L’invenzione del capitalismo cattivo

Luigi Einaudi scriveva che il capitalismo è un po’ come il diavolo nel medioevo: “una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi.

I viveri sono cari? La colpa è della organizzazione capitalistica della società. La guerra è stata scatenata dagli imperi centrali? La colpa è del capitalismo che spinge le nazioni le une contro le altre armate per la conquista dei mercati mondiali.” (La colpa è del capitalismo, Corriere della sera, 28 luglio 1919)

Da allora sono passati quasi cent’anni, ma la situazione non è molto cambiata. Il capitalismo continua a essere visto come la causa di tutte le piaghe della terra, in particolare della povertà, delle diseguaglianze, delle guerre, della violazione dei diritti umani.

Pochi però si prendono la briga di verificare l’esattezza di queste affermazioni. Se lo facessero, scoprirebbero che le cose non stanno esattamente così. Non secondo quanto emerge dai rapporti annuali del Fraser Institute: Economic Freedom of the World (EFW).

Che cos’è l’EFW?

È un documento nato da un ciclo di sei conferenze che si sono tenute tra il 1986 e il 1994 presso il Fraser Institute, a Vancouver. Lo scopo degli incontri era quello di elaborare un indice che misurasse il grado di libertà economica nel mondo, così da spostare la discussione dal piano meramente emotivo a quello della ricerca accademica.

Cosa si intende per “libertà economica”? Semplificando molto, è una condizione nella quale gli scambi avvengono volontariamente, in un mercato aperto dove i diritti di proprietà sono difesi e l’incolumità delle persone è tutelata. La libertà economica serve a capire quanto le istituzioni e le politiche di un paese corrispondono all’ideale di un governo limitato, nel quale lo Stato protegge i diritti di proprietà e fornisce una serie limitata di servizi come la difesa e la possibilità di accesso a una moneta solida.

L’indice dell’EFW utilizza utilizza 42 indicatori raggruppati in cinque ampi settori:

1) La dimensione del governo: spese, tasse e imprese (quanto spende il governo rispetto a individui, famiglie e imprese? In che misura il processo decisionale in campo economico sostituisce la scelta individuale?, ecc.)

2) La struttura giuridica e la sicurezza dei diritti di proprietà (in che misura i diritti di proprietà sono tutelati? Il sistema giudiziario è indipendente? ecc.)

3) La possibilità di accesso a una moneta solida (i tassi di interesse sono stabili? Il governo aumenta le proprie spese stampando denaro? ecc.)

4) La libertà degli scambi internazionali (qual è l’entità delle misure protezioniste adottate? Il passaggio delle merci attraverso le dogane è oneroso e richiede tempo? ecc.)

5) La regolazione del credito, del lavoro e dell’attività commerciale (in che misura le banche forniscono credito al settore privato? in che misura i salari sono centralizzati? le norme burocratiche frenano l’ingresso sul mercato e la concorrenza? ecc.)

La classifica generale

Sulla base dell’indice dell’EFW viene poi stilata una classifica della libertà economica dei 159 Paesi che sono oggetto dello studio. Il rapporto del 2016 utilizza i dati del 2014, l’anno più recente per il quale sono disponibili dati completi. Al primo posto troviamo Hong Kong, con un punteggio di 9,03 su un massimo di 10. Poi Singapore, la Nuova Zelanda, la Svizzera e il Canada. L’Inghilterra si trova al 10° posto, a pari merito con l’Australia, con un punteggio di 7,93. Gli Stati Uniti, che nell’immaginario collettivo sono la patria del neoliberismo selvaggio, sono al 16° posto (7,75), dietro a paesi come il Cile (13°) e la Lituania (15°).

Per trovare l’Italia bisogna andare al secondo quartile, e precisamente al 69° posto, con un punteggio di 7,17. Davanti a noi, nello stesso quartile, ci sono paesi come la Cambogia (68°), l’Uganda (54°), il Ruanda (49°), la Bulgaria (45°), l’Albania (42°) e la Polonia (40°).

Nell’ultimo quartile della classifica troviamo paesi come l’Egitto (129°), l’Iran (150°), l’Argentina (156°) e, all’ultimo posto, il 159°, il Venezuela, con un punteggio di 3,29.

La situazione italiana

Il rapporto dà anche la possibilità di osservare più da vicino i punteggi ottenuti dai singoli paesi nelle cinque aree prima indicate. Nel caso dell’Italia, abbiamo questa tabella:

Come si vede, le aree nelle quali abbiamo un punteggio piuttosto basso sono quelle relative alla dimensione del governo (dove siamo al 133° posto), il sistema legale e la tutela dei diritti di proprietà (70°) e la regolazione del mercato del lavoro e delle attività commerciali (78° e 148° posto).

In pratica abbiamo un governo pachidermico, un sistema legale mal funzionante e un mercato del lavoro paralizzato da norme e regolamenti.

Cosa emerge dall’EFW?

Questi dati, di per sé, non dicono molto, finché non li mettiamo in relazione con altri aspetti rilevanti come la crescita economica o i tassi di povertà. A questo proposito, il rapporto del 2016 afferma:

dalla nostra prima pubblicazione nel 1996, numerosi studi hanno utilizzato i dati pubblicati in Economic Freedom of the World per esaminare l’impatto della libertà economica sugli investimenti, sulla crescita economica, sui redditi e sui tassi di povertà.

Praticamente senza eccezioni, questi studi hanno trovato che i paesi con istituzioni e politiche più in armonia con la libertà economica hanno tassi di investimento più alti, una crescita economica più rapida, livelli di reddito più elevati e una più rapida riduzione dei tassi di povertà.

La povertà sta aumentando?

Prendiamo il caso della povertà. È vero o no che una maggiore libertà economica ha, come effetto collaterale, un’aumento della povertà? Se osserviamo il trend degli ultimi tre decenni delle 89 economie in via di sviluppo la risposta è: no.

Il tasso di povertà estrema nei paesi in via di sviluppo – cioè nei paesi che si allineano sempre di più con l’indice EFW – è sceso dal 56,9% nel 1980 al 15,6% nel 2014. Questo vuol dire che, nel 1980, 6 persone su 10 vivevano con meno di 1,90 dollari al giorno; oggi meno di 2 su 10 vivono con quella cifra.

Lo stesso vale per il tasso di povertà moderata, cioè per le persone che vivono con meno di 3,10 dollari al giorno. Queste sono scese dal 73,9% al 34,3%.

Come si legge nel rapporto: “I paesi in via di sviluppo che si sono mossi maggiormente verso la libertà economica hanno raggiunto una forte crescita economica e una sostanziale riduzione della povertà.”

Il divario del reddito pro-capite tra paesi ricchi e poveri è aumentato?

Anche in questo caso, la risposta è: no. Non negli ultimi trent’anni, almeno. Su questo punto, il Rapporto fa un discorso più articolato.

Nel 1820, le nazioni ricche del mondo avevano un reddito pro-capite pari a 6 o 7 volte quello dei paesi poveri. I teorici della funzione di produzione prevedevano che questo gap sarebbe spontaneamente diminuito negli anni.

Ragionavano in questo modo: il capitale è destinato a migrare verso le economie a basso reddito dove la produttività è più alta. Questo ridurrà il divario tra i paesi ad alto e basso reddito. Nulla di tutto questo, però, è accaduto prima del 1980.

Per quale ragione? Perché le istituzioni e le politiche che sostenevano la libertà economica erano in gran parte assenti. I paesi meno sviluppati continuavano a stagnare. Tuttavia, se i paesi a basso reddito adottano politiche più coerenti con la libertà economica, la differenza di reddito diminuisce.

La tabella sotto mostra proprio questa inversione di tendenza. In tutto il mondo, la disuguaglianza dei redditi sta diminuendo. “È interessante”, si legge nel Rapporto, “notare che questa tendenza verso l’uguaglianza del reddito è stata quasi completamente trascurata dagli intellettuali, dai media e dalla popolazione in generale.”

Conclusione

Che cosa prova tutto questo? Se non altro, che bisognerebbe essere più cauti nell’esprimere giudizi catastrofici sulla situazione attuale. Come si legge nel Rapporto: “Noi non sosteniamo che esista necessariamente una relazione causale diretta tra la libertà economica e le variabili considerate di seguito. Ciononostante, riteniamo che i grafici forniscano alcuni spunti per riflettere sul contrasto tra le economie orientate al mercato e quelle dominate dalla regolamentazione e dalla pianificazione del governo.”

Buonismo e forze dell’ordine

Il buonismo, il politicamente corretto è imperante in tutti i Paesi occidentali, e in quelli europeo continentali sta assumendo tratti totalitari dato che non sembra avere alternative praticabili a livello politico e giuridico.

In Italia però si verificano certi episodi estremi di cui non si ha notizia negli altri Paesi (Francia, Germania) coinvolti nella stessa tendenza culturale e politica: in particolare  è frequente che agenti appartenenti alle forze dell’ordine, ma anche privati cittadini che si oppongono alle violenze e alle prevaricazioni (che spesso mettono a rischio i loro beni e la loro vita) di chi delinque violando la legge si trovano a dovere pagare delle conseguenze pesanti, cioè ad essere sottoposti a lunghi procedimenti penali, talora addirittura condannati penalmente e civilmente a risarcire i danni a chi quegli atti criminali, da cui si erano difesi, aveva posto in essere, quasi che la vittima diventasse delinquente e il delinquente vittima.

Ciò vuol dire che in Italia l’ideologia buonista è più forte, più estrema che negli altri Paesi? Probabilmente no: la differenza la fa la cultura civica italiana, una cultura legata al compromesso, alla “casuistica”, che non conosce l’applicazione uniforme della legge, ma che adatta le norme in maniera sempre diversa da caso a caso.

Il trapianto dell’ideologia buonista e del politicamente corretto su tale terreno produce effetti devastanti a livello della posizione dei singoli.

Facciamo qualche confronto. Di fronte ad esempio ad una manifestazione di piazza di   ‘centri sociali’, o ad una sommossa di immigrati, la polizia può comportarsi in maniere molto diverse che vanno dalle cariche, agli arresti, alla semplice osservazione passiva.

In Paesi a legalità ‘forte’e predefinita, come ad esempio Francia e Germania, le linee di condotta degli agenti sono stabilite dall’alto, dai politici competenti, in base a regole certe, di modo che quale che sia l’atteggiamento deciso (il pugno di ferro o il guanto di velluto), il singolo agente è comunque tutelato dal fatto di avere rispettato gli ordini.

A loro volta i pubblici ministeri (spesso legati in un modo o nell’altro all’esecutivo) e i giudici sono vincolati dalle stesse norme certe e prestabilite, di modo che è molto difficile che decidano anche solo di indagare sul comportamento del singolo agente che si è attenuto alle disposizioni, anche se la sua condotta ha recato danni ai manifestanti violenti.

Lo stesso discorso vale in sostanza sia per l’azione delle forze dell’ordine nei confronti di atti criminali compiuti da singoli, sia anche per gli atti di autotutela posti in essere dai privati minacciati  nella persona e/o nei beni, dato che almeno certi principi sono certi ed il singolo sa in anticipo cosa può fare e cosa non può fare, senza contare che l’azione della forza pubblica garantisce una maggiore copertura ai privati e li costringe ad autodifendersi molto più  raramente di quanto avviene da noi.

In Italia, dove la legalità varia da caso a caso e il potere pubblico interviene solo ‘eventualmente’ se ne ravvisi l’interesse, la situazione è profondamente diversa: nessun agente della forza pubblica e nessun privato cittadino ( a parte ovviamente le situazioni estreme)  è mai del tutto certo se agisce nella legalità  o contro la legge, e questo in situazioni drammatiche dove si deve decidere, spesso a  rischio della vita propria e/o altrui, in pochi secondi.

Di fronte alle sommosse, di fronte a coloro che delinquono distruggendo le cose altrui e minacciano le persone come si deve reagire? Quasi mai gli operatori delle forze dell’ordine possono contare su ordini precisi (a costo di ripeterci, gli ordini suonano sempre nel senso di ‘eventualmente decidere cosa fare’) né su norme chiare che stabiliscano cosa è lecito fare e cosa no, e tutto ciò vale a maggior ragione per il privato che cerca di autotutelarsi di fronte alle aggressioni.

Questa situazione di legalità variabile era sempre stata tenuta insieme dal buon senso e da certe prassi costanti degli operatori, nonché dal fatto che a tali prassi sostanzialmente si rifacevano pubblici ministeri e giudici nei casi in cui la reazione dell’aggredito o il comportamento delle forze dell’ordine avesse recato danni agli aggressori, o ai manifestanti violenti ecc.

Venute meno queste prassi costanti e più in generale i criteri di buon senso che (per quanto ampiamente discutibili) fornivano comunque dei parametri di azione, l’azione degli operatori è lasciata sempre più alle decisioni personali, che dipendono in sostanza dalla posizione dal ‘peso’ che la posizione di chi agisce ha nell’ambito del potere pubblico. Andando ad impattare su questa situazione, la diffusione delle concezioni buoniste hanno effetti distruttivi per l’autonomia del singolo.

Se infatti non esistono non solo norme certe (che in Italia non sono mai esistite) ma nemmeno prassi affidabili, allora tutto  è lasciato alle decisioni degli individui: al poliziotto spetta la scelta se e come affrontare il violento, al privato la scelta se e come reagire, al magistrato la scelta se e come perseguire penalmente l’uno e/o l’altro.

Se però la maggioranza dei singoli operatori (politici, amministratori, pubblici ministeri e giudici) o è di stretta osservanza buonista oppure non ritiene di opporsi (a livello di interpretazione della normativa, a livello di proposte legislative, a livello di prassi amministrative ecc.) alle concezioni buoniste predominanti, ecco che l’operatore della polizia o il privato che ha affrontato l’aggressore in maniera non conforme a tali concezioni viene inevitabilmente innanzi tutto sottoposto a giudizio e talora addirittura condannato.

La particolarità  italiana per quanto riguarda questa materia non è costituita quindi da un buonismo ancora più spinto di quello degli altri Paesi, ma piuttosto dal fatto che, mentre in questi ultimi le decisioni buoniste si impongono a priori a tutti, e quindi ciascuno sa come comportarsi, nel nostro Paese (anche) le decisioni buoniste dei poteri pubblici (soprattutto del potere giudiziario) variano da caso a caso e molto spesso si impongono a posteriori ‘ex post facto’ andando pesantemente ad incidere sulla posizione dei singoli, sanzionandoli (ma a volte anche un processo con assoluzione finale, ma durato anni  è una sanzione) per comportamenti che dovrebbero essere considerati legali, o che comune dovrebbero essere chiaramente definiti (come legali o illegali) prima che gli stessi siano posti in essere.

Insomma mentre negli altri Paesi europei continentali i principi del buonismo e del politicamente corretto vengono applicati secondo le regole di un apparato pubblico che tratta tendenzialmente tutti allo stesso modo ed agisce secondo regole definite, in Italia gli stessi principi sono applicati in maniera variabile, e sotto la spinta dell’ideologia, in maniera sempre più ‘implacabile’, e in base a regole e principi spesso tanto astratti da permettere qualunque interpretazione.

Tutto questo porta ad una posizione di debolezza di coloro che, come agenti delle forze dell’ordine o come privati cittadini che reagiscono affrontano i criminali, una posizione di debolezza che non ha riscontro paradossalmente nemmeno in ordinamenti in cui il valore delle regole ed il ruolo delle autorità pubbliche sono ancora più vaghi e variabili che in Italia quali quelli sudamericani, dove la polizia spesso svincolata da regole rigide è di fatto soggetta a ben pochi controlli esterni sul suo operato.

Il presente scritto riflette un nucleo di pensiero condiviso con il collega Fabrizio Borasi e contenuto negli otto volumi della ricerca ‘Il sistema corporativo’ per i tipi della casa editrice Giappichelli

 

Non ci pagheranno le pensioni, caro Boeri

Questa è la busta paga di un lavoratore straniero con moglie priva di reddito e tre figli a carico.

I contributi Inps che vengono versati all’Inps dall’azienda sono 479 euro (di cui 349 euro a carico dell’azienda)
ma al contempo, l’Inps versa al lavoratore 317 euro per gli assegni familiari; inoltre il lavoratore ottiene dal fisco uno sconto per detrazioni fiscali per 260 euro quindi non versa un euro di tasse e in aggiunta riceve anche gli 80 euro.

Quindi sommando importi a debito e a credito questo lavoratore allo Stato non versa nulla ma, al contrario, prende.

Infatti 479-317-260-80= +178

Tanto è vero che la sua retribuzione netta è superiore a quella lorda.
Ecco questa è una busta paga tipica di un lavoratore dipendente immigrato, uno di quelli che ci pagheranno le pensioni.

C’è poi da considerare un fatto: oltre a non versare ma a prendere, la sua retribuzione netta è addirittura superiore a quella lorda, i suoi tre figli e la moglie utilizzeranno il welfare (scuola, asili nido, sanità).

Tra l’altro molti riescono ad autocertificare familiari a carico che vivono però all’estero.

Le gestioni INPS ed Erario vengono gestite dallo Stato in modo separato. Ciò che conta è che se verso nel settore contributivo, ma prendo dal settore assistenza e fiscale per un importo superiore, il saldo per lo Stato è in rosso.

Questo lavoratore non versa un euro allo Stato grava sul welfare con il suo nucleo familiare di 5 persone usufruendo dell’assistenza sanitaria gratuita, asili nido, abitazione del Comune, scuola pubblica.

Ripeto non versando un euro allo Stato, ma a carico del contribuente italiano, figuriamoci se può pagarci la pensione.

Rimesse all’estero

Inoltre solo nel 2015 gli immigrati hanno inviato rimesse di denaro all’estero per 5,2 miliardi di euro. Dato un tasso di risparmio del 8,5% medio (dati Istat) abbiamo avuto un danno al PIL nazionale per ben 4,795 miliardi.

Calcolata una pressione reale fiscale sul PIL del 50,2% (CGIAA di Mestre) abbiamo un calo di entrate fiscali pari a 2.379 milioni di euro, superiore al mancato introito per contributi previdenziali nel caso non vi fossero immigrati, per .1618 milioni.

Un enorme flusso di denaro che andrà ad arricchire altre nazioni.

La Banca d’Italia indica inoltre che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”, e che quindi non fruttano neanche nulla in termini di commissioni e tassazioni.

Io non voglio pensare che i politici siano in malafede, ma voglio credere che non siano informati su queste “cose che hanno a che fare con i numeri” e che quindi siano convinti che facendo entrare immigrati che hanno redditi bassi e nuclei familiari numerosi che gravano sul welfare ritengano che ci pagheranno le pensioni.

Ma non è così.

Ci potrebbero essere immigrati che pagano le pensioni: ad esempio se un ingegnere straniero arriva in Italia con moglie anche lei che lavora e tre figli a carico, se guadagna 60.000 euro lordi e la moglie 30.000 euro lordi non otterrà assegni familiari non avrà sconti fiscali e anche se utilizzerà servizi pubblici li pagherà attraverso i versamenti.

Questo è il genere di immigrati che dovremmo incentivare una immigrazione qualificata che apporta valore aggiunto e know-how.

Venire per farsi assistere?

È corretto che un cittadino straniero riceva un sostegno al reddito?

Attenzione non sto parlando di usufruire di un servizio come le strade, l’illuminazione pubblica, la raccolta rifiuti, la polizia o i vigili del fuoco. Sto parlando di sostegno al reddito, cioè integrare il reddito con denaro o godimento di beni quando una persona non è economicamente autosufficiente.

La risposta è NO.

Gli immigrati dovrebbero venire in Italia in forza di un contratto di lavoro, per apportare capitali e investimenti o per studiare.

Mai per farsi assistere. Questo è compito del loro paese di origine.

Se il lavoratore o l’investitore, una volta entrato in Italia, non è più in grado di mantenersi, producendo un reddito sufficiente per sé e la propria famiglia, entro un lasso di tempo ragionevole ad es. 6 mesi, perde il diritto di rimanere in Italia e deve essere rimpatriato nel suo paese d’origine.

Ed il motivo è evidente: ciò è assolutamente necessario in quanto, in caso contrario, verrebbe a crearsi una immigrazione finalizzata allo sfruttamento dello Stato Sociale italiano da parte di soggetti che hanno necessità di essere assistiti in quanto non economicamente autosufficienti.

La nostra Nazione senza questa clausola di salvaguardia si trasformerebbe in una sorta di bancomat al servizio delle popolazioni del globo, rendendo insostenibile la nostra spesa pubblica e l’equilibrio dei nostri conti pubblici.

Povertà, alzare l’asticella

Per evitare di importare mangiatori di welfare, cioè di tasse, è assolutamente necessario alzare l’asticella del reddito che l’immigrato deve dimostrare di produrre o di detenere. Attualmente è sufficiente dimostrare un reddito di soli 5.818 euro annui cioè 484 euro mensili. Tale importo sulla base dei dati ISTAT è assolutamente inadeguato a garantire l’autosufficienza.

Infatti il parametro di riferimento è la soglia di povertà assoluta, rappresentata dal valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario. Per il singolo individuo è pari per il 2016 a circa 10.000 euro (9.829,56 euro mensili dati Istat) Evidentemente insufficiente.

Come accade in altri paesi il reddito mensile richiesto per ottenere il permesso di soggiorno dovrebbe essere tale da garantire una piena autonomia: almeno 13.000 euro annui se single, 20.000 se in coppia, 24.000 se con moglie a carico e 2 figli.

Al di sotto di queste soglie non sarebbe garantita l’autosufficienza e quindi la piena integrazione.

L’attuale governo britannico di Theresa May ha richiesto una entrata annua non inferiore a 35.000 sterline (40.000 euro annui 3300 euro al mese) per poter continuare a conservare il permesso di soggiorno. Persino in Thailandia, dove il costo della vita è ben più basso, è necessario produrre una certificazione di reddito dalla quale si evinca che l’entrata mensile non è inferiore a 65.000 Baht (1700 euro mensili, 20.400 euro annui a persona) per ottenere un permesso di soggiorno.

Se confrontiamo questi parametri con i 5.800 euro annui sufficienti in Italia per ottenere un permesso di soggiorno. ci rendiamo conto di quanto le nostre normative siano inadeguate e creino i presupposti per forme di assistenzialismo, concorrenza sleale e comportamenti illeciti.

Dobbiamo incentivare l’arrivo di immigrati, investitori, professionisti qualificati, portatori di patrimoni e di know-how e consumatori dei nostri beni e servizi, che avrebbero un effetto positivo sulla nostra economia, instaurerebbero una competizione positiva basata sulle competenze e sul merito e non sulla concorrenza sleale: questa è l’immigrazione che dobbiamo incoraggiare.

L’immigrazione va gestita politicamente, cioè va governata e non subita.

 

Camere penali, boom-firme per la separazione delle carriere

Sono circa 55.000 le firme raccolte dall’Unione delle Camere penali italiane in favore della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere nella magistratura. Partita all’inizio del mese di maggio la campagna, una delle più vaste della storia recente dell’avvocatura, ha quindi già raggiunto con quattro mesi di anticipo la soglia delle 50.000 necessarie per la presentazione del ddl in Parlamento.
Tra le forze politiche la proposta Ucpi ha trovato l’adesione di uno schieramento trasversale di esponenti tra i quali figurano anche il vicepresidente della Camera Giachetti, il segretario della Lega Salvini, il ministro degli affari regionali Costa, il presidente della Commissione esteri della Camera Cicchitto, il governatore della Regione Liguria Toti e gli ex ministri Terzi di Sant’Agata e Marzano che si aggiungono ad associazioni e partiti come la Fondazione Luigi Einaudi, il Partito Radicale e il Partito Liberale.
“Nonostante il risultato raggiunto la campagna di raccolta proseguirà anche d’estate, nelle piazze e nei tribunali di tutta Italia. Abbiamo dimostrato come questo tema sia sensibile non solo per l’avvocatura ma anche per migliaia di cittadini estranei alle tematiche che attengono la giustizia. Non solo. Grazie ad una campagna di comunicazione attraverso i social siamo riusciti a coinvolgere moltissimi giovani, un dato particolarmente importante e che dimostra come il tema sia sentito dalle nuove generazioni” ha commentato Anna Chiusano, vicepresidente del Comitato promotore della raccolta che al vertice vede il presidente dei penalisti Beniamino Migliucci e tra i componenti giuristi come Gaetano Pecorella e Marcello Gallo.
Il disegno di legge Ucpi mira a non solo a distinguere nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri ma promuove, inoltre, la costituzione di due consigli superiori della magistratura distinti, uno per quella giudicante e uno per quella inquirente. “Solo così – ricorda Migliucci – si potrà veramente dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione che stabilisce la terzietà del giudice all’interno di un vero giusto processo, esattamente avviene in gran parte degli ordinamenti europei dove la separazione delle carriere è la regola e non l’eccezione”.
Più di cento sono le camere penali italiane coinvolte nella raccolta che prosegue, anche in questi giorni, in numerose località d’Italia. “Emblematico è il dato che riguarda i territori: sono circa 7000 le firme raccolte solo nella Sicilia, la regione che ha totalizzato più consensi. Seguono in questa classifica l’Emilia Romagna, il Lazio e la Campania che hanno raccolto, da sole, oltre 15.000 sottoscrizioni. Riguardo le città spicca il primato di Brindisi che, da sola, ha totalizzato oltre 2500 firme mentre molti centri minori come Modena, Tivoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere, Patti e Messina viaggiano sopra le mille firme a testa” ha dichiarato Giuseppe Belcastro, Coordinatore del Comitato organizzatore delle Camere Penali.
Il bilancio della raccolta e le prossime iniziative politiche saranno poi oggetto del congresso straordinario Ucpi del 6, 7 e 8 ottobre che quest’anno sarà organizzato dalla Camera Penale di Roma, la città, tra i grandi centri, che ha raccolto più sottoscrizioni in questi primi due mesi di raccolta.
“Sarà l’occasione per approfondire non solo il tema della separazione delle carriere ma anche gli altri numerosi fronti che riguardano la politica e l’ordinamento giudiziario grazie al contributo di esponenti della politica, del giornalismo, della cultura e dell’accademia” dichiara il presidente della Camera Penale di Roma Cesare Placanica.

L’etica della responsabilità per un nuovo patriottismo liberale

Nel 1861 Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Con questa celebre citazione, carica di aspettative e patriottismo, unificata la Nazione, si sperava di rendere solidale una popolazione sotto il segno di una storia condivisa, cultura e valori etici, di una convivenza fortemente desiderata, dopo eventi storici che avevano frantumato la struttura centrale di un Paese che adesso volgeva lo sguardo ad una società in divenire.

Sono trascorsi più di centocinquant’ anni da allora e quel programma non si può certo dire che si sia realizzato, se non in piccola parte. I profondi cambiamenti maturati in questi anni attraccano su un porto lontano dalle speranze, lotte e tenacia che caratterizzarono quel traguardo tanto agognato.

Il passaggio generazionale, i profondi mutamenti culturali, il mescolarsi di etnie diverse hanno segnato non poco gli aspetti esistenziali, che invece di migliorare e rinsaldarsi, stanno provocando un’ulteriore spaccatura. Il bene individuale sovrasta quello comune, non ci si rispecchia più nell’altro come “Uomo”, ma come razza, religione e cultura, dove la diversità è il pasto quotidiano.

Si può costruire un’etica condivisa? Il richiamo alla mente del filosofo tedesco Hans Jonas potrebbe rappresentare una potenziale risposta partendo dal concetto di “etica della responsabilità”. Attraverso il quale è possibile elaborare un’etica del futuro, dove la responsabilità del mondo in cui abitiamo deve guidare le nostre azioni e prevederne gli effetti se vogliamo assicurare un’esistenza alle generazioni future.

Ciò si rivolge molto più alla politica che non al comportamento privato, ove fondamentale è la condotta dei paesi occidentali. In ogni uomo si può riconoscere un appello alla responsabilità di chi si scopre unico tra i viventi ad essere in grado di sviluppare un pensiero etico.

Questa è una riflessione cui siamo invitati a fare, in primis come italiani. Forse, però, bisognerebbe realizzare fino in fondo lo Stato prima ancora che gli italiani. Certo, gli sforzi di nation building, soprattutto all’inizio da parte della Destra storica, furono enormi e le volontà messe in campo tra le migliori, anche se poi qualcosa si spezzò.

Oggi l’italiano vede lo Stato come un nemico, al massimo una mammella da cui mungere latte per la propria famiglia o il proprio clan. Non ci si rende conto che gli interessi privati sono legittimi, ma essi possono essere garantiti e rinsaldati solo dall’esistenza di uno Stato limitato sì, ma forte ed efficiente.

Il quale, però, senza il senso di un’appartenenza comune e un sano patriottismo, senza diffuso “senso dello Stato” fra i cittadini, è nulla, è un semplice nome, un guscio vuoto. Le istituzioni sono come delle guarnigioni, ma se non c’è chi le difende e crede in esse presto soccombono. Anche le migliori.

L’etica della responsabilità che è richiesta, a noi italiani più che agli altri, è un’etica che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni, che sa guardare oltre il proprio orticello, convinta che anche gli interessi, le libertà individuali si tutelano a partire dal rispetto della propria comunità politica, quella in cui siamo stati chiamati a vivere. La quale non deve essere certo una realtà chiusa o compatta, ma vissuta come l’orizzonte ineliminabile della nostra esistenza.

Che sia giunto il tempo di un nuovo e rinnovato “patriottismo liberale”?

Macron, Merkel e l’Europa del terzo millennio

Si fa presto a dire Europa. A venticinque anni da quel Trattato di Maastricht che sancì la nascita di una superpotenza economica e che pose le condizioni per la creazione di una nuova forte ed autorevole entità politica l’Europa appare di nuovo, quasi fatalmente, un ibrido sui generis che si aggira nelle cancellerie ora come uno spauracchio, ora come un ostacolo da aggirare e di cui, soprattutto, diffidare.
La recente affermazione di Emmanuel Macron in Francia, all’insegna del rifiuto di quell’antieuropeismo sempre più vasto nelle coscienze critiche delle destre e delle sinistre, aveva fatto ben sperare, specialmente dopo le conseguenze drammatiche di quell’azzardo politico chiamato Brexit.

I principali dossier geopolitici, dai trattati commerciali all’immigrazione, passando per la Libia, vedono l’Europa comunitaria, sempre più immobile e confusa, scontrarsi con l’Europa delle nazioni che, al contrario, risulta profondamente influente e slegata da qualsiasi vincolo politico o solidaristico.

Ecco come l’asse Merkel-Macron come quello con Sarkozy ed Hollande del recente passato, rischia, di nuovo, di gettare nuova benzina sul fuoco nella difficile lotta ingaggiata dall’establishment contro le forze politiche estremiste.

L’isolamento e la solitudine che alcuni paesi, come l’Italia, terzo contribuente delle finanze europee, stanno provando sulla loro pelle nella complessa gestione della crisi dei migranti è, senza ombra di dubbio, un nuovo assist alla nascita e al radicamento di vaste aree critiche verso l’Europa e al suo apparente immobilismo.

Esce così allo scoperto una sorta di contraddizione in termini: chi, come Merkel e Macron, ha inteso, e da tempo, ingaggiare una lotta politica senza quartiere al radicalismo, al massimalismo e all’antieuropeismo è, allo stesso tempo, uno dei principali artefici dell’aumento del consenso dei populisti i quali, sconfitti in patria, possono benissimo continuare a urlare altrove: l’importante è che stiano a casa loro.

È l’Europa del terzo millennio, bellezza.

Bergoglio, Galantino e il terzomondismo

Il cristianesimo agisce secondo l’etica della convinzione, ma tiene ben distinto il suo ambito di azione da quello che ė proprio dello Stato e della politica.

È il principio di laicità, che lo Stato moderno ha preso paro paro non solo dalla dialettica di potere medievale (fondata sul conflitto fra trono e altare) ma addirittura dal Vangelo, il quale senza troppi infingimenti impone di dare a “Cesare quel che è di Cesare”.

Il cristiano perciò non dovrebbe fare politica, se non in modo mediato. E la stesa Chiesa, che istituzione politica anche è, dovrebbe agire, nell’agone politico quando è costretta a scendervi, prima di tutto con l’etica della responsabilità. Cioè considerando le conseguenze della propria azione, misurando ogni sua parola, cercando di minare il meno possibile il tessuto connettivo della società in cui vive.

Tanto più se è una società che le garantisce la massima libertà di espressione ed azione.

Perché la Conferenza Episcopale Italiana, attraverso le parole del suo esponente maggiore, monsignor Galantino, e il Papa stesso, si sentono oggi in diritto non solo di infrangere il paradigma della laicità, e di fare politica, ma addirittura di suggerire all’Italia politiche che minano la sicurezza dello Stato?

E perché questo avviene solo qui ed ora? E perché non ci sono reazioni politiche significative a questa invadenza, e proprio in un Paese che, fino a poco tempo fa, vedeva bene attiva una nutrita e agguerrita truppa di “laicisti in servizio permanente e effettivo”?

Credo che ciò accada per il combinato disposto di due fattori:

a) la presenza sul soglio di Pietro di un Papa che è nemico dell’Occidente e delle sue libertà, che non ricollega al cristianesimo, secondo un nesso che è evidenza storica e teorica;

b) la debolezza, storica e attuale dello Stato italiano, sul punto di disgregarsi e a cui la Chiesa, consapevole o meno che ne sia, si appresta a dare il colpo finale.

È una storia, quest’ultima, che parte da lontano: dal uno Stato nato tardi rispetto agli altri europei, che non è riuscito a creare quasi mai coesione e sentimenti nazionali, che ha visto una monarchia imbelle abdicare l’8 settembre 1943 ai suoi compiti, che è stata dominata nel dopoguerra da forze politiche “internazionaliste” ove la parola e il sentimento di Patria eran negletti e ove parlare di “interesse nazionale” era considerato suppergiù “fascista”.

In questo scenario, comunisti, cattolici di sinistra, cultura cosmopolitica di ascendenza azionista e di coloritura liberal, da ultimo anche certi liberal-liberisti anarchici e astrattamente anti-Stato, hanno finito per darsi la mano. Dimentichi che, in età moderna, la libertà dell’individuo, e la sua stessa sicurezza e identità (come gli Hobbes e i Locke ci hanno insegnano), possono essere garantiti solo dall’esercizio senza vincoli dell’autorità politica, cioè solo da uno Stato forte seppure, per noi liberali, per dirla con Dario Antiseri, necessariamente non troppo “affaccendato”.

Le parole dei Galantino e dei Bergoglio, esponenti di una Chiesa internazionalista e terzomondista, non trovano qui da noi la resistenza dello Stato e soprattutto di una classe politica che della cultura primo-repubblicana è figlia diretta. E che perciò nulla ha da obiettare perché sa di avere a che fare con un Papa che “invade” sì il proprio terreno, ma è “de sinistra” (come direbbero a Roma).

Come meravigliarsi che in un Paese cattolico sì, ma con uno Stato forte, qual è la Francia, questa Chiesa nemmeno prova ad esercitare un ruolo simile?

Ed è da meravigliarsi se un Macron, che della tradizione e della cultura “sovraniste” di Francia è comunque erede, distingue accuratamente “rifugiati politici” e “migranti economici”? Egli ben sa che dare asilo a chi patisce persecuzione è un segno di forza della République, un elemento identitario che richiama i sui valori di libertà, mentre far entrare tutti indistintamente, come si chiede all’Italia, significherebbe annullare la propria identità e se stessi.

A ben vedere, alla lunga Allah trionferebbe su Cristo, anche solo per questioni meramente demografiche.

La Chiesa valuta questa conseguenza? O crede davvero, come vorrebbe far dire al Papa Eugenio Scalfari, che, essendo il Dio unico, presso i diversi popoli e nelle diverse religioni cambi solo il nome con cui viene designato?

Ma è ulteriormente a chiedersi: se Allah è uguale al Dio cristiano, e Maometto a Cristo, possiamo permetterci ancora a lungo il lusso di non chiamare questa idea autodissolutiva che il cristianesimo istituzionale potrebbe essere tentato oggi portare avanti, altrimenti che con il suo nome? E, cioè, “eresia”?

L’eresia al potere è sempre un nuovo conformismo. Ma questo, più di ogni altri, è un conformismo di cui l’Occidente con le sue libertà non ha bisogno.

 

Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità

Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo.

C’è qualcosa che non quadra. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha conosciuto la egemonia culturale del Pci che con il modello dell’antifascismo ideologico scomunicava chiunque provasse ad esprimere una cultura diversa.

Fosse dipeso dagli intellettuali, che tradirono una seconda volta (quasi) in massa, avremmo perso la libertà e infatti, Benedetto Croce, che rifiutò di sottomettersi, dopo la caduta di Mussolini, alla nuova chiesa totalitaria del Pci di Togliatti, disse: “Beneditele quelle beghine perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi”.

Se oggi in Italia, dove vigono non poche leggi del fascismo, si può ancora pensare di trasformare opinioni, folklore, cimeli in reati di propaganda fascista è perché non abbiamo avuto e non abbiamo ancora una cultura politica antitotalitaria.

Ancora una volta torna utile Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma qui siamo ben oltre anche la farsa: l’antifascismo più cretino della storia ora vede un fascismo con pinne, fucili ed occhiali sulla spiaggia di Chioggia e Laura Boldrini, nientemeno che presidente della Camera, pensa che bisognerebbe rimuovere i monumenti del ventennio mussoliniano.

Le vecchie zie ci salvarono dal comunismo ma dalla stupidità o ci salviamo da soli o meritiamo di affogare nell’idiozia.

Se il cretino trionfa è perché i problemi storici e culturali sono stati rimossi e mitizzati. Norberto Bobbio diceva una cosa semplice: tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici.

Il problema degli italiani con le dittature non è stato unico ma doppio: fascismo e comunismo. Per sviluppare una decente cultura democratica non si può essere anti a metà.

L’antifascismo non basta. È necessario anche l’anticomunismo e, purtroppo, in Italia l’anticomunismo non è ancora un valore diffuso e pienamente legittimo. Lo stesso Bobbio, in buoni rapporti con Mussolini, ebbe sempre problemi a dirsi anticomunista.

All’anatra zoppa della cultura politica corrisponde l’anatra zoppa della storiografia. Cattiva coscienza teoretica e cattiva coscienza politica si danno la mano. L’antifascismo, che è una categoria politica, è stato trasformato in una categoria storiografica sulla cui base interpretare tutto il Novecento che così viene manipolato e si giunge alle scemenze della eliminazione dei monumenti: quindi abbattiamo la Garbatella, via la stazione di Milano, riallarghiamo le valli di Comacchio e così con le paludi pontine eccettera eccetera.

Tutto finisce veramente in un carnevale di stupidità e lo stesso dibattito balneare sul fascismo, nato sulla spiaggia di Chioggia, è una pessima idea per unire la sinistra intorno al suo rancore e alle sue falsità.

Una tristezza infinita che riesce persino a mancare di rispetto allo stesso antifascismo ideologico che ha dentro di sé storie tragiche di chi pagò con la vita, di chi fece il doppio gioco quando i giochi erano pericolosi, di chi divenne maestro di antifascismo dopo aver preso la cattedra a qualche docente ebreo che la dovette lasciare in seguito alle leggi razziali.

Questo è il paese – il nostro paese – che non si sa guardare allo specchio, non sa raccontarsi la verità senza idiote strumentalizzazioni politiche, non sa crescere nella libertà e coltiva dentro sé demoni e stupidaggini.

 

Fazio e la figura arcitaliana del pisciatore in carrozza

La vicenda del rinnovo contrattuale di Fabio Fazio è un classico caso di scuola italiana che va al di là della questione-stipendio. Riguarda la legge, la Rai, il canone e, dulcis in fundo, l’anticapitalismo ovvero la cultura dello sputo nel piatto in cui si mangia.

Fazio è il sacerdote televisivo del buonismo e un profeta dell’antiberlusconismo. Tuttavia, il suo contratto da 2,2 milioni di euro a stagione per circa 11 milioni in quattro anni è stato sottoscritto in deroga alla legge 198 del 2016. In altri tempi si sarebbe parlato di legge ad personam.

Come è possibile, infatti, che il buonista, il legalitario e antiberlusconiano Fazio sottoscriva un contratto con una legge che per gli altri si applica – ad esempio Lucia Annunziata che ha chiesto un taglio dello stipendio per adeguarlo al limite dei 240 mila euro –  e per lui si interpreta facendola di fatto funzionare come una legge ad personam?

Evidentemente, il valore “artistico” del conduttore è molto alto e tale da essere giudicato non tramite la legge ma con la legge di mercato, tanto che lo stesso direttore generale della Rai, Mario Orfeo, lo ha definito un “pezzo pregiato” insieme con Piero Angela e Carlo Conti.

Il direttore Orfeo e il conduttore Fazio hanno senz’altro delle ottime ragioni: per il primo queste ragioni si chiamano ascolti e pubblicità, per il secondo si chiamano compenso adeguato ai guadagni pubblicitari. Tutto molto ragionevole. Però, le ragioni diventano torti quando entra in scena la Rai come “servizio pubblico”.

Delle due l’una: o la Rai fa servizio pubblico e, allora, non segue la televisione commerciale, o la Rai segue la dinamica commerciale e non fa servizio pubblico.

Il caso Fazio fa cadere definitivamente questa ipocrisia di Stato. Se la Rai per legge è servizio pubblico ma di fatto non lo è  – tanto che il parere dell’avvocatura dello Stato, con cui si attua la deroga, vale più della sovranità popolare –  allora i contribuenti (tutti gli italiani) che pagano il canone, attraverso l’atto forzoso della bolletta elettrica, hanno il diritto di non pagarlo. È la conseguenza più diretta del caso Fazio. L’aspetto più interessante della vicenda è, però, l’ultimo che tutta la riassume.

Fazio nella sua trasmissione, che passerà da RaiTre a RaiUno, non perde mai occasione per esprimere una cultura anticapitalista in cui la libertà di mercato, l’impresa, l’antiegualitarismo che è della vita morale e delle cose stesse sono dipinti come il Male, mentre l’egualitarismo, il sentimentalismo, il fiscalismo, l’ecologismo e anche la climatologia come scienza cosmologica sono presentati come il Bene.

Ora tutta questa messa in scena da studio televisivo del politicamente corretto è dissolta dal retroscena in cui appare la figura tipica dell’ideologia italiana: il pisciatore in carrozza. Fabio Fazio, da perfetto arcitaliano, con la sua messa cantata è uso fare la predica agli italiani.

Naturalmente, predica che lui stesso non pratica.

È tipico di tutti gli anticapitalisti che arricciano il naso e di tutti i critici del libero mercato parlare male del capitale e del mercato, ma all’atto pratico fanno valere le leggi di mercato e capitalizzano.

Anche questa storia dei capitalisti anticapitalisti – cioè della falsa coscienza della cultura comunista e cattolica che vuole i benefici del capitalismo con la protezione dello Stato –  è giunta al capolinea.

I pisciatori continuino pure a pisciare ma scendano dalla carrozza (dal carrozzone e dalla Rai-servizio pubblico).

Oblio e mercato

Quando nel 2004 morì Gabriella Ferri alla commozione per la perdita di un’artista di talento si unì un mea culpa collettivo per il fatto che teatro, cinema, televisione l’avevano dimenticata, venendo meno ai doveri della memoria e della riconoscenza.

Qualcosa di simile era avvenuto nel 1967 quando, al Festival di Sanremo, Luigi Tenco, il cantautore genovese, si era tolta la vita, non sentendosi compreso e amato dal pubblico. Che l’interpretazione che Gabriella Ferri aveva dato, ad es., di Dove sta Zazà, con una voce rauca, dolente e insieme aggressiva, piacesse poco era irrilevante. Analogamente non apprezzare Ciao, amore ciao di Tenco significava quasi un imbarbarimento del gusto, lo stop alla musica leggera quanto affrontava temi ‘esistenziali’.

Il copione si era ripetuto col mio amatissimo Totò: i suoi ultimi film rimasero ben lontani dal successo di Totò a colori e il pubblico non comprese—il rammarico della figlia Liliana–che finalmente la grande maschera napoletana aveva trovato un regista alla sua altezza in Pier Paolo Pasolini.

In realtà, sia Uccellacci e uccellini (1966) che Le streghe (1967) non solo non furono amati dal grande pubblico ma trovarono—e trovano ancora—gli esperti molto divisi. Al recente Convegno napoletano, Diagonale Totò, un benemerito degli studi decurtisiani come Ennio Bispuri si è trovato in disaccordo col prestigioso critico (non solo musicale) Paolo Isotta: all’esaltazione fatta dal primo del Totò pasoliniano s’è contrapposto il giudizio dell’altro che ne ha auspicato la dimenticanza.

Di recente la retorica dell’incomprensione e dell’oblio è ricomparsa con Paolo Villaggio, uno scrittore geniale, un attore incomparabile. Nei suoi libri, portati sullo schermo da Luciano Salce, Villaggio ha inaugurato, per così dire, il postmoderno, l’epoca de tramonto delle ideologie.

Il suo grido liberatorio: “La Corazzata Potemkin è una cacata!” ha decretato la fine di un mondo e di un’epoca, quella dei cineforum impegnati, dei miti e dei riti di una sinistra che voleva portare nelle fabbriche e nei dopolavori aziendali il grande cinema, il grande teatro, la grande musica.

L’indulgenza ironica nei confronti dei vizi antichi degli italiani — a cominciare dalla tifoseria calcistica — è stata un bagno salutare di realismo, pur se sempre venato di qualunquismo e di ribellismo tragicamente inconcludente. Un momento fondamentale della nostra entrata nell’età del disincanto.

Anche lui negli ultimi anni, è stato dimenticato — il j’accuse della figlia al funerale laico — non ha   fatto più cassetta, registi e produttori non si sono più curati di lui. Non esito ad annoverarmi  tra i colpevoli e gli ingrati che lo hanno abbandonato, avendo trovato monotoni e ripetitivi i suoi ultimi film: il catastrofismo quotidiano narrato da una voce fuori campo con toni epici — “quel giorno Fantozzi fu costretto a mangiare sette costate di vitello, otto prosciutti di San Daniele, tre forme di parmigiano reggiano…” -, la vecchia eroticamente aggressiva, i voli dei protagonisti sulle tavole imbandite,l’ignoranza della grammatica — il ‘vadi’ di Filini– etc. etc.

Forse sbaglio nel giudicare severamente il Fantozzi del dopo Salce e riconosco che qualche buona idea c’era ancora nel Superfantozzi di Neri Parente del 1986 – la storia dell’eterno sfigato dai tempi del Genesi ai nostri giorni (indimenticabile la delusione del nipote di Lazzaro che si aspettava una grossa eredità dalla morte dello zio) -, ma ritengo che, dopo i primi due/tre film della serie, il magic moment fosse finito.

Ma ammettiamo pure che nei quattro artisti ricordati la qualità della prestazione professionale non fosse mai venuta meno e che il loro oblio si dovesse soltanto all’involgarimento del pubblico.

E se così fosse? Viviamo in una società aperta dove il consumatore è sovrano e dei suoi gusti i produttori di merci debbono tener conto se vogliono far soldi.

È ingiusto tutto questo? Lo è non più della democrazia liberale, che è il pendant politico, della democrazia economica del mercato. Il popolo sovrano può affidare il timone del governo a capitani incapaci e corrotti, così come il mercato può mettere in circolazione merci scadenti.

In entrambi i casi, però, a legittimare sia la democrazia che il mercato sono le alternative.

Come la demagogia di Cleone è preferibile al dispotismo dei Trenta Tiranni, così la libertà di scelta del consumatore è preferibile all’imposizione dall’alto di prodotti culturali di (presunta) elevata qualità. Il Mincupop è finito!

PS Inviato e non piaciuto al Foglio quotidiano