Pure in Austria soffia il vento della destra

L’ondata della destra europea ritrova vigore proprio dove, solo pochi mesi fa, sembrava esser-si inesorabilmente fermata. L’Austria, dopo anni di larghe intese tra socialdemocratici e democristiani, ha voltato pagina premiando cosi, con oltre il 31%, l’esponente popolare dell’Ovp Sebastian Kurz, trentunenne già ministro degli esteri e, da ieri sera, il più giovane capo di governo del mondo.

Con una cavalcata a tempo di record e grazie ad una leadership fortemente spostata su posizioni di destra Kurz ha dato così il via ad un nuovo corso che condizionerà fortemente non solo il futuro del paese ma gran parte della politiche migratorie e umanitarie dell’Unione Europea.

«Vi posso promettere che da oggi lotterò con tutte le mie forte per cambiare questo Paese, ha detto Kurz. L’immigrazione, infatti è stato il vero e unico tema di questa campagna elettorale, celebratasi con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura a causa della rottura della grande coalizione che vedeva i socialdemocratici dell’Spo e i popolari dell’Ovp governare assieme dal 2007 sulla falsariga di quanto accadeva nella vicina Germania.

Grazie ad una serie di decisioni storiche, tra cui quella di personalizzare fortemente il proprio partito ribattezzandolo Lista Kurz, camuffando così la non brillante esperienza al governo dei suoi predecessori ma, soprattutto, quella di scippare al partito di estrema destra Fpo guidato dal delfino di Haider Heinz-Christian Strache i classici cavalli di battaglia delle forte xenofobe ed euroscettiche, Kurz è riuscito rapidamente a recuperare lo svantaggio iniziale di quasi dieci punti percentuali e superare Strache, indicato fino a qualche settimana fa come sicuro vincitore di questa competizione elettorale.

All’insegna della promessa di difendere i confini dell’Austria contra le quote migranti imposte da Bruxelles, dimezzando addirittura i contributi ai rifugiati, e di risolvere, una volta per tutte, l’annosa questione della cosiddetta rotta balcanica, Kurz ha saputo abilmente anche intestarsi In battaglia dell’anti-islamismo, facendo cosi leva sulla paura dei recenti attentati che da Parigi a Berlin ha notevolmente ingrossato il consenso elettorale delle form anti-sistema.

Non c’e dubbio che sia stata proprio questa inversione di rotta programmatica del nuovo Ovp a far lievitare la popolarità del giovanissimo leader, diventato nel giro di poche settimane un’autentica icon soprattutto per il suo stile originate che ha fatto passare in secondo piano le feroci critiche sulla sua inesperienza e sul mancato completamento del ciclo di studi universitari.

Gli oltre sei milioni cli elettori hanno così punito i socialdemocratici dell’Spo, l’altro partito storico dell’establishment austriaco al quale non è bastato lasciare il governo dell’Austria con un tasso di disoccupazione al solo 5,6% e un prodotto interno lordo in crescita a ben oltre i due punti e mezzo percentuali.

L’Spo del cancelliere uscente Kern, protagonista durante questa campagna elettorale di una polemica trasversale a suon di accuse di spionaggio, andrà, a meno di clamorosi ripensamenti da ambo le parti, all’opposizione, in linea con quanto dichiarato dal futuro cancelliere che aveva escluso a più riprese ogni ipotesi di riedizione della Grosse Koalition.

Pur fagocitato dal partito popolare, l’Fpo, grazie ad un clamoroso testa a testa con il partito socialdemocratico, è diventato così l’alleato più probabile del futuro governo di Kurz, un esecutivo che, caso unico in Europa, vedrebbe la presenza determinante dell’estrema destra, mai cosi forte in termini percentuali in nessun alto paese comunitario.

Dopo la netta affermazione del partito gemello tedesco Alternative fur Deutschland un altro grattacapo per l’Europa e, contemporaneamente, l’ennesima riscossa per la destra oltranzista, data prematuramente per moribonda dopo la cocente sconfitta di Marine Le Pen in Francia.

Quali orizzonti per il commercio europeo?

A partire dal Brexit referendum, la politica europea e le sue dinamiche sono diventate materia di discussione anche per chi non si è mai preoccupato di analizzarle. L’era “social” in cui viviamo ha portato a una diffusione più rapida dei contenuti politici e, forse, anche a un appiattimento della loro composizione.

Ad oggi, il panorama risulta ben poco chiaro: crisi di varia natura sono presenti sia sulla prospettiva dell’Unione europea che, più in generale, a livello internazionale.

Rapporti esterni all’Ue

Per quanto riguarda i rapporti esterni, è impossibile non identificare le macro-aree di incertezza formatesi nell’ultimo biennio. Innanzitutto, la situazione con il partner statunitense, resa meno fertile dall’attuale amministrazione Trump, che ha visto nel fallimento del Ttip sfumare la possibilità di creare un bridge tra 800 milioni di persone direttamente e quasi 1,5 miliardi derivanti (intero continente americano più Spazio economico europeo), con tutti i servizi e le opportunità che ne potevano conseguire.

Quello che sembrava essere il culmine di una serie di rapporti già esistenti, è stato invece una delle più grandi disfatte dell’era global. La possibilità di costruire a tutti gli effetti un blocco unico economico occidentale è, a conti fatti, svanita.

Volgendo lo sguardo verso est è impossibile non fare menzione del forte cambio di rotta da parte degli investitori asiatici e in particolar modo cinesi, che, alle prese con una crisi immobiliare annunciata e un problema di investimenti esteri, sono impegnati in una ristrutturazione profonda dei loro capitali. Proprio quest’ultimi si trovano al centro di un radicale cambio di regolamentazione, che ne sta profondamente modificando la forma (non ci sarebbe da stupirsi se nel prossimo biennio questi flussi si chiudessero ulteriormente).

Secondo le nuove regole infatti, rientrano nella categoria “limited” molti investimenti in gruppi o compagnie estere, ormai divenuti mantra del dragone, volti principalmente a sostenere le aziende cinesi operanti al di fuori il territorio nazionale.

Rapporti interni all’Ue

Spostando lo sguardo verso il panorama interno europeo, che ha visto sorgere partiti e movimenti populisti a causa del malcontento per le scelte economico-politiche avanzate dalla classe dirigente, l’Unione ha un evidente bisogno di ritrovare un ordine, tanto internamente quanto esternamente.

La decisione di lasciare il progetto europeo presa dalla Gran Bretagna non passerà in sordina, e quest’ultima, con molta probabilità, preparerà una strategia di politiche economiche incentrata sull’attrarre capitali esteri, riducendo la pressione fiscale sul sistema finanziario.

I potenziali partner

Proprio la ricerca di nuove forme di collaborazione con partner esistenti o con nuovi compagni di viaggio è il punto su cui ci si dovrebbe soffermare oggi. Le possibilità per l’Unione sono potenzialmente infinite, ma, attualmente, solo poche risultano plausibili. Constatando che in un’economia tanto globalizzata sia impossibile chiudere i rapporti con qualunque attore internazionale, la mancanza di un compagno di viaggio per il medio-lungo termine potrebbe impattare negativamente sulle prossime grandi sfide che le istituzioni europee dovranno affrontare.

Gli Stati Uniti, interpreti di un ruolo solitario su alcuni dei temi caldi del momento (vedi sicurezza, ambiente e inquinamento), non sembrano attualmente intenzionati ad intavolare una discussione riguardo nuovi accordi o particolari forme di transazione delle merci.

La stessa opzione resta difficile da immaginare anche in chiave asiatica, sia per la situazione descritta in precedenza sia per le naturali differenze culturali, numeriche ed industriali che rendono estremamente ardua la gestione degli equilibri.

Emirati Arabi e Russia sembrano essere possibili lidi per chi ama pensare fuori dagli schemi, con i primi fortemente decisi a diversificare i propri investimenti, dinamica che rende l’ipotesi di una partnership a lungo termine poco pratica e appetibile, e i secondi partner silenziosi per quanto riguarda le politiche energetiche, ma di non facile compatibilità sotto l’aspetto politico.

Che siano nuove o vecchie amicizie, la grande scommessa ora è quella di trovare un compagno di viaggio con cui poter collaborare nel prossimo futuro e con cui condividere una visione di investimenti e risorse.

Nell’attesa di un’idea brillante aspettiamo di vedere gli sviluppi di Ceta e Jefta, augurandoci che siano di ispirazione per future collaborazioni e nuovi regolamenti.

Nazismo, populismo e veltronismo

Nella valanga di dichiarazioni che si è abbattuta su di noi dopo il voto tedesco, la più interessante, a leggerla con attenzione, è quella di uno dei leader della AFD, Alexander Gauland, dopo un’affermazione elettorale largamente prevista, almeno da coloro che guardano in faccia la realtà della nuova Europa, senza coloriture ideologiche o sentimentali.

Gauland ha spiegato il buon risultato del suo partito col fatto che gli altri “non percepiscono più i sentimenti dell’uomo della strada”. E ha subito protestato contro l’accusa di nazismo rivolta al suo movimento, perché “quando si parla di nazismo si parla di campi di concentramento, di uccisioni degli ebrei, della Gestapo”.

Credo che abbia ragione, anche se per un liberale le proposte della AFD restano inaccettabili. Ma dobbiamo stare attenti a non ripetere la solita litania del nazismo alle porte in Germania e del fascismo in Italia.

Il populismo, da quello americano di Trump a quello dei fautori della Brexit per arrivare alla Lega di Salvini ed altri simili movimenti europei, non è fascismo per la semplice ragione che si tratta di fenomeni sociali e culturali che appartengono a società ben diverse da quelle degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Piuttosto che gridare al lupo fascista, liberali di varia tendenza e socialdemocratici farebbero bene a riflettere sull’impressionante scollamento della loro cultura politica da una realtà che non è più comprensibile con le vecchie categorie partitiche.

Invece continuano a vivere e a pensare come se fossimo ancora ai tempi della contrapposizione fra una borghesia sicura di sé e una classe operaia compatta e pronta alla lotta.

Non si accorgono che quella borghesia si è sfarinata in una miriade di ceti spesso contrapposti e la classe operaia (per quel che ne rimane), assieme al sottoproletariato, vota per i partiti populisti che almeno si sono accorti della sua crescente emarginazione.

E non si avvedono neppure che la globalizzazione e il cosmopolitismo hanno prodotto in tante persone che si sentono escluse dalle magnifiche sorti e progressive un disperato bisogno d’identità nazionale o magari regionale.

Un tipico esponente della confusa cultura liberal italiana, Walter Veltroni, che pure rifiuta il velleitario estremismo della sinistra alternativa, ci invita anche lui, in alcune dichiarazioni al Corriere, ad alzare la guardia contro il pericolo neofascista.

Ma forse sarebbe il caso di alzarla nei confronti di chi continua a perdersi in un mondo di parole, dopo aver sostituito il marxismo con il bergoglismo e la retorica umanitaria.

Paolo Bonetti

Autore Paolo Bonetti

In memoria del Prof. Paolo Bonetti 1939-2019 †

Guerra preventiva o guerra precauzionale? Ecco la differenza

Se Trump decidesse di attaccare la Corea del Nord, la sua sarebbe una guerra preventiva? Dipende da come decidiamo di tradurre il termine inglese preventive. Ad esempio, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Herbert R. McMaster, ha detto qualche settimana fa alla CNN: “Stiamo preparando dei piani per una guerra preventiva (preventive war).”

Ma cosa intendono gli americani per preventive war?

La risposta non è così scontata come potrebbe sembrare, perché nel lessico militare anglosassone esiste una distinzione terminologica che la nostra lingua non riesce a cogliere.

È la distinzione tra preventive e preemptive. Siccome i dizionari italiani, di solito, traducono entrambi i termini con “preventivo”, la distinzione si perde.

Ma dove sta la differenza?

Preemptive war

Cominciamo dal termine preemptive, così come viene usato nell’espressione preemptive war. Una preemptive war è un attacco militare giustificato dalla certezza (al di là di ogni ragionevole dubbio) che l’obiettivo colpito è sul punto di iniziare a sua volta un attacco.

Supponiamo, ad esempio, che il governo della Corea del Nord dichiari che attaccherà la Corea del Sud tra un mese esatto da oggi, e che inizi ad ammassare mezzi e uomini alla frontiera. In questo caso, se la Corea del Sud decidesse di attaccare per prima, farebbe una preemptive war, una vera e propria guerra preventiva.

La logica della guerra preventiva (preemptive) è, dunque: “Io colpisco te, perché sono sicuro che tu stai per colpire me.”

Preventive war

Veniamo adesso alla preventive war. Si tratta di un attacco militare che viene iniziato nella convinzione che un attacco da parte dell’obiettivo, pur non essendo imminente, è però inevitabile, e che il temporeggiare comporterà, nel lungo periodo, un danno maggiore.

La logica, qui, è: “Io colpisco te adesso perché so che, se non lo faccio, tu colpirai me tra qualche anno.” Proprio perché manca del carattere dell’imminenza, sarebbe forse meglio tradurre l’espressione preventive war con “guerra precauzionale”, piuttosto che con “guerra preventiva”.

Quando, dunque, McMaster dice che gli USA stanno preparando i piani per una preventive war, non intende dire che la Corea del Nord rappresenta una minaccia certa e imminente per la sicurezza statunitense, ma che è una minaccia tale da richiedere una guerra precauzionale.

La distinzione tra guerra preventiva (preemptive) e guerra precauzionale (preventive) non è affatto una questione di pura semantica, perché il diritto internazionale permette le guerre autenticamente preventive, mentre vieta le guerre precauzionali.

Per inciso: buona parte del dibattito italiano sulla seconda guerra irachena era viziata da questa ambiguità terminologica. Abbiamo tradotto la “preventive war” di Bush con “guerra preventiva”, quando sarebbe stato più corretto chiamarla precauzionale.

Gli americani sono stati accusati (da alcuni) di portare l’attacco a un paese che non rappresentava una minaccia reale e immediata per gli USA, il che è vero.

Ma non è per questo che si è deciso l’attacco. Quella di Bush era una guerra precauzionale (preventive), la quale è molto più controversa su un piano etico.

La guerra preventiva (preemptive) è molto più facile da giustificare, perché rientra nella nozione di autodifesa. Molto banalmente: se qualcuno mi punta una pistola contro, non devo aspettare che prema il grilletto per potermi difendere.

Ma la guerra precauzionale è una situazione nella quale, per stare all’esempio, io sparo a qualcuno con cui ho dei dissidi perché vengo a sapere che è andato a comprarsi un’arma. Da questo punto di vista, l’azione americana è molto più difficile da giustificare.

Difficile, ma non impossibile.

C’è infatti un problema che bisogna considerare. Un problema che è stato considerato per la prima volta dal Alberico Gentili, in un trattato nel 1598 che si intitola De jure belli. Il problema è che, in situazioni di conflitto, non sappiamo quali siano le reali intenzioni del nemico.

Questo rende molto difficile avere informazioni affidabili sulle quali basare le proprie decisioni. Nel dubbio, diceva Gentili, è meglio agire. Aspettare ti mette solo in una situazione di svantaggio.

Ma chi dà il diritto a uno Stato di agire così? Nessuno! Gentili era, infatti, un fautore della teoria della guerra regolare, secondo la quale non esistono diritti nelle guerre tra Stati, perché non è possibile stabilire da che parte sta la ragione.

Se due individui litigano per una questione di diritto, è possibile stabilire chi dei due ha ragione e chi no. Questo perché esiste un giudice super-partes che amministra la giustizia.

Ma quando due Stati indipendenti litigano per una questione di diritto, non è possibile stabilire chi ha ragione e chi no, perché non esiste un giudice super-partes. Per i teorici della guerra regolare il diritto è soggetto a vincoli territoriali, nazionali.

Al di fuori di questi confini, non esiste il diritto. Quindi parlare di guerra giusta o sbagliata è nonsenso: solo l’esito finale della guerra servirà come arbitro del conflitto.

Io credo che la teoria della guerra regolare sia sbagliata, perché confonde completamente tra legge morale e legge giuridica. Dal fatto che non vi sia un diritto internazionale e un giudice che dirime le questioni tra Stati, non segue affatto che non ci sia differenza tra giusto e sbagliato.

Se l’etica coincidesse con il diritto, allora sarebbe impossibile affermare che una legge è ingiusta o sbagliata, perché tutte le leggi sarebbero per definizione giuste.

Per tornare alla guerra precauzionale, ritengo che attaccare uno Stato semplicemente perché sta crescendo in potenza senza che questo abbia manifestato alcuna intenzione bellicosa sia inammissibile. Meglio rinforzare le proprie difese.

Certo è che se la Corea del Nord continua a sparare missili sopra la testa dei giapponesi corre un grosso rischio di essere annientata.

Col Patto Gentiloni legifera Bergoglio

Il titolo con cui Repubblica ha annunciato, nella parte più evidente della prima pagina, un articolo in cui, all’interno del giornale, si riferisce di trattative segrete del governo con il Vaticano, in altri tempi sarebbe stato impossibile.

E segnala comunque un cortocircuito culturale e politico di cui i protagonisti, nella fattispecie la sinistra di governo e quella di opinione (il cosiddetto “ceto medio riflessivo” di cui Repubblica è portavoce accreditato), non sembrano avere nemmeno contezza.

Detto in soldoni, il governo, pur di far approvare la legge sulloius soli” in questa legislatura, come aveva promesso, pur di non perdere cioè definitivamente la faccia, starebbe usando gli uomini di Bergoglio, che lo “ius soli” ha a sua volta sponsorizzato, per fare pressioni su Alfano, cioè sul leader del centro cattolico che si oppone alla legge. Il tutto per avere al Senato la maggioranza che al momento non c’è.

Non solo, l’operazione farebbe parte di una triangolazione che prevede fra l’altro, come contropartita dal Vaticano, il lasciapassare per le attività di contenimento dell’immigrazione attuate nel Mediterraneo dal ministro Minniti.

Le dichiarazioni di quest’ultimo a favore dello “ius soli” e, soprattutto, l’improvviso e inatteso realismo mostrato del Papa sulle operazioni di contenimento dell’immigrazione nel Mediterraneo (“accoglienza sì ma solo finché c’è posto”), avvalorerebbero l’ipotesi del nuovo, e alquanto perverso, “patto Gentiloni”.

Solo che quel che Repubblica non considera, e che comunque avrebbe dovuto destare scandalo in un giornale che sull’indignazione anche laicista ha creato la propria fortuna, è che, essendo il Vaticano contemporaneamente uno Stato e la sede dei vertici religiosi del cattolicesimo, non si può passare impunemente dall’un piano all’altro pur di raggiungere i propri fini politici.

Dal punto di vista strettamente politico, infatti, se un’intesa col Vaticano ci fosse, sarebbe da considerarsi a tutti gli effetti un attentato alla sovranità e autonomia dello Stato.

Il Vaticano è infatti uno Stato straniero e, per principio, non può entrare nella giurisdizione di un altro Stato, che appunto è sovrano sul suo territorio e adotta le leggi che ritiene opportuno per garantire la sicurezza e la protezione dei suoi cittadini.

È l’abc della teoria dello Stato moderno: le intese fra Stati possono essere solo interstatali, e la sovranità che non è assoluta semplicemente non è sovranità. In un sol colpo, viene poi meno anche quel principio di laicità che, pur se interpretato a volte in modo fazioso e unilaterale, ha costituito la base stessa su cui è nato lo Stato italiano.

Il conte di Cavour, ma anche semplicemente uno Sturzo o un De Gasperi, si rivolterebbero nella tomba!

L’elemento che più impressiona è però, come accennato, che interventi che, a torto o a ragione, venivano considerati un’ingerenza da parte delle gerarchie vaticane ai tempi dei governi Berlusconi e di Papa Ratzinger, vengono ora supinamente accettati da Repubblica e da tutta l’opinione media gauchiste.

Non solo: si arriva persino a digerire e a far passare come “naturale” l’intesa o il patto con tali gerarchie.

Evidentemente, le questioni bioetiche venivano percepite come di “destra”, mentre lo “ius soli” viene ora visto come una battaglia, anche simbolica, “di sinistra”.

Ciò a dimostrazione che anche i principi, a cominciare appunto da quello di laicità, sono spesso solo un paravento di cui certa sinistra, la sinistra di sempre, si serve per raggiungere i propri fini.

 

La guerra fredda ai tempi di Trump e Kim Jong-Un

L’escalation di tensione che sembra portare sempre più allo scontro l’America di Trump e il regime comunista di Kim-Yong Un fa, di questa torrida estate, una stagione raggelante sotto il punto di vista diplomatico e militare.

I nuovi venti di guerra fredda che paiono investire il nuovo equilibrio mondiale si fanno, infatti, sempre più concreti con l’ennesima provocazione missilistica di Pyongyang e le minacce di ritorsione da parte dell’America di Trump e dei propri alleati a Tokyo e Seoul.

Dopo un’iniziale altalenante e controverso rapporto diplomatico tra i due attori durante il quale Washington aveva addirittura ridicolizzato il presunto pacchetto nucleare in mano a Kim, gli ennesimi test nel Pacifico hanno finalmente denunciato, per chi avesse ancora dubbi, la pericolosità della corsa agli armamenti della Corea del Nord e il potenziale devastante che potrebbe scaturire da un eventuale show-down.

Ancora una volta, gli Stati Uniti, si sono fatti trovare impreparati a questo ennesimo spettacolo propagandistico e, come durante l’amministrazione Obama, la proverbiale potenza americana sembra quasi essere data per morta, dopo i fallimenti in Libia e Iraq e i continui tentennamenti del presidente-magnate, troppo preso, in questi ultimi due mesi, a fronteggiare un Paese in agitazione per le rivelazioni a singhiozzo sul Russiagate e per le costanti tensioni sociali ed etniche che continuano ad insanguinare la cronaca interna.

Paradigmi, ad oggi, non ce ne sono: non sappiamo né, conoscendo Trump e suoi, potremmo scommettere su quale sarà il tipo di reazione che gli Stati Uniti vorranno contrapporre alla costante minaccia coreana. Fatto sta che, in circa otto mesi di lavoro, alla Casa Bianca, di politica estera ci si occupi poco e nulla e la facilità con cui Kim pone in atto questa lunga e preoccupante serie di provocazioni ne è la dimostrazione. Non che una via di uscita sia semplice.

La Corea del Nord è, come noto, con i suoi cinque milioni di uomini, il Paese con più forze di riserva militari e il terzo esercito mondiale; strategicamente, dato anche il pur rudimentale ma sempre potenzialmente troppo devastante arsenale atomico, un conflitto sulla falsariga di quello afgano od iracheno appare impossibile da mettere in atto e l’ipotesi, veleggiata da decenni a Pennsylvania Avenue, di un foraggiamento di un eventuale colpo di stato che rovesci la famiglia Kim, al potere dal 1948, non appare ancora tecnicamente praticabile senza un coinvolgimento diretto ed indiretto dell’unico alleato rimasto ai nordcoreani, quella Cina che ad inizio agosto ha, per la prima volta da anni, censurato pubblicamente e in via ufficiale la spericolata politica di Kim votando all’Onu a favore di nuove sanzioni.

E con ogni probabilità, a fronte di un progressivo avvicinamento tra Pechino e Washington, è proprio questa la via, allo stato degli atti, più accreditata per porre freno alle velleità nordcoreane.

Se soluzione dal punto di vista “politico” mai ci sarà, magari con una sostituzione di Kim, non c’è alcun dubbio che protagonista di questo scenario debba essere in primis proprio Pechino, senza la cui influenza ogni passo in estremo oriente di Trump oggi, come di Obama ieri, rischierebbe un devastante fallimento che provocherebbe, stavolta in modo definitivo, il tramonto dell’influenza americana in uno dei suoi molti “giardini di casa”.

Camere penali, boom-firme per la separazione delle carriere

Sono circa 55.000 le firme raccolte dall’Unione delle Camere penali italiane in favore della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere nella magistratura. Partita all’inizio del mese di maggio la campagna, una delle più vaste della storia recente dell’avvocatura, ha quindi già raggiunto con quattro mesi di anticipo la soglia delle 50.000 necessarie per la presentazione del ddl in Parlamento.
Tra le forze politiche la proposta Ucpi ha trovato l’adesione di uno schieramento trasversale di esponenti tra i quali figurano anche il vicepresidente della Camera Giachetti, il segretario della Lega Salvini, il ministro degli affari regionali Costa, il presidente della Commissione esteri della Camera Cicchitto, il governatore della Regione Liguria Toti e gli ex ministri Terzi di Sant’Agata e Marzano che si aggiungono ad associazioni e partiti come la Fondazione Luigi Einaudi, il Partito Radicale e il Partito Liberale.
“Nonostante il risultato raggiunto la campagna di raccolta proseguirà anche d’estate, nelle piazze e nei tribunali di tutta Italia. Abbiamo dimostrato come questo tema sia sensibile non solo per l’avvocatura ma anche per migliaia di cittadini estranei alle tematiche che attengono la giustizia. Non solo. Grazie ad una campagna di comunicazione attraverso i social siamo riusciti a coinvolgere moltissimi giovani, un dato particolarmente importante e che dimostra come il tema sia sentito dalle nuove generazioni” ha commentato Anna Chiusano, vicepresidente del Comitato promotore della raccolta che al vertice vede il presidente dei penalisti Beniamino Migliucci e tra i componenti giuristi come Gaetano Pecorella e Marcello Gallo.
Il disegno di legge Ucpi mira a non solo a distinguere nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri ma promuove, inoltre, la costituzione di due consigli superiori della magistratura distinti, uno per quella giudicante e uno per quella inquirente. “Solo così – ricorda Migliucci – si potrà veramente dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione che stabilisce la terzietà del giudice all’interno di un vero giusto processo, esattamente avviene in gran parte degli ordinamenti europei dove la separazione delle carriere è la regola e non l’eccezione”.
Più di cento sono le camere penali italiane coinvolte nella raccolta che prosegue, anche in questi giorni, in numerose località d’Italia. “Emblematico è il dato che riguarda i territori: sono circa 7000 le firme raccolte solo nella Sicilia, la regione che ha totalizzato più consensi. Seguono in questa classifica l’Emilia Romagna, il Lazio e la Campania che hanno raccolto, da sole, oltre 15.000 sottoscrizioni. Riguardo le città spicca il primato di Brindisi che, da sola, ha totalizzato oltre 2500 firme mentre molti centri minori come Modena, Tivoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere, Patti e Messina viaggiano sopra le mille firme a testa” ha dichiarato Giuseppe Belcastro, Coordinatore del Comitato organizzatore delle Camere Penali.
Il bilancio della raccolta e le prossime iniziative politiche saranno poi oggetto del congresso straordinario Ucpi del 6, 7 e 8 ottobre che quest’anno sarà organizzato dalla Camera Penale di Roma, la città, tra i grandi centri, che ha raccolto più sottoscrizioni in questi primi due mesi di raccolta.
“Sarà l’occasione per approfondire non solo il tema della separazione delle carriere ma anche gli altri numerosi fronti che riguardano la politica e l’ordinamento giudiziario grazie al contributo di esponenti della politica, del giornalismo, della cultura e dell’accademia” dichiara il presidente della Camera Penale di Roma Cesare Placanica.

L’etica della responsabilità per un nuovo patriottismo liberale

Nel 1861 Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Con questa celebre citazione, carica di aspettative e patriottismo, unificata la Nazione, si sperava di rendere solidale una popolazione sotto il segno di una storia condivisa, cultura e valori etici, di una convivenza fortemente desiderata, dopo eventi storici che avevano frantumato la struttura centrale di un Paese che adesso volgeva lo sguardo ad una società in divenire.

Sono trascorsi più di centocinquant’ anni da allora e quel programma non si può certo dire che si sia realizzato, se non in piccola parte. I profondi cambiamenti maturati in questi anni attraccano su un porto lontano dalle speranze, lotte e tenacia che caratterizzarono quel traguardo tanto agognato.

Il passaggio generazionale, i profondi mutamenti culturali, il mescolarsi di etnie diverse hanno segnato non poco gli aspetti esistenziali, che invece di migliorare e rinsaldarsi, stanno provocando un’ulteriore spaccatura. Il bene individuale sovrasta quello comune, non ci si rispecchia più nell’altro come “Uomo”, ma come razza, religione e cultura, dove la diversità è il pasto quotidiano.

Si può costruire un’etica condivisa? Il richiamo alla mente del filosofo tedesco Hans Jonas potrebbe rappresentare una potenziale risposta partendo dal concetto di “etica della responsabilità”. Attraverso il quale è possibile elaborare un’etica del futuro, dove la responsabilità del mondo in cui abitiamo deve guidare le nostre azioni e prevederne gli effetti se vogliamo assicurare un’esistenza alle generazioni future.

Ciò si rivolge molto più alla politica che non al comportamento privato, ove fondamentale è la condotta dei paesi occidentali. In ogni uomo si può riconoscere un appello alla responsabilità di chi si scopre unico tra i viventi ad essere in grado di sviluppare un pensiero etico.

Questa è una riflessione cui siamo invitati a fare, in primis come italiani. Forse, però, bisognerebbe realizzare fino in fondo lo Stato prima ancora che gli italiani. Certo, gli sforzi di nation building, soprattutto all’inizio da parte della Destra storica, furono enormi e le volontà messe in campo tra le migliori, anche se poi qualcosa si spezzò.

Oggi l’italiano vede lo Stato come un nemico, al massimo una mammella da cui mungere latte per la propria famiglia o il proprio clan. Non ci si rende conto che gli interessi privati sono legittimi, ma essi possono essere garantiti e rinsaldati solo dall’esistenza di uno Stato limitato sì, ma forte ed efficiente.

Il quale, però, senza il senso di un’appartenenza comune e un sano patriottismo, senza diffuso “senso dello Stato” fra i cittadini, è nulla, è un semplice nome, un guscio vuoto. Le istituzioni sono come delle guarnigioni, ma se non c’è chi le difende e crede in esse presto soccombono. Anche le migliori.

L’etica della responsabilità che è richiesta, a noi italiani più che agli altri, è un’etica che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni, che sa guardare oltre il proprio orticello, convinta che anche gli interessi, le libertà individuali si tutelano a partire dal rispetto della propria comunità politica, quella in cui siamo stati chiamati a vivere. La quale non deve essere certo una realtà chiusa o compatta, ma vissuta come l’orizzonte ineliminabile della nostra esistenza.

Che sia giunto il tempo di un nuovo e rinnovato “patriottismo liberale”?

Macron, Merkel e l’Europa del terzo millennio

Si fa presto a dire Europa. A venticinque anni da quel Trattato di Maastricht che sancì la nascita di una superpotenza economica e che pose le condizioni per la creazione di una nuova forte ed autorevole entità politica l’Europa appare di nuovo, quasi fatalmente, un ibrido sui generis che si aggira nelle cancellerie ora come uno spauracchio, ora come un ostacolo da aggirare e di cui, soprattutto, diffidare.
La recente affermazione di Emmanuel Macron in Francia, all’insegna del rifiuto di quell’antieuropeismo sempre più vasto nelle coscienze critiche delle destre e delle sinistre, aveva fatto ben sperare, specialmente dopo le conseguenze drammatiche di quell’azzardo politico chiamato Brexit.

I principali dossier geopolitici, dai trattati commerciali all’immigrazione, passando per la Libia, vedono l’Europa comunitaria, sempre più immobile e confusa, scontrarsi con l’Europa delle nazioni che, al contrario, risulta profondamente influente e slegata da qualsiasi vincolo politico o solidaristico.

Ecco come l’asse Merkel-Macron come quello con Sarkozy ed Hollande del recente passato, rischia, di nuovo, di gettare nuova benzina sul fuoco nella difficile lotta ingaggiata dall’establishment contro le forze politiche estremiste.

L’isolamento e la solitudine che alcuni paesi, come l’Italia, terzo contribuente delle finanze europee, stanno provando sulla loro pelle nella complessa gestione della crisi dei migranti è, senza ombra di dubbio, un nuovo assist alla nascita e al radicamento di vaste aree critiche verso l’Europa e al suo apparente immobilismo.

Esce così allo scoperto una sorta di contraddizione in termini: chi, come Merkel e Macron, ha inteso, e da tempo, ingaggiare una lotta politica senza quartiere al radicalismo, al massimalismo e all’antieuropeismo è, allo stesso tempo, uno dei principali artefici dell’aumento del consenso dei populisti i quali, sconfitti in patria, possono benissimo continuare a urlare altrove: l’importante è che stiano a casa loro.

È l’Europa del terzo millennio, bellezza.

Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità

Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo.

C’è qualcosa che non quadra. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha conosciuto la egemonia culturale del Pci che con il modello dell’antifascismo ideologico scomunicava chiunque provasse ad esprimere una cultura diversa.

Fosse dipeso dagli intellettuali, che tradirono una seconda volta (quasi) in massa, avremmo perso la libertà e infatti, Benedetto Croce, che rifiutò di sottomettersi, dopo la caduta di Mussolini, alla nuova chiesa totalitaria del Pci di Togliatti, disse: “Beneditele quelle beghine perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi”.

Se oggi in Italia, dove vigono non poche leggi del fascismo, si può ancora pensare di trasformare opinioni, folklore, cimeli in reati di propaganda fascista è perché non abbiamo avuto e non abbiamo ancora una cultura politica antitotalitaria.

Ancora una volta torna utile Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma qui siamo ben oltre anche la farsa: l’antifascismo più cretino della storia ora vede un fascismo con pinne, fucili ed occhiali sulla spiaggia di Chioggia e Laura Boldrini, nientemeno che presidente della Camera, pensa che bisognerebbe rimuovere i monumenti del ventennio mussoliniano.

Le vecchie zie ci salvarono dal comunismo ma dalla stupidità o ci salviamo da soli o meritiamo di affogare nell’idiozia.

Se il cretino trionfa è perché i problemi storici e culturali sono stati rimossi e mitizzati. Norberto Bobbio diceva una cosa semplice: tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici.

Il problema degli italiani con le dittature non è stato unico ma doppio: fascismo e comunismo. Per sviluppare una decente cultura democratica non si può essere anti a metà.

L’antifascismo non basta. È necessario anche l’anticomunismo e, purtroppo, in Italia l’anticomunismo non è ancora un valore diffuso e pienamente legittimo. Lo stesso Bobbio, in buoni rapporti con Mussolini, ebbe sempre problemi a dirsi anticomunista.

All’anatra zoppa della cultura politica corrisponde l’anatra zoppa della storiografia. Cattiva coscienza teoretica e cattiva coscienza politica si danno la mano. L’antifascismo, che è una categoria politica, è stato trasformato in una categoria storiografica sulla cui base interpretare tutto il Novecento che così viene manipolato e si giunge alle scemenze della eliminazione dei monumenti: quindi abbattiamo la Garbatella, via la stazione di Milano, riallarghiamo le valli di Comacchio e così con le paludi pontine eccettera eccetera.

Tutto finisce veramente in un carnevale di stupidità e lo stesso dibattito balneare sul fascismo, nato sulla spiaggia di Chioggia, è una pessima idea per unire la sinistra intorno al suo rancore e alle sue falsità.

Una tristezza infinita che riesce persino a mancare di rispetto allo stesso antifascismo ideologico che ha dentro di sé storie tragiche di chi pagò con la vita, di chi fece il doppio gioco quando i giochi erano pericolosi, di chi divenne maestro di antifascismo dopo aver preso la cattedra a qualche docente ebreo che la dovette lasciare in seguito alle leggi razziali.

Questo è il paese – il nostro paese – che non si sa guardare allo specchio, non sa raccontarsi la verità senza idiote strumentalizzazioni politiche, non sa crescere nella libertà e coltiva dentro sé demoni e stupidaggini.