si fa sempre più asfittica, le élite tendono a chiudersi in se stesse, a diventare autoreferenziali, e il cosiddetto popolo (in realtà una congerie di ceti sociali con interessi contrapposti, ma uniti soltanto nello scontento e in una rivolta plebea) a rifiutare istituzioni nelle quali non vede più la garanzia delle proprie esigenze vitali.

La vita cerca confusamente di inventare nuove forme entro cui incanalarsi.

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Colletti, il filosofo che ebbe 3 vite

Lucio Colletti ebbe almeno tre vite filosofiche.

Colletti 1

La giovinezza, quando fu allievo di Pio Albertelli, antifascista e liberale sulle orme di Croce.

Colletti 2

La seconda vita, quando entrò nel Pci, fu allievo di Galvano Della Volpe, divenne interprete del marxismo e critico della democrazia borghese. La maturità, quando nel 1974 con l’Intervista politico-filosofica disse addio a Marx e ritornò a essere liberale fino a entrare in Parlamento nel 1996 con Forza Italia.

Un percorso filosofico e politico che sembra quasi lo scherzo di quella dialettica hegeliana che lui stesso smontò e irrise: tesi, antitesi e sintesi. Dei tre Colletti, ho studiato il primo, ho evitato il secondo, ho conosciuto il terzo. Ora, grazie alla pubblicazione del libro Lezioni di filosofia politica, a cura di Luciano Albanese per Rubbettino (pagg. 244, euro 18), che raccoglie lezioni inedite tenute all’Istituto Gramsci nel 1958, si ha la possibilità di meglio conoscere il Colletti marxista.

Le lezioni hanno al loro centro Kant e lo Stato di diritto. Al primo è contrapposto Rousseau e al secondo Marx e la rivoluzione.

La «contraddizione» che il Colletti professore cerca di far emergere nella concezione liberale e kantiana del diritto è quella classica sulla quale lo stesso Marx lavorò senza trovare una vera soluzione: all’eguaglianza legale non corrisponde l’eguaglianza reale. Al diritto non corrisponde la società e così – come vuole il marxismo – il diritto altro non è che una «sovrastruttura» con cui la classe dominante, la borghesia, copre i suoi interessi e il suo potere.

Cosa c’è da fare? Superare la «contraddizione» con la «volontà generale» di Rousseau e la rivoluzione di Marx e dar vita a una democrazia degli eguali. Una «contraddizione» che il terzo Colletti nel 1974 dichiarò essere non una contraddizione logica, ma un contrasto reale che va mediato volta per volta proprio con quel metodo parlamentare della democrazia borghese che Marx voleva abbattere.

Colletti 3

Il terzo Colletti, diventato ormai un liberale maturo, capì molto bene che il rimedio individuato da Marx era peggiore del (presunto) male: la toppa peggio del buco. Lo incontravo negli ultimi anni della sua vita in Parlamento e si conversava passeggiando: «Lascia perdere la filosofia – mi diceva – ormai la scienza vale per tutti, tieniti stretta la libertà e leggi Kant».

«Lei lo legge?». «Non più, ora leggo I miei primi quarant’anni di Marina Ripa di Meana».

Io lo incalzavo provocandolo sul passato marxismo e lui non si lasciava incastrare: «La contraddizione che i marxisti credono di trovare nel sistema capitalistico è una scemenza».

Una volta camminando sotto braccio in Transatlantico incontrammo Ciriaco De Mita e lui lo fermò e disse: «Ecco, Ciriaco è un vero filosofo peripatetico della Magna Grecia, autentico seguace di Aristotele e della sua politica». E De Mita: «Sì, ma di Arisdodile, con la i». Al che mi strattonò e riprese a camminare dicendomi: «Te lo avevo detto che è veramente filosofo».

Piero Melograni pronunciò il 6 novembre 2001, nella Sala del Cenacolo, l’orazione funebre «In memoria di Lucio Colletti».

Iniziò così: «Ironico, scettico, caustico e potremmo continuare con aggettivi consimili, Lucio Colletti sarebbe stato il primo a sorridere e a contestarci rumorosamente nel vederci qui riuniti oggi, a salutarlo o, peggio ancora, a commemorarlo».

Aveva ragione Melograni perché in fondo Colletti era «mordace e tagliente» prima di tutto con se stesso. Amava sorprendere e spiazzare. Lo fece anche uscendo di scena.

Morì come un filosofo antico, tuffandosi nelle calde acque di un lago etrusco, dopo aver ancora una volta sfidato la vita con uno sberleffo e una scomoda verità.

 

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Sos Afghanistan

Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.

Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali – Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.

Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine. Mentre i soldati sono impiegati in check-point statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere intelligence essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.

Dal canto suo, il sistema legale non riesce a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.

Per alcune stime, i gruppi non statuali, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.

L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.

Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.

La perdita di due importanti leader non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali – Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.

Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.

Di fatto, è stata scelta un’altra direzione.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.

Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi, raid in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati – a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.

Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.

La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.

Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.

Questa è una guerra che non può vincere nessuno, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.

Se un incremento del livello di pressione militare potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.

Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.

Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 marines e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate vis-à-vis con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.

Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.

La collaborazione ha subito un raffreddamento dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 – sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.

Il Cremlino ha un vantaggio comparativo che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.

A novembre Mohammad Atmar, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.

Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.

Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.

Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.

Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’escalation delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.

La recrudescenza degli attacchi terroristici degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.

Intanto circa 400 mila afghani hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.

L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.

L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro per la dottrina del non-refoulement e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.

Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.

Il governo di Mohammad Najibullah resistette tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.

La democrazia, con le sue variegate espressioni formali, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere leader di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.

Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.

Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.

Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere intelligence per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.

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Meno Stato più governo. Ecco la ricetta per l’Italia e l’Europa

In Tre storie, una storia. Italia, Europa, Mondo (Ed. Mauro Pagliai, pagg. 160, euro 12, con una prefazione di Danilo Breschi), Zeffiro Ciuffoletti ci offre una meditata diagnosi dei nostri mali, sullo sfondo di una crisi che investe non solo l’Italia ma anche il Vecchio Continente e gli Stati Uniti.

Il mondo multipolare, avverte lo storico fiorentino, non è «un paradiso, come invece sognano o fanno credere i sempiterni antiamericani che l’Europa e, in particolar modo, l’Italia si portano in grembo. L’esperienza storica insegna infatti che un sistema internazionale multipolare può anche degenerare in quella forma di anarchismo degli Stati-nazione che fu propria dell’Europa negli anni precedenti allo scoppio del primo conflitto mondiale».

E non sarà certo l’attuale Unione Europea in grado di fronteggiare le sfide della globalizzazione e l’epocale trasmigrazione di popoli dei nostri anni. L’Europa, infatti, soffre di un deficit di democrazia dovuto alla mancanza di un grande progetto: priva di «un collante identitario e istituzionale» si riduce oggi a «un ring di continue contrattazioni tra gli Stati nazionali» invece di essere «il luogo in cui si condividono ideali e valori comuni».

Nella sezione dedicata all’Italia e al suo sistema politico, l’autore mette bene a fuoco i nostri grandi problemi irrisolti: la continuità fascismo/antifascismo; l’antica conflittualità ideologica tra le diverse Italie; l’endemica debolezza dei governi.

«Lo Stato italiano, nato con la repubblica, è Stato antifascista nell’ideologia fondante del sistema dei partiti, ma non c’è stata rottura col regime fascista nel rapporto tra cittadino e amministrazione, che è rimasto, nella sostanza, uno scambio, non importa se mediato da più partiti o da un solo partito, tra consenso ed elargizione di diritti e privilegi».

Di qui il trionfo scontato, in ogni confronto elettorale, del partito unico del debito pubblico che genera il paradosso «troppo Stato e poco governo 150 anni 121 esecutivi».

Tutti chiedono tutto allo Stato e, in tal modo, ne aumentano l’obesità ma senza riconoscersi nell’etica pubblica che ne sta alla base. Ma è la debolezza dell’esecutivo il problema dei problemi.

Avremmo bisogno di «un governo dotato degli stessi poteri attribuiti agli esecutivi dei maggiori paesi europei. Senza un rafforzamento dei poteri del premier (sfiducia costruttiva); senza il potere di veto su leggi o emendamenti che comportino nuovi oneri per le finanze pubbliche e senza la facoltà di attivare la clausola di supremazia statale, che esiste ad esempio in Germania per opere pubbliche di rilevanza nazionale o internazionale, non sarà possibile sperare di risolvere i gravi problemi che deve affrontare l’Italia».

Sono convinto, però, che un fattore di debolezza del nostro sistema politico stia in quella mancanza di spina dorsale etica che fa sempre rimuovere e condonare.

Ciuffoletti, trattando delle Regioni, rileva drasticamente che «nella gestione di servizi con enti, società partecipate e miste, gli enti locali sono riusciti a moltiplicare costi, poltrone e procedure. Praticamente un disastro».

In un’altra pagina, annota che «l’unica riforma istituzionale attuata – e cioè quella del titolo V della Costituzione (2001) – non ha fatto che aumentare la conflittualità e la sovrapposizione di competenze fra i diversi livelli dello Stato: comuni, province e regioni, sono stati tutti messi sullo stesso piano per concorrere fra loro sulle più varie materie, con il risultato di un aumento impressionante della spesa pubblica».

D’accordo, ma occorre pure chiedersi: chi ha pagato per quei disastri? E non è forse vero che i loro autori – col conforto di giuristi e giornalisti d’area – continuano a essere considerati «risorse della Repubblica»?

Abbiamo una classe dirigente che si salva sempre con l’autocritica o fondando nuovi partiti. Quando la buonanima di Marco Pannella parlava di «regime» forse non aveva tutti i torti.

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La politica? Una nobile arte che non può essere improvvisata

Lo spettacolo indecoroso di questa campagna elettorale viene stigmatizzato da tutti i versanti: promesse irrealizzabili, politici che passano da un partito all’altro con molta facilità, irresponsabilità diffusa. Oltre tutto ognuno cerca il proprio interesse personale e i partiti sono dominati dalle caste dei fedelissimi che si raccolgono attorno ai leader (ad esempio il cosiddetto “giglio magico” attorno a Matteo Renzi nel PD).

Il cittadino comune è chiaramente sfiduciato, rassegnato e non c’è da dubitare che farà sentire la sua protesta il 4 marzo, ad esempio non andando a votare.

Cosa fare per avere politici responsabili? Credo che, prima di rispondere a questa domanda, sia opportuno chiarire cosa sia la responsabilità del politico. Essa, tanto per intenderci, non concerne, come una retorica vincente vuole far credere, la competenza tecnica e specifica sulle questioni.

Detto altrimenti: per fare il ministro della salute non ci vuole un medico, o il ministro della giustizia non deve necessariamente essere un magistrato. Anzi, se così fosse, appartenendo essi alle lobby che devono governare, finirebbero sicuramente per fare gli interessi delle stesse e non quelli dei cittadini e dello Stato.

La responsabilità etica del politico, come quella del medico o del magistrato, concerne invece la sua professione. La responsabilità in politica significa prima di tutto saper far bene il proprio mestiere, nella fattispecie avere qualità come la facoltà di sintesi, la visione d’insieme delle cose, la capacità di mediare fra gli interessi privati e quello generale, la virtù di essere convincenti, la costanza di realizzare gli obiettivi che ci si è prefissi non appiattendo la propria azione sul consenso immediato.

Oggi purtroppo in Italia è proprio questo che manca: la qualità della classe politica è alquanto bassa, ed è questo che la rende irresponsabile.

Da cosa dipende questa nostra attuale situazione? Forse dal fatto che esistono nel nostro Paese molti più corrotti, farabutti, ladri che altrove o rispetto a un tempo che fu? Non credo sia proprio così. Penso, al contrario, che l’italiano medio sia come è sempre stato e che, nel nostro Paese, accanto a tanti corrotti, ci siano pure tante persone oneste e perbene. Ciò che è venuto meno, piuttosto, è, negli ultimi tempi, il meccanismo di formazione e selezione della classe politica.

Il politico di un tempo era responsabile perché aveva fatto una gavetta e si era formato attraverso una preparazione che non era volta alla conoscenza specifica degli argomenti, ma direttamente al saper fare politica.

Questa nobile arte, infatti, non può essere improvvisata, né è da tutti perché non tutti ne hanno, come direbbe Max Weber, il Beruf, cioè la vocazione/missione. Essa non può essere fatta da dilettanti, né appiattirsi sulla mera amministrazione come pretendevano le ideologie novecentesche (per Lenin nel comunismo realizzato anche una casalinga sarà in grado di governare) o come pretendono oggi i grillini (col loro astratto ideale democratico per cui “uno vale uno”, indipendentemente dai propri meriti e capacità)

Il discorso sulla responsabilità in politica o del politico richiama quindi quello della formazione politica. È questa, un tempo esercitata dai partiti e dalle loro scuole, o dalle fondazioni culturale politica come la Fondazione Einaudi, che oggi manca. Ed è da qui, ad avviso di chi scrive, che occorre ripartire per provare a selezionare una classe politica e dirigente responsabile, cioè degna del proprio nome.

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L’accesso alla politica? Un problema per la democrazia…

Dopo aver superato indenni la bulimia mediatica dovuta alle cronache e alle consecutive polemiche riguardanti la composizione delle liste possiamo finalmente voltare pagina. D’altra parte noi semplici elettori ce li ritroveremo da candidati a parlamentari avendo barrato il nome del candidato al collegio uninominale; ci fidiamo ciecamente del partito (per chi ne ha ancora uno di riferimento).

Voltando pagina si ritorna anche al medesimo argomento di qualche pagina addietro del libro chiamato “politica italiana”: la selezione di una classe dirigente dei partiti prima e delle istituzioni repubblicane dopo.

La crisi democratica colpisce tutti i partiti, perché nonostante il Partito Democratico abbia previsto le primarie fin dalla sua nascita c’è molto che non funziona in un sistema di selezione dei candidati facilmente manipolabile e molto spesso balzato ai “dis-onori” della cronaca per la partecipazione inaspettata e numerosa anche della comunità cinese (ne sono nate facili ironie).

Nell’opposta parte politica, leggasi Forza Italia in primis, in passato sono nate piccole e timide discussioni di chi ha proposto e proponeva l’introduzione delle primarie per la scelta dei candidati alle elezioni comunali e regionali e soprattutto per trovare un sostituto a Berlusconi, ma sappiamo tutti come è andata a finire. Discussioni sopite e amici come prima.

Il Movimento 5 Stelle ne ha fatto un baluardo della propria proposta di rinnovamento tout court ma alla chiusura del termine di votazione online delle ultime “parlamentarie” abbiamo visto e letto come invece sia accaduto di tutto: tanti iscritti al movimento/blog hanno lamentato una lentezza dei server che ha causato serie difficoltà se non addirittura l’impedimento nell’esprimere le preferenze.

Per alcuni candidati, sempre del Movimento non è stato possibile nemmeno partecipare alla selezione poiché esclusi senza alcuna ragione credibile, mentre altri si sono ritrovati candidati senza averlo neanche richiesto.

Dell’assenza parziale o totale di democrazia all’interno della creatura di Beppe Grillo non sono il primo a parlarne e non sarò l’ultimo ma la considero un’occasione persa. Persa perché poteva essere un quid in più per risollevare il livello di credibilità, sinceramente molto molto basso del movimento grillino, oltre alla reale possibilità di selezionare al meglio tra le fila dei propri simpatizzanti, chi davvero conosce il territorio e si spende per esso.

Credo fermamente nei congressi e nelle primarie, i primi atti ad eleggere i rappresentanti nazionali e territoriali del partito e le seconde per consentire agli iscritti-attivisti di esprimere la propria preferenza per un candidato di riferimento.

Spesso i miei interlocutori tirano fuori lo scandalo della compravendita di tessere e di voti che annacquerebbe i congressi, all’incirca il medesimo discorso utilizzato per opporsi ad una legge elettorale che preveda il voto di preferenza.

Il pretesto di un futuro ed ipotetico reato penale a scapito della rappresentanza politica.

Ed eccoci alla pagina di partenza, liste di candidati compilate da cerchie ristrette composte dai leader di partito, se il nome c’è la speranza ulteriore è quella di un collegio sicuro, meglio se blindato, di selezione della classe dirigente se ne riparlerà alle prossime elezioni, quindi molto presto.