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No vax, 5 ragioni per cui sono sconsiderati

L’obbligo vaccinale è un tema scottante e molto sentito, che ruba le prime pagine dei quotidiani e a cui viene dedicato ampio spazio – qualcuno potrebbe dire, “purtroppo!” – nei talk show nostrani. Oltre a uomini politici, alcuni dei quali di dubbia preparazione, numerosi scienziati sociali si sono occupati della faccenda, anche se non precipuamente del caso italiano, chiedendosi se l’obbligo vaccinale sia giustificato sul piano politico.

A questo proposito, oggi sintetizzerò brevemente un paper di Jason Brennan, professore di etica, politica ed economia alla Georgetown University, che propone un argomento morale a mio parere molto convincente a favore dell’obbligo vaccinale.

Prima di tutto, Brennan assume, all’inizio del paper, che i vaccini siano efficaci, privi di controindicazioni altamente incidenti e che l’evidenza empirica in tal senso sia forte. Si tratta di proposizioni su cui la comunità scientifica è universalmente concorde, che mettere in discussione sarebbe ingiustificato e irrazionale.

In secondo luogo, l’autore osserva che i vaccini presentino molto spesso ciò che gli economisti chiamano un problema di azione collettiva: è, infatti, necessario per la salute generale non che un bambino particolare sia vaccinato contro una malattia x, ma che lo sia un numero sufficiente. Seguendo questa logica, scrive Brennan, è pericoloso non che un genitore specifico decida di non vaccinare il proprio bambino contro x, ma che diversi genitori compiano quest’azione collettivamente.

Brennan introduce, a questo punto, quello che lui chiama il clean hands principle, in base al quale sarebbe moralmente giustificato utilizzare la forza per fermare qualcuno che sta per commettere un’azione collettiva dannosa (per innocenti) o che presenti un alto tasso di rischio.

Ad esempio, l’accademico americano immagina uno scenario molto simile a quello seguente: un gruppo di astronauti visita un pianeta extraterrestre – per convenienza, lo chiamo P – che, a loro conoscenza, contiene diversi virus e batteri potenzialmente letali per l’uomo. Sconsideratamente, questi uomini bevono l’acqua di P, che potrebbe essere infetta, e la danno da bere ai loro figli senza prima disinfettarla. Una volta sulla Terra, rifiutano – non uno di loro, ma tutti o in gran parte – di essere messi in quarantena. Senza ricevere alcun trattamento, portano i propri figli a scuola e vanno in giro come fosse accaduto nulla. Secondo il principio della mani pulite, sarebbe giustificato utilizzare la forza per isolare e curare questi astronauti e la loro prole, i primi colpevoli, rifiutando la quarantena, di avere commesso un’azione collettiva potenzialmente molto pericolosa.

In conclusione del paper, Brennan sostiene che gli antivaccinisti sono come questi astronauti sconsiderati per cinque ragioni:

1) si espongono a malattie potenzialmente pericolose, esattamente come gli astronauti che bevono l’acqua di P;

2) commettono azioni che hanno un’alta probabilità di diffondere queste malattie, come portare i bambini a scuola e andare in giro in luoghi frequentati;

3) decidono di non far nulla per ridurre il rischio derivante da 2);

4) non hanno alcuna giustificazione epistemica per 3), dal momento che la comunità scientifica, l’unica fonte autorevole in materia, considera i vaccini affidabili ed efficaci;

5) il rischio che impongono sugli altri non ha alcuna giustificazione.

Dunque, l’impiego della forza da parte di un qualsiasi governo per vaccinare la prole degli anti-vaccinisti da malattie potenzialmente pericolose costituirebbe un’azione moralmente giustificata, esattamente come nel caso dei folli astronauti.

Brennan, Jason. 2016. “A Libertarian Case for Mandatory Vaccination”, Journal of Medical Ethics, pp. 1-7.

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E se fosse solo un momento della classica lotta tra illuminismo e romanticismo?

Il mondo si è rimesso in movimento. Si è messo a correre, anzi. Ciò che più ci sconvolge però è che non solo non avevamo previsto la direzione della fuga, ma, più radicalmente, il movimento ci sembra andare a ritroso. In fondo, diciamocela tutta, i nazionalismi e i protezionismi, almeno nella mentalità colta e media del nostro Occidente, erano apparsi, a un certo punto, non delle semplici opzioni politiche, ma dei lasciti del tempo passato, che potevano certo avere qualche colpo di coda ma che erano stati inequivocabilmente superati dalla storia e dalla civiltà.

Chi, in un mondo interconnesso o globalizzato, avrebbe potuto ancora sentirsi attaccato a entità come la nazione o la patria, ideali che avevano raggiunto il loro acme fra Otto e Novecento, e che erano poi drammaticamente implosi dopo due cruente guerre mondiali?

È l’idea che si trova al fondo, ad esempio, del Manifesto che Rossi e Spinelli scrissero nel 1941 al confino di Ventotene, in cui prospettarono gli Stati Uniti d’Europa come risposta alla “crisi della civiltà europea” generata dai nazionalismi, arrivando ad auspicare addirittura uno Stato unico mondiale secondo le kantiane idee cosmopolitiche e di “pace universale”?

In Italia, caduto due anni dopo il fascismo, sarebbe “morta” anche la patria e le due nuove forze che sarebbero presto divenute i principali punti di riferimento politici, la cattolica e la comunista, avrebbero avuto come faro la prima un’ideologia internazionalista, basata sulla classe e non sulla nazione, e la seconda l’ideale universalistico e morale del cattolicesimo. Decenni di crescita e sviluppo, di benessere e welfare, avrebbero poi fatto il resto, facendoci quasi credere, a un certo punto e fino a ieri, che ineluttabilmente si procedesse lungo la via voluta dalla storia, quasi che essa non fosse il risultato, per lo più non intenzionale, delle nostre azioni, imprevedibili e libere per definizione.

La vecchia ideologia illuministica del Progresso, diventata nell’Ottocento un rigido necessitarismo storico, sia pure malconcia da un punto di vista teorico, e anzi decostruita dai più fini intellettuali europei, ritornava a vivere, nel secondo dopoguerra, nel nostro inconscio, nello spirito comune non solo italiano ma occidentale (e tendenzialmente mondiale). Sapevamo in fondo, come i vecchi marxisti, o credevamo di sapere, “dove va la storia” e “dove va il mondo”, e non volevamo stare “dalla parte sbagliata”. Le tappe che raggiungevamo non erano provvisori punti di approdo del nostro percorso, non erano il riflesso della mutevole e storicamente collocata coscienza comune, ma “conquiste”, “diritti inalienabili”, che come tali, non potevano essere messi in discussione.

Quante volte, ancora oggi, ci tocca sentire l’affermazione che “sui diritti non si può tornare indietro”, quasi essi fossero qualcosa che da sempre stava lì fuori e aspettasse solo che noi la si riconoscesse. E quasi come se essi fossero cumulativi e tendenzialmente infiniti. Senonché, ad un certo punto, le cose si son messe a girare diversamente: la libertà, che è la cifra della storia umana, ha cercato altre vie. Altre “narrazioni” hanno così preso il sopravvento, o almeno hanno conteso il campo a quella progressista, che si era col tempo irrigidita nelle astrattezze del multiculturalismo e del “politicamente corretto”.

In questa nuova temperie, nel nuovo “spirito del tempo”, rifanno oggi capolino vecchi concetti, quasi a dimostrare che essi rispondono a esigenze profonde dell’essere umano ed era stato sbagliato, anzi stupido, bollarli come residui del passato, di una “mente primitiva”.

È in questo contesto, in quest’ordine di discorso, che va collocato, a mio avviso, il ritorno (ma in verità non erano mai morti) di più o meno forti nazionalismi e protezionismi. Certo, essi indicano “chiusura” e non “apertura”, ma solo chi ha una mente poco addestrata filosoficamente, o filosoficamente fallace (la mamma dei positivisti vecchi e nuovi è sempre incinta), può pensare che “chiusura” e “apertura” siano degli assoluti, anche e soprattutto morali, e non i termini di un’eterna dialettica storica. Così come polarità della dialettica umana sono l’io e il noi, l’individuo e la comunità.

Ora, sembra giunto il tempo di un “noi” riscoperto, ma non era nemmeno ieri che il predominio dell’io era stato così radicale da portare l’io stesso a implodere: a liquefarsi, ad esempio, nelle teorie del gender. Certo, il cambiamento radicale di paradigmi a cui assistiamo ci sorprende a causa della pervasività che l’idea del Progresso ha avuto, in un’epoca di mass cult ma anche di mid cult (per dirla con Macdonald) come la più recente.

Tuttavia, forse, ci troviamo oggi di fronte a non altro che alla riproposizione, ovviamente sotto rinnovate forme, della classica lotta fra illuminismo e romanticismo politico che da tre secoli, con alterne oscillazioni del pendolo, è il leit motiv della politica in senso lato europea. Messi da parte gli estremismi, credo che il momento “romantico” possa dare più garanzia a un liberale.

Sia perché l’ideologia del Progresso, fra l’altro foriera di tragedie storiche, comprime troppo la libertà umana, sia perché l’individuo liberale va concepito non disincarnato ma immesso in una rete di relazioni storiche e reali. Più che a un “tramonto del liberalismo” (ultimamente nella pubblicistica la retorica del declino la fa da padrone), assistiamo oggi, forse, solo alla fine (parziale) dell’ideologia liberal, cioè dell’ultima versione dell’illuminismo politico.

Articolo pubblicato su “Formiche” n. 138 (luglio 2018) con il titolo Il liberalismo è un antidoto ancora valido

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Economia Politica

Un Piano Marshall Per L’Africa? Non Ci Sono Le Condizioni

Leader italiani ed europei cominciano a dire che serve un Piano Marshall per l’Africa, per frenare l’emergenza migranti. Il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi ha sostenuto a più riprese la necessità di un grande Piano Marshall per l’Africa, per evitare che l’Europa venga “invasa dai sei miliardi di persone che vivono nella miseria” (Ilgiornale.it, 14-12-2017). Intervenendo a Bruxelles agli European Development Days, inoltre, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha detto: “Serve un nuovo piano Marshall. Non è solo nell’interesse dell’Africa, è anche nel nostro interesse” (Ansa.it, 5 Giugno, 2018).

Ma un Piano Marshall per il continente africano è davvero fattibile?

Secondo l’economista americano Tyler Cowen, no. In un articolo, intitolato “The Marshall Plan: Myths and Realities” (“Il Piano Marshall: Miti e Realtà”; Washington: Heritage Foundation, 1985), Cowen mette anche in discussione il fatto che il Piano Marshall per la stessa Europa abbia avuto un vero impatto positivo.

A parere dell’economista americano, infatti, l’Europa si sarebbe ripresa comunque con o senza il Piano Marshall, aggiungendo che non esistono prove convincenti che sia stata l’iniziativa americana a provocare la crescita economica europea. Di fatto, l’aiuto americano non ha mai superato il 5% del PIL dei paesi riceventi. Cowen scrive: “Il totale dell’assistenza economica era minuscolo comprato alla crescita che ebbe luogo negli anni Cinquanta.”

A ogni modo, a prescindere dagli effetti che possa aver avuto del Piano Marshall, c’è da considerare che la condizione post-guerra dell’Europa era unica. Come nota lo stesso Cowen, l’economia europea era già industrializzata e ben integrata. Inoltre, l’Europa aveva già una lunga tradizione di istituzioni capitaliste. Cowen evidenzia anche il fatto che il fenomeno di rinascita di queste istituzioni era incoraggiato dagli stessi leader europei, come Ludwig Erhard nella Germania occidentale e da Luigi Einaudi in Italia, più che da input esteri.

In Africa però queste stesse condizioni che esistevano nell’Europa del dopoguerra non ci sono. Sono completamente assenti. Sono pochi i paesi in via di sviluppo che hanno una tradizione di capitalismo e industrializzazione. Cowen evidenzia inoltre che negli anni è stato dimostrato come il foreign aid sia complemente incapace di incoraggiare la nascita di simili istituzioni. Gli aiuti internazionali e il Marshall plan infatti promuovono soltanto il carattere “government-to-government“, ovvero lo statismo, e non la free enterprise e la libertà economica.

Un Marshall Plan per l’Africa pertanto sarebbe soltanto un ulteriore costo inutile per l’Europa. Il Marshall Plan non contribuirebbe al benessere delle società africane, perché non produrrebbe una cultura imprenditoriale. Tale programma sarebbe una replica del foreign aid, che – per come impostato- continua da anni a finanziare la falange di burocrati corrotti e progetti i cui eccessivi costi di realizzazione non sono compensati dai benefici che danno.

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Politica

Impeachment? Non siamo negli Stati Uniti

Che il momento storico sia senza precedenti lo dimostra come si torni dopo decenni a sfogliare i manuali di diritto costituzionale alla voce articolo 90: alto tradimento e attentato alla Costituzione, i due reati per i quali il Capo dello Stato può essere messo in stato d’accusa. Era dagli ultimi giorni del settennato di Francesco Cossiga che non se sentiva parlare. 

Facciamo chiarezza. L’ordinamento italiano prevede una procedura molto più complessa e farraginosa rispetto alla velocità che connota l’impeachment di matrice anglosassone. Mentre negli Stati Uniti la Camera dei rappresentanti assume le vesti di accusa e il Senato quelle di giudice, la nostra messa in stato d’accusa prevede invece che a giudicare il Capo dello Stato sia la Corte Costituzionale, con il Parlamento chiamato qui a sostenere l’accusa, e non a giudicare. Tutto questo dopo un lunghissimo iter speciale in Parlamento e una integrazione della composizione stessa della Corte Costituzionale, chiamata ad emettere una sentenza di destituzione inappellabile.

È forse la complessità di questo scenario processuale che fa dell’impeachment italiano l’oggetto misterioso di queste ultime ventiquattro ore, sia per gli osservatori che per chi lo richiama nei palazzi e nelle piazze. Di certo sappiamo che in passato iniziative simili contro Giovanni Leone e lo stesso Cossiga fallirono clamorosamente. Lo scenario impervio e drammatico di una messa in stato d’accusa è avvolto dal mistero anche per la poca dottrina che ne ha scritto. Livio Paladin parlava di “eventi quasi impossibili da verificarsi” e la stessa Carta non chiarisce in che cosa consista l”alto tradimento” e “l’attentato alla Costituzione”.

Il richiamo all‘articolo 283 del codice penale, l’attentato contro la costituzione dello Stato, non appare poi adatto a fare chiarezza perché la sua formulazione riprende la vecchia dizione della norma, risalente al 1930 e quindi precedente alla Costituzione repubblicana. Ed infatti, annota qualche studioso, la parola “costituzione” è scritta in minuscolo. 

Insomma: il destino della Repubblica è da sempre, per volontà dei padri costituenti, in mano agli interpreti politici e giudiziari immaginari di un processo dato impossibile a verificarsi. La messa in moto di un procedimento in stato di accusa si incastrerebbe in una serie di novità clamorose che hanno già contraddistinto questa terza repubblica come gli ottantacinque giorni di crisi, le consultazioni trasversali e allo stesso tempo simmetriche, mandati esplorativi e incarichi ma è assai probabile che, come la storia insegna, il tentativo non avrà seguito.

Evocare l’impeachment nelle piazze, infatti, è forse il solo preludio di una campagna elettorale che mai come in questo turno sarà aggressiva. Mentre la lunga strada dell’impeachment imporrebbe viceversa tenere in vita questa legislatura, rinunciando alla tentazione delle urne dopo agosto e di un nuovo governo in autunno. 

Certo. Mai una riserva di un incarico di governo era stata sciolta negativamente di fronte al Capo dello Stato a causa di un singolo ministro. E per la prima volta dal 1987, Governo Fanfani VI, un governo in carica non otterrà la fiducia del Parlamento alla sua prima uscita. E se sommata alla prima volta nella storia della Repubblica di una legislatura mai nata e di due elezioni politiche consecutive ben si hanno presenti le conseguenze della storica mossa di Mattarella. Ma probabilmente insufficiente per evocare l’attentato alla Costituzione e instaurare quindi un processo pubblico nei confronti del Capo dello Stato.

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Politica

L’insopportabile teoria dell’incompetenza

Nel fondo pubblicato stamane (27 maggio ndr) dal Corriere della sera, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, prendendo spunto dalla situazione italiana ma facendo riferimento ad un fenomeno che non è solo italiano, osservano che i cosiddetti “populisti” non solo combattono le élites, ma, ed è questa a loro dire la novità, “rifiutano anche la competenza, cioè la conoscenza acquisita con l’istruzione e l’esperienza”. Osservano perciò, sconsolati, che oggi “pare che essere incompetenti, non avere una buona istruzione, non avere alcuna esperienza, sia un merito”.

La loro analisi è poggiata su dati e impressioni evidenti, e almeno in parte condivisibili: è anzi diventata una sorta di luogo comune intellettuale. Sarebbe però opportuno anche capire perché si è arrivati a tanto, usando un minimo di senso storico. Parlare genericamente di una “ribellione delle masse” significa infatti, a mio avviso, affrontare il problema solo da un lato: la “ribellione”, se ci è stata, si è accompagnata ad un opposto e speculare “tradimento delle élites”. Il quale si è consumato proprio perché queste ultime sono venute meno alla loro missione, intellettuale prima che politica.

Non dimentichiamo che il Novecento, il secolo scorso, è stato il secolo della politica, cioè della iperpoliticizzazione della società, ma anche il secolo in cui gli intellettuali hanno preteso, fallendo miseramente, di farsi “consiglieri del principe”: o direttamente, quelli più o meno “organici”, o indirettamente, sotto le vestigia niente affatto “neutrali” del “tecnico” o dell’esperto.

Ciò che è stata tradita è stata nientemeno che l’“autonomia della cultura”, che era poi l’ideale classico e non positivistico-razionalistico del lavoro intellettuale. Ne è risultata fuori una mezza cultura, un pensiero comune e conformistico, basato spesso su dati presuntivamente “oggettivi”.

Il pensatore americano Dwight Mcdonald ne illustrò i caratteri, in modo magistrale e ancora valido, nel suo classico saggio del 1960 intitolato: Masscut e Midcult. A partire da allora, la cultura, che è di per sé sforzo e sacrificio, è stata sempre più divulgata e trasmessa secondo canoni formali (ad esempio quelli certificati da un test o da un curriculum (per restare nell’attualità politica) che poco hanno a che fare con il suo valore specificamente spirituale. La gente semplice, che non ha gli strumenti per giudicare, ha così ritenuto che quella proposta, attraverso i media, da intellettuali à la page fosse la vera cultura, e che bastava andare ad ascoltare una “lectio magistralis” di un “professore emerito” (l’enfasi non difetta certo nei nostri tempi), ad esempio in uno dei tanti festival che si svolgono in giro per l’Italia, per acquistarne un po’. Non sapendo che, in questo modo, non solo non si acquista un bel nulla, ma finisce per farsi un’idea sbagliata del lavoro intellettuale, il quale, per quanto si voglia dire, si fa soprattutto sui libri e in autonomia, nel chiuso di una stanza. La gente semplice, in cambio di poco, ha finito così per rinunciare anche alla cosa più importante che possedeva, per intuito o esperienza: il buon senso.

Certo, oggi non si può non tenere conto delle moderne modalità di comunicazione di massa del pensiero, e di tanti altri elementi legati al nostro tempo. Ritengo, tuttavia, che gli uomini di pensiero dovrebbero aiutare anche a tener ben vivo lo spirito della cultura vera.

Ovviamente, io sto qui considerando solo un aspetto della questione, ma, nell’attuale dibattito sull’incompetenza, mi sembra che sia assente. Credo che tenerlo presente ci porterebbe non solo ad avere una visione più completa del problema, ma anche ad evitare accuratamente che la retorica sull’incompetenza sia fatta propria, come sta avvenendo, dai principali responsabili della situazione in atto.

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Le dittatura informatica e illiberale del governo M5s

Sembra incredibile, ma siamo giunti a toccare gli zoccoli duri della storia e della umana condizione. In tanti hanno invocato la ribellione dell’uomo-massa affinché, destatosi dal suo naturale torpore mentale, prendesse il sopravvento e così alla fine l’uomo-massa li ha accontentati: vestito come un democristiano della domenica è arrivato con la sua mezza cultura con la quale tratta le cose delicate e sacre della nostra esistenza con la faciloneria della sua incompetente competenza.

Il governo del M5S – perché di questo si tratta, la Lega è una minoranza non solo numerica ma anche ideale – ancora non è nato ma ha già assunto una serie di posizioni anticostituzionali che mirano con protervia e saccenteria a svalutare la democrazia rappresentativa a vantaggio di una democrazia popolare che di fatto è una tirannia.

Le idee e le posizioni illiberali sono davvero tante per ritenere che si tratti solo di casualità: il contratto, il vincolo di mandato, il comitato di conciliazione, la consultazione con l’applicazione Rousseau, il governo del popolo, il premier-esecutore. Sono tutte pratiche anticostituzionali che svuotano le istituzioni e assoggettano il Parlamento ad una dittatura informatica le cui fila sono tenute dalla Casaleggio.

Come siamo arrivati fin qui? La via è lunga e tortuosa ma anche abbastanza nota. Le responsabilità sono diffuse e trasversali e tra queste vi sono anche quelle degli intellettuali e delle anime belle che hanno trasformato la Costituzione – “la più bella del mondo”, secondo una retorica bolsa e nauseante – in totem, tabù e dogma invece di nutrire una cultura costituzionale che è sempre la sana e necessaria premessa pre-politica posta a difesa delle libere scelte delle parti, degli interessi e dei singoli.

Gli intellettuali e i politici, che hanno nodi adolescenziali irrisolti, hanno il vizio antico di filosofare sul non-filosofabile e invece di rendersi conto che la democrazia rappresentativa è il frutto istituzionale della filosofia che ha salvaguardato le nostre scelte e le nostre fallibilità, giocano sempre a fare i rivoluzionari da salotto immaginando mondi migliori con un’etica compassionevole, piuttosto che officiare i doveri della vita operosa o meno che sia.

Alla fine accade che qualcuno raccatti davvero per strada la rivoluzione e siccome, come diceva Longanesi, la rivoluzione è un’idea che non ha trovato posto a tavola, ecco che l’uomo-massa ha la possibilità di elevare il suo stomaco a criterio di giudizio nientemeno che della mitologica giustizia sociale.

Io sono soltanto un sopravvissuto. Mentre altri giocavano a fare i rivoluzionari con la tastiera del computer, io per quel che potevo scrivevo che l’obiettivo del M5S era colpire al cuore la democrazia rappresentativa e gli stessi parlamentari superstiti – già nel 2013 – erano destinati a scomparire e si agitavano e si muovevano come quel personaggio dell’Ariosto che lottava e non sapeva di esser morto.

Ma ora siamo alla fine della farsa e sta per iniziare il dramma. Sì, perché di questo si tratta, anche se sotto le immancabili vesti dell’eterna commedia all’italiana in cui la rivoluzione prende posto a tavola con Garinei e Giovannini.

Quando guardo Luigi Di Maio non mi viene in mente niente, per parafrasare il celebre incipit di Karl Kraus. Tuttavia, le idee del cittadino Di Maio – nessuno ha più idee dell’uomo di mezza cultura – non vanno prese sottogamba perché è proprio lì che si consuma il dramma. Il “contratto di governo” non è solo una trovata propagandistica ma un modo per sterilizzare la libertà politica e la stessa azione di governo e legarle ad un’applicazione informatica che ha il compito di formare e diffondere il consenso.

La politica – nelle sue varie e graduali forme: lo Stato, le istituzioni, l’amministrazione – è un’attività umana e in quanto tale non è sopprimibile ma la cultura di massa del M5S, forte della sua componente internettiana e algoritmica del nostro tempo, mira proprio a questo: a rimpiazzarla con un’App. Non a caso il premier è concepito come un esecutore o un applicatore o uno sviluppatore che altro non dovrebbe fare che sviluppare processi di calcolo. In questo caso il governo sarebbe un non-governo perché la materia prima che giustifica la sua esistenza – la realtà dei fatti, sempre dura a morire – non rientrerebbe nei suoi “programmi”. Il capo del governo dovrebbe così avere una facoltà divina: la capacità di sospendere la realtà.

Naturalmente, la realtà non si può sospendere ma si può ignorare perché si può sospendere la facoltà di giudizio. Il vincolo di mandato, che giustamente Luigi Einaudi, chiamava mandato imperativo, mira esattamente a questo. Un Parlamento in cui i deputati sono sottoposti al vincolo di mandato non è un Parlamento perché i deputati non sarebbero più deputati ma ambasciatori o emissari o soldati di una forza o più forze politiche che in quanto tali non potrebbero neanche più essere considerate repubblicane o nazionali perché sarebbero straniere benché autoctone. Per poter essere nazionali, infatti, hanno bisogno di poggiare sulla comune libera patria ossia su quella libertà lottante e liberatrice che unicamente ci accomuna.

La rozzezza ruttante dell’uomo-massa, che per giunta offende il ragionier Ugo Fantozzi con la sua birra, sostiene che il vincolo di mandato evita il trasformismo, i tradimenti, la pratica del voltagabbana ma è evidente che si tratta del solito imbecille al quale non puoi indicare la luna perché guarderebbe il dito. Il trasformismo – che pure ha le sue ragioni che le ragioni del fanatismo illiberale non conosce – non si evita con la tirannide ma con la politica che per i mezzi uomini e i compassionevoli sarà sempre un affare sporco dal quale, però, dipende la loro stessa possibilità di essere mezzi uomini dai buonissimi sentimenti e dalle mani pulite.

I parlamentari del M5S il vincolo di mandato già lo hanno adottato e se lo sono auto-imposto e domani e domenica saranno nelle piazze per illustrare il Contratto e per avere il nostro consenso alla cancellazione del loro dissenso. Una cretinata tale è stata fatta passare per una geniale rivoluzione. Vanno perdonati cristianamente perché non sanno ciò che fanno? Non tutti.

Il M5S della Casaleggio si nutre di “utili idioti” e ne ha bisogno per fare l’ultimo passo che ha in “programma” nel suo esperimento di ingegneria sociale: il governo del popolo. Il concetto di “governo del popolo” è uno di quei concetti che si dice ma non si pensa perché il “governo del popolo” non esiste in nessun luogo della terra e del cielo se non nella mente cretina dell’uomo-massa che lavora alacremente per la sua sottomissione. Non c’è mai – mai – alcun governo che possa essere espressione o manifestazione della volontà popolare o elettorale.

Il “governo del popolo” è solo una tirannia, la peggiore. Attenzione.

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Quell’Italia eretica che da un secolo spaventa l’Europa

Novantanove anni dopo quel 1919 che segnò l’anno zero per l’Italia e mezza Europa, con la (possibile) nascita del primo governo totalmente al di fuori delle tre grandi famiglie politiche tradizionali, di nuovo, il nostro Paese si presta a divenire una mina vagante all’interno di un quadro che sembrava pochi anni fa immutabile.

Per la prima volta nell’Europa dei fondatori, nell’occidente dell’alleanza atlantica, a guidare un governo saranno presumibilmente proprio quegli schieramenti che hanno reclamato, prima e durante la campagna elettorale, una posizione apertamente critica verso l’euro e i pilastri dell’europeismo e dell’atlantismo: una novità che nel vecchio continente è destinata a creare un precedente per ora unico ma che è già storico.

In verità l’Italia, da questo punto di vista, ha rappresentato da sempre un laboratorio peculiare di novità e contraddizioni. Il fascismo, nato proprio nel 1919, rappresentò senza dubbio la novità più importante dal punto di vista politico del primo dopoguerra e le cui conseguenze influenzarono per i circa trent’anni successivi la storia europea e del pensiero politico. Come pure, da precursore della tradizione delle destre nazionaliste, quello italiano fu il primo e l’unico sistema che non conobbe per oltre quarant’anni la democrazia dell’alternanza pur vantando – altro primato – il più grande e votato partito comunista dell’intero Occidente.

Tra i molti primati sperimentali ve n’è, come detto, uno nuovo e tutto da sperimentare. L’elettorato di uno dei Paesi per tradizione e cultura tra i più europeisti ha decretato il successo (che va ben oltre il 50% dei consensi) di due formazioni politiche apertamente critiche, a tratti ostili, verso i principi e le politiche economiche fondamentali dell’Europa comunitaria prima e di quella “unitaria” poi. Non solo.

A differenza degli altri partner europei, che pure hanno conosciuto nel corso di questi ultimi anni l’emergere di forze anti-sistema, in Italia si è assistito al crollo completo delle principali forze filo-europeiste: mentre in Francia, in maniera minore in Germania e con fattori differenti anche nel Regno Unito le recenti elezioni hanno sempre visto una formazione politica filo-sistema competere contro una anti-sistema, alla fine dimostratasi perdente o minoritaria. In Italia, viceversa, durante le scorse elezioni tale competizione non ha avuto luogo, costringendo gli analisti a post-analizzare i programmi dei due vincitori per comprendere non tanto quale partito fosse più europeista ma, piuttosto, quale fosse quello meno anti-europeista.

Le conseguenze di questo nuovo equilibrio sono subito evidenti. Sia il Movimento 5 stelle sia la Lega hanno a più riprese sostenuto in politica estera posizioni più vicine a quelle della Russia che a quelle della Nato. Di nuovo, per la prima volta, in Europa, se si esclude la Polonia e l’Ungheria, è sulla carta ora possibile mettere in atto molte di quelle politiche sovraniste definite dal Quirinale “seduzioni seducenti ma inattuabili” ma che inevitabilmente incideranno non poco sull’opinione pubblica e sulle politiche dei partners comunitari. Comunque andrà è evidente che a Bruxelles lo status quo ha ormai vita breve di fronte a quel vento della novità che, ancora una volta, soffia dal Belpaese.

I precedenti storici vagamente elencati dimostrano come, nell’immutabile Italia gattopardesca, quelle poche novità politiche emerse nella sua storia hanno alla fine influenzato e non poco la storia dell’Europa e del mondo occidentale. E questa pagina che ci si appresta a scrivere si candida ragionevolmente e probabilmente a mutare quell’ancien régime comunitario che, oggi più che mai, appare agonizzante e incapace di rinnovarsi dall’interno.

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Islam politico

Dagli anni Settanta, hanno preso il via numerosi modelli di partecipazione politica di formazioni islamiche, il cui scopo è l’applicazione alla vita sociale della shari’a, ovvero di concetti coranici, nonostante il testo sacro non includa categorie sulla configurazione o amministrazione dello stato, e fornisca solo indicazioni di giurisprudenza o principi generali, fra cui quello della consultazione negato da tanti assolutismi contemporanei.  La sua traslazione istituzionale risponde pertanto a componenti affatto religiose – quali contesto, interessi di gruppi, mentalità di singoli, e apparati autoritari ne interpretano i versetti nella direzione a loro più conveniente, magari con la predisposizione di una polizia ad hoc, come in Arabia Saudita, per vigilare che le persone adempiano all’obbligo della preghiera.  L’islam politico è stato quindi minato da pulsioni centralizzatrici e fondamentaliste, alimentando ambiguità, e provocando un corto circuito tra le libertà personali e la sfera etico-spirituale.  La definizione ha poi inquadrato compagini estremiste violente che hanno esplicitato programmi per la concrezione dell’islam a livello politico.

Una delle sue pietre miliari è stata la rivoluzione iraniana del 1979, con l’ascesa del pensiero dell’ayatollah Khomeini, per il quale “L’islam o è politica o non è nulla”.  Nell’universo arabo convivono approcci diversi.  I Fratelli Musulmani, per esempio, rivelano un’ampia gamma di sfumature, da un paese all’altro e all’interno degli stessi.  In Tunisia, propendono all’accettazione delle regole dell’alternanza; in Egitto e Giordania, manifestano atteggiamenti tradizionalisti e intolleranti; in Marocco, si mostrano come moderati conservatori; in Turchia, si è imposto uno schema reazionario. Tuttavia, Sayyid Qutb, personalità chiave dell’islamismo radicale, che si oppone con decisione alla democrazia, è il riferimento teorico-ideologico sia per la fratellanza sia per le fazioni armate.

Sebbene la comunità occidentale asserisca che le relazioni internazionali siano stabilite sulla base della condicio sine qua non dell’adempienza ai diritti umani, ha agito adoperando il metro del proprio vantaggio, senza altro criterio per la valutazione del fenomeno e i suoi effetti, appoggiando realtà anche contrapposte, a seconda di cangianti circostanze, così aggravando un quadro di per sé complicato.  Nella corrente congiuntura, fra la parabola claudicante della primavera araba, la persistenza di regimi dispotici, e il dilagare del terrorismo jihadista, il rapporto fra islam politico e democrazia rimane acceso.  Se le tensioni in Egitto e Turchia, e la guerra in Siria, hanno riportato il tema al centro del dibattito globale, in questi giorni, i risultati delle elezioni in Libano e in Tunisia lasciano spazio a speculazioni sul rischio di possibili scenari.

In particolare, in Libano, hezbollah, stato nello stato di ispirazione islamica, finanziato da Iran e Siria, di cui una risoluzione dell’Onu richiede la smobilitazione, ha guadagnato terreno sul governo di Hariri, considerato inefficace nel sovrintendere la guerra siriana dall’elettorato e filo-saudita da parte iraniana.  L’irrobustita presenza di hezbollah nell’esecutivo, non solo potrebbe amplificare il conflitto regionale per procura tra Arabia Saudita e Iran, ma aggroviglia la matassa in Siria, e fomenta la bellicosità di Israele, che identifica in Beirut la capitale della resistenza palestinese – la notte scorsa l’esercito israeliano ha colpito cinquanta postazioni iraniane in Siria dopo che la forza Al-Quds di Teheran aveva lanciato venti razzi verso la prima linea israeliana sulle alture del Golan (leggi Medio Oriente, il ruolo di Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti e L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale).  Per sfuggire alla perpetuazione di una cassa di risonanza di questa portata geopolitica, e benché hezbollah non abbia intenzione di rovesciare la coalizione inter-confessionale creata da Hariri, la plutocrazia al timone dovrebbe cominciare a riflettere in termini di visione politica più che di forzato bilanciamento tra affiliazioni religiose.

Senza un discostamento dalla premessa dell’attuazione della parola divina, non si potranno costruire stati legittimati dalle scelte dei cittadini.  I fallimenti sinora registrati riconducono al non aver saputo forgiare né una cultura religiosa inclusiva dei diritti umani, né una cultura democratica rispettosa della dialettica pluralista, né tantomeno una totale rinuncia alla violenza.  Del resto, molteplici fattori sembrano giocare a sfavore dell’islam politico, dall’insolvenza nella gestione degli affari nazionali e la prassi dell’esercizio del potere, alla crescita del dissenso al progetto dello “stato clericale” e la ferma posizione della società civile sulla questione della democrazia.  La capacità di convogliare consenso dei partiti islamici, attraverso un’organizzazione capillare e assistenza a settori disagiati, non si è accompagnata a un operato adeguato alle attese.  In qualche caso, si aggiunge poi il mancato controllo dell’esercito, che si è schierato con le aspirazioni popolari.

Alcuni analisti sono convinti che l’islam politico, esaurita la sua spinta, si trovi in una situazione stagnante.  Altri credono che la spiegazione di un certo indietreggiamento vada invece ricercata nella persistenza di disequilibri e crisi interne.  Un cambio tattico, insomma, che non divergerebbe dall’obiettivo.  Pur se è evidente che nell’estenuante tentativo di adattare la modernità ai precetti della religione, si è inibita la naturale evoluzione delle strutture sociali, ostaggio di una dottrina incapace di incontrare il mondo, la soluzione non è debellare l’islam politico o secolarizzare i paesi islamici; piuttosto, far progredire la cultura politica in senso liberale e democratico, evitando qualsivoglia sensazione di assedio, facilitando dialogo e confronto, e ricordando il tempo richiesto dal processo di laicizzazione del “cristianesimo politico”.

La semantica ha già dato un passo, spostandosi da islam politico a “democrazia musulmana” nelle parole di Rachid Ghannouch, leader del partito tunisino Ennahda – del resto in Europa i cristiano-democratici ci sono sempre stati.  Aldilà di retorica e opportunismo, è stata la società civile un po’ ovunque in Medio Oriente, con preponderanza di giovani e donne, e specialmente in Iran negli ultimi anni, a dare prova di coraggio, sostituendo l’idea di “islamizzazione” con quella di “religiosità”, e suggerendo che se la spiritualità può alimentare i valori, la politica e la legislazione devono sottomettersi alla razionalità pubblica.

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Il M5S e quell’idea ingegneristica della politica

Il M5S non ha ancora governato e ha già fallito. Si tratta di un record imbattibile. Il motivo del fallimento è semplice da spiegare: il M5S, ideato voluto e fondato dall’informatico Gianroberto Casaleggio, è un movimento anti-politico che ha come suo scopo la fine della politica e siccome la politica nei suoi limiti è un momento insostituibile della realtà ne deriva che il M5S in un regime anche vagamente liberale, come l’italiano, è destinato al fallimento.

La goffaggine di Luigi Di Maio, manifestata nelle trattative per la formazione del governo ne è una prova provata. La goffaggine, infatti, non è il frutto del caso ma del progetto di ingegneria sociale che caratterizza la creatura di Casaleggio e di Grillo di cui i deputati con le stellette sono solo gli interpreti, le controfigure, le maschere. Di Maio è goffo perché ha il 32 per cento dei consensi. Dategli il 51 o la maggioranza parlamentare e sarà uno splendido Applicatore o Sviluppatore e l’Ingegnere delle anime.

È sbagliato vedere la figura di Di Maio come quella di un ragazzino capriccioso e ambizioso che vuole a tutti i costi diventare presidente del Consiglio. Tutto sommato proprio l’ambizione è un tratto personale – umano, a volte troppo – che è l’unico elemento politico della maldestra interpretazione del deputato di Pomigliano d’Arco. Il profilo particolare della recita di Di Maio, che ne manifesta la natura anti-politica, è il tentativo quasi compulsivo e maniacale di “contrattualizzare” la politica e il governo. Qui anche il paragone del celebre “contratto con gli italiani” di Silvio Berlusconi non regge perché la trovata retorico-televisiva di Berlusconi era rivolta all’intesa occhiuta con gli elettori mentre il contratto dell’azienda-partito delle Cinque Stelle è rivolta agli altri partiti nel tentativo di vincolare ad un’amministrazione l’azione dell’esecutivo (a sua volta poi il caso del governo tedesco, troppe volte richiamato, è semplicemente fuor di luogo).

Il convincimento della necessità della stipula di un contratto con le altre forze politiche non è un’idea di Di Maio ma della Casaleggio Associati che mira così ad introdurre il primato della tecnica e dell’amministrazione e soprattutto dell’informatica sull’azione politica sottoponendo in tal modo la democrazia rappresentativa alla sudditanza verso l’ordinamento giudiziario, la dirigenza ministeriale e l’occhio tecnologico.

Questa idea ingegneristica della politica – da sempre presente nell’azienda di Casaleggio – è, purtroppo, in linea non solo con la forza delle burocrazie e delle magistrature sulla debolezza parlamentare ma anche con quella mezza cultura della società di massa che da un lato beneficia delle libertà e delle produzioni della “società aperta” e dall’altro crede che sia necessario governarla ricorrendo ad una malintesa idea di Stato amministrativo che si lascia catturare da tecniche di controllo come l’informatica, la magistratura, l’amministrazione.

Per questo motivo il fenomeno del movimento di Casaleggio e di Grillo non è un’avventura di passaggio ma è l’aria che si respira e, dunque, non è destinato a finire in tempi brevi nonostante le ripetute prove fallimentari. Del resto, visto così il M5S non è la Terza Repubblica ma il frutto senile della Seconda o, se si vuole, la estrema degenerazione della Prima svuotata del primato politico della partitocrazia e orfana di una seria riforma di sistema. Non è per nulla un caso che la cultura politica delle Cinque Stelle sia nella sostanza contraria all’economia di mercato mentre si sposa con lo statalismo in cui lo Stato sotto forma ora di giudice e ora di dirigente diventa la soluzione di ogni problema economico, politico e morale mentre proprio lì, nello Stato quale forma monopolistica della violenza e dei permessi e dei divieti e delle concessioni e delle licenze, si annidano i problemi della nostra fragile società libera o aperta.

La politica altro non è che un’azione posta a salvaguardia delle nostre libertà. Sta a noi non chiedere alla politica ciò che essa non può dare pena la perdita della sovranità individuale. La versione contrattualistica della politica delle Cinque Stelle – che scimmiotta i concetti più equivoci di un filosofo giacobino e tendenzialmente totalitario come Rousseau – mira esattamente a questo: a ridurre, sulla scorta di una concezione amministrativa dello Stato, la nostra libertà con il nostro consenso.

Ecco perché chi entra nel M5S deve vincolarsi mani piedi e anima all’azienda -partito e se dissente – cioè esercita la libertà – ne è espulso con un processo farsa in cui è indicato come un traditore della Causa. È evidente il potenziale totalitario dell’azienda-partito-movimento di Casaleggio che è in conflitto con la democrazia liberale.

Fino a quando le nostre libertà istituzionali e civili sono in piedi, il M5S è destinato a fallire proprio perché è messo alla prova; ma è una prova – bisogna esserne consapevoli – che conferma il pericolo antidemocratico di un movimento politico-informatico che mira ad essere l’Ingegnere delle anime.

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Sulla sovranità più importante: quella individuale

Il periodo della campagna elettorale (non molto più felice è il post, indice di una politica su cui il mio scetticismo liberale è sempre più forte), com’è noto, diventa il momento in cui emerge con prepotenza tutto il carattere demagogico insito nelle democrazie. È l’occasione, in altre parole, in cui ogni singolo politico fa di tutto per portare dalla propria parte un pezzo di elettorato: promesse di bonus e reddito fornito dallo stato a pioggia, diminuzione di tasse ad libitum, allegro aumento della spesa pubblica, come se vivessimo nel Paese dei balocchi. Intanto paga qualcun altro.

Ciò che, tuttavia, mi preme sottolineare è la ricorrente promessa di taluni circa il recupero della perduta sovranità nazionale, come se i nostri problemi fossero creati da nemici esterni. Il problema, a detta di molti, risiede nel fatto che lo stato non può spendere e assistere i suoi cittadini come sarebbe giusto – vogliamo negarci un po’ di giustizia sociale? -, ma deve sottostare a feroci imperativi di greve e opprimente austerità.

“Riprendiamoci la sovranità, torniamo padroni del nostro bilancio!”, si tuona. Nel meraviglioso mondo di lorsignori, quindi, basterebbe agitare la bacchetta magica della sovranità nazionale e, puff!, risolto tutto. Certamente, l’assuefazione creata da un periodo esteso di paternalismo e pianificazione (economica e legislativa) centralizzata, non può che condurre molti a richiedere sempre più assistenza e aiuto. Ma questo ha dei costi enormi. In termini di libertà perduta, in primis.

Non ci si rende conto, cioè, che la politica ci ha reso sempre più “schiavi”, dipendenti e subalterni allo stato-biberon. Siamo diventati mezzi per fini stabiliti dall’alto, abbiamo perduto la capacità di affermare ciò che siamo, non siamo più capaci di pensare creativamente e reagire alle avversità. Pertanto, mi sembra che il tema più urgente sia il recupero della propria sovranità individuale. Si potrebbe obiettare che viviamo in una società già fin troppo individualistica, ma si tratta di un individualismo molto distante da quello liberale.

A tal proposito, Giancristiano Desiderio ha efficacemente catalogato come “individualismo statalista” il vizio italico (ma in realtà presente un po’ ovunque) che consiste di fatto nella servitù volontaria dell’individuo, quella che Kenneth Minogue ha definito “mente servile”. In altri termini, si cerca di tenere insieme sicurezza e libertà, quando queste due sono ineluttabilmente legate da una relazione di trade-off. E la tentazione del nostro tempo è quella di preferire un po’ di effimera sicurezza all’esercizio della libertà, talché si è sempre più disponibili, per dirla con Minogue, “ad accettare direttive esterne in cambio della rimozione dell’onere di esercitare una serie di virtù come la parsimonia, l’autocontrollo, la prudenza e la stessa civiltà”.

La libertà non è gratuita, non è facile da preservare, ma è la più preziosa caratteristica che ci rende uomini. Per riprendere F.A von Hayek, “dobbiamo essere preparati a fare sacrifici duri, anche materiali, per difendere la nostra libertà”. E, se fossimo così stolti da preferire lo stato-balia ad un’esistenza libera, allora “non meritere[mmo] né libertà né sicurezza” (Benjamin Franklin), ma tutt’al più i nostrani “grillozzi”.

Vita, libertà, proprietà, la base di una società veramente individualistica e libera che andiamo smarrendo (o abbiamo già smarrito?). Sarebbe forse il caso di ripartire da qui. Altro che sovranità nazionale.