Sos Afghanistan

Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.

Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali – Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.

Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine. Mentre i soldati sono impiegati in check-point statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere intelligence essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.

Dal canto suo, il sistema legale non riesce a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.

Per alcune stime, i gruppi non statuali, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.

L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.

Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.

La perdita di due importanti leader non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali – Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.

Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.

Di fatto, è stata scelta un’altra direzione.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.

Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi, raid in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati – a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.

Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.

La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.

Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.

Questa è una guerra che non può vincere nessuno, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.

Se un incremento del livello di pressione militare potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.

Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.

Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 marines e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate vis-à-vis con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.

Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.

La collaborazione ha subito un raffreddamento dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 – sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.

Il Cremlino ha un vantaggio comparativo che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.

A novembre Mohammad Atmar, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.

Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.

Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.

Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.

Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’escalation delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.

La recrudescenza degli attacchi terroristici degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.

Intanto circa 400 mila afghani hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.

L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.

L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro per la dottrina del non-refoulement e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.

Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.

Il governo di Mohammad Najibullah resistette tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.

La democrazia, con le sue variegate espressioni formali, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere leader di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.

Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.

Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.

Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere intelligence per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.

Meno Stato più governo. Ecco la ricetta per l’Italia e l’Europa

In Tre storie, una storia. Italia, Europa, Mondo (Ed. Mauro Pagliai, pagg. 160, euro 12, con una prefazione di Danilo Breschi), Zeffiro Ciuffoletti ci offre una meditata diagnosi dei nostri mali, sullo sfondo di una crisi che investe non solo l’Italia ma anche il Vecchio Continente e gli Stati Uniti.

Il mondo multipolare, avverte lo storico fiorentino, non è «un paradiso, come invece sognano o fanno credere i sempiterni antiamericani che l’Europa e, in particolar modo, l’Italia si portano in grembo. L’esperienza storica insegna infatti che un sistema internazionale multipolare può anche degenerare in quella forma di anarchismo degli Stati-nazione che fu propria dell’Europa negli anni precedenti allo scoppio del primo conflitto mondiale».

E non sarà certo l’attuale Unione Europea in grado di fronteggiare le sfide della globalizzazione e l’epocale trasmigrazione di popoli dei nostri anni. L’Europa, infatti, soffre di un deficit di democrazia dovuto alla mancanza di un grande progetto: priva di «un collante identitario e istituzionale» si riduce oggi a «un ring di continue contrattazioni tra gli Stati nazionali» invece di essere «il luogo in cui si condividono ideali e valori comuni».

Nella sezione dedicata all’Italia e al suo sistema politico, l’autore mette bene a fuoco i nostri grandi problemi irrisolti: la continuità fascismo/antifascismo; l’antica conflittualità ideologica tra le diverse Italie; l’endemica debolezza dei governi.

«Lo Stato italiano, nato con la repubblica, è Stato antifascista nell’ideologia fondante del sistema dei partiti, ma non c’è stata rottura col regime fascista nel rapporto tra cittadino e amministrazione, che è rimasto, nella sostanza, uno scambio, non importa se mediato da più partiti o da un solo partito, tra consenso ed elargizione di diritti e privilegi».

Di qui il trionfo scontato, in ogni confronto elettorale, del partito unico del debito pubblico che genera il paradosso «troppo Stato e poco governo 150 anni 121 esecutivi».

Tutti chiedono tutto allo Stato e, in tal modo, ne aumentano l’obesità ma senza riconoscersi nell’etica pubblica che ne sta alla base. Ma è la debolezza dell’esecutivo il problema dei problemi.

Avremmo bisogno di «un governo dotato degli stessi poteri attribuiti agli esecutivi dei maggiori paesi europei. Senza un rafforzamento dei poteri del premier (sfiducia costruttiva); senza il potere di veto su leggi o emendamenti che comportino nuovi oneri per le finanze pubbliche e senza la facoltà di attivare la clausola di supremazia statale, che esiste ad esempio in Germania per opere pubbliche di rilevanza nazionale o internazionale, non sarà possibile sperare di risolvere i gravi problemi che deve affrontare l’Italia».

Sono convinto, però, che un fattore di debolezza del nostro sistema politico stia in quella mancanza di spina dorsale etica che fa sempre rimuovere e condonare.

Ciuffoletti, trattando delle Regioni, rileva drasticamente che «nella gestione di servizi con enti, società partecipate e miste, gli enti locali sono riusciti a moltiplicare costi, poltrone e procedure. Praticamente un disastro».

In un’altra pagina, annota che «l’unica riforma istituzionale attuata – e cioè quella del titolo V della Costituzione (2001) – non ha fatto che aumentare la conflittualità e la sovrapposizione di competenze fra i diversi livelli dello Stato: comuni, province e regioni, sono stati tutti messi sullo stesso piano per concorrere fra loro sulle più varie materie, con il risultato di un aumento impressionante della spesa pubblica».

D’accordo, ma occorre pure chiedersi: chi ha pagato per quei disastri? E non è forse vero che i loro autori – col conforto di giuristi e giornalisti d’area – continuano a essere considerati «risorse della Repubblica»?

Abbiamo una classe dirigente che si salva sempre con l’autocritica o fondando nuovi partiti. Quando la buonanima di Marco Pannella parlava di «regime» forse non aveva tutti i torti.

La politica? Una nobile arte che non può essere improvvisata

Lo spettacolo indecoroso di questa campagna elettorale viene stigmatizzato da tutti i versanti: promesse irrealizzabili, politici che passano da un partito all’altro con molta facilità, irresponsabilità diffusa. Oltre tutto ognuno cerca il proprio interesse personale e i partiti sono dominati dalle caste dei fedelissimi che si raccolgono attorno ai leader (ad esempio il cosiddetto “giglio magico” attorno a Matteo Renzi nel PD).

Il cittadino comune è chiaramente sfiduciato, rassegnato e non c’è da dubitare che farà sentire la sua protesta il 4 marzo, ad esempio non andando a votare.

Cosa fare per avere politici responsabili? Credo che, prima di rispondere a questa domanda, sia opportuno chiarire cosa sia la responsabilità del politico. Essa, tanto per intenderci, non concerne, come una retorica vincente vuole far credere, la competenza tecnica e specifica sulle questioni.

Detto altrimenti: per fare il ministro della salute non ci vuole un medico, o il ministro della giustizia non deve necessariamente essere un magistrato. Anzi, se così fosse, appartenendo essi alle lobby che devono governare, finirebbero sicuramente per fare gli interessi delle stesse e non quelli dei cittadini e dello Stato.

La responsabilità etica del politico, come quella del medico o del magistrato, concerne invece la sua professione. La responsabilità in politica significa prima di tutto saper far bene il proprio mestiere, nella fattispecie avere qualità come la facoltà di sintesi, la visione d’insieme delle cose, la capacità di mediare fra gli interessi privati e quello generale, la virtù di essere convincenti, la costanza di realizzare gli obiettivi che ci si è prefissi non appiattendo la propria azione sul consenso immediato.

Oggi purtroppo in Italia è proprio questo che manca: la qualità della classe politica è alquanto bassa, ed è questo che la rende irresponsabile.

Da cosa dipende questa nostra attuale situazione? Forse dal fatto che esistono nel nostro Paese molti più corrotti, farabutti, ladri che altrove o rispetto a un tempo che fu? Non credo sia proprio così. Penso, al contrario, che l’italiano medio sia come è sempre stato e che, nel nostro Paese, accanto a tanti corrotti, ci siano pure tante persone oneste e perbene. Ciò che è venuto meno, piuttosto, è, negli ultimi tempi, il meccanismo di formazione e selezione della classe politica.

Il politico di un tempo era responsabile perché aveva fatto una gavetta e si era formato attraverso una preparazione che non era volta alla conoscenza specifica degli argomenti, ma direttamente al saper fare politica.

Questa nobile arte, infatti, non può essere improvvisata, né è da tutti perché non tutti ne hanno, come direbbe Max Weber, il Beruf, cioè la vocazione/missione. Essa non può essere fatta da dilettanti, né appiattirsi sulla mera amministrazione come pretendevano le ideologie novecentesche (per Lenin nel comunismo realizzato anche una casalinga sarà in grado di governare) o come pretendono oggi i grillini (col loro astratto ideale democratico per cui “uno vale uno”, indipendentemente dai propri meriti e capacità)

Il discorso sulla responsabilità in politica o del politico richiama quindi quello della formazione politica. È questa, un tempo esercitata dai partiti e dalle loro scuole, o dalle fondazioni culturale politica come la Fondazione Einaudi, che oggi manca. Ed è da qui, ad avviso di chi scrive, che occorre ripartire per provare a selezionare una classe politica e dirigente responsabile, cioè degna del proprio nome.

L’accesso alla politica? Un problema per la democrazia…

Dopo aver superato indenni la bulimia mediatica dovuta alle cronache e alle consecutive polemiche riguardanti la composizione delle liste possiamo finalmente voltare pagina. D’altra parte noi semplici elettori ce li ritroveremo da candidati a parlamentari avendo barrato il nome del candidato al collegio uninominale; ci fidiamo ciecamente del partito (per chi ne ha ancora uno di riferimento).

Voltando pagina si ritorna anche al medesimo argomento di qualche pagina addietro del libro chiamato “politica italiana”: la selezione di una classe dirigente dei partiti prima e delle istituzioni repubblicane dopo.

La crisi democratica colpisce tutti i partiti, perché nonostante il Partito Democratico abbia previsto le primarie fin dalla sua nascita c’è molto che non funziona in un sistema di selezione dei candidati facilmente manipolabile e molto spesso balzato ai “dis-onori” della cronaca per la partecipazione inaspettata e numerosa anche della comunità cinese (ne sono nate facili ironie).

Nell’opposta parte politica, leggasi Forza Italia in primis, in passato sono nate piccole e timide discussioni di chi ha proposto e proponeva l’introduzione delle primarie per la scelta dei candidati alle elezioni comunali e regionali e soprattutto per trovare un sostituto a Berlusconi, ma sappiamo tutti come è andata a finire. Discussioni sopite e amici come prima.

Il Movimento 5 Stelle ne ha fatto un baluardo della propria proposta di rinnovamento tout court ma alla chiusura del termine di votazione online delle ultime “parlamentarie” abbiamo visto e letto come invece sia accaduto di tutto: tanti iscritti al movimento/blog hanno lamentato una lentezza dei server che ha causato serie difficoltà se non addirittura l’impedimento nell’esprimere le preferenze.

Per alcuni candidati, sempre del Movimento non è stato possibile nemmeno partecipare alla selezione poiché esclusi senza alcuna ragione credibile, mentre altri si sono ritrovati candidati senza averlo neanche richiesto.

Dell’assenza parziale o totale di democrazia all’interno della creatura di Beppe Grillo non sono il primo a parlarne e non sarò l’ultimo ma la considero un’occasione persa. Persa perché poteva essere un quid in più per risollevare il livello di credibilità, sinceramente molto molto basso del movimento grillino, oltre alla reale possibilità di selezionare al meglio tra le fila dei propri simpatizzanti, chi davvero conosce il territorio e si spende per esso.

Credo fermamente nei congressi e nelle primarie, i primi atti ad eleggere i rappresentanti nazionali e territoriali del partito e le seconde per consentire agli iscritti-attivisti di esprimere la propria preferenza per un candidato di riferimento.

Spesso i miei interlocutori tirano fuori lo scandalo della compravendita di tessere e di voti che annacquerebbe i congressi, all’incirca il medesimo discorso utilizzato per opporsi ad una legge elettorale che preveda il voto di preferenza.

Il pretesto di un futuro ed ipotetico reato penale a scapito della rappresentanza politica.

Ed eccoci alla pagina di partenza, liste di candidati compilate da cerchie ristrette composte dai leader di partito, se il nome c’è la speranza ulteriore è quella di un collegio sicuro, meglio se blindato, di selezione della classe dirigente se ne riparlerà alle prossime elezioni, quindi molto presto.

I collegi blindati? Figli dell’individualismo statalista…

“Collegio blindato” è l’ultimo ossimoro della politica italiana. Esprime l’assurdo concetto di un collegio elettorale trasformato in una caserma, un fortino. I candidati (si fa per dire) dei collegi blindati sono già in Parlamento. Agli elettori non si chiede di scegliere ma di ratificare una scelta che è stata sottratta alla lotta politica.

È un metodo antidemocratico creato con le procedure democratiche che non vigeva neanche ai tempi della proporzionale pura, della Dc e del Pci e della partitocrazia. Infatti, in quei tempi con la proporzionale e le preferenze si confidava in un meccanismo di controllo del voto ma non si arrivò mai a sospendere all’interno del sistema di voto la necessità della lotta politica ed a neutralizzare l’effetto elettivo del voto popolare.

Gli effetti del Rosatellum non solo sono perversi ma così grotteschi che per definirli e comprenderli bisogna ricorrere a categorie estetiche, letterarie, teatrali. I risultati sono delle pagliacciate e dei personaggi che sembrano uscire dalle commedie di Aristofane o Molière.

Si assiste allo spettacolo parodistico di quelli che erano venuti per rottamare e sono finiti candidati nei collegi sicuri; quelli che si atteggiano a padreterni ma per camminare indossano un paracadute; quelli che strepitano perché se sono candidati in un collegio in cui si gareggia ritengono di essere stati truffati ed esigono la blindatura come riparazione alla propria autorevolezza così autorevole che teme la gara.

La critica ai blindati non è mossa da indignazione – parola che per il troppo uso ha perso senso – e non è un argomento retorico. Piuttosto, si vuole evidenziare che i blindati si presentano come il meglio della politica ma ne sono il contrario perché non si cimentano nella lotta senza la quale non c’è politica.

La blindatura elettorale, però, va persino oltre. È anche il contrario della logica e della morale: collegio significa contesa, gara, gioco, insicurezza e trasformarlo in un “sistema di sicurezza” equivale a mortificare se stessi e gli altri sia intellettualmente sia moralmente.

Insomma, la blindatura è il contrario della vita tutta che per sua intima natura lotta e prova sé stessa.

La democrazia rappresentativa è la rappresentazione della lotta che viene addolcita, senza essere soppressa, sul piano istituzionale ma la blindatura con un sol colpo elimina la lotta e delegittima l’istituzione mettendo al mondo i blindati che sono simili a quegli animali dello zoo che essendo nati in cattività ignorano che il sale della vita libera è la sua lottante conquista.

Gli effetti nocivi della blindatura non riguardano solo la perversione del sistema di voto ma anche quelli ancor più velenosi con cui si instupidisce e droga la libertà.

La cultura politica da cui ha origine il sistema dei blindati è l’individualismo statalista che non concepisce l’ordine statale come garanzia di libertà bensì come un modo per neutralizzare l’ineliminabile conflitto che della libertà individuale e sociale è la fonte.

Il Rosatellum, prodotto di una cultura che ha in sé scorie totalitarie, usa lo Stato per togliere il conflitto dall’elezione dei blindati i quali essendo i figli dell’illibertà dedicheranno il loro mandato a rafforzare quel cretinismo parlamentare con cui l’uomo-massa ritiene che l’ignoranza sia cultura e la volgarità un diritto.

 

Elezioni, 2 dati che ci riportano al 1994

Bastano due dati molto semplici per comprendere come questa campagna elettorale sia probabilmente solo il preludio ad una nuova, ennesima, fase di transizione, proprio sulla falsariga di quanto accaduto nel 1994.

1) Le leggi? Quasi tutte per decreto

Dei leader degli schieramenti, infatti, solo Piero Grasso e Luigi Di Maio siedono in Parlamento e sono entrambi alla loro prima legislatura mentre né Berlusconi, né Renzi (senza dimenticare Beppe Grillo, nonostante il suo recente secondo “passo di lato” senza dimenticare lo stesso Matteo Salvini) fanno parte del massimo organo rappresentativo del Paese.

Un fenomeno che fa riflettere su quanto il potere legislativo nelle ultime legislature sia stato ormai relegato ad un ruolo di secondo piano rispetto all’esecutivo che, viceversa, non è mai stato così centrale nella storia repubblicana quanto oggi.

301, infatti, sono i progetti di legge di iniziativa governativa licenziati da questo Parlamento mentre, solo 97, sono quelli di matrice legislativa. Un bilancio che, in caso di stallo dopo il 4 marzo, porterà probabilmente o ad un ritorno preponderante delle due Camere, vista l’esiguità di qualunque maggioranza possa uscire dalla consultazione elettorale oppure, sulla scia di quanto già avvenuto nel 2013, ad un nuovo ruolo centrale del Governo, la cui composizione politica è oggi ben lungi dall’essere prevista con una relativa certezza.

2) Il Rosatellum e l’ingovernabilità

Il secondo aspetto poi, ancora più originale, riguarda la nuova previsione del Rosatellum 2.0 relativamente al “capo politico” del partito che si presenta alle elezioni. Non è un mistero come, con ogni probabilità, nessuno dei “capi” indicati dalle forze in campo ha già oggi concrete chance di guidare il prossimo governo.

Due paradossi, questi, che già tracciano la grande novità dello scenario post-voto. Ma quali saranno le opzioni in campo, soprattutto se il centrodestra, la coalizione data avanti da tutti i principali istituti di rilevamento, non dovesse arrivare al fatidico 40% che con ogni probabilità blinderà la maggioranza?

“L’impossibile maggioranza”

Va detto anzitutto che, pallottoliere alla mano, anche con una cifra inferiore al 40%, non è possibile escludere, e lo studio del Sise lo conferma, che attorno al 38-39% non vi sia un relativo spazio di manovra per comporre una maggioranza chiara, per quanto non imponente.

Nonostante ciò, tuttavia, anche in caso di maggioranza autosufficiente, permangono molti dubbi sul mantenimento dello schema politico disegnato dai partiti del centrodestra per il nuovo Governo. Mai come oggi, infatti, anche all’interno delle coalizioni (e quella di centrosinistra, per quanto meno variegata e più formato bonsai non fa eccezione) a prevalere sono le battaglie e i programmi delle singole forze politiche.

Di “programma comune”, stile scrivania di Porta a Porta del 2001, c’è oggi ben poco e a fare la differenza non sarà più la coalizione e il suo programma ma i rapporti di forza al suo interno e, soprattutto, i rispettivi cavalli storici dei partiti. Ma se il centrodestra, con Forza Italia in primis, oggi molto più avanti rispetto al Pd e ai suoi cespugli, sulla carta ha a disposizione un relativo margine di manovra anche per alleanze politiche post-voto. 

Nel campo centrosinistra ci si interroga su come operare in caso di sconfitta, soprattutto se si confermerà, come rilevano i sondaggi, il terzo posto del Pd e della sua coalizione dopo il centrodestra e il MoVimento Cinque Stelle.

In campo c’è la prassi, che per quanto non risalente nel tempo, potrebbe sbloccare l’impasse: nel 2013, con percentuali analoghe e rapporti di forza simili (anche se il centrodestra oggi è ben sopra la percentuale poi effettivamente confermata nelle urne per la ex coalizione di centrosinistra “Italia bene comune”) l’incarico di formare il governo andò proprio al Pd, nonostante fosse arrivato secondo, dietro ai cinque stelle.

E il primo esperimento politico, non tecnico, di governo di larghe intese si risolse, dopo l’incarico esplorativo a Bersani e quello a Enrico Letta, con un governo Pd-Pdl-Scelta civica. Nonostante uno scarto minimo (29,55 il centrosinistra e 29,18% il centrodestra) nel nuovo governo furono 8 i ministri di provenienza Pd mentre solo 4 vennero assegnati al PdL berlusconiano. Uno schema, dunque, molto utile a sbrogliare a matassa in caso di stallo.

Rimane poi in campo una terza ipotesi, quella di un completo rimescolamento delle carte, che con sé decreterebbe la fine del Rosatellum già all’inizio della neonata XVIII legislatura: M5S, Lega e altre forze politiche minori potrebbero raggiungere da soli, in caso di una discreta affermazione nella quota uninominale di entrambi i partiti (il vero premio di maggioranza “occulto” di questa legge elettorale), la maggioranza relativa e quindi reclamare la possibilità di formare il nuovo governo.

Se nel 2013 i risultati portarono ad una situazione senza alcun precedente nella storia parlamentare italiana, lo scenario rischia di far sembrare lo stallo di cinque anni fa un lontano ricordo. Da mesi al Quirinale si esamina con dovizia ogni possibile sfumatura per prepararsi, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, al prossimo giro di consultazioni che già si preannuncia unico e forse irripetibile.

Ma sarà un’altra scadenza, che spesso passa sotto traccia, a determinare gli equilibri dei colloqui che il Capo dello Stato intratterrà con le forze politiche: le elezioni dei presidenti delle due Camere.

Come con l’elezione di Franco Marini e Piero Grasso, sarà infatti questo passaggio a indirizzare la scelta del Quirinale. Per la prima volta da anni lo spauracchio di due presidenti eletti due maggioranze diverse si fa sempre più concreto, forse perché, come temono al Colle, in questo caso la XVIII legislatura repubblicana, nascerebbe già morta.

E con una legge elettorale tutta, ma tutta, da rifare.

Nicola Chiaromonte, il socialista libertario

Fra gli intellettuali pubblici che hanno attraversato il Novecento, Nicola Chiaromonte (1905-1972) è sicuramente uno dei meno classificabili. Non perché all’interno del suo pensiero siano riscontrabili grosse fratture o cambiamenti, ma perché esso non ha mai coinciso con quello dei movimenti o dei partiti a cui egli è stato vicino e nemmeno con quello delle persone che gli sono state più care e con cui ha condiviso tratti del suo cammino.

Una cifra unica, originale, personale, oltre che un’insofferenza per ogni forma di dissimulazione o nicodemismo (che egli riconduceva alla categoria della “malafede”), lo hanno sempre contraddistinto.

Era un socialista fortemente critico del comunismo, ma non alla maniera dei socialdemocratici: la sua idea di “liberazione” concerneva gli individui e non la società, perché, diceva, “ci si libera uno alla volta”, cioè per un processo personale di consapevolezza e maturazione.

Non fu mai marxista, ritenendo che la dottrina di Marx contenesse un “vizio d’origine”, inemendabile (molto prima di Craxi aveva contrapposto Prodhon a Marx in un suo saggio).

Il suo socialismo era libertario ed etico: la sua preoccupazione per i deboli nasceva da un imperativo della coscienza morale e si specificava nelle azioni concrete, non nelle teorie.

La giustizia, a cui i socialisti anelano, non era quella che si realizzava mettendo mano a grandi processi di trasformazione politica, ma quella che faceva la sua prova ogni giorno nelle normali relazioni umane. E questa giustizia del presente, puntuale, contingente, non poteva essere sacrificata in nome di una Giustizia superiore e generale da realizzare come programma politico.

L’ideale di Chiaromonte diventa allora quello dell’uomo etico, che anche quando agisce politicamente, cioè nella polis, lo fa come Antigone e non come Creonte, anteponendo la salvezza della propria anima a quella dello Stato.

Questa eticizzazione della politica, proprio perché individuale, non era però in lui concepita alla maniera del Partito d’azione, a cui mai si iscrisse, che invece voleva “moralizzare” astrattamente la vita pubblica.

Presupponeva profonda onestà morale e intellettuale, una corrispondenza fra pensiero e azione, la capacità di non nascondere le proprie idee nemmeno quando poteva essere essere utile farlo (nulla fu più lontano da Chiaromonte della dottrina della “doppia verità” che egli contestava agli intellettuali). È sempre il singolo, l’individuo, al centro del suo pensiero, e anche del suo socialismo.

Con l’amico Albert Camus, anch’egli avrebbe potuto descriversi come “solitaire solidaire”.

La sfida della sua vita, vinta anche a costo di qualche rinuncia in termini di popolarità, fu quella di conservare il proprio se stesso ma senza chiudersi in una turris eburnea, distaccandosi casomai dal mondo come il fratello Mauro (egli fra l’altro fu sempre fieramente anticlericale).

Fu intellettuale militante, ma in un senso completamente opposto a quello teorizzato da Jean Paul Sartre, che conobbe e detestò. Proprio perché visse fino in fondo il suo tempo, e rispose con la propria cifra alle sfide delle diverse situazioni storiche in cui si trovò ad operare, ricostruirne la biografia può essere utile per avvicinarsi al suo universo mentale e morale.

È quanto fa ora il bel libro di Cesare Panizza pubblicato da Donzelli: Nicola Chiaromonte. Una biografia ( pagine 321, euro 29). L’autore, che ha la capacità di intrecciare le vicende di vita di Chiaromonte alle sue idee, divide il suo testo in parti corrispondenti ognuna al luogo geografico in cui, nei diversi periodi della sua vita, Chiaromonte ha vissuto. A Rapolla, il paese lucano ove era nato, è dedicata solo una piccolissima parte, avendo la sua famiglia ( il padre era medico) deciso di trasferirsi nella capitale quando Nicola aveva solo tre anni. Ed ecco: Roma (1908-1934), Parigi (1934-1941), New York (1941-1948), di nuovo Parigi (1947- 1953) e infine ancora Roma (dal 1953 fino alla morte).

Le differenza con Rosselli

La sua prima attività antifascista si svolse nei gruppi di “Giustizia e libertà”, prima a Roma poi a Parigi ove fu costretto a riparare.

Quello con Rosselli e compagni fu un rapporto a dir poco dialettico, costellato da polemiche e fronde interne. Tanto più che a Parigi si era legato con il socialista anarchico Andrea Caffi, che considerò sempre il suo maestro: insieme a lui e a pochi altri, costituì il gruppo di opposizione interna a GL detto dei “novatori”.

Oltre che pratico-organizzative, le differenze con Rosselli erano però intellettuali, riflettendosi sull’idea stessa di concepire l’antifascismo.

Le idee di Chiaromonte erano, anche da questo punto di vista, originali: era molto critico col Risorgimento e con l’Italia che ne era uscita, pur non condividendo la tesi di molti che vedevano il fascismo come figlio delle contraddizioni di quella Italia. Né lo considerava, come Croce, una semplice “parentesi”.

Pur corrispondendo per certi versi con la critica del carattere nazionale che si ritrovava nella tesi gobettiana del fascismo come “autobiografia della nazione”, Chiaromonte ebbe l’intuito di concepire da subito il fascismo come un fenomeno, certamente sollecitato dalle convulsioni della Grande Guerra, ma non solo italiano e legato alle contraddizioni della moderna società di massa con la sua tendenza alla macchinazione, alla burocratizzazione, al conformismo e all’omologazione.

Fu per questo che egli, pur non tentennando minimamente su che parte stare, prima nei confronti del fascismo e poi soprattutto nel dopoguerra nei confronti del comunismo, non nascose mai a se stesso i germi di “totalitarismo”, se così si può dire, che erano presenti anche nelle nostre democrazie. E prima ancora nell’idea di Stato. Da qui il suo radicale antisovranismo, si direbbe oggi, e la critica dello Stato nazionale e del nazionalismo.

Al controllo della forza, che è proprio degli Stati, egli oppose sempre l’utopia della non violenza, della “disobbedienza” e della resistenza al potere: non come programma politico, ma come testimonianza individuale e modello regolativo.

La guerra di Spagna, a cui partecipò nella pattuglia aerea dello scrittore francese André Malraux, di cui era amico, lo confermò in queste tesi, sopratutto quando vide all’opera i comunisti col loro furore contro gli anarchici. È impressionante come Chiaromonte, sia prima a Parigi sia poi a New York, si sia subito integrato nei circoli intellettuali locali più importanti, venendone considerato a tutti gli effetti uno di loro.

Il fatto è che, come sottolinea Panizza a più riprese, egli non si considerò mai un esule, né fece vita da esule rinchiuso nei confini della propria comunità di appartenenza e con l’occhio rivolto al Pese d’origine con la speranza di potervi presto rientrare. Il suo carattere ha poi fatto sì che egli si legasse in amicizia e collaborasse, con l’idea di gettare un ponte fra le due sponde dell’ Atlantico, con intellettuali influenti come Albert Camus, Raymond Aron, Hannah Arendt, Mary McCarthy, Dwight MacDonald, George Orwell, contribuendo, fra l’altro, non poco alla conoscenza e alla fortuna di Simone Weil, dal cui pensiero si sentiva attratto e che fece conoscere ai suoi amici d’oltreoceano.

Più conosciuto all’estero

Non è un caso che oggi Chiaromonte (le cui carte sono in una biblioteca dell’Università di Yale) sia più consciuto e citato all’estero che in Italia. Particolarmente proficua fu per lui l’esperienza americana, perché entrò a far parte a pieno titolo di quei circoli radical e democratici newyorkesi che, per fortuna, non avevano ancora conosciuto il politically correct (sarebbe arrivato tanti anni dopo) e che, a volte legandola al trotskismo, avevano una spiccata anima libertaria e anticonformista.

Divenne collaboratore della Partisan review e aderì sin dall’inizio alla rivista politics (1944- 1949: rigorosamente con la lettera minuscola) patrocinata da MacDonald ( su di essa si segnala l’antologia a cura di Alberto Castelli pubblicata qualche anno fa da Marietti: politics e il nuovo socialismo. Per una critica radicale del marxismo).

Era evidente che l’appello alle minoranze libertarie, la critica alla mistica delle masse, il considerare il marxismo come una falsa via di liberazione per le classi subalterne, il netto schierarsi dalla parte dell’Occidente (alla cui società di massa pur non lesinava critiche), lo stesso suo anticlericalismo, cozzavano con il clima culturale che si era creato nell’Italia, soprattutto culturale, dopo la guerra.

Egli ritrovò le condizioni per tornare solo nel 1953, ponendo le basi per la fondazione, insieme a Ignazio Silone, di una nuova rivista, che vide poi la luce nel 1956 ( ebbe vita fino al 1968).

Essa era organo di una rete internazionale di riviste patrocinate dal Congress for Cultural Freedom, del cui board direttivo Chiaromonte e Silone avevano fatto parte fin dall’inizio e che nasceva come risposta ai cosiddetti “partigiani della pace” che facevano riferimento all’Unione Sovietica.

Fatta la tara delle polemiche ogni tanto risorgenti su presunti finanziamenti della Cia (che non ne inficiarono minimamente la linea tanto che il maccartismo fu nelle sue pagine fortemente stigmatizzato), “Tempi presenti” può essere considerata la migliore e meno provinciale (basta scorrere l’elenco delle firme internazionali che vi collaborarono) rivista che l’Italia abbia avuto nel dopoguerra, superiore, ad avviso di chi scrive, a “Il mondo” di Pannunzio, di cui pure Chiaromonte fu per un periodo critico teatrale. In essa, la cifra cosmopolitica si estese anche all’Est europeo: sulle sue pagine, grazie all’intermediazione di Gustav Herling, trovarono ampio spazio le voci della dissidenza e resistenza ai regimi sovietici.

La riflessione di Chiaromonte andò sempre più sviluppandosi in una riflessione filosofica sul nostro tempo, sui temi della cultura di massa (che giudicava disumanizzante) e del rapporto fra intellettuali e potere. In nome dell’ideale, a cui tenne sempre fermo, dell’autonomia assoluta della cultura.

Riflessioni tutte che conversero in Credere e non credere, del 1971, nata da una serie di lezioni tenute a Princeton e già uscito a Londra un anno prima col titolo The Paradox of History.

Notevole rimane oggi la critica di Chiaromonte al costruttivismo politico, in ogni forma esso si presentasse, fosse pure quella dei partiti riformisti o progressisti (egli fu un critico implacabile dell’idea di Progresso), in nome delle ragioni dell’individuo e della sua non programmabile singolarità.

«Era quella di Chiaromonte – scrive acutamente Panizza – una filosofia della storia in negativo, in fondo finalizzata a decostruire ogni filosofia della storia, quale ne fosse il fondamento ideologico e religioso».

Fosse solo per questo, il suo pensiero merita di essere ripreso e studiato.

L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale

Attraverso la cortina di fumo sulle dimostrazioni pubbliche delle ultime settimane, proviamo a guardare all’Iran come al laboratorio politico che è sempre stato, con la sua fitta rete di movimenti sociali che hanno lottato senza sosta per modernizzare la nazione e dato vita alla prima rivoluzione costituzionale del medio oriente nel 1906, e dagli anni sessanta e settanta, a quell’islam politico che guadagnerà importanza in seguito alla primavera araba del 2010-11.

Dopo aver demolito una monarchia assoluta, fatta di lussi, tirannia e diplomazia – frutto di un colpo di stato dei servizi segreti statunitensi e britannici per evitare la nazionalizzazione della produzione di idrocarburi, ed essere passato per la ferocia massificante della rivoluzione islamica, l’Iran è un sistema ibrido, composto da organismi guidati da principi coranici e istituzioni erette sui cardini di una repubblica.

Si è trattato di un quarantennio di sofisticate alleanze e riallineamenti nei comparti economici, religiosi, militari e paramilitari, che hanno condotto a un delicato equilibrio domestico, ma efficace. L’Arabia Saudita, e i paesi illiberali del Golfo Persico, amici degli Stati Uniti, nonostante le operazioni di cosmesi, agevolate dai petrodollari, rimangono lontani anni luce da qualsiasi forma di governo e rappresentazione democratica.

Le presidenziali dello scorso maggio sono state chiave per l’Iran. Hassan Rouhani, espressione dell’area pragmatista della Repubblica Islamica, la cui base è la borghesia urbana e la classe intellettuale, grazie all’apertura al libero mercato, le relazioni estere, e la diversificazione dell’economia, è stato rieletto con quasi ventiquattro milioni di preferenze, sbaragliando cinque contendenti ufficiali, in un suffragio universale dove è necessaria la maggioranza assoluta. Rouhani, che ha ottenuto il plauso mondiale per l’accordo sul nucleare – firmato nel 2015 con Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania, è stato inoltre sostenuto dall’area riformista e correnti dell’opposizione, alcuni affiliate a organizzazioni non riconosciute che si erano sempre astenute, così come da una parte dell’area conservatrice.

Sebbene la guida suprema, Khamenei, e l’ala intransigente del clero, avessero favorito Ibrahim Raisi, ex-magistrato della commissione deputata al giudizio dei nemici della rivoluzione negli anni ottanta, per una volta nella storia, ha vinto l’altro candidato. Rouhani ha conquistato la fiducia trasversale di forze che hanno visto in lui un fattore di stabilità, ma soprattutto la possibilità di un graduale mutamento.

È lo scenario di un Iran in continua evoluzione e per questo esposto a crisi endogene ed esogene. Il deficit economico è lievitato durante il precedente mandato di Rouhani con alti tassi di inflazione e disoccupazione e non sono state mantenute le promesse del 2013 di aumentare le libertà civili.

Le rinnovate assicurazioni per una concrezione degli effetti sperati delle manovre economiche sul divario fra ricchi e poveri, l’incentivazione di posti di lavoro e settore privato, e la promozione di una società più aperta, hanno generato enormi attese nella cittadinanza e molta preoccupazione nell’establishment.

I conflitti tra fazioni avverse sono stati acuiti dalla scomparsa del già presidente Rafsanjani, pontiere di levatura nella politica interna iraniana. A ciò si somma il precario stato di salute di Khamenei, 78 anni, la cui eventuale morte – il figlio attua come vice, con un pragmatista in carica, porterebbe a una difficile transizione nell’entità che detiene il monopolio dei settori economici cruciali. L’influenza di Rouhani e dei pragmatisti era fiorita sotto l’egida di Obama, ma l’inversione di rotta di Trump – che sarebbe stata intrapresa anche da Hillary Clinton, lo indebolisce nella negoziazione con i conservatori.

Gli attacchi dei conservatori a Rouhani si sono susseguiti in maniera incalzante con l’arresto del fratello per imprecisate questioni finanziarie, l’attacco mediatico per sminuirne i successi militari sull’Isis o attribuirli a decisioni della guida suprema, e il contrasto alla ratifica parlamentare dell’agenda educativa globale dell’Unesco, considerata una prescrizione di valori.

Pure in questa ottica vanno letti i recenti disordini innescati a partire dalla città di Raisi, sfidante di Rouhani; luogo di culto a orientamento conservatore, roccaforte altresì dell’ex-premier Ahmud Ahmadinejad, escluso dalla corsa presidenziale e acceso agitatore, da poco costretto agli arresti domiciliari. L’inefficacia dell’accordo sul nucleare per ridurre lo strangolamento dell’economia iraniana, l’aumento dei prezzi al consumo, e il 40 per cento di disoccupazione giovanile, hanno infiacchito il presidente agli occhi dell’elettorato.

In aggiunta, lo scontento per l’impegno militare in Siria (leggi Siria. La pantomima della linea rossa), Libano, Yemen, Iraq, Bahrain e la conseguente sottrazione di decine di miliardi di dollari all’economia nazionale per forniture belliche e svariati aiuti internazionali – in Siria, solo i prestiti a garanzia sovrana ammontano a 4.6 miliardi di dollari, hanno fatto sì che le proteste si diffondessero con rapidità. Di fatto, Rouhani oggi governa con meno autonomia di quattro anni fa. L’avvicendamento che i conservatori progettano per il 2021 si sta già cucinando e potrebbe avvenire in anticipo.

La rinsaldata alleanza fra Stati Uniti e Arabia Saudita – le relazioni diplomatiche fra sauditi e iraniani sono interrotte da gennaio del 2016 (leggi Medio Oriente, il ruolo di Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti), e lo spettro di nuove sanzioni economiche che allontanano i capitali, rinvigoriscono l’élite conservatrice, le sue micce populiste e posizioni anti-occidentali. Tuttavia, il gioco di palazzo si è ritorto sui mandanti e la frustrazione popolare si è estesa a Khamenei con tale violenza che questi si è dovuto barricare dietro la teoria del complotto straniero.

Le proteste non sono state in grado di mettere in stallo l’assetto nato dalla rivoluzione islamica – la capacità dei pasdaràn di contenere la piazza è innegabile, ma sono destinate a provocare delle alterazioni nelle dinamiche di potere. Un cambio generazionale si prepara con progressione e determinazione e, con esso, un processo politico, per certo a lungo termine, che finirà per apportare modifiche complessive.

Inferiore ai 25 anni è l’età media degli arrestati, secondo il ministero dell’interno; i contestatori sono in gran parte studenti. Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni, coscienza storica e politica della contemporaneità, minime differenze culturali in confronto ai coetanei europei, ma un dislivello ampio rispetto ai genitori. In Iran si è consolidata una subcultura metropolitana post-islamica, spesa ancora perlopiù nel privato, che va però avanzando negli spazi pubblici, dai cortei in reazione all’imposizione fraudolenta di Ahmadinejad nel 2009, ai rally di quest’anno contro l’oppressione del regime.

Il futuro si scommette sull’economia, l’allentamento della pressione morale e la battaglia per le libertà della persona. L’obiettivo di attirare 150 miliardi di dollari in investimenti stranieri, per stimolare la crescita e lo sviluppo tecnologico, ha incassato contratti con Boeing, Airbus, Total, Peugeot, Volkswagen, Glaxo Smith Kline, e Vodafone, per citarne alcuni.

Pochi giorni fa, l’Italia ha firmato accordi per 5 miliardi. Rouhani, il quale ha anche instaurato relazioni commerciali con Cina e India, intende ridimensionare le ripercussioni della volatilità del mercato del petrolio e della distorsione costituita dalla posizione dominante delle compagnie controllate dall’aristocrazia teologica armata, e allo stesso tempo accumulare riserve in valuta pregiata per stabilizzare la moneta.

E se l’autorità religiosa, all’indomani degli scontri, cosciente della critica incalzante di una gioventù vivace, ha messo al bando lo studio dell’inglese dalle elementari per frenare l’invasione culturale occidentale; il presidente ha riguadagnato terreno, affermando il dovere dello stato di garantire spazi di protesta. L’esito di questa contesa intestina, e le strategie adottate, avranno conseguenze per la pace nell’intero medio oriente. Collocato fra il Mar Caspio e il Golfo Persico – l’Asia e L’Europa, il paese, con le sue risorse economiche e militari, ed eccezionale valenza simbolica, può avere un peso decisivo sia nel bene sia nel male.

L’Iran è preso fra tensioni contrarie, quella alla riforma e quella alla rivoluzione, mentre gli Stati Uniti parrebbero volersi spostare da una politica di contenimento standard della rivoluzione iraniana a una sostituzione di regime. Trump, rivolgendosi ai manifestanti, ha twittato di essere pronto a muoversi quando convenga – soluzione fallimentare in partenza, spesso conducente a guerre civili, a meno che non si sia disposti a un esteso vincolo politico e militare.

I costi-benefici di un’impresa di tale portata sono contingenti ai mezzi impiegati, e la storia dell’interventismo statunitense indica che le alternative che potrebbero essere messe in atto, ossia il rafforzamento di soggetti locali o la mobilitazione di truppe, non arriverebbero a colpire il bersaglio. Esclusa l’invasione in un territorio il doppio dell’Afghanistan e il triplo dell’Iraq, caratterizzato da deserti e montagne, e con 80 milioni di abitanti nelle principali città, persino il sodalizio con realtà antagoniste non è fattibile, mancando di capitale politico o consenso di massa.

In questa galassia si trovano i Mujahedeen del Popolo Iraniano – di ideologia di stampo comunista e con l’appoggio a Saddam Hussein per l’occupazione dell’Iran nel 1980 nel curriculum (benché rimossi dalla lista dei gruppi terroristici degli Stati Uniti nel 2012 e corteggiati da alcuni falchi a Washington); i monarchici – per cui l’opinione pubblica iraniana non nutre alcuna nostalgia, dopo una rivoluzione, otto anni di guerra e quaranta di sanzioni (anche se l’erede dello scià di Persia, partigiano di Trump, ha cercato di posizionarsi come attore politico e convincere il presidente a patrocinare l’Iran laico); il Movimento Verde – mai confluito in una struttura coesa, e con i suoi esponenti di spicco agli arresti domiciliari o sotto sorveglianza speciale (malgrado il parere di taluni a Washington che possa essere potenziato e risuscitato); e la popolazione di studenti, donne, professionisti della classe media, e poveri urbani e rurali – che pur essendosi sollevata, con veemenza rivoluzionaria a ogni opportunità, rivelando un gap sostanziale nella visione di paese, non nutre simpatia per ingerenze esterne.

Nemmeno una macchinazione segreta, messa a punto dall’intelligence, per rimuovere l’ayatollah Khamenei e i comandanti dei pasdaràn, funzionerebbe, dato che il governo iraniano è stato architettato in una rete complessa di apparati politici e di sicurezza che ne garantiscono la salvaguardia da rovesciamenti forzosi. L’Iran non è l’Iraq di Hussein, il cui incauto accentramento ne rese possibile la destituzione.

Volente o nolente, a Trump non resta che la via diplomatica. La campagna in Iraq ha mostrato le sequele devastanti della democrazia esportata con gli eserciti. E i capi del Movimento Verde, l’evento più ragguardevole avvenuto dalla rivoluzione, non hanno mai confutato i caposaldi della Repubblica Islamica e hanno permesso l’elezione di Rouhani in ben due tornate, affidandogli il compito di congegnare il cambiamento all’interno dei meccanismi istituzionali esistenti. Del resto, persino il regime religioso, memore dell’esperienza del 2009, e della primavera araba, e non ha tentato brogli per manipolare il voto.

Piuttosto che smantellare gli accordi presi, quindi, gli Stati Uniti dovrebbero costruire sulle loro fondamenta e aprire fronti di discussione con i moderati riguardo a terrorismo e sicurezza regionale su cui esiste una convergenza di interessi.

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De Caro, il liberale antifascista che lavorò per la pacificazione

C’è voluto più di mezzo secolo per avere una biografia di Raffaele De Caro. Un tempo così lungo che ci si chiede perché. Certo, è vero che vi sono state qua e là delle pubblicazioni e dei ricordi come, ad esempio, il libretto di Gennaro Papa edito da Ricolo nel 1986 con le testimonianze di Giovanni Malagodi, del Presidente Leone e dell’avvocato Alfredo De Marsico; o il volumetto curato da Giuseppe De Lucia, direttore di Messaggio d’Oggi, nel 1993 pubblicato dalle edizioni del suo giornale; o, ancora, le non poche pagine che alla figura e all’azione politica di Raffaele De Caro sono dedicate nella Storia di Benevento e dintorni di Gianni Vergineo.

Tuttavia, nessuna di queste pubblicazioni è una monografia mentre il lavoro di Andrea Jelardi ora uscito per le Edizioni Realtà Sannita, Raffaele De Caro. Deputato e Ministro Liberale, è una biografia completa del politico sannita più importante e rappresentativo del Novecento.

La figura di Raffaele De Caro che emerge dalle pagine del libro di Jelardi è quella di un combattente che, ricevuta in famiglia un’educazione risorgimentale, mise alla prova se stesso e il suo patriottismo prima nella guerra di Libia e poi nelle trincee della Grande guerra per poi attraversare la storia del secolo dei totalitarismi con la fede nella libertà che lo sostenne nelle lotte politiche e sociali in momenti cruciali della vita dell’Italia, prima da antifascista e poi da ministro “quando l’Italia era tagliata in due” fino a succedere a Benedetto Croce alla presidenza del Partito liberale italiano.

Proprio il filosofo nel suoi Taccuini di lavoro ha avuto per Raffaele De Caro parole di apprezzamento: “Ho chiesto che in cambio assegnasse al De Caro – scrive in data 9 dicembre 1944 -, autorevolissimo capo nell’Italia meridionale del partito liberale-democratico (che si è fuso col nostro) un alto commissariato; e abbiamo domandato ai presenti se alcuno faceva obiezioni alla persona, e nessuna obiezione si è fatta e nessuna poteva farsi, perché il De Caro è stato fermissimo antifascista nei ventidue anni passati e compagno fino all’ultimo di Giovanni Amendola”.

I momenti caratterizzanti della vita e dell’opera politica di De Caro li possiamo riassumere in tre episodi: 1) quando segue Giovanni Amendola nella scelta dell’Aventino, 2) quando caduto il fascismo lavora da subito per la pacificazione, 3) quando muore a Torino nel 1961 arrivando persino a rubare la scena a Cavour.

1) La scelta di De Caro di seguire Amendola nell’opposizione ferma e convinta al governo Mussolini diventato dittatura – “occorre il lavoro di molte vite (a fondo perduto) per gettare le fondamenta dell’Italia di domani. Noi doniamo quello di cui siamo capaci senza calcolo e senza rimpianti” – è emblematica della fede liberale del bersagliere sannita che se avesse voluto avrebbe potuto rappresentare il fascismo e diventare per davvero il “duce del Sannio” come lo definì nel 1944 Mario Alicata inaugurando da subito la strategia comunista che trasformava l’antifascismo in arma ideologica con cui accusare l’avversario politico di fascismo e così dannarlo per estrometterlo dal consorzio civile. Cosa, invece, che proprio De Caro da subito evitò di fare.

2) Quando il comandante inglese oppure l’italo-americano Mario Ravarino o ancora il colonnello Forster – perché di questo colloquio storico ci sono varie versioni – gli chiese la lista dei fascisti da arrestare, De Caro rispose: “Non ce ne sono. Ne rispondo io”.

Vale la pena notare che la posizione di De Caro in quei tempi drammatici è esattamente contraria alla posizione odierna di tanti che vedono fascisti e fascismo ovunque, sulle spiagge e in città, così accade che quando c’erano i fascisti De Caro disse “non ce ne sono” per avviare il paese sulla via della pace, mentre oggi che non c’è il fascismo ci sono coloro che vedono fascisti ovunque per avere nel paese un bel clima da guerra civile mentale permanente avvalorando la battuta di Flaiano secondo il quale i fascisti si dividono in due categorie, i fascisti e gli antifascisti, e confermando quanto sapeva Croce sotto lo stesso regime mussoliniano ossia che non basta essere antifascisti per essere democratici perché il cuore del problema è maturare una cultura anti-totalitaria.

3) Nel 1961, inizio giugno, Raffaele De Caro andò a Torino per partecipare alle celebrazioni del centenario della morte di Camillo Benso conte di Cavour. Il presidente del Partito liberale non poteva, non doveva, non voleva mancare e avvertiva quelle giornate come il senso stesso della sua vita.

Tre anni prima sentendo avvicinarsi la fine aveva scritto il suo testamento spirituale: “Morrò nella fede democratica nella quale sono nato, orgoglioso di aver servito fedelmente il mio Paese in campo nazionale, provinciale e nella mia città. Lascio ai miei elettori, specialmente ai giovani, la bandiera del Partito Liberale Italiano nel quale ho militato con inalterato fede per tutta la mia vita; dichiaro in coscienza di non serbare odio o rancore a chicchessia e a coloro che mi hanno fatto del male confermo il mio perdono. Anelante alla pace, auguro alla mia Patria e alla mia Benevento ogni progresso nella democrazia e nella libertà”.

Arrivò a Torino con il figlio Guido e presero alloggio al Grand Hotel Sitea. Visitò la mostra “Italia ‘61” allestita per il centenario dell’Unità d’Italia e il 4 giugno avrebbe dovuto tenere il discorso in memoria di Cavour. La sera prima, dopo le telefonate alla moglie e alla sorella, si sentì male.

Il figlio Guido lo sentì lamentarsi, corse, lo soccorse ma non ci fu niente da fare. Il cuore del bersagliere si era fermato nella notte che dava la mano al giorno delle celebrazioni in onore di Cavour che divennero celebrazioni in onore di Raffaele De Caro.

“E fu perciò che lo credetti fosse non solo opportuno ma indispensabile costituire un grande partito liberale – recita la frase di Cavour sul palco del cinema Lux – chiamando a farne parte tutte le persone che, quantunque avessero potuto differire sopra questioni secondarie, consentivano però nei grandi principi di progresso e di libertà”. Parole vere ieri, oggi, domani.

Un fake chiamato antifascismo

La campagna contro il “pericolo fascista” ci catapulta in un mondo surreale, fatto di simboli e immagini del passato che poco servono a capire i problemi odierni (compreso quello, ovviamente, di un’intolleranza emergente). Ma ci fa ripiombare anche in un passato non lineare della nostra storia, che esigerebbe finalmente di essere chiarito con la forza degli argomenti e non con l’emotività e gli slogan. Un chiarimento che sarebbe necessario, a mio avviso, anche per capire l’oggi.

La storia non fa salti, dicevano gli antichi. E avevano ragione. Siamo proprio sicuri che le difficoltà odierne del sistema politico italiano, e soprattutto della sinistra, non abbiano una genesi antica, proprio in quel passato in cui la retorica dell’antifascismo risuonava in ogni piazza e nel corso di ogni celebrazione e che ora con nonchalance viene riportata a nuova vita? Quante volte abbiamo sentito rimpiangere i bei tempi antichi, quella Prima Repubblica, che, essa sì, si dice, aveva classi dirigenti colte e che meritavano rispetto, politici che sapevano il fatto loro e sapevano ergersi a statisti?

Certo, quegli anni non possiamo non rimpiangerli, non fosse altro che per la modernizzazione e lo sviluppo dell’Italia che hanno visto realizzarsi, in alcuni momenti in modo persino impetuoso. Ma lo sviluppo si è realizzato, a ben vedere, al di fuori della politica, nonostante essa. E la politica aveva già allora in sé tutti quei limiti che poi sarebbero venuti fuori e che, col tempo, avrebbero finito per intaccare lo stesso sviluppo.

Alberto Ronchey parlò, negli anni Settanta, del “fattore k” che bloccava la nostra democrazia, impedendole di diventare adulta con una sana alternanza al potere di forze alternative. Ma anche questa “stranezza” o specificità della democrazia italiana aveva radici lontane, datava alla nascita della Repubblica e alla fine del fascismo. Fu allora che non si fu in grado di fare, o non si poté, un esame di coscienza serio, una “prova di verità” che ci avrebbe permesso di rifondare lo Stato, e quindi il sistema politico, su basi più solide e meno ambigue.

Accreditammo ai nostri occhi, e anche a quelli delle forze alleate che ci avevano liberato, l’immagine di un popolo che aveva subito il fascismo, sequestrato da una piccola banda di criminali. Mentre, come diceva Montanelli, eravamo diventati tutti (o quasi) antifascisti solo molto tardi, più o meno dal giorno in cui fu firmato l’armistizio. Facemmo della Resistenza una “guerra di popolo” mentre essa fu opera di pochi ed eroici oppositori, a cui solo verso la fine, quando la vittoria degli alleati era evidente, si accodarono i molti che erano restati in posizione di attesa. Facemmo finta di non vedere che una parte consistente dei resistenti aveva concepito la liberazione dal fascismo solo come un primo passo verso l’instaurazione non della democrazia liberale ma di quella popolare o socialista: un mezzo, non un fine (da qui la retorica successiva di una “democrazia incompiuta” o ancora “da realizzare”). Non sciogliemmo le ambiguità e ci demmo una Costituzione (anch’essa sempre ancora “da attuare”) che queste ambiguità le rifletteva tutte.

E così pure un’ideologia di riferimento, l’antifascismo, che rimuoveva del tutto il fatto che si può essere antifascisti pur non essendo democratici. Tanto che Ennio Flaiano, col suo acume, arrivò a dire addirittura che l’antifascismo si configurava come un altro fascismo. Ricreammo lo Stato in perfetta continuità con le vecchie strutture burocratiche fasciste, accorgendoci di non avere una classe dirigente nuova, preparata e non compromessa da utilizzare. Travasammo la vecchia élite nel nuovo Stato chiedendole di rimuovere il passato e prostrarsi al nuovo mantra dell’antifascismo ( per gli intellettuali fu soprattutto il Pci che funzionò da lavacro purificatore che emendava da ogni “peccato”).

In poche parole, non facemmo i conti con noi stessi, crescemmo sulla “menzogna” o sulla “rimozione”. Che una destra conservatrice e liberale, così come una sinistra riformista e senza “doppiezze” dall’altra, non siano mai nate, è anche il risultato di tutti questi fattori. Che oggi esigerebbe chiarezza. Una seria riflessione sul fascismo storico, da una parte, e sulle ambiguità dell’antifascismo, dall’altra, sarebbe quanto mai opportuna. Per riformulare su nuove basi il nostro sistema politico. E anche per acquisire, a sinistra, quella mentalità riformistica che guarda in faccia ai problemi con onestà intellettuale.

Piuttosto che cercarsi un nemico di fantasia e combattere come Don Chischiotte contro i mulini a vento, sarebbe opportuno per la sinistra cimentarsi con i programmi e le proposte politiche. Se poi quel nemico affonda in un passato non chiarito, al danno si unisce la beffa. E, come diceva Marx, si finisce per ripetere la storia: non più come tragedia ma come farsa.