Casa Savoia e la sua odissea: 1885 – 1945 politica e costituzionalismo sabaudo nei punti nodali del suo percorso storico

Lo scopo del presente excursus storico/critico non è quello di indagare in toto – né potrebbe avere siffatta pretesa stante la cospicua storiografia già sussistente sull’argomento de quo – un intero sessantennio, quello che drammaticamente ha investito – dalle guerre africane di fine XIX secolo all’epilogo del secondo conflitto mondiale – il nuovo Stato unitario e la Monarchia Sabauda che l’aveva realizzato alla fine del sofferto processo risorgimentale, bensì quello di esplorare a fondo, senza preclusioni ideologiche di sorta, l’azione politica – anche e soprattutto per il versante istituzionale – della Corona a fronte dei tragici accadimenti che hanno caratterizzato quel periodo.

Per troppo tempo, infatti, la storiografia italiana, in particolar modo quella contemporanea, è stata falsata da pregiudizi ideologici, per lo più di parte marxista, che, facendola scadere a strumento subalterno di lotta politica, ne hanno compromesso pesantemente i risultati. Cosicché, piuttosto che sostanziarsi questa di una robusta ispirazione etica, di una più matura consapevolezza e di una realistica considerazione di radici fondanti del nostro Stato nazionale, in cui i Savoia sicuramente coincidono con una identità italiana, ha inteso operare una sorta di cesura storica: innanzitutto sul Risorgimento, da cui è stata espunta la Corona, imperniato esclusivamente sulle figure non toccate dall’ostracismo antimonarchico (Garibaldi, Mazzini); in secondo luogo, “polverizzando” il mito della Grande Guerra e di quella Vittoria del 1918 e sostituendolo con “miti fondanti” di assoluta inconsistenza, di tipo repubblicano e rivoluzionario, in cui l’unico piedistallo emotivo di massa è rappresentato dalla narrazione resistenziale e costituzionale. Insomma, un persistente scenario storicista in cui un intellettualismo “avanzato e chic”, illiberale e ancora schiumante di odio e di desiderio di vendetta, addossandosi una specie di veste sacerdotale, si atteggia come un giudice del tempo, o meglio – così come affermava lo storico Marc Bloch, ciò che ho pure citato in altra sede – come “un giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti”!

In complesso dunque, al di là di esternazioni faziose – pure provenienti da eminenti costituzionalisti – per cui, ad esempio, a seguito della “Marcia su Roma”, la Corona avrebbe violato la norma consuetudinaria (sic!) che non le permetteva di rifiutare la emanazione dei decreti di emergenza proposti dal governo, oppure che non poteva scegliere il primo ministro in un partito che non fosse maggioritario od ancora altre aprioristiche asserzioni (per esempio in tema  di leggi razziali  o dell’entrata in guerra nel giugno del 1940), v’è che la Monarchia e soprattutto la figura di Vittorio Emanuele III meritano una più approfondita riconsiderazione ed una più accurata e imparziale valutazione storiografica a fronte dei luoghi comuni e delle affermazioni liquidatorie e diffamatorie diffuse a iosa da una pubblicistica demagogica, cinica, servile, settaria e spesso menzognera.

Siffatto pur astruso lavoro di analisi conoscitiva e interpretativa/reinterpretativa, nell’ambito di una più corretta e rielaborata dialettica tra passato e presente che, senza timori ideologici, tenga anche e soprattutto conto della cruda realtà del contesto storico in cui quegli elementi fattuali ebbero ad estrinsecarsi, è comunque oggigiorno favorito dalla lontananza degli “oggetti” posti sotto la “lente d’ingrandimento”, sicché all’interprete di quei processi potranno semmai sfuggire alcuni particolari, ma senza alcun dubbio riuscirà ad abbracciare con lo sguardo una parte notevolmente più estesa dello spazio storico oggetto di osservazione in tutta la sua effettività. Il risultato sarà quello di poterne cogliere tutti gli elementi di continuità, di correlazione, di armonizzazione ovvero di similitudine con un “environment storico”, in una triplice dimensione: spaziale, temporale, fattuale.

 

Propedeutica all’excursus storico-critico di cui sopra è cenno, si pone la vexata quaestio dell’inquadramento, il più conforme e il più accurato possibile, del costituzionalismo sabaudo – nell’ambito della forma di Stato di Democrazia Classica Occidentale – nella sua evoluzione storica dal 1848, a seguito dell’emanazione dello Statuto Albertino, fino al 1944, allorquando verrà sostituito dalla così detta “Costituzione provvisoria”. Ciò vale a dire che occorre definire se si trattasse di una forma di governo costituzionale pura monarchica – a cui fa da contraltare quella costituzionale pura repubblicana, cioè la Repubblica presidenziale – in cui il Re, in qualità di Capo dello Stato, traccia l’indirizzo politico generale, servendosi di ministri da lui nominati, e solo verso di lui politicamente responsabili, oppure costituzionale parlamentare monarchica, in cui l’indirizzo politico non spetta più al Capo dello Stato, il Re, ma ai ministri, che in tal modo risultano responsabili solo verso il Parlamento, chiamato ad approvare l’indirizzo delineato dal governo.

Certo è che lo Statuto, che restò in vigore per quasi cent’anni e che resse dapprima lo Sato Sardo e poi quello dell’Italia Unita, era nato sostanzialmente come espressione di costituzionalismo monarchico puro, dato che all’art. 65 affermava che “il Re nomina e revoca i suoi ministri”, senza alcun’altra precisazione, temperato però dall’articolo 67 che prevedeva l’istituto della controfirma ministeriale, teso a far “coprire” dal governo il Sovrano, statutariamente “irresponsabile”.

In realtà, gradualmente la monarchia costituzionale pura cominciava a tramutarsi in parlamentare: così in Gran Bretagna già dalla fine del XVIII secolo, in Francia dopo il 1814, mentre resistette fino al 1918 solo nel Reich federale germanico. L’Italia, pur rimanendo formalmente in vigore lo Statuto, non sfuggì a questo graduale mutamento, poiché, nato anche un Parlamento bicamerale, di cui almeno una delle due Camere era eletta a suffragio, ancorché ristretto, il governo, con i suoi  ministri, diventava doppiamente responsabile: da un lato, verso il Sovrano, che lo aveva nominato, dall’altra, verso il Parlamento, che gli aveva conferito la fiducia, così come questo avrebbe potuto anche negargliela, impedendo in tal modo ogni attività del governo stesso. In questi casi il Capo dello Stato sarebbe stato costretto a licenziare il governo e a formarne un altro che avrebbe goduto della fiducia delle Camere, salvo che, intendendo sostenere il governo e non volendolo licenziare, esercitasse il suo potere di procedere al loro scioglimento anticipato. In definitiva, i ministri, che ricevevano la fiducia del Re, vollero averla anche dal Parlamento, poiché altrimenti avrebbero visto paralizzata la loro azione politica da parte delle Camere stesse.

Di certo, si trattava di un affievolimento dei poteri della Corona e, grazie all’istituto della fiducia e al contemporaneo meccanismo della controfirma, il Sovrano diventava una sorta di “potere neutro”; cosicché, a maggior ragione dopo l’entrata in vigore del Regio Decreto Zanardelli del 14 novembre 1901 – susseguente all’assassinio del Re Umberto I ad opera dell’anarchico Bresci e per il generale clima reazionario e antigovernativo che si era instaurato – che ampliava le attribuzioni ministeriali, non v’è dubbio che la forma di governo, ancorché rimanesse sempre in vigore l’articolo 65 dello Statuto e sebbene il Sovrano godesse ancora di un peso politico rilevante, si stava trasformando da costituzionale pura in costituzionale parlamentare. Si potrebbe concludere, dunque, affermando che si trattava di una forma di governo costituzionale puro monarchico a preponderante inclinazione parlamentare. Vittorio Emanuele III aveva preso la sua decisione. Sarebbe stato il Monarca di una Monarchia costituzionale parlamentare. Quell’Italia, dunque, era un’Italia liberale, democratica e il suo Re assumeva la fisionomia di un Re costituzionale parlamentare. A volte forse troppo!

E’ alla luce di questo quadro istituzionale, dunque, che occorre analizzare, senza “giochi di specchi” e senza paraocchi ideologici, gli atti della Corona nei momenti più cruciali del periodo in esame, tenendo anche e soprattutto conto del contesto reale in cui in quei momenti si versava. E se in qualche caso il Re – come si avrà modo di vedere – è sembrato di aver posto in essere atti non del tutto in linea con i principi del costituzionalismo parlamentare, ciò sarebbe avvenuto soltanto in due casi, sebbene in uno ne chiedesse la pronta ratifica da parte di un’ampia maggioranza parlamentare.

 

Il sessantennio in osservazione aveva inizio con il capitolo delle Guerre d’Africa, le cui radici affondavano, come già esplicitato nel precedente lavoro “DAGLI SVILUPPI RISORGIMENTALI ALLE GUERRE COLONIALI, da cui si attingerà solo qualche spunto di riflessione, nella diffusa sensazione di malessere spirituale, di complesso di inferiorità, di frustrazione generale per come si era concluso il processo di unificazione della nazione: basti pensare, da ultimo, alle pesanti sconfitte di Lissa e Custoza nel 1866 a fronte invece della brillante vittoria di Sadowa contro l’esercito austriaco da parte della Prussia, nonché alla conquista di Roma, con l’annessione del Lazio al Regno d’Italia, nel 1870, avvenuta per effetto della sconfitta a Sedan della Francia, impossibilitata quindi ad intervenire militarmente a difesa dello Stato Pontificio, ad opera dell’esercito prussiano. Insomma, siffatti sentimenti di inadeguatezza – anche nei confronti della stessa Monarchia – ingenerarono la sensazione che l’Italia dopo il 1870 fosse in qualche modo ancora incompiuta, sfociando poi in aneliti di rivincita e di espansione territoriali nonché in aspirazioni irredentistiche.

In linea generale, tutto il capitolo del complesso motivazionale delle guerre coloniali nel periodo postrisorgimentale è pressoché ignorato, sottovalutato, dalla storiografia ufficiale, la quale tende magari a giustificarle soltanto in termini di interesse nazionale estrinsecantesi in una politica estera volta all’espansionismo quale manifestazione “adulta” della volontà di vita della giovane Nazione italiana, quando non proprio riconducibili del tutto ad una tradizionale politica espansionistica dei Savoia. Insomma, il colonialismo italiano di fine secolo XIX trova giustificazione, ad avviso di tale storiografia, soltanto nell’ambito di una politica di potenza nel contesto delle nazioni europee ben più attrezzate sotto tale profilo. Si è in tal modo posta in atto una sorta di cesura storica rispetto all’epopea risorgimentale, ciò che, isolando il capitolo coloniale e riducendolo ad un “modulo” a sé stante, lo rende sostanzialmente inintelligibile sotto il profilo motivazionale. Invece, proprio la sua ricollocazione su un auto-esplicativo asse cronocentrico di accadimenti organicamente interconnessi nella loro dimensione temporale, evidenziando motivi unificanti di continuità con il percorso risorgimentale, consente di coglierne appieno la sua genesi e il suo reale significato storico.

Tornando, dunque, alla sensazione di insoddisfazione, di delusione e di sfiducia ingeneratesi, dopo il compimento del processo risorgimentale, in una larga maggioranza dell’opinione pubblica, non v’è dubbio che ad accrescere tale sentimento generale avesse contribuito in maniera determinante l’avvento della sinistra al potere nel 1876, imbevuta dell’idea repubblicano-mazziniana del primato che spettava all’Italia in Europa, ciò che non poteva non venire a collidere con le istanze monarchico-liberali, impersonate dalla Destra, sostenitrice di una politica di prudenza e di cautela e tesa ad avviare a soluzione gli immani problemi interni che attanagliavano il nuovo Statu unitario: problematiche socioculturali ed economiche, soluzione della “Questione Romana”, riduzione del divario tra il Nord e il Sud . Per di più, la politica della cautela e della prudenza, di cui la Destra e la stessa Corona erano paladini, si concludeva con lo smacco italiano al Congresso di Berlino del luglio 1878, in cui l’Italia fu l’unica nazione nel contesto europeo a non ottenere alcunché, il tutto aggravato peraltro dall’affare di “Tunisi” nel 1881, allorquando la Francia conquistò la Tunisia.

In conseguenza, la Monarchia, la cui accettazione finiva per passare attraverso la sua capacità di saper guidare una riscossa nazionale, venne a trovarsi ad un drammatico bivio: o dare la stura alla scorciatoia dapprima irredentistica e poi – a seguito dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza nel 1882, che di fatto “congelava” siffatta aspirazione diretta soprattutto verso l’Austria – colonialistica e imperialistica, oppure sarebbe stata fortemente messa in discussione con una significativa perdita di consensi per il rinvigorirsi di tendenze repubblicane sempre più pressanti.

Ma poteva il nuovo Stato unitario, con tutte le sue fragilità, considerarsi una grande potenza o almeno aspirante tale? Certamente no! Infatti, già nel gennaio del 1887 il massacro dei cinquecento uomini del colonnello De Cristoforis a Dogali, ciò che portò alla presidenza del Consiglio il vecchio “leone siciliano” e repubblicano convertito, “l’uomo forte” Francesco Crispi, il quale dominò il decennio 1887-1896 con “mano ferma e puntò al rafforzamento dell’Alleanza con la Germania e l’Austria a scapito dei rapporti con la Francia. Nel contempo riprendeva vigore la politica di espansione in Africa Orientale, ma anche questa aggiungerà ulteriori delusioni e senso di frustrazione; difatti, dopo la denuncia unilaterale del Trattato di Uccialli nel 1889 da parte del nuovo negus etiopico Menelik e i parziali successi italiani di Agordat, Coatit, Senafè e Adigrat negli anni 1894/95, la carneficina, il 7 dicembre, dei duemilatrecentocinquanta uomini del maggiore Toselli al passo dell’Amba Alagi, seguita, nel marzo dell’anno successivo, dal disastro di Adua, dove avrebbero trovato la morte cinquemila italiani e mille ascari, con millecinquecento feriti.

Siffatta sciagura militare, senza pari nella storia risorgimentale e postunitaria, frutto di imperizia e di impreparazione oltre che di cecità politica, portò all’uscita di scena dell’ormai odiato Crispi, travolto dalla stessa Sinistra a cui si associò anche la Destra; sulla stessa scese una coltre di silenzio, di odio. Si parlò di vergogna, di disastro, di tradimento, di tutto ciò che poteva prostrare la nazione.

Seguirono anni bui per la giovane nazione e per la stessa Corona. Il secolo finiva con un regicidio ma con esso terminava anche la crisi di fine secolo: il giovane Vittorio Emanuele III scelse la via della concordia, della moderazione e del costituzionalismo parlamentare come già innanzi detto.

Un rigurgito colonialistico si avrà nel 1911 affrontando l’Impero ottomano, ciò che porterà alla conquista della Libia, limitatamente però alle sole città costiere, e delle isole del Dodecanneso.

Ma di lì a poco, lo scoppio della guerra, in un’estate che pareva quieta, coglieva tutti di sorpresa.

Prima di addentrarci però nella disamina delle condotte politico-istituzionali della Corona in quel grande conflitto che fu la Prima Guerra Mondiale, occorre dare uno sguardo d’insieme alla posizione italiana in quei gravi momenti, valutando i vari fattori esogeni ed endogeni, ma anche gli antefatti aspirativi della giovane nazione sul filo della continuità Risorgimento/post-Risorgimento; questi determinarono le scelte compiute dalla classe dirigente e dalla stessa Monarchia, tenendo anche conto del fatto che, come già si accennava in precedenza, negli anni successivi all’assassinio di Re Umberto, ai rilevanti successi economici e sociali facevano da contraltare uno spostamento a sinistra dell’asse politico e una sorta di messa a lato dell’istituto monarchico proprio per effetto dell’assunzione, a partire dal 1901, di più ampie responsabilità politiche da parte del Governo.

Certo è che Giolitti, il protagonista di quel periodo, pur mantenendo il legame con Germania e Austria-Ungheria, curava allo stesso tempo il ripristino di buoni rapporti con Francia e Russia come pure con la gran Bretagna, nel convincimento, peraltro non infondato e largamente condiviso, della centralità ineludibile dell’amicizia con l’Inghilterra data la sua naturale propensione a sostenerci nel Mediterraneo come elemento equilibratore tra Francia e Austria-Ungheria. Tutto ciò in sintonia con i sentimenti di Vittorio Emanuele III, il quale, distinguendosi per equilibrio e lungimiranza politica, incominciava ad estraniarsi dalle simpatie tripliciste del padre, certamente convinto del progressivo esaurimento della precedente fase dell’Alleanza con gli Imperi Centrali; tantopiù che stavano tornando di larga attualità i gravi contrasti con l’Austria-Ungheria per la ripresa irredentistica, non solo relativamente ai territori trentini e friulani ma anche per quelli nell’Adriatico e nei Balcani.

Non vi è dubbio che il riequilibrio nel sistema delle alleanze operato dal Sovrano, questa volta in un ruolo protagonista nelle politiche estera e militare del Paese, riportò in auge l’irredentismo – ora non più però monopolio della sola sinistra ma adottato anche dalle correnti nazionaliste – a cui venivano a sommarsi obiettivi nazionali strategici nazionalistici ed anche colonialistici – che, come meglio si vedrà nel prosieguo, verranno a concretizzarsi proprio nel “Patto di Londra” – giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.

L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria il 28 giugno 1914 a Sarajevo, frutto di un complotto di serbi anarco-nazionalisti, al momento non aveva provocato un grande allarme ed era sembrato che la questione potesse risolversi diplomaticamente fra Austria e Serbia, senza gravi conseguenze. Invece, a causa dell’ultimatum austriaco, all’improvviso, quasi un mese dopo il fatto, le cose precipitarono proprio per effetto dell’automatismo delle grandi alleanze: la austro-tedesca, la franco-russa e la franco-inglese. In quei frenetici giorni di fine luglio l’Italia si dichiarò neutrale.

Il governo dell’epoca – Presidente del Consiglio era Antonio Salandra, liberale di destra, e Ministro degli Esteri il marchese Antonino di San Giuliano – con l’accordo del Re, ebbe la grande abilità di sfuggire al rigido automatismo delle alleanze, in forza del quale avrebbe potuto essere costretto ad entrare immediatamente in guerra a fianco deli Imperi Centrali, suoi alleati nella Triplice Alleanza sin dal 1882. L’Italia non era stata interpellata, quanto all’ultimatum, dall’alleata austrica e pertanto – si sosteneva da parte della nostra diplomazia – l’Austria era da ritenersi la sola responsabile di quanto stava facendo; peraltro, in quella situazione – si aggiungeva – non poteva neppure ravvisarsi il “casus foederis”, in quanto, dato che il trattato di alleanza aveva solo carattere difensivo, non era in atto alcuna aggressione delle Serbia contro l’Austria. Insomma, al di là delle rimostranze di Vienna e Berlino, che parlarono di tradimento, sicuramente il comportamento dell’Italia era da ritenersi perfettamente conforme ai trattati e comunque rientrante nei propri interessi rimanendo fuori da una guerra insensata, cosicché la propaganda dell’Intesa potè avere anche buon gioco.

Nel Paese stavano intanto maturando vivissimi fermenti di varia natura – dimostrazioni di piazza davanti alle ambasciate austriaca e tedesca, invocazioni per Trento e Trieste – ed anche la maggior parte della stampa si schierava contro Germania ed Austria-Ungheria; ma una decisa svolta si ebbe allorquando nell’ottobre di quell’anno morì il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, a cui subentrò il nazionalista Sidney Sonnino, le cui simpatie si dirigevano verso Londra e Parigi.

Ad ogni modo – come già si diceva innanzi – si trattava di un conflitto che sicuramente metteva in crisi la società italiana, una crisi che veniva a concretizzarsi nella dicotomia tra neutralismo, che trovava terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo, e interventismo, in cui si combinavano stati d’animo e aspirazioni diverse: ampliamento di obiettivi di politica estera, liberazione terre irredente e politiche di potenza, ma anche fermenti irrazionalistici, volontaristici ed anche decadentistici. In essi veniva a coagularsi in maniera indistinta la prima grande rivolta populista contro le istituzioni liberali, così come erano venute a formarsi e a consolidarsi fino a quel momento; inquietudini che erano espressione di un’avversione per la così detta “Italietta” e per l’uomo che di essa era il principale rappresentante, Giovanni Giolitti, e in cui emergeva un primato del fare, un dissolvimento del pensiero nell’azione, un irrazionalismo attivistico come momento di un decadentismo che dalla sfera estetica passava direttamente nella vita morale, instaurando così una confusa brama del nuovo.

Il mito della guerra veniva dunque a fondarsi su ideali di virilità, spirito di avventura, ricerca di uno scopo nella vita, tutti elementi che simboleggiavano lo spirito di quei giovani, che poi costituiranno le folte schiere dei volontari, in un clima di rigenerazione culturale che si esprimeva in effervescenti movimenti e correnti in campo artistico e letterario. Tra essi spiccava il Futurismo, che, esaltando una virilità militare che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, designava tutti gli aspetti della guerra in modo positivo: cosicché l’esaltazione della guerra, come desiderio ardente dello straordinario divenne una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Tutti questi sentimenti dei futuristi finiranno per confluire nel nazionalismo e la figura idealizzata del soldato diverrà un fattore essenziale alla creazione del mito dell’Uomo nuovo che avrebbe redento la nazione e che confluiva in quello dello Stato nuovo, una coscienza politica estesa che può definirsi come “radicalismo di tradizione mazziniana”.

Ma interventisti erano, oltre al governo presieduto da Salandra, Luigi Albertini, i socialisti riformisti, i nazionalisti, Mussolini, che abbandonava il partito socialista proponendosi di realizzare un suo disegno rivoluzionario, una parte del mondo cattolico e un’ampia fascia della borghesia, tutti animati da un generico ideale patriottico, ora rafforzato dalle riesumate aspirazioni irredentistiche.

A tal proposito, però, occorre osservare subito che una ricostruzione di aggancio diretto della Guerra mondiale, che di lì a poco avrebbe coinvolto anche l’Italia, ad un esile filone esclusivamente irredentistico, tornato in gran rispolvero, non regge alla prova dei fatti, in quanto, come si è già visto, questo veniva ad integrarsi in un mix ben più articolato – del resto proveniente proprio dal post-Risorgimento per tutti i motivi prima tratteggiati in merito alle guerre coloniali – di progetti colonialistico-imperialisti e nazionalisti, diventando con essi intercambiabili. Insomma, nel suo coacervo rivendicativo erano sicuramente da ricomprendere interessi ed aneliti molto al di là di quelli unicamente irredentistici, talché solo a siffatta condizione resta legittima la qualificazione della Prima Guerra Mondiale come “Quarta Guerra d’Indipendenza”. Infatti, occorre specificare lato sensu il termine indipendenza, in quanto per un primo aspetto è di certo da ricomprendervi la necessità della riunificazione nel territorio nazionale delle terre irredente, cioè non ancora salvate, come condizione essenziale per autodeterminarsi nel territorio nazionale. Ma sotto un altro profilo, una grande potenza, al fine di assicurarsi una reale indipendenza, non può tollerare né limitazioni ai suoi confini naturali né restrizioni allo sviluppo di una propria politica estera internazionale, come chiavi strategiche per non rendere la sua indipendenza puramente nominale. Tutto ciò peraltro si inseriva con coerenza nel crescendo rivendicativo che si era esteso dalla Lombardia a tutta la penisola italiana, dal Veneto a Roma a alle guerre coloniali del XIX secolo; ora, dal Trentino alla Dalmazia e alla spartizione delle colonie. In prosieguo, dalla Corsica a Malta, da Gibilterra al Mar Mediterraneo, dall’annuncio del grande Impero africano nel ’36 alla “Guerra parallela” del 1940.

Un novantennio di storia che non ci permette di condannare chicchessia e men che mai la Corona.

In effetti, con la firma del “Trattato di Londra”, siglato il 26 aprile 1915, con le potenze dell’Intesa – un patto segreto a conoscenza solo del Re, di Salandra e di Sonnino, i quali agivano formalmente nell’ambito dei poteri attribuiti ai ministri dal decreto n. 466 del 14 novembre 1901 (Decreto Zanardelli) – che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia, con modalità offensive, si concedeva il Trentino, il Tirolo meridionale, Trieste, Gradisca e Gorizia, l’Istria e le isole antistanti, una parte della Dalmazia e le sue isole, Valona e il Dodecanneso, oltre ad acquisizioni territoriali in Africa a seguito della divisione delle colonie tedesche e in Asia Minore: di certo un mix da grande potenza.

La responsabilità della guerra ricadeva soltanto sui due uomini politici, sebbene il Re fosse a conoscenza del Patto, pur restando arbitro imparziale. Salandra si dimetteva allorché il Re portava a conoscenza di Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, il patto segreto, dimissioni che il Sovrano respingeva. I giolittiani votarono a favore dei crediti di guerra. La guerra era dichiarata.

Il seguito della guerra, in cui mito ed eroismo finiranno per confluire in un unico processo edificatore, teso alla realizzazione di un fine supremo basato su ideali come Patria, Nazione e Stato, vide il Re farsi “soldato tra i soldati” e diventare il “Re di Peschiera” della ferma decisione di resistere sul Piave dopo il tracollo di Caporetto. A lui la scelta del generale Diaz in sostituzione di Cadorna, di cui non condivideva i metodi repressivi. Diventò così il “Re della vittoria”, amato dai suoi soldati. Ma tutto ciò fa parte di un altro capitolo, di tutt’altra trattazione, della storia d’Italia.

 

Sulla vicenda del 28 ottobre 1922, una delle più controverse del sessantennio in questione, sussiste una smisurata, avversa letteratura – per lo più faziosa e menzognera, che stigmatizza senza scampo l’operato del Re nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio e nell’affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo – che si risolve in un infamante giudizio di immoralità, come ad esempio quello della tesi del “colpo di Stato” di cui si è già dato cenno in premessa, un anatema permanente, una “damnatio memoriae”, una censura livida ed ostile: tutti fenomeni liquidatori che inesorabilmente si abbatterono come una scure già durante il periodo 1943-45 nei confronti di coloro che rimasero fedeli alla Monarchia, bollati come traditori da parte dei fautori della Repubblica Sociale Italiana. Ma tali infondati, sprezzanti verdetti si sono ancor più amplificati e fusi nel dopoguerra con il pregiudizio antifascista, un tabù tuttora tenace e persistente.

Ma accanto a siffatta odiosa narrazione ha preso piede anche una copiosa pubblicistica tesa invece a giustificare in vario modo la condotta del Sovrano, per lo più sotto il profilo dell’opportunità politica del momento: necessità di scongiurare una inevitabile guerra civile e inutili spargimenti di sangue, esigenza di assicurare la continuità dello Stato, dubbiosità circa la lealtà dell’esercito nell’eseguire gli ordini impartiti, così come esternata dallo stesso Generale Diaz, che, nel mentre rassicurava il Re circa la fedeltà delle Forze Armate, aggiungeva che sarebbe stato meglio non metterle alla prova, dato che si era già a conoscenza delle simpatie verso il fascismo di larghe fasce ad esse appartenenti, tra cui molti ufficiali e generali; ma su tali fatti sarebbe ozioso ritornare nel prosieguo della trattazione. E’ sì la deduzione di un assieme di elementi pur validissimi, ma di per sé non del tutto esaustivi circa la legittimità della condotta in questione. In parecchi casi, invero, sono stati introdotti ulteriori componenti di natura istituzionale che avrebbero reso assolutamente legittima l’azione di Vittorio Emanuele, ma – ad avviso di chi scrive – in parte ancora carenti di stringenti conclusioni di carattere squisitamente giuridico-costituzionale che inoppugnabilmente potessero legittimare l’atto, costituendo così, come conditio sine qua non, il necessario substrato istituzionale su cui innestare poi elementi di impronta più prettamente politica e/o extra ordinem.

Val la pena a questo punto richiamare, in via propedeutica, alcuni concetti fondamentali riguardanti le fonti del diritto oggettivo, che, sott’ordinate alle norme costituzionali, si collocano nel seguente ordine “gerarchico”: Le leggi, che secondo una tradizione di scuola, si distinguono in leggi formali e leggi materiali, a seconda che siano emanate dal potere legislativo ovvero dal Governo (per esempio i decreti legislativi e i decreti legge); i Regolamenti, norme giuridiche emanate da organi del potere esecutivo od altre autorità deputate a farlo; infine, le norme consuetudinarie che, oltre ad elementi quali la costanza e la generalità dell’uso nel convincimento collettivo dell’obbedienza ad un imperativo giuridico, sotto l’aspetto dell’efficacia esse hanno valore quando siano richiamate dalla legge o quanto meno in assenza di norme di legge che regolino la materia de qua.

Orbene, non è chiarito quale fosse la norma consuetudinaria violata che non avrebbe permesso alla Corona di rifiutare la emanazione di un decreto di emergenza, appunto quello proposto – per di più, come vedremo, da parte di un governo dimissionario e quindi sine titulo – per sancire lo stato d’assedio. La firma del Re – in quanto organo supremo dello Stato, espressamente nell’ambito della forma di governo costituzionale puro monarchico, sebbene, per quanto innanzi già detto, a forte propensione parlamentare – rappresentava sì statutariamente l’elemento essenziale per la legittimità dell’atto, non disgiunta però da una sua valutazione di merito. Come pure, quale norma era stata violata nell’affidamento da parte del Re a Mussolini, in qualità di capo di un partito di minoranza qual era appunto quello fascista, dell’incarico di costituire un governo, in vigenza dello Statuto, che all’articolo 65 attribuiva tale potere di nomina esclusivamente al Sovrano? Insomma, se il rifiuto della firma rientrava in una sua facoltà statutaria/consuetudinaria sui generis, il potere di nomina, invece, come specifica attribuzione costituzionale, non consentiva deroghe consuetudinarie di sorta.

Il Re, dunque, aveva esercitato legittimamente un potere esplicitamente previsto dall’ordinamento costituzionale nell’ambito della forma di governo anzidetta, ma avendo già deciso da tempo che la sua sarebbe stata una Monarchia costituzionale sostanzialmente a indirizzo parlamentare, pretese l’approvazione immediata da parte del Parlamento, che confermò con la larga maggioranza di 306 voti favorevoli e 116 contrari, attribuendo altresì i pieni poteri al nuovo governo per sei mesi.

Pertanto, fu una soluzione perfettamente regolare e costituzionale: contrariamente a quanto asserito con sicurezza e spirito fazioso, non ci fu alcun colpo di Stato. Senza alcun dubbio il sovrano, che comunque considerò sempre con una certa diffidenza il fascismo, aveva svolto un ruolo primario nella crisi dell’ottobre 1922 che aveva portato Mussolini al potere, però lo aveva fatto senza alcuna collusione o intelligenza con i fascisti e per tante e tante ragioni di opportunità politica, non ultima quella di evitare che gli italiani “si scannassero tra di loro”, ma anche nel convincimento di dare vita ad un “compromesso” controllabile tra la Corona e il fascismo. Purtroppo, rimarranno poi “due solitari prigionieri della loro stessa solitudine”, per usare una felice espressione di Dino Grandi.

Dopo il biennio 1925-1926, che darà avvio alla strutturazione istituzionale del regime e all’assetto diarchico dello Stato, la convivenza tra Mussolini e Vittorio Emanuele III, diverrà infatti sempre più irta di difficoltà e di reciproche incomprensioni, un conflitto che poi esploderà a tempo debito.

Tracciato però il quadro istituzionale entro il quale si mosse il Sovrano, occorre ripercorrere, seppur succintamente, vari aspetti del periodo postbellico al fine di poter valutare in maniera più consona e non ristretta in spazi meschini l’operato della Monarchia e l’ascesa al potere del fascismo.

Di certo, l’esito della guerra era stato un trionfo al di là di ogni aspettativa: eppure stava accadendo qualcosa che turbava gli spiriti. Si era consolidata sostanzialmente l’egemonia di tre grandi Potenze, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, padroni di colonie sparse dappertutto. Ma l’Italia, nonostante, gli immani sacrifici sopportati, non rientrava nel clan dei veri vincitori e a nessuno importava la portata decisiva, anche per altri fronti di guerra, delle vittoriose battaglie del Piave del 1918.

Infatti, il Trattato di pace di Versailles, scaturito dalla Conferenza convocata a Parigi il 18 gennaio 1919, nonostante l’acquisizione del Trentino, l’Alto Adige, Trieste e Zara, ma non la Dalmazia assegnata alla Jugoslavia, instaurava un clima di scoraggiamento e delusione per il mancato ascolto delle richieste italiane, in particolar modo per Fiume, a forte maggioranza italiana, e per la non ammissione alla spartizione delle Colonie, ciò che indusse gli esasperati rappresentanti italiani  ad abbandonare per protesta le sedute parigine. E tutto questo mentre la Francia incamerava l’Alsazia- Lorena e l’Inghilterra la maggior parte delle colonie tedesche in Africa.

Insomma, su un filo di continuità da circa mezzo secolo prima, prendeva sempre più piede una sensazione di malessere generale, di scoraggiamento e di frustrazione, ciò che agitava i pensieri di tanta parte di opinione pubblica, per lo più costituita dai nazionalisti ed altri fautori della guerra.

In Italia, quindi, trattata come una Potenza di second’ordine dagli alleati, si alimentò il mito della “Vittoria mutilata”, accostata – ma non del tutto indebitamente – alla sensazione di una “Italia incompiuta” dopo il 1870, sfoggiato poi come vero e proprio “cavallo di battaglia” dal fascismo.

In effetti, quello che venne firmato a Versailles non fu un trattato di pace. Fu soltanto una tregua. Cominciava nel 1919 il countdown di una nuova e più terribile guerra mondiale!

In quel primo dopoguerra, in cui vennero a concretizzarsi varie esperienze – dal combattentismo al reducismo, dal fiumanesimo al futurismo politico, dal fascismo sansepolcrista al sindacalismo nazionale – il fascismo finì per ergersi, dunque, a erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché la creazione del “Mito dell’uomo nuovo” che avrebbe redento la nazione avanzava di pari passo con quello della “Vittoria mutilata”.

In definitiva, l’evento bellico aveva creato la prospettiva dello Stato nuovo, un mito in cui si integrava perfettamente quello “dell’uomo nuovo”, che incarnava i processi di italianismo, di religione dello Stato, ciò che pervase lo spirito delle nuove generazioni che anelavano a riprendere la rivoluzione nazionale incompiuta: tutto questo fu fatto proprio dal movimento fascista. Come afferma Emilio Gentile, il fascismo fu “un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo, del combattentismo, dello squadrismo.

Fu quindi l’ora sua: l’aggancio della rivoluzione delle camicie nere alla “tradizione risorgimentale”. Il fascismo fu d’un colpo il solo maschio fortunato capace di fecondare la nazione femmina!

Ma quell’avvenimento altro non fu che il punto di arrivo di una crisi che era partita da lontano, già dall’immediato dopoguerra, e che si nutriva da una parte di un forte risentimento contro i governi liberali, a cui si attribuiva l’incapacità di tenere alto il nome d’Italia, e dall’altra parte di quella già prima sussistente contro l’intervento da parte del partito socialista, il quale, abbagliato dalla luce del nuovo faro che si era acceso in Russia con la rivoluzione e facendo proprio il malcontento, sperava di creare le premesse per arrivare al potere e alla Repubblica, possibilmente anche ai Soviet.

Insomma una situazione sempre più torbida e minacciosa che stava per condurre alla guerra civile, in cui la Monarchia sarebbe stata la prima vittima, combattuta ideologicamente dalla sinistra e dalle nuove leve combattentistiche uscite dalle trincee del Carso e da Vittorio Veneto, le quali vivevano una sorta di avvilimento psicologico per il mancato riconoscimento dei loro sacrifici di allora.

Cosicché, durante tutto il 1919 montò violenta l’ondata antimilitarista e demagogica della sinistra, la quale instaurò un vero e proprio “processo alla guerra” nonostante fosse stata vittoriosa, facendo intendere chiaramente che stava per suonare l’ora della resa dei conti con i ricchi, i proprietari, i sacerdoti e i patrioti, con insulti al tricolore e levate di bandiere rosse nei cortei degli scioperanti.

Il 23 marzo di quell’anno vide la nascita dei “fasci di combattimento” ad opera di Benito Mussolini – l’ex direttore de “l’Avanti”, che era stato acceso sostenitore dell’intervento in guerra – il quale prometteva ora ordine e sicurezza, che ebbero “il battesimo del fuoco” negli scontri nel centro di Milano contro operai scioperanti capeggiati dai socialisti nel successivo mese di aprile.

Le elezioni politiche nel mese di novembre, svoltesi con il sistema proporzionale e a suffragio universale maschile, conferirono la maggioranza parlamentare a socialisti con 156 seggi, i quali sollevarono sguaiatamente subito la questione istituzionale in un Parlamento, che, peraltro, come ulteriore elemento di stravolgimento, vedeva l’avvento dei popolari, che avevano riportato 106 seggi, ciò che di fatto privava la maggioranza, guidata da Nitti, di una effettiva forza parlamentare, né la ricomparsa di Giolitti riusciva a garantire la formazione di un autorevole esecutivo. Pertanto, i socialisti, approfittando della instabilità governativa in atto, diedero l’avvio, dall’inizio del 1920, all’annata “rossa”, contraddistinta da atti di eversione violenta in cui le masse operaie – sempre più convinte che, seguendo l’esempio russo, presto sarebbero diventate padroni di fabbriche e terre, -scatenarono tutta la loro rabbia vendicativa contro industriali e proprietari  terrieri, come nemici da distruggere, così come erano da abbattere le istituzioni borghesi, in primis la Monarchia.

Era chiaro il disegno di socialisti e anarchici di instaurare in Italia il principio dei Soviet.

Questa fase convulsiva della sinistra, iniziata con gli scioperi di ferrovieri e dipendenti pubblici, culminò nella conquista materiale di fabbriche e terre, specialmente in Val Padana, come pure nelle grandi città industriali del Nord, talché apparve chiaro che, in forza del modello comunista, non si trattava più di un fatto economico, bensì un vero e proprio sovvertimento sociale e istituzionale.

Fu tutto ciò a determinare l’incontro tra la borghesia agraria e industriale e il fascismo, ovvero i giovani trinceristi che avevano vissuto i traumi della guerra, ora finanziati e organizzati in squadre d’azione, le uniche che avrebbero potuto affrontare efficacemente la “piazza rossa”. In questo magma incandescente, Mussolini dimostrò la sua abilità nel catturare quest’ondata di sentimenti e di azione, volgendola a proprio favore, anche per mezzo del suo giornale “Il Popolo d’Italia”, e ne divenne il Capo. Nasceva così il fascismo del ventennio, il fascismo come partito della nazione, il fascismo patriottico, il fascismo che doveva riprendere e far proprie le aspirazioni risorgimentali e postrisorgimentali, il fascismo che, nel bene e nel male, costituirà un piedistallo emotivo di massa.

Nel maggio del 1921, nel pieno della guerra civile, si svolse una nuova tornata elettorale, in cui nazionali e fascisti, riuniti in un “blocco” nazionale”, ottennero un buon risultato, mentre i socialisti ebbero una battuta d’arresto: ormai era il segnale di un rifiuto della sovversione. Giolitti si dimise, mentre Musolini, tendendo la mano ai socialisti, si dichiarò disponibile a governare la Nazione nell’ambito di una coalizione. Ma il “patto di pacificazione” con i socialisti durò poco, talché Mussolini riprendeva il suo disegno creando un vero e proprio movimento di massa e circondandosi di nuove figure: Michele Bianchi come Segretario, Farinacci, Balbo, Ricci, Grandi, De Vecchi.

Di certo, imboccando la via legalitaria, si stava attuando una definitiva conversione di Mussolini verso lo Stato e le sue istituzioni, come pure verso la stessa Monarchia, cosicché la grande maggioranza del Paese, ad eccezione dei socialisti, identificando il fascismo con gli ideali nazionali e risorgimentali, si persuadeva sempre di più che portare i fascisti al governo sarebbe stato un bene.

Infatti, nel grande raduno di Napoli del 24 ottobre, Mussolini, fiutando l’occasione favorevole e additando un percorso di legalità, esprimeva la sua adesione all’istituto monarchico affermando che la Monarchia rappresentava l’unità e la continuità della Nazione. Il grande salto era compiuto.

Le ultime convulse vicende prima del conferimento dell’incarico a Mussolini per la formazione di un nuovo ministero, per quanto innanzi già delineato, sono note; vale solo la pena di ribadire che i ministri del nuovo governo Facta, ricostituitosi nel passato mese di agosto, misero a disposizione del Presidente del Consiglio i loro portafogli e Facta si dimise. Il Re non firmò il decreto relativo allo stato d’assedio da lui proposto. Il nuovo governo, di cui Mussolini era il capo, comprendente solo tre fascisti e formato altresì da popolari, democratici sociali, nazionalisti, liberali e due militari (il generale Diaz e l’ammiraglio Thaon di Revel), nel successivo mese di novembre, come già detto, ottenne la piena fiducia del Parlamento. La soluzione adottata rispecchiava la volontà degli italiani.

 

Importanti vicende si dipanarono nel successivo quindicennio: la legge Acerbo nel 1923, che era una normale legge elettorale maggioritaria; la crisi del 1924-1925 a causa del delitto Matteotti, in cui mancò al Re la maggioranza parlamentare per agire, peraltro a rischio di guerra civile; la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo nel 1928; l’accordo tra la Chiesa e lo Stato nel 1929 mediante i Patti Lateranensi, con tutto lo strascico di equivoci che ne derivavano; la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero nel 1936, per cui Mussolini pretese di essere nominato Primo Maresciallo dell’Impero e di attribuire al Re lo stesso titolo, il che diede luogo ad un aspro dissenso tra i due. Tutti fatti questi che, in un modo o nell’altro, denotavano una continua erosione delle prerogative regie nonché una progressione verso una svolta totalitaria in base all’idea di un “fascismo integrale”, nel segno di una ideologia che anelava a nuove “civiltà politiche” aventi caratteri universali, e verso lo sviluppo di un inquietante culto della personalità che pervadeva il duce. In proposito, infatti, sarà tagliente il giudizio che Italo Balbo, nettamente avverso all’alleanza con la Germania nazista, formulerà agli inizi del 1940, sul Duce: “….mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi…..”. L’eroe delle trasvolate atlantiche morirà il 28 giugno 1940 con il suo aereo in fiamme, abbattuto per errore dal fuoco contraereo dell’incrociatore San Giorgio ormeggiato nella baia di Tobruk.

Per di più, in siffatta situazione, già di per sé complicata, arrivarono dunque le leggi razziali, su cui occorre soffermarsi, trattandosi di un altro passaggio cruciale che investiva la Corona, a cui una letteratura postbellica oltremodo faziosa, anche alla luce della immane tragedia che si è poi rivelata la persecuzione ebraica, ha ingiustamente addebitato al Re pesanti corresponsabilità in proposito.

Le cretine leggi razziali presero avvio dal “Manifesto della Razza, firmato da pur importanti scienziati italiani, con la pubblicazione su “Il Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938, leggi che il Re assolutamente non voleva e che minava non soltanto i rapporti con la Corona ma anche quelli fino ad allora cordiali col mondo cattolico, una cordiale intesa che, dopo la tempesta del 1931 sulla questione dell’Azione Cattolica, si era pienamente ripristinata. Da esse inizierà inesorabilmente il processo di progressivo distacco della Chesa dal regime, nonostante la temporanea, pur sofferta condivisione dell’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 a fianco della Germania nazista.

D’altra parte, il 13 marzo di quell’anno l’Austria era stata occupata ed annessa alla Germania, per cui cadeva definitivamente la prospettiva, ampiamente apprezzata da molti ambienti cattolici, ma anche politici vicini alla Corona, di un’alleanza tra tutti gli Stati cattolici – guidata dall’Italia – che comprendesse anche la Spagna, l’Austria e l’Ungheria, capace di far fronte alla pressione comunista e, nel contempo, alle mire espansionistiche della nuova Germania. Però oramai Mussolini tendeva ad un’alleanza sempre più forte con Hitler, per cui in Italia prendevano sempre più piede le sue dottrine e i suoi metodi, cosicché anche la materia razziale giungeva in Italia, ancorché tali leggi, vergognose e assurde, lasciassero intravedere parecchie scappatoie e distinguo che consentivano una certa difesa agli ebrei, che comunque non venivano né incarcerati né uccisi.

Ben diversa, ovviamente, sarà la situazione dopo l’8 settembre 1943, allorquando, per mano dei tedeschi e con la formazione della Repubblica Sociale Italiana, si sarebbe consumato l’olocausto anche degli ebrei italiani, con stragi e deportazioni verso i campi di sterminio della Germania.

La politica razziale portò ad un aperto conflitto con la Chesa in ordine all’interpretazione delle norme concordatarie, ciò che darà luogo ad una vibrata protesta papale per il vulnus al Concordato.

Questa era la dimostrazione chiara che lo strumento concordatario voluto dalla Santa Sede per restaurare in Italia lo Stato cattolico era una garanzia largamente insufficiente di fronte alle pretese di un regime che tendeva a diventare sempre più totalitario.

Di ciò ne faceva le spese anche la Monarchia, poiché il Re invano tentava di far capire al Duce, parlandogli da uomo a uomo, la gravità del male che stava arrecando al Paese; né, peraltro, tutti i gerarchi erano d’accordo, tant’è che, ad esempio, lo stesso Italo Balbo, nella sua Ferrara, ostentava il suo dissenso in proposito, accompagnandosi pubblicamente con un suo amico intellettuale ebreo.

Com’è noto, per ben tre volte Vittorio Emanuele III rifiutò di controfirmare siffatte infami leggi, ma alla fine purtroppo, da sovrano costituzionale parlamentare, dovette cedere, proprio in considerazione del fatto che tutto il Parlamento si era espresso a favore in modo quasi unanime e quindi il Re non aveva trovato alcuna sponda alla sua tenace opposizione.

Certamente il Sovrano, in forza della più volte richiamata norma statutaria di cui all’articolo 65, avrebbe potuto destituire Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, dando luogo così ad una crisi istituzionale e attuando una sorta di “colpo di Stato”, ma in un senso del tutto diverso dal suo significato letterale, e ciò per una ormai consolidata “materialità” costituzionale, come peraltro si avrà modo di vedere anche in prosieguo,  però ben diversa da quella nella vicenda del 25 luglio ‘43. In ogni caso, Mussolini, al quale non erano mai venute meno le sue inclinazioni antimonarchiche, avrebbe chiamato a raccolta il popolo, Vittorio Emanuele sarebbe stato detronizzato in poco tempo e il Duce sarebbe stato acclamato, a furor di folle entusiaste, Capo dello Stato, ciò che d’altra parte era già avvenuto nella Germania nazista. Insomma, il pur traballante sistema diarchico sarebbe stato completamente spazzato via e il Paese si sarebbe trasformato in uno Stato totalitario. Oltretutto, il regime in quei momenti, anche a livello internazionale, si trovava all’apice del consenso generale, mentre in mezza Europa si stava realizzando un grande “pogrom” antiebraico.

In via conclusiva, delle leggi razziali l’unico responsabile era Mussolini, mentre il Re, come Capo dello Stato in un sistema costituzionale sostanzialmente parlamentare, era da ritenersi estraneo ai provvedimenti governativi, cosicché alla fine non avrebbe più potuto rifiutare la firma, per tutti i motivi, istituzionali e fattuali, innanzi delineati. Il prosieguo sarebbe stato solo un’agonia verso una nuova tragedia – una “discesa all’inferno” per l’Italia – a distanza di un quarto di secolo dalla prima.

 

Non rientra negli scopi di questo lavoro ripercorrere tutte le fasi e gli eventi, peraltro ampiamente noti, che portarono allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, se non per svolgere alcune notazioni sui moventi psicologici e di carattere storico che indussero Mussolini, partendo da una equivoca posizione di “non belligeranza” subito dichiarata, ad entrare in guerra nel giugno 1940, nonché sugli atteggiamenti della Corona, ormai ridotta a svolgere, come già si accennava innanzi, una funzione di “resistenza passiva” nella diarchia col duce; questi, tuttavia, aveva comunque svolto un ruolo pacificatore nella Conferenza di Monaco, apertasi il 30 settembre 1938 in merito alle rivendicazioni tedesche sulla regione dei Sudeti appartenente alla Cecoslovacchia.

Infatti, sembrò a tanti che l’Asse Roma-Berlino costituisse uno strumento indispensabile ai fini del mantenimento della pace in Europa dato che, consequenzialmente agli avvenimenti di Monaco – di cui il Duce fu il principale artefice, forse nell’illusione di aver rispolverato il “Patto a Quattro” del ‘35 – la pace europea sembrò essere stata salvata dalla buona volontà di Hitler, il quale, rinunciando all’invasione della Cecoslovacchia, aveva accettato appunto di partecipare alla conferenza.

Tanti giornali presero a sottolineare il ruolo di Mussolini come artefice della pace. Così scriveva un quotidiano cattolico appena agli inizi del 1939: “Mussolini nell’anno che è tramontato ha recato un contributo eccezionale, singolarissimo perché la pace sia conservata ai popoli nell’obiettivo del soddisfacimento dei diritti della giustizia…..La pace nella giustizia è l’ideale della politica di Mussolini, è l’ideale del popolo italiano”.

Ma a metà marzo la costruzione mussoliniana sarebbe crollata miseramente, con una forte perdita di prestigio per colui che l’aveva ideata. la Slovacchia, infatti, proclamava la sua indipendenza, mentre Hitler comunicava al presidente ceco Hacha che il Reich avrebbe assunto la protezione della Boemia e della Moravia e che, pertanto, le forze armate nazionali non si sarebbero dovute opporre all’occupazione. Hacha non poteva fare altro che obbedire, per cui dal 15 marzo la Cecoslovacchia cessava di esistere. Anche l’Ungheria partecipava alla spartizione impadronendosi della Rutenia.

Gli eventi stavano precipitando. Infatti, poco dopo, il 6 maggio, i due ministri degli esteri, Ciano per l’Italia e Ribentropp per il Reich, si incontravano a Milano dove conclusero l’alleanza militare, il “Patto d’Acciaio” – come poi fu chiamato – firmato il 22 dello stesso mese a Berlino: con esso Mussolini aveva dunque legato la propria sorte a quella di Hitler. Di certo, redatto in termini duri, mostrava tutto il suo carattere aggressivo: si diceva nel preambolo che le due nazioni “….unite dall’intima affinità delle loro ideologie….erano decise a marciare fianco a fianco, unendo le loro forze per assicurarsi uno spazio vitale”. Se per il nazismo in Germania la dottrina dello “spazio vitale” (Lebensraum) prendeva in considerazione soprattutto l’espansione verso i Paesi orientali (Drang nach Osten), il fascismo, invece, elaborava una sua dottrina che mirava soprattutto ad un’espansione nell’area mediterranea e in Africa, ciò che in prosieguo – come meglio si vedrà in appresso – costituirà la base delle rivendicazioni italiane prima dell’entrata in guerra.

In realtà, a prescindere dal carattere aggressivo che pur emergeva dal “Patto”, l’ipotesi della guerra sembrava essere estrema e indesiderata, anche in relazione alle assicurazioni verbali fornite a Ciano che in ogni caso non ci sarebbe stata alcuna guerra per almeno tre anni, cioè fino all’Expo del 1942. Vane promesse che confermavano, semmai, la crescente sudditanza psicologica di Mussolini nei confronti di Hitler sin dal marzo del 1938 e dal successivo accordo raggiunto a Monaco poco dopo.

Il re si mostrava nettamente contrario sia all’alleanza con la Germania sia all’entrata in guerra, tant’è che a più riprese rappresentò a Mussolini il rischio connesso all’ingresso in guerra data la deficienza di armamenti, di vestiario, ecc., inducendolo a consultare gli alti apparati militari, che sicuramente avrebbero potuto illustrargli il vero stato della nostra preparazione militare.

Erano contrari altresì Ciano, Balbo e Dino Grandi, chiamato nella primavera del ‘39 alla presidenza della nuova “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”, di nomina esclusivamente governativa, conservando anche la carica di ministro della Giustizia. L’affermazione di Galeazzo Ciano su Balbo nel 1940, prima dell’entrata in guerra, era inequivocabile: “Balbo non discute i tedeschi: li odia. Ed è questo odio insanabile che guida tutto il suo ragionamento”. Ed infatti lo stesso Italo Balbo, nel febbraio di quell’anno, asseriva: “Io spero che l’Italia non entri in guerra…..Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo chiamare fortunati se si salverà l’unità italiana”. Neanche fosse stato un aruspice! Balbo era già morto da trenta minuti allorquando, il 28 giugno, Badoglio gli telegrafava per comunicargli la decisione del Duce dell’avvio dal 15 luglio dell’attacco all’Egitto: sarà Graziani a guidare la misera avanzata fino a Sidi el Barrani, a soli novanta chilometri ad est, a cui seguirà una rovinosa ritirata.

Questi personaggi erano diventati i punti di riferimento del Sovrano, specialmente il titolare degli Esteri, Ciano, su cui erano costanti i passi “costituzionali” del Re, tramite il ministro della Real Casa, il duca Pietro Acquarone, in una situazione che ormai di costituzionale aveva veramente ben poco, al fine di scongiurare l’entrata in guerra dell’Italia. In un primo momento infatti, stante l’opposizione del Re e dei gerarchi sopramenzionati nonché l’oscillazione dell’opinione pubblica, la scelta diplomatica della “non belligeranza” trovò consenso e sollievo generale. Anzi, ad un certo punto parve profilarsi una vera e propria alternativa moderata con la creazione di un nuovo governo, in cui Ciano avrebbe avuto la magna pars, appena preceduta dalla caduta del segretario del partito, Achille Starace, fautore di una posizione di intransigenza e di una cieca fedeltà a Mussolini, sostituito da un uomo di azione, Ettore Muti, combattente pluridecorato in Africa e in Spagna. Questi sarebbe stato poi barbaramente assassinato il 24 agosto 1943; infatti, prelevato nottetempo dalla sua abitazione, fu proditoriamente colpito alle spalle nella pineta di Fregene!

In realtà, l’inizio della svolta decisiva nell’atteggiamento del duce sembra potersi collocare nel mese di marzo del 1940, dopo l’incontro al Brennero con Hitler, in cui affermò di rendersi conto dell’impossibilità di restare neutrale, per cui sarebbe intervenuto al più presto possibile.

Mussolini, specialmente dopo la conquista tedesca della Norvegia nell’aprile di quell’anno, ormai non ascoltava più nessuno, neppure il papa. Infatti il dittatore, sbalordito ed anche impaurito dai travolgenti successi tedeschi sul fronte occidentale, vincendo le residue incertezze e temendo di arrivare tardi alla sua parte di bottino, stava per gettare l’Italia nel conflitto, sostenendo la necessità della guerra per la realizzazione delle rivendicazioni italiane. Il 29 maggio riuniva a Palazzo Venezia i Capi di Stato Maggiore delle forze armate, annunciando che dal 5 giugno in poi l’ora X poteva arrivare da un momento all’altro. Il 10 giugno si affacciava al balcone di Palazzo Venezia, nella gremita, osannante piazza Venezia, per proclamare l’entrata in guerra a fianco della Germania:

“…..Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione: è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro tutti gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra”.

Di conseguenza, convinto che gli fosse necessario solo qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace, ordinò di attaccare la Francia agonizzante.

Ormai il Capo del Governo aveva deciso e null’altro avevano potuto fare il Re, Ciano, Balbo, Grandi e lo stesso Badoglio, cosicché la Corona si era trovata nella stessa situazione del 1915, con Salandra dimissionario, ma Mussolini giammai si sarebbe dimesso. Ci si chiede a questo punto se il Re avrebbe rifiutarsi di firmare la dichiarazione di guerra formalmente deliberata dal governo.

Di certo, anticipare di tre anni ciò che sarebbe accaduto nel luglio del ’43, per di più senza una pronuncia parlamentare, o comunque rifiutarsi di firmare la dichiarazione di guerra formalmente già decisa dal Governo, non solo avrebbe costituito un contrasto stridente con noto decreto Zanardelli del 1901, ma avrebbe comportato, politicamente, una grave crisi istituzionale, impensabile in quel momento, dato che, quand’anche il Re, ab absurdo, avesse potuto momentaneamente vincere contro Mussolini, si sarebbe attirato l’ira e la rapida aggressione di un Hitler padrone dell’Europa.

D’altra parte, gli avvenimenti si erano ormai indirizzati in modo tale che era obiettivamente difficile dar torto alle previsioni di Mussolini circa gli esiti della guerra. Cosicché il Duce, imponendo la sua volontà ed esautorando il Re, assunse il comando di tutte le Forze Armate, che invece, sebbene formalmente, ma non per questo di meno valore, sarebbe spettato statutariamente al Sovrano.

Mussolini, infatti, aveva già orgogliosamente affermato, ancor prima dello scoppio della guerra, che sarebbe stato lui il comandante effettivo di tutte le Forze Armate in caso di conflitto, manifestando in tal modo sin da allora la sua ferma volontà di sovrapporsi alla Corona, ai militari, ai politici e a tutti gli italiani, ciò che effettivamente avvenne in seguito in tutte le fasi favorevoli e sfavorevoli, anche quando dal 1942 in poi Hitler avrebbe condotto le operazioni in Russia in modo cervellotico.

Nel maggio-giugno del 1940, dunque, aveva motivazioni più che valide, convinto com’era che gli anglo-francesi, sempre soccombenti fino a quei momenti, sarebbero stati definitivamente battuti.

Di certo, col senno di poi, soprattutto quello degli anni Duemila, non si può dire che la decisione di intervenire nel conflitto sia stata saggia, ma nel 1940 poteva apparire una prospettiva non del tutto infondata dato che le rivendicazioni territoriali verso Francia e Gran Bretagna, per le quali gli italiani non nutrivano odio anzi provavano simpatia, avevano un buon fondamento nazionale.

Insomma, il sogno di inserire Malta e la Corsica, e magari pure Nizza, Suez e il Corno d’Africa, unitamente alla Libia, in un complessivo disegno di completamento dell’unità nazionale di una grande potenza mediterranea, per l’appunto l’Italia, non appariva al momento affatto irrealizzabile.

Il mix rivendicativo che Mussolini poneva a fondamento, facendone un motivo ideale per l’entrata in guerra a fianco dell’alleato germanico, sicuramente imponente, era tutt’assieme “irredentista, colonialista-imperialista e nazionalista”: infatti, tendeva ad accaparrarsi Malta e la Corsica, come aspirazioni irredentistiche, le due grandi isole poste nel Mediterraneo, importanti chiavi strategiche di cui il regime rivendicava il possesso e della cui italianità la maggior parte dell’opinione pubblica e della stampa erano convinti assertori; Gibilterra e il controllo del Mar Mediterraneo, soggetti invece al dominio franco-inglese, in quanto – si sosteneva a gran voce -ricostruito l’Impero d’Africa, per l’Italia era necessaria una completa libertà di movimento, in funzione della centralità della Penisola, per il suo naturale collegamento tra il bacino occidentale e quello orientale; Gibuti e il Canale di Suez, con mire anche sulla Tunisia, due nodi da sciogliere, in quanto l’uno costituiva una profonda spina nel fianco dell’impero etiopico, l’altro era la naturale via d’acqua che univa l’Italia al suo impero dell’Africa Orientale, per cui era ingiusto l’unilaterale accaparramento da parte di Francia ed Inghilterra, un irragionevole monopolio ora da interrompere.

A ben riflettere, però, siffatto grandioso mix rivendicativo – come già innanzi evidenziato sia per le guerre coloniali sia per la Prima Guerra Mondiale – non era dissimile, nella sostanza, da quello che aveva caratterizzato tutta la politica estera italiana dopo il 1870, con il proposito di fare dell’Italia una grande potenza, come contraltare al diffuso senso di frustrazione e di incompiutezza che avevano finito per attanagliare l’opinione pubblica in relazione agli esiti risorgimentali.

Insomma, le rivendicazioni fasciste, poste sul tappeto internazionale a ridosso dell’intervento in guerra – che si inserivano con coerenza, come già innanzi delineato, in un crescendo che, iniziando dalla Lombardia nel 1859, sarebbe terminato con la “Guerra parallela” del 1940 – non venivano a rappresentare i fondamenti di una strategia complessiva, i cui obiettivi erano qualitativamente identici a quelli del primo conflitto mondiale, per portare l’Italia, nonostante la sua impreparazione militare, a diventare una grande potenza realmente indipendente, e – perché no – anche verso il ben più potente alleato germanico? Cosicché, proprio in considerazione dell’armonico e compatto filone risorgimentale e postrisorgimentale fino alla Prima Guerra Mondiale, posto che quest’ultima rappresentava, così come innanzi ampiamente acclarato, la Quarta Guerra d’Indipendenza, allora, senza voler opporre un aprioristico rifiuto concettuale o ideologico, perché la guerra che iniziava il 10 giugno 1940 non dovrebbe essere considerata per facta concludentia, ancora di più e meglio della Prima, come la “Quinta Guerra d’Indipendenza”? Già si è detto del “giudice degli inferi”!

Ma la “Guerra parallela”, voluta dal Duce in concorrenza se non proprio in opposizione ad Hitler, iniziata il 13 settembre nel deserto nordafricano dalle truppe al comando del Maresciallo Rodolfo Graziani, succeduto ad Italo Balbo dopo la sua morte nei cieli di Tobruk, come pure sul fronte greco-albanese il 28 ottobre, si sarebbero tragicamente concluse rispettivamente a Sidi el Barrani a soli novanta chilometri dal confine libico-egiziano – e da lì tutta una serie di disfatte fino all’arrivo dell’Africa Korps al comando del generale Ervin Rommel – e in Grecia, dove, con il fallimento della “potente offensiva” da parte delle truppe italiane al comando del generale Ugo Cavallero, sarà l’arrivo dei tedeschi a costringere alla capitolazione con la firma dell’armistizio del 23 aprile 1941.

Questi insuccessi, uniti a quello della perdita dell’Africa Orientale, preceduta dalla caduta di Massaua il 7 aprile del ’41, e a quelli verificatisi nel porto di Taranto già il 12 novembre 1940, -allorquando, per mancanza di copertura aerea, aerosiluranti inglesi affondavano la corazzata Cavour, con consistenti danni anche alla Littorio e alla Duilio – e nella battaglia di Capo Matapan, in cui, il 27 marzo 1941, ad opera di una squadra inglese, riportavano consistenti danni tre incrociatori, due cacciatorpediniere e la stessa corazzata Vittorio Veneto che guidava il convoglio.

Il grandioso sogno mussoliniano di fare dell’Italia “imperiale” una grande potenza mediterranea, capace di una effettiva e totale indipendenza, naufragava dunque nel definitivo fallimento della sospirata “Guerra parallela”: Mussolini, ora vero e proprio vassallo di Hitler e inesorabilmente avviato verso un malinconico prosieguo della guerra in posizione di subordine, sarebbe stato impossibilitato a porre in atto una specifica operatività bellica, non solo strategica ma anche tattica.

Con la fine del mito della “Guerra parallela” e con il successivo imbocco del triste percorso della “guerra subalterna, si consumava, dunque, pure l’indipendenza dell’Italia, che in seguito, anche dopo la fine della guerra, non sarebbe stata mai più riconquistata. In effetti, tutto quello che sarebbe venuto dopo non sarebbe stata l’evoluzione di uno Stato realmente indipendente: quello, infatti, era svanito all’improvviso e oramai definitivamente “sepolto” nella primavera del 1941, dopo meno di un anno di guerra. Né l’8 settembre del ’43 avrebbe visto un ritorno all’indipendenza!

I successivi sviluppi degli eventi bellici, delineatisi sfavorevoli all’Asse già dalla fine del 1942, porteranno dritto, l’anno successivo, alla inesorabile caduta di Mussolini, vicenda in cui la Corona assumerà un ruolo da protagonista, con la ferma volontà di porre fine al regime fascista.

 

Certamente quella del 25 luglio 1943 a seguito del deliberato nella riunione, nella notte tra il 24 e il 25, del Gran Consiglio del fascismo, è una delle vicende più tragiche, ma anche una delle più gravide di conseguenze, della storia d’Italia; la domanda che ancora oggi ci si pone con insistenza è quella relativa ai rapporti e ai contatti tra Dino Grandi e Sua Maestà Vittorio Emanuele III e i vari personaggi della Corona nei giorni precedenti il 25 luglio.

Non sembra esservi dubbio alcuno che il Re fosse deciso da tempo a liquidare il fascismo, ma ciò nonostante non si può affermare che la riunione del 24-25 luglio non sia stata determinante per siffatta operazione e per lo stesso arresto di Mussolini, sebbene, in merito a quest’ultimo aspetto, il Re, da perfetto sovrano costituzionale, avesse espresso per iscritto – la stessa sera del 25 luglio – al Maresciallo d’Italia Badoglio, appena nominato Capo del Governo in sostituzione di Mussolini, il suo rammarico, come pure della Regina, anche in termini di responsabilità, per il fatto dell’arresto avvenuto in casa sua: tutto ciò è ampiamente attestato da un documento originale dell’epoca.

Ancorché, dunque, la tesi complottistica relativa ad un coinvolgimento della Corona nella vicenda del 25 luglio abbia “affascinato” per lunghi tratti alcuni storici, in realtà nessun contatto tra Dino Grandi e il Sovrano ebbe luogo nelle settimane precedenti quella data, sebbene questi fosse consapevole della particolare benevolenza che il Re nutriva nei suoi confronti sin da quando egli era stato sottosegretario agli Interni a fianco del ministro Federzoni nel 1924-25 e infine ministro Guardasigilli e Presidente della Camera negli anni dal 1939 al 1943, allorquando, nell’affidargli tale incarico, il Sovrano così aveva ad esprimersi “….La trincea di difesa è lo Statuto e la Costituzione che presto o tardi dovrà tornare a funzionare in tutta la sua piena e assoluta interezza”. Questo colloquio sarà il punto di riferimento costante di Dino Grandi per i successivi anni fino al 25 luglio!

Come già dato cenno in precedenza, Dino Grandi, nella sua funzione di Presidente della Camera e ministro Guardasigilli, aveva sempre espresso la sua contrarietà all’entrata in guerra dell’Italia,  cosicché il Re, nelle settimane precedenti alla dichiarazione di guerra, ebbe un costante punto di appoggio nella sua azione per scongiurare tale nefasta evenienza; infatti, tre settimane prima della dichiarazione, esattamente il 21 aprile 1940, Dino Grandi indirizzava una lunga lettera al Capo del Governo, scongiurandolo di non uscire dalla neutralità e di mantenere l’Italia fuori dal conflitto.

E fu proprio nelle trincee del fronte greco-albanese, allorquando tutti i gerarchi dovettero recarsi lì a combattere, che Grandi maturò l’Ordine del Giorno che portò poi al Gran Consiglio la notte del 24-25 luglio 1943, non mancando peraltro, dopo il suo ritorno dalla campagna d’Albania, nel maggio del 1941, di rappresentare a più riprese al Sovrano l’assoluta necessità di uscire dalla guerra con qualsiasi mezzo, anche attraverso un colpo si stato preparato e compiuto dalla stessa Corona prima che fosse troppo tardi. E così il Re incominciò a valutare una decisione di grave significato futuro.

A questo punto, tralasciando le vicende legate alla convocazione del Gran Consiglio – di spettanza esclusiva del Capo del Governo, consesso che non era stato più convocato dal 9 dicembre del ’39, ma che, stante la notizia dell’avvenuto sbarco, il 10 luglio, delle truppe anglo-americane in Sicilia, Mussolini inaspettatamente, dopo l’incontro con Hitler a Feltre il giorno 19, si decise a riunire – occorre rivolgere la nostra attenzione all’aspetto istituzionale della questione, anche con riguardo ai suoi successivi tragici sviluppi, premesso che fino al quel momento nessuno aveva fatto alcunché.

Nulla avevano fatto gli antifascisti, nulla avevano fatto i militari, i quali in modo servile avevano seguito il dittatore in guerra, mentre avrebbero ben potuto capovolgere la situazione interna italiana.

Il Re, dunque, rimaneva la chiave di volta del cambiamento istituzionale, ma Egli, da Sovrano costituzionale parlamentare, per sostituire Mussolini alla guida del governo aveva bisogno – così come era già avvenuto in passato – di una chiara manifestazione di sfiducia da parte del Parlamento o, in caso di impossibilità di funzionamento dell’assemblea parlamentare, di una decisione da parte di un organo che validamente potesse sostituirsi al Parlamento stesso. Quest’organo era il Gran Consiglio del Fascismo, in quanto la sua costituzionalizzazione, voluta dallo stesso Mussolini, aveva conferito ad esso una “autorità” non inferiore a quella dello stesso Parlamento. Cosicché, la riunione finalmente indetta da Mussolini costituiva l’ultima chance per dare la possibilità alla Corona ad agire nell’ambito costituzionale, senza creare una pericolosa soluzione di continuità.

Occorreva comunque che l’ordine del giorno che sarebbe stato posto a votazione – peraltro una prassi sconosciuta nei regolamenti dell’Organo in questione – e che avrebbe dovuto ottenere la stragrande maggioranza dei consensi da parte dei suoi componenti, deliberasse in modo chiaro ed inequivocabile la fine della dittatura unitamente al ripristino di tutti gli ordinamenti costituzionali e la contemporanea riassunzione da parte del Sovrano di tutti i poteri sanciti dallo Statuto.

E fu ciò che esattamente avvenne in quella seduta, dopo che Grandi nei giorni precedenti aveva non solo acquisito il consenso di vari gerarchi, compreso anche Ciano il genero di Mussolini, ma pure messo al corrente lo stesso Mussolini in un colloquio che, peraltro, non ebbe nulla di drammatico.

Prima di recarsi alla riunione, che iniziò alle 17 pomeridiane di sabato 24 luglio, Dino Grandi, dopo aver scritto le ultime volontà ed aver indirizzato a Sua Maestà il Re una lettera che così terminava “Sono certo che il Re del 24 Maggio, del Convegno di Peschiera, di Vittorio Veneto, non vorrà abbandonare in questo momento la Patria.”, si pose in tasca due bombe Breda pronte per il lancio.

Certo, Mussolini, in virtù degli infiniti poteri che accentrava nelle sue mani, avrebbe ben potuto impedire la conclusione della riunione del Gran Consiglio, così come avrebbe potuto far arrestare i membri che dissentivano da lui o far intervenire addirittura i famosi battaglioni “M” tedeschi.

Il Duce tentò in ogni modo la lusinga e la minaccia, cosicché fece di tutto per vincere; ma allo stesso tempo, accettando senza reagire, così come invece avrebbe potuto, un voto che significava la fine della dittatura e la crisi del regime, del che si rendeva ben conto, fece anche di tutto per perdere. Insomma, quella notte Mussolini volle vincere e volle perdere allo stesso tempo.

Ma ormai il voto del Gran Consiglio, definito come l’Assemblea Suprema del Regime, legittimava l’azione della Corona e nel contempo anche una decisa e tempestiva azione militare contro le truppe tedesche presenti in Italia, prima che Hitler riempisse la Penisola di divisioni corazzate. Certo – afferma Grandi nel suo successivo memorandum redatto nel 1958 – vi era una sproporzione troppo grande tra l’immensa gravità del destino e la piccolezza degli uomini che si trovavano quali attori in quel tragico momento che la nazione stava per vivere. Si riferiva ad Acquarone, ma soprattutto a Badoglio, definito come l’uomo più vile e più codardo che potesse essere scelto alla testa del Paese, poiché solo a lui era da imputare ogni responsabilità della tragica situazione in cui sarebbe venuta a trovarsi l’Italia nelle settimane successive, i tristissimi quarantacinque giorni che vanno dalla notte del 25 luglio all’8 settembre e cioè all’armistizio, che Grandi ebbe a definire della vergogna.

Al Sovrano, dunque, pressato da Acquarone, “ubriacato” da una sua idea di potere e di comando attraverso la stessa Corona, va ascritta semmai una “culpa in eligendo”, ma giammai avrebbe potuto immaginare i disastri futuri sia per le sorti della Patria sia per la fine della stessa Monarchia: il Re aveva solo scelto una soluzione pragmatica, non idealista, quella che appunto cerca di risolvere i problemi quando si presentano. Ma era lo stesso Re ad elevare critiche a Badoglio, così come poi ci confermerà il generale Puntoni in un suo libro del 1993, critiche condivise da Gioacchino Volpe, il cui inesorabile giudizio negativo si abbatteva sull’azione del Governo dei 45 giorni. Quel triste proclama de “La guerra continua e l’Italia rimarrà fedele alla parola data” – che significava anche che il Governo e i militari non avevano compreso la gravità della situazione italiana – sconvolgeva un Grandi che si disperava nella sua solitudine: invano insisteva, anche col Sovrano, sulla necessità di una guerra immediata alla Germania prima che entrassero in Italia soverchianti forze tedesche.

Dopo un ultimo contatto con lo stesso Pontefice e con il cardinale Maglione, il quale lo aiuterà nella preparazione di un viaggio in Spagna e Portogallo per entrare ivi in contatto con l’Ambasciatore di Inghilterra a Madrid, Dino Grandi, aiutato da ufficiali della Polizia Italiana ad uscire nottetempo dal suo appartamento a Montecitorio attraverso i tetti di case confinanti per entrare immediatamente nell’aereo, iniziava un avventuroso viaggio, con gli aerei da caccia tedeschi che, insospettiti, cercavano di intercettare il volo dell’ultimo aereo italiano in partenza per Siviglia.

A voler passare ora a meglio definire, per il versante istituzionale, l’operato della Corona – la quale per agire ebbe bisogno, come innanzi già dato cenno, almeno di un deliberato da parte di un organo simil costituzionale – quanto alla liquidazione del regime fascista e dello stesso Mussolini, è stato anche autorevolmente affermato che il 25 luglio 1943, il Re, aderendo all’Ordine del Giorno votato dal Gran Consiglio e riassumendo i poteri che già aveva per Statuto, peraltro ancora formalmente in essere, in pratica aveva realizzato un rovesciamento del regime in atto, cosicché aveva attuato in concreto un “colpo di stato”, dato che questi poteri de facto non li aveva più. Insomma, pur agendo in ossequio ad un dettato costituzionale, in realtà in quel frangente il Sovrano avrebbe violato un principio di “materialità costituzionale”, cioè quella effettivamente vigente in quanto poggiante sulla forza del gruppo politico prevalente, anzi unico, in quel momento storico. In definitiva, quello di revoca del Capo del Governo, previsto dallo Statuto ed anche dalla legge 24 dicembre 1925, n. 2263, era un potere che era andato sempre più in disuso, in special modo in un regime dittatoriale.

E’ questa una tesi di carattere politico/giuridico che non manca di un qualche fondamento come pure di una certa suggestività, ma abbisogna di una qualche riconsiderazione che riconduca il tutto in un quadro di certezza istituzionale, al di fuori di propri convincimenti politici, per lo più di parte.

A ben vedere, infatti, in quei momenti così nefasti per le sorti del Paese, era comunque venuta a dileguarsi anche quella “materialità costituzionale” che fino a quel momento si era fondata sulla forza politica del regime fascista e sulla dittatura, per cui la riassunzione dei poteri statutari da parte del Sovrano, con la conseguente revoca del Primo Ministro, non aveva più nulla di sconvolgente in una situazione già di per sé sconvolta dalla sfiducia al dittatore che era stata formulata dal massimo organo statuale, il Gran Consiglio, il quale aveva un’autorità non inferiore a quella del Parlamento.

In conseguenza, concludendo sul punto, sembra di potersi fondatamente asserire che si sarebbe trattato tutt’al più di una sorta di coup d’Etat all’incontrario, finalizzato a ripristinare, in forza di un deliberato espresso dall’Organo a ciò deputato, l’ordine costituzionale già preesistente: ancora una volta Vittorio Emanuele III si era comportato da perfetto Monarca costituzionale parlamentare.

Ma, ad onor del vero, per rimanere nella stessa scia del costituzionalismo parlamentare, o simil-parlamentare, il Gran Consiglio avrebbe dovuto designare, recando al Sovrano la relativa proposta, anche il nuovo Capo del Governo come espressione dalla maggioranza dei suoi membri: ma non lo fece, talché, invitando il Re a riassumere i poteri statutari, lo abilitava in concreto a tornare ad una funzione di governo costituzionale puro monarchico, ciò che, infatti, il Sovrano – per la prima volta durante il suo regno – pose in atto, nominando appunto Capo del Governo il generale Badoglio.

Ma certamente le contingenze del gravissimo momento in cui versava il Paese, a prescindere da eventuali riserve sulla nomina, non avrebbero potuto consentire alcun’altra soluzione istituzionale.

 

Gli avvenimenti successivi investirono pesantemente tutto il Paese e con esso la stessa istituzione monarchica, sebbene Vittorio Emanuele III avesse avuto come sua preoccupazione principale quella di fare sempre gli interessi dell’Italia. Non v’è dubbio che i fatti connessi all’armistizio dell’8 settembre, con la dolorosa frattura tra Nord e Sud, avessero suscitato nell’opinione pubblica una reazione psicologica negativa, per lo più alimentata dalla propaganda di parte, dall’esasperazione di motivi polemici spesso irrazionali e faziosi e da una volontà denigratoria e ostile nei confronti del Re e dell’istituto monarchico, con ciò sabotando, spesso premeditatamente e spregiudicatamente, ogni sforzo unitario per una concreta e feconda partecipazione alla guerra di Liberazione. Cosicché venne ad alimentarsi, soprattutto ad opera dei partiti di sinistra, una naturale ostilità verso il “Regno del Sud”, additato come campo di manovra di supposti “intrighi e tradimenti” di origine dinastica, che ebbe a confondersi con una critica feroce e spesso immotivata verso l’istituzione monarchica.

In siffatta ottica calunniosa, rientrava senz’altro la cosiddetta “fuga del Re a Pescara” – presentata come un argomento contro la Monarchia e sfruttata a piene mani dalla propaganda repubblicana – che realizzò soltanto il trasferimento, magari non gestito nel migliore dei modi, del Governo in un territorio non occupato dal nemico. Di certo, fu un atto storicamente e strategicamente “dovuto” in quanto lo spostamento del Governo in una zona libera dalla presenza nazista era stato già previsto in sede di trattative per l’armistizio. Ma fu anche un atto che riuscì a garantire una sopravvivenza e una sovranità reale al Governo legittimo, nonché a preservare la città di Roma dalla furia hitleriana.

Qualche riflessione merita pure la vicenda del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, in cui le schede annullate furono ben otre 1.500.000, dato che il relativo responso, ufficialmente proclamato con straordinaria fretta, assolutamente ingiustificata per un evento di tale rilevanza storica per il Paese, fu ritenuto non aderente alla effettiva volontà della compagine nazionale, tant’è che questa massa di elementi di pericolosa, dannosa gravità fu tale da giustificare all’epoca, l’orientamento nell’opinione pubblica verso la necessità di sottoporre a revisione la legittimità del referendum.

Né risulta assolutamente condivisibile l’assunto di taluni, probabilmente ancora pervasi da rancore e con tanto di “verde tartaro nei denti”, che il risultato referendario nel Sud del Paese, ampiamente favorevole alla Monarchia, trovasse la sua giustificazione nel fatto che questo era per lo più conservatore e, quindi, tendenzialmente monarchico. Otto secoli di istituto monarchico, invece, dai Normanni agli Svevi per finire agli stessi Savoia, avevano creato nei meridionali una solida coscienza civica intimamente collegata alla Monarchia, a cui si sommava una più rilevante maturità giuridica e un più spiccato senso del realismo pur a fronte delle sue deficienze economiche e sociali.

Certamente, la nascita non plebiscitaria della Repubblica italiana – su cui si svilupperà qualche ulteriore considerazione in appresso – ha minacciato sin da allora di incrinare l’unità nazionale, creando lacerazioni e contrasti, tuttora perduranti, che, probabilmente – il che non è certo ma è del tutto legittimo almeno chiederselo – solo l’unità dello Stato monarchico, senza i mitra dei partigiani lombardi, avrebbe potuto assicurare. Un possibile, o quantomeno probabile, ruolo coesivo quello della Monarchia Sabauda che, forse, avrebbe potuto evitare lo sfaldamento dello Stato, in quanto titolare della custodia dell’unità e dell’unicità dell’autorità statale al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, venendo così a costituire un argine al fenomeno di ideologizzazione e di frammentazione partitica di una lacerata Repubblica, le cui radici erano sommamente divisive.

L’ultimo scorcio del lungo regno di Vittorio Emanuele III fu contrassegnato da non meno drammatici avvenimenti: la formazione di un Ministero Badoglio del 22 aprile 1944, che durò fino al 12 giugno, l’opposizione alla Reggenza da parte dei partiti antifascisti e il Patto di Salerno, pure stipulato nello stesso mese di aprile, il varo della luogotenenza a favore del figlio Umberto il 5 giugno subito dopo la liberazione di Roma, e infine l’abdicazione, il 9 maggio 1946, a beneficio del figlio Umberto di Savoia Principe di Piemonte, col nome di Umberto II Re d’Italia.

Anche quest’ultimo fatto ha dato successivamente luogo ad una letteratura, da parte di alcuni faziosi giuristi affetti da una persistente “sindrome golpista”, che ravvisava la messa in atto di un altro “colpo di stato” in quanto la manovra, avrebbe violato la tregua istituzionale sancita con il Patto di Salerno, così consentendo – a loro avviso – di condizionare i risultati del referendum, la cui data era stata fissata per il successivo giorno 2 giugno. Assolutamente infondata siffatta asserzione poiché il Re Vittorio Emanuele, che fino ad allora si era astenuto dal compimento di atti contrari allo spirito dell’accordo, era nel pieno diritto-dovere di designare il suo successore, il quale sarebbe stato il nuovo Re d’Italia ove il referendum avesse assegnato la maggioranza dei consensi all’istituto monarchico, ciò che, peraltro, molto probabilmente sarebbe avvenuto se la consultazione popolare e la sua preparazione si fosse potuta svolgere in condizioni imparziali di neutralità politica. Ad ogni modo quella scelta non fu in alcun modo messa in discussione dai partiti dell’esarchia ciellenistica.

La sera di quello stesso 9 maggio iniziava per Vittorio Emanuele III, ormai ultrasettantenne, un breve ma triste viaggio per mare, in compagnia della sua Elena, che chiudeva il capitolo del Regno e apriva quello dell’esilio in terra d’Egitto. Negli anni trascorsi nell’esilio egiziano, Egli, riservato e taciturno ma sempre con il pensiero rivolto al suo Paese, avvertì tutto il peso delle responsabilità e del ricordo di eventi che, suo malgrado, non sempre e non del tutto era riuscito a controllare.

Era stato preceduto, poco meno di tre anni prima, dall’altrettanto triste volo dell’ultimo aereo italiano partito per Siviglia: aveva trasportato Dino Grandi, l’altro protagonista di quegli eventi.

 

Iniziava infaustamente, dunque, la vita di una grigia Repubblica che, con tutti i suoi rituali di “cartapesta” in quanto non poggianti su un’idea solida di nazione e di unità nazionale, invece di allargare l’area della liberaldemocrazia e della reale partecipazione, in un incupito clima para-comunistoide in una irrisolta appartenenza e di una latente guerra civile, si è consumata nel mito resistenziale e costituzionale, cosicché a tutt’oggi rimane la degna rappresentante di una democrazia semifallita, su cui è scesa una evanescente “ombra lunatica”. La Repubblica di un Paese, con il suo totem costituzionale nato tra equivoci e contraddizioni profonde, che ha rinunciato a farsi nazione, un Paese in cui è morta l’idea stessa di nazione e con essa anche quella di Patria, un Paese con un colossale difetto di coscienza politica e di una nazione incompiuta, in cui anche i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio. Ma la storia di questa Repubblica è tutta un’altra storia, una straordinaria storia. E’ vero, ma di ordinario squallore!

 

Concludere in modo adeguato siffatto lavoro, non è agevole impresa, data la densità e la rilevanza degli eventi verificatisi nell’arco temporale di appena un sessantennio: basti soltanto pensare alle due guerre mondiali che hanno sconvolto nazioni anche di continenti diversi.

In tale summa di avvenimenti, un dato strutturale sembra emergere con sicurezza, vale a dire la “vocazione” italiana dei Savoia, divenuto parte integrante del processo organico di sviluppo della Nazione, forgiato con la spada, l’abilità diplomatica e il senso forte dello Stato, conferendo in tal modo alla Monarchia sabauda un’attitudine indiscutibilmente liberale, ciò che continuò anche durante il regime fascista, rimanendo la Corona la garante della nazione al di sopra dell’ideologia.

Il Duce avvertiva che la presenza del Re e il prestigio della Corona costituivano un freno e un limite al suo programma totalitario e, come si è visto, scelte importanti di politica estera avevano trovato il Re scettico quando non decisamente contrario, come nel caso della guerra, tant’è che poi gli esiti di quella guerra travolsero il regime e con esso, purtroppo, anche l’istituzione monarchica. Vittorio Emanuele III, con il suo alto senso dello Stato e della dignità regale, fu un grande Sovrano: sempre ligio alle regole parlamentari, regnò nei momenti più tragici della storia d’Italia. Ma su tutto questo si è voluto stendere un velo nero. La “luminosa” Storia d’Italia – si sa – è iniziata nel 1945. Evviva!

Gennaio 2023

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