Legalizzazione, ecco cosa eccepisco a Giacalone e a Ocone

Il mio articolo in favore della legalizzazione delle droghe ha provocato le risposte critiche di Davide Giacalone e di Corrado Ocone. Li ringrazio per l’attenzione. Vorrei però rispondere alle loro critiche nel modo più dettagliato possibile. Credo infatti che la battaglia per la legalizzazione delle droghe debba diventare un punto fermo per chi difende idee liberali in questo Paese.

Risposta a Giacalone

Cominciamo dunque dal bel articolo di Davide Giacalone, che è suddiviso per punti. Esaminerò solo quelli con cui sono in disaccordo.

3) Supporre che il consumo esiste proprio perché proibito, quindi profittevole per i criminali, non è solo illogico, ma ignorante della storia: quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.

Per quale mai motivo ciò che è difficile e illecito dovrebbe essere più diffuso di quel che è facile e lecito?

Non so se Giacalone abbia scritto questo articolo per rispondere al mio o se lo abbia scritto prima del mio. Supponendo però che si stia riferendo alle cose scritte da me, faccio presente che non ho mai sostenuto che il consumo esiste perché è proibito.

Se ciò fosse vero, allora la legalizzazione delle droghe ne farebbe sparire il consumo, il che è assurdo. Io ho sostenuto che la proibizione del consumo di droghe non fa sparire la domanda di droghe. Se c’è una forte domanda per una sostanza che viene dichiarata illegale, si crea fatalmente un mercato nero per quella sostanza.

Nello stesso punto, poi, Giacalone fa un’importante aggiunta: “quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.” Il riferimento è, ovviamente, ai tredici (dal 1920 al 1933) anni in cui il proibizionismo entrò in vigore negli Stati Uniti. La storia del proibizionismo americano è, però, un po’ più complessa. Vediamo di riassumerne i punti salienti, perché c’è da imparare una lezione importante.

Coloro che, all’epoca, erano favorevoli al proibizionismo pensavano che in questo modo si sarebbe potuto ridurre il consumo complessivo di alcol. Alcuni dati (Fisher, 1927; Warburton, 1932) sembrano confermare questa ipotesi. Questo però non dovrebbe sorprendere più di tanto.

Quando un bene diventa più difficile da reperire, il prezzo di quel bene tende a salire. Salendo il prezzo diminuisce di conseguenza anche il consumo di quel bene.

Tuttavia, questa diminuzione nel consumo di alcolici vi fu solo nel primo anno dopo l’entrata in vigore della legge. Infatti, negli anni che precedono il proibizionismo il consumo pro-capite di alcol negli Stati Uniti stava già sensibilmente diminuendo. Come possiamo vedere dal grafico sotto (fonte: Warburton, 1932):

Il grafico misura il consumo pro-capite di galloni di alcol puro dal 1910 al 1929. Si vede chiaramente come negli anni dal 1910 al 1919 (quelli che precedono il proibizionismo) il consumo di alcol stesse calando sensibilmente, passando da 1,6 a 0,8 galloni circa (un 50% in meno nel giro di 10 anni).

Poi cosa succede? Il 16 gennaio del 1920 entra in vigore il 18° Emendamento alla Costituzione che vieta la produzione, la vendita e il consumo di alcolici in tutto il territorio statunitense. Un anno dopo l’entrata in vigore della legge abbiamo una forte diminuzione nel consumo di alcol.

Si passa da 0,8 a circa 0,2 galloni pro-capite. Se la storia finisse qui, dovremmo dar ragione a Giacalone e dire con lui che il proibizionismo funziona.

Ma guardate cosa succede dopo. Già un anno dopo, nel 1922, il consumo di alcol aumenta di nuovo, tornando a un valore di poco superiore a quello del 1919. Se la storia finisse qui potremmo dire che il proibizionismo non è servito a nulla, perché non ha diminuito il consumo di alcol procapite.

Ma la situazione peggiora ancora. Dal 1923 al 1929, il consumo di alcol torna a salire su una media di circa 1,1 gallone a testa.

Come si spiega questo andamento? Durante il primo anno di proibizionismo, il consumo cala perché l’alcol è più difficile da reperire e il suo prezzo sul mercato nero sale sensibilmente. Questo fa sì che il mercato dell’alcool diventi un affare lucroso per il crimine, il quale inizia ad espandersi nello sforzo di soddisfare la domanda presente.

È in questi anni che nasce la figura di Al Capone, le cui fortune furono determinate proprio dal proibizionismo. Senza proibizionismo, Al Capone sarebbe probabilmente rimasto un criminale di piccola taglia. L’aumento del consumo di alcol negli anni del proibizionismo si spiega dunque con il consolidarsi delle organizzazioni criminali che gestiscono il nuovo business su larga scala.

 

4) È originale assai l’idea che per combattere le mafie del commercio e dello spaccio si debba arrendersi e fare il loro mestiere. Senza contare che si parla di “spinello” come fosse un oggetto di sicura identità: una cosa è l’erba, altra la resina, altra ancora l’olio.

La concentrazione del principio attivo (Thc) varia a seconda del prodotto ed è oggi assai più alta di un tempo.

Curioso che nel mondo che ha voluto proibire le sigarette più pesanti, di tabacco, imponendone il ritiro dal commercio o la trasformazione, si pensi sia saggio immettervi roba imparagonabilmente più dura. La sorte dei consumatori vale il presunto contrasto alle mafie?

Nel punto 4 Giacalone dice, in sostanza: legalizzare le droghe significa arrendersi alle mafie. Suppongo che qui l’argomento sia entimematico, e che le premesse soppresse siano queste:

(1) vendere droga è sbagliato;

(2) se lo Stato legalizza la vendita delle droghe permette che venga fatta una cosa sbagliata;

(3) ma lo Stato non può permettere che vengano fatte cose sbagliate, quindi

(4) lo Stato non deve permettere la vendita delle droghe.

Così formulato, l’argomento è formalmente corretto. Che sia anche valido (sound) è però ancora tutto da dimostrare. Bisogna infatti mostrare per quale motivo vendere droga sarebbe sbagliato (supponendo naturalmente che venga venduta a adulti consenzienti e informati).

Qui posso solo immaginare la risposta di Giacalone a questa domanda: la droga fa male a chi la consuma e può anche uccidere. Non bisogna permettere che la gente si faccia del male. Se questo è il suo argomento, allora temo che le nostre posizioni siano inconciliabili.

Per me lo Stato non deve costringere i suoi cittadini a essere virtuosi. Se voglio sfondarmi il fegato di hamburger o rovinarmi i polmoni di nicotina o spaccarmi di eroina, questo non è un problema che riguarda lo Stato. Lo Stato deve solo intervenire per impedirmi di far del male ai miei concittadini.

 

6) Si dice: sono legali tabacco e alcool, perché mai non gli spinelli? Argomento illogico: avere dei mali non giustifica il cercarsene altri. E non fondato, perché il tema non è solo la nocività (altrimenti poi arriviamo alle bibite dolci e gasate), ma la capacità di sviluppare dipendenza e assuefazione: tabacco e alcool (nocivi e talora micidiali) richiedono dosi e tempi assai maggiori.

In questo punto Giacalone dice: tabacco e alcol sono dannosi, perché danno dipendenza, assuefazione e morte. Però non vanno vietati, perché richiedono tempi e dosi assai maggiori per sviluppare delle dipendenze rispetto agli spinelli.

Questa affermazione è semplicemente falsa. Come mostra questo studio pubblicato su The Lancet, le 5 sostanze più addittive sono, in ordine discendente (Nutt, King et al., 2007):

  1. Eroina
  2. Alcol
  3. Cocaina
  4. Barbiturici
  5. Nicotina

Lo spinello non compare nemmeno nella lista, mentre compaiono l’alcol e la nicotina. A questo punto, il proibizionista dovrebbe spiegarmi in base a quale argomento sarebbe accettabile mantenere in circolazione sostanze potentemente addittive come l’alcol e bandire la cocaina, che è un po’ meno addittiva.

 

7) Riconosco ai miei contraddittori la validità di un argomento: non si proibisce quel che ha a che vedere con le libertà individuali. Complesso, ma tosto. Il punto è che non esiste la libertà di rinunciare alla libertà. Le droghe non sono libertà, ma la sua fine.

La tesi di Giacalone è che siamo liberi scegliere in generale, ma non siamo liberi di scegliere di non essere liberi. Mi piacerebbe poter discutere questa tesi, se fosse accompagnata da un’argomentazione di qualche tipo. Siccome però la tesi è semplicemente asserita, non posso esprimere alcun giudizio.

 

Risposta ad Ocone

Passerò quindi all’articolo di Corrado Ocone. Secondo lui, quella delle droghe non è una priorità per la società, “che ha problemi ben più gravi da affrontare.” Su questo sono d’accordo, naturalmente, perché la tesi “ci sono cose più importanti” è sempre vera per qualsiasi problema all’ordine del giorno, tranne forse per l’Apocalisse.

Per quanto insignificante, però, il problema della droga ha rilevanza per tutti coloro che ne fanno uso più o meno regolarmente (sono circa 4 milioni), ed ha rilevanza per quella parte della popolazione che si trova in galera per reati legati alla droga.

La questione però, a mio avviso, è un’altra: è giusto o no punire con la galera uno scambio libero tra due individui adulti e consenzienti? Io penso di no, perché in questo scambio nessun terzo viene danneggiato. L’unico a venir danneggiato, al limite, è il consumatore di droga, ma non contro il suo volere. Ora, io faccio molta fatica a vedere un crimine in tutto questo.

Ocone però teme che il consumo di droghe possa indurre dei comportamenti aggressivi o irresponsabili. Questa asserzione può essere testata empiricamente. In Olanda, dove le droghe leggere sono legali, ci sono 3,4 morti ogni 100.000 abitanti provocati da incidenti stradali.

In Italia siamo al doppio, 6,1. Se la depenalizzazione delle droghe causasse un aumento significativo delle morti per incidente stradale, ci aspetteremmo di vedere questi due dati invertiti. Ma, a parte questo, l’idea di punire preventivamente una condotta perché potrebbe provocare dei danni è difficile da accettare.

A me piace vivere in un Paese che punisce non chi beve o si droga, ma chi si mette a guidare sotto l’effetto di queste sostanze.

Ocone esprime poi la preoccupazione che la legalizzazione possa “mettere su una macchina amministrativa e di controllo sulla qualità e l’uso di cui non si sente davvero il bisogno.” Vede, insomma, un costo economico nella legalizzazione delle droghe.

È vero. Ma qual è il costo economico della lotta alla droga? Quanto ci costa in termini di polizia, tribunali, carceri, mancati introiti attraverso le tasse nel caso in cui venisse legalizzata?

Le Nazioni Unite hanno stimato recentemente che per contrastare efficacemente il traffico di droga i governi dovrebbero riuscire a confiscare almeno tre quarti della droga importata. Attualmente negli Stati Uniti, dove da anni si combatte una guerra alla droga senza esclusione di colpi, solo il 13% dell’eroina e solo il 25% di tutte le altre droghe sono confiscate.

Di fronte a questo dato così sconfortante, conclude Jason Brennan: Il fatto è che perderemmo la guerra alla droga anche se istituissimo uno Stato di polizia. Gli Stati Uniti imprigionano più gente per reati di droga di quanti non ne imprigioni l’Unione Europea per tutti i reati messi assieme. Tra il 1925 e il 1968, la popolazione carceraria statunitense era più o meno stabile, tra i 100.000 e i 200.000 detenuti.

Dopo che il Presidente Nixon ha dichiarato la guerra alla droga, la popolazione carceraria è cresciuta esponenzialmente, fino a raggiungere oggi 1,6 milioni. Il Governo arresta quasi 1 milione di americani ogni anno per possesso di marijuana. Ci sono 50.000 raid di polizia nelle case americane ogni anno (su Internet potete vedere i video di questi raid, inclusi quelli in cui la polizia invade le case sbagliate e uccide gente innocente). (Brennan, 2012, p. 69)

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

ALCHIAN, ARMEN A.; ALLEN, WILLIAM R. (1983), Exchange and Production. Competition, Coordination and Control, Wadsworth Pub. Co., Belmont, CA.

BRENNAN, JASON (2012), Libertarianism: What Everyone Needs to Know, Oxford University Press, Oxford.

COWAN, RICHARD (1986), “How the Narcs Created Crack”, in National Review, 5 dicembre 1986, pp. 30-31.

EDWARDS, PAUL (2007), “Kant on Suicide”, in Philosophy Now, London, Vol. 61, p. 67.

FISHER, IRVING (1927), Prohibition at Its Worst, Alcohol Information Committee, New York.

KANT, IMMANUEL (1924†), Vorlesung Kants über Ethik. Tr. it. Lezioni di etica, Laterza, Bari-Roma 2004.

NUTT, DAVID; KING, LESLIE A.; SAULSBURY, W.; BLACKEMORE, COLIN (2007), “Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse”, in The Lancet, Vol. 369, n. 9566, pp. 1047-1053.

THORNTON, MARK (1991), The Economics of Prohibition, University of Utah Press, Salt Lake City.

WARBURTON, CLARK (1932), The Economic Results of Prohibition, Columbia University Press, New York.

Sono per le libertà. Ma occhio alla sicurezza e ai costi del welfare

Sono contraria alla liberalizzazione delle droghe di qualsiasi tipo. La differenziazione tra droghe leggere e pesanti è opinabile, è l’uso che se ne fa ad essere più o meno pesante, anche di quelle leggere.

Si può obiettare che lo stesso valga per l’alcol, un bicchiere di vino a cena non sono dieci vodke a stomaco vuoto, ma il “così fan tutti” in ambiti differentemente dannosi non è una buona ragione per lasciar correre.
Da fumatrice dico che se non trovassi più le sigarette smetterei, il divieto mi porterebbe dove non riesco io. Poi mi butterei sui puzzle, sul punto croce compulsivo (ho amiche che lo fanno in seggiovia tra una discesa e l’altra), perché il nodo sta lì: la dipendenza da qualcosa, di cui nessuno è privo.
Dato che lo Stato non può (per fortuna) intervenire sulle ossessioni individuali, ognuno si coltivi liberamente le sue, si pongano limiti solo per ragioni di sicurezza, l’unica frontiera in un Paese liberale.
Torniamo alle droghe: anni fa una dose di cocaina costava 50 euro o più, oggi con 10 euro anche il ragazzino se la compra con la paghetta settimanale, è una strategia della malavita per attirare più giovani nella trappola della dipendenza e costruire una solida base di clienti cui offrire tra qualche anno la merce a prezzi aumentati, gli stessi vi si adatteranno per triste necessità.
Siamo sicuri che la droga libera a portata di mano e di portafogli porterebbe a un esito differente? E che regalerebbe più sicurezza ai genitori?
Certo che anche l’alcol è una piaga per i giovani e non, il proibizionismo non era stato la soluzione, vero, ma solo per inefficienza delle istituzioni nel combattere i traffici illegali e per collusione delle forze dell’ordine con i trafficanti.
Nulla di moralmente riprovevole, intendiamoci, siamo tutti solidali con le vittime di dipendenze, noi compresi, ma liberalizzando la droga e tassandola per costituire un fondo sanitario a sostegno dei tossicodipendenti si entra in un circolo vizioso, ti pugnalo e ti ricucio: a che pro domandarsi se costi di più la lotta alla criminalità quando è l’approccio a essere viziato dalla droga e da miti libertari che nulla hanno a che fare col benessere individuale, da cui dipende quello sociale, cui il liberalismo tende ponendo solo limiti di sicurezza?
Sono a favore di molte libertà, nel principio dell’autodeterminazione personale, ma qui lo Stato avrebbe un’ulteriore occasione di gestione finanziaria e sanitaria, ove già non è in grado di amministrare le risorse per arginare la criminalità e tutelare famiglie e scuole da un pericolo grave.
Infine, non c’è come vietare per stimolare? Vero.
A Singapore ero entrata in crisi di astinenza da chewing gum perché là è vietata la vendita, in un’ottica estremistica del benessere che considera lo sputo del vizio da mascella causa di lordura del marciapiede comune, immagino quindi la tragedia per un drogato.
Ma o si parte dall’uomo non drogato e dalla sicurezza per sé e i figli oppure dai problemi del drogato oppure dai problemi dello Stato.
Capra e cavoli non si salvano. A ciascuno le risposte che crede. Liberamente.

La libertà dei liberali non è quella dei libertari

Qualcuno ha detto che la storia è storia della libertà, e questo è certamente vero, ma altrettanto vera è l’affermazione che la storia è storia dell’ordine, dell’ordine civile che regola le reciproche libertà.

La tesi da molti ripetuta, e che si trova anche in J.S. Mill, che possiamo fare di noi stessi e del nostro corpo tutto quello che ci pare, purché le nostre azioni non danneggino gli altri, non mi ha mai convinto.

In realtà, ogni nostra azione e ogni nostro pensiero appena manifestato, incide sulla vita degli altri e la ferisce. Non ci sono manifestazioni del nostro io moralmente neutre, perché la vita di ogni uomo si intreccia a quella di ogni altro, e l’individuo isolato è una pura astrazione.

Nasciamo in una certa famiglia e cresciamo in un certo ambiente sociale e culturale, in mezzo a persone che contribuiscono a farci essere quello che siamo e verso cui siamo responsabili. Possiamo certamente staccarci da quella famiglia e da quel costume, questa è la nostra libertà, ma non possiamo farlo in modo arbitrario e capriccioso.

Lo slogan “la vita (o il corpo) è mia e la gestisco come mi pare” è una pretesa adolescenziale che l’esistenza s’incarica ben presto di ridimensionare. Il problema della droga (per non parlare di quello altrettanto grave dell’alcolismo, sempre più diffuso fra i ragazzi), non si risolve con la prigione, ma neppure con la legalizzazione. Come nel caso paradigmatico dell’alcolismo, il semplice proibizionismo sperimentato in alcuni paesi non ha risolto il problema, ma neppure l’ha risolto la liberalizzazione.

La dipendenza dalle droghe è un fenomeno complesso e doloroso su cui speculano certamente i trafficanti, ma è tutto da dimostrare che, una volta avviata la liberalizzazione, peraltro burocratizzata e con tutti gli inconvenienti e la corruzione del caso, non si formino due mercati, uno legale e uno clandestino.

Drogarsi e ubriacarsi non è un diritto, è semplicemente un comportamento moralmente e socialmente riprovevole, verso cui è inutile fare del moralismo predicatorio, ma che non va incoraggiato con una indulgenza che attenua nei ragazzi il senso della responsabilità.

La nostra civiltà liberale, insidiata da nemici fanatici che l’accusano dei peggiori crimini, ha oggi più che mai bisogno, a cominciare dalla famiglia e dalla scuola, di sistemi educativi severi che rinforzino questo sentimento di responsabilità nei confronti di sé stessi e degli altri.

Dispiace dirlo, perché i libertari sono spesso umanamente simpatici, ma l’etica libertaria è soltanto la scimmia di quella liberale.

 

La legalizzazione? Una battaglia tardosessantottina che non mi appartiene

Debbo dire che il tema della liberalizzazione e/o legalizzazione delle droghe leggere, e in particolare la cannabis, non mi ha mai appassionato. Prima di tutto, non l’ho mai considerato una priorità per la società, che ha problemi ben più gravi e seri da affrontare.

L’ho poi considerata sempre una battaglia di certa cultura tardosessantottina, che, orfana dei miti distrutti dalla storia e nostalgica della propria gioventù a base di ideologie e “canne”, spero di richiamarla simbolicamente in vita, almeno in parte, con un’altra di quelle battaglie che, non si sa a che titolo, considera “di civiltà”.

Ecco quindi che ogni tanto la questione riappare nel dibattito politico, in modo a volte grottesco, come è accaduto quando, dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre, il deputato Giacchetti del,PD (che era pure stato candidato a sindaco di Roma) affermò, in una assemblea del partito, che occorreva fare due o tre cose “urgenti”, fra cui appunto la legalizzazione della cannabis (sic!) e poi andare di corsa alle urne.

So bene che, oltre che alla sinistra, la battaglia per la legalizzazione delle droghe leggere sta pure a cuore a certa culturale liberale e libertaria.

Ma io mi permetto di dissentire dai ragionamenti che questa cultura liberale fa, e che sono bene esemplificati nel post di Dario Berti. Essendo, fra l’altro, il mio liberalismo niente affatto meccanicistico (non si tratta di applicare modelli astratti e “logici”a una realtà che logica non è), ed essendo invece basato soprattutto sul “bastiancontrarismo”,cioè su una buona dose di anticonformismo.

Credo che anche in questo caso sia giusto legiferare il meno possibile.

Legalizzare significherebbe invece mettere su una macchina amministrativa e di controllo sulla qualità e l’uso di cui non si sente davvero il bisogno. Certo, per il liberale la cosa da fare, come dice Berti, è far sì che ognuno scelga il progetto di vita che vuole, in piena libertà se non crea nocumento agli altri.

Giustamente lo Stato non può farsi etico e dite agli altri come devono vivere: se uno vuole rovinarsi la vita e la salute, che lo faccia pure!

Ma siamo sicuri che il tossicodipendente non crei danno agli altri? Che il suo comportamento non diventi aggressivo? Che alla guida di un velivolo, ad esempio non aumenti il pericolo di incidenti? Ed è proprio davvero così automatico che, in un mercato libero e controllato dallo Stato, la criminalità scomparirebbe d’incanto?

Sono dubbi che mi pongo e, se mi convincete del contrario, sono pure disposto a fare autocritica. Ma lasciatemi dire che tra tante liberalizzazioni da fare, quella della cannabis, oltre ad essere controversa, è anche la meno urgente che ci sia.

Legalizzazione droghe, perchè sì

Perché bisogna legalizzare tutte le droghe? Per due ordini di ragioni: etiche e pratiche.

La ragione etica è che ciascuno di noi è il proprietario del proprio corpo, e pertanto è libero di farci quello che vuole, a condizione naturalmente che sia un adulto nel pieno delle sue facoltà, e che non danneggi gli altri. Non è un principio nuovo: lo usiamo già con il consumo di alcolici.

Nessuna legge italiana impedisce oggi a un individuo di ubriacarsi fino all’abbruttimento. Quello che non può fare è guidare in stato di ebbrezza, e questo perché potrebbe provocare un incidente che coinvolge altre persone.

A questo argomento vengono di solito rivolte due obiezioni.

1) La prima dice che il tossico potrebbe far soffrire i suoi famigliari o le persone che sono legate a lui, provocando loro un danno psicologico. Vero. Questa però non è una buona ragione per sbatterlo in galera.

La tossicodipendenza è un problema medico, non giuridico. Criminalizzare un problema medico non ha nessun senso e non può che peggiorare la situazione.

2) La seconda obiezione dice che i tossici costano al servizio sanitario nazionale di più rispetto alla media della popolazione. E allora uno potrebbe dire: “Perché io dovrei pagare con le mie tasse le spese per il ricovero di un tossico in overdose?”

Questa obiezione è, in realtà, un argomento a favore della legalizzazione delle droghe.

Legalizzando le droghe sarebbe possibile, infatti, tassarle, e usare le tasse per finanziare la sanità pubblica. In questo modo sarebbero i tossici – e solo loro – a finanziare i costi aggiuntivi dovuti al loro stile di vita.

Oltre alla ragione etica, ci sono anche una serie di ragioni pratiche in favore della legalizzazione delle droghe. Che piaccia o meno, c’è una forte domanda di droghe tra la gente. Renderne illegale il consumo, non le fa andare via.

Crea solo un gigantesco mercato nero che porta miliardi alla criminalità organizzata. Miliardi che potrebbero invece confluire nelle tasche di onesti produttori e rivenditori di droghe, oltre che nelle casse dello Stato.

Non solo. Ma la guerra alla droga favorisce la formazione di grandi gruppi criminali, come i cartelli sudamericani e la mafia.

La ragione è semplice: per produrre, contrabbandare e smerciare illegalmente grandi quantità di droga sono necessarie operazioni molto costose condotte su larga scala. Solo grandi e potenti cartelli multinazionali possono compiere operazioni del genere.

Se invece la droga diventasse legale, potrebbe essere prodotta da tanti piccoli produttori a livello locale e alla luce del sole. Senza contare che le mafie sarebbero private da una lucrosissima fonte di guadagno.

Ma non basta. Vi siete chiesti come mai la quantità di principio attivo presente nelle droghe è andata aumentando negli ultimi anni? La ragione è che gli spacciatori, temendo di essere arrestati, vogliono portarsi appresso la minor quantità possibile di droga.

Ci sono altre ragioni pratiche per cui conviene legalizzare le droghe. In questo momento un terzo della popolazione carceraria italiana è costituita da persone che sono finite dietro le sbarre per reati connessi alla droga.

Avete idea di quanto ci è costato in termini di polizia, di tribunali, di agenti penitenziari arrestare tutta quella gente?

E non parlo solo di costi monetari, ma anche di costi in termini di sicurezza. Perché ogni agente che viene impiegato per inseguire uno spacciatore o un tossico è un agente che non può più inseguire un rapinatore, uno stupratore o un omicida.

Volete più sicurezza nelle strade e carceri meno affollati? Legalizzate le droghe. Legalizzatele tutte.

Bioetica liberale e testamento biologico

Quattro senatori a vita di vario orientamento culturale e politico (la biologa Elena Cattaneo, l’economista Mario Monti, l’architetto Renzo Piano e il fisico Carlo Rubbia) hanno firmato un documento con cui sollecitano l’approvazione in Senato della legge sul testamento biologico già approvata cinque mesi fa dalla Camera.

Si tratta di una legge che presenta certamente alcuni aspetti di ambiguità, ma che comunque mette fine a una situazione ormai insostenibile.

Dicono giustamente i quattro senatori che “quella del fine vita è una questione di libertà, di rispetto della volontà, di dignità del vivere e del morire che dev’essere lasciata quanto più possibile alla scelta di ciascuno”.

E, invece, nel nostro paese tutto è lasciato all’arbitrio dei giudici che valutano casi simili in maniera anche molto differente, facendo venir meno, in una materia così delicata, quella certezza del diritto che è indispensabile per una ordinata vita civile.

Dovrebbe provvedere la politica ma, come spesso accade, anche in questo caso la politica italiana tentenna e rinvia, spesso mascherandosi con scrupoli morali non si comprende bene quanto sinceri. Eppure, per uscire dallo stallo in cui la legge si trova, basterebbe tenere presenti alcuni principi comuni sui quali mi pare che tutti possano convergere al di là delle innegabili differenze fra una bioetica di ispirazione cattolica e una decisamente laica, dando a questo termine un significato non ideologico e antireligioso.

Una bioetica liberale è, a mio parere, una bioetica della ragionevolezza, che è poi l’unico metodo in politica per risolvere problemi altrimenti insolubili.

Dovremmo essere tutti d’accordo, laici e cattolici, sul principio della libertà di coscienza, che significa poi libertà di scelta, e sul rifiuto dell’accanimento terapeutico.

Dico dovremmo, se penso alle prese di posizione in materia di autorevoli rappresentanti del mondo cattolico. Il punto dolente della questione sta nello stabilire fin dove si può spingere questa libertà, se sia lecito nelle disposizioni anticipate di trattamento sul fine vita, rifiutare anche l’alimentazione e l’idratazione artificiali.

Ora la legge approvata dalla Camera, pur con tutti i suoi limiti, permette di contemperare il diritto alla libertà di scelta circa il modo di affrontare malattia e morte con il rifiuto che, per motivi di coscienza, qualche medico potrebbe opporre alla richiesta che gli viene fatta di interrompere ogni forma di intervento.

Capisco che questo dell’obiezione di coscienza è un diritto che si può prestare ad abusi di vario tipo, come si è visto per la legge sull’interruzione della gravidanza.

Tuttavia, proprio perché s’invoca la libertà di scelta come fondamento etico del testamento biologico, questa libertà non può essere negata a chi, per motivi religiosi o semplicemente morali, non accetta di doversi astenere da comportamenti che giudica invece doverosi. Bisognerà, comunque, assicurare ugualmente che la volontà manifestata nel testamento venga rispettata.

Viviamo ormai in una società in cui, accanto al pluralismo religioso, si è sempre più affermato il pluralismo morale.

Non è facile convivere dovendo prendere atto che ci sono persone che non condividono le nostre valutazioni morali, specialmente quando queste vanno a ferire convinzioni che siamo abituati a considerare inattaccabili. Ma la sfera della politica deve restare distinta da quella dell’etica e una società liberale sopravvive soltanto se la politica è l’arte del compromesso ragionevole.

 

Fare i propri interessi, quello che Marx non comprese

Qual è il limite della mia libertà? Se fate questa domanda a un liberale, vi risponderà in questo modo: “Non far del male agli altri. Per il resto, sei libero di fare tutto ciò che ti piace.”

Ora questa idea, che oggi è di senso comune, è stata messa in discussione da Marx. Nel saggio La questione ebraica, Marx afferma che questa idea di libertà è fondamentalmente antisociale. Ecco cosa scrive:

La libertà è dunque il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce agli altri. […] Si tratta della libertà dell’uomo in quanto monade isolata e ripiegata su sé stessa. […] Ma il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isolamento dell’uomo dall’uomo. Esso è il diritto a tale isolamento, il diritto dell’individuo limitato, limitato a sé stesso. (Marx, 1844, p. 71)

Questa affermazione è, a dir poco, paradossale. Perché il fatto che io veda nell’altro il limite alla mia libertà è precisamente il fondamento della vita sociale. Se non riconoscessi quel limite, la mia libertà sarebbe illimitata, e allora potrei fare tutto quello che voglio, disinteressandomi completamente del prossimo.

Ora, un egoista non è colui che vede nell’altro il limite alla sua libertà, ma è, al contrario, colui che crede di godere di una libertà illimitata. Non è egoista chi persegue i propri interessi, ma chi lo fa a scapito e a danno degli altri.

Ma forse Marx vuole dire un’altra cosa ancora.

Supponiamo che io veda affogare un bambino. Non sarei un egoista se lo lasciassi morire con la scusa che non ho il dovere di soccorrerlo, ma che ho solo il dovere di non fargli del male? Certamente! Ma allora questo significa che non è sufficiente che ciascuno badi ai propri affari senza far del male a nessuno. La convivenza sociale richiede di più. Richiede che ciascuno si dia attivamente da fare per aiutare gli altri.

Il caso del bambino che affoga sembra, dunque, supportare la tesi di Marx. Ma ha una particolarità: è un caso nel quale, per aiutare il prossimo, io devo lasciare momentaneamente da parte i miei interessi. A meno che io non faccia il bagnino di professione, è probabile che avessi altri progetti il giorno in cui ho salvato la vita di quel bambino. Forse volevo prendere un po’ di sole in spiaggia, oppure ho visto il bambino dall’argine di un fiume, mentre mi stavo recando al lavoro. Qualunque cosa stessi facendo per me, l’ho dovuta interrompere per salvare la vita di un altro.

Ora, se le relazioni sociali seguissero sempre questo schema – lo schema per cui, se penso a me, finisco automaticamente per danneggiare qualcun altro – allora Marx avrebbe ragione. Per fortuna, però, le cose non stanno affatto così.

Una delle ragioni per cui vivere in società è vantaggioso, è che ci permette di aiutare gli altri mentre badiamo ai nostri affari privati. Nella stragrande maggioranza dei casi gli altri traggono un beneficio, e non un danno, dal fatto che io persegua i miei interessi.

Io, ad esempio, vado tutti i giorni al lavoro, e lo faccio perché ci guadagno dei soldi, quindi per un interesse fondamentalmente personale. Ma io non sono l’unico a trarre un vantaggio dal perseguimento dei miei interessi. Ci guadagnano anche tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno bisogno del mio lavoro.

Se sono un impiegato alle poste, saranno coloro che devono spedire una lettera. Se sono un panettiere, coloro che comprano il mio pane. E se sono un bagnino, coloro che hanno bisogno di essere salvati. Se l’interesse personale fosse incompatibile con la vita sociale, non ci sarebbe alcuna vita sociale.

Oppure la vita sociale sarebbe un inferno, perché a nessuno sarebbe mai consentito di badare ai propri affari. È vero che noi siamo animali sociali. Ma la società esiste perché è funzionale agli interessi personali degli individui che la compongono. Non viceversa.

Marx sembra pensare, invece, che il perseguimento dell’interesse personale non possa mai essere di beneficio alla società. E infatti lui voleva addirittura abolire il denaro e il commercio in quanto espressioni dell’egoismo borghese, anzi “giudaico”: “L’emancipazione dal traffico e dal denaro […] sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo.” (Marx, 1844, p. 82)

In realtà, il traffico è la più potente forma di cooperazione sociale, perché permette a tutti di migliorare le proprie condizioni materiali. Se ciascuno fosse costretto a fabbricarsi tutto ciò di cui ha bisogno, l’umanità tornerebbe a una condizione ferina.

Anche il denaro è un potente mezzo di emancipazione, perché permette a ciascuno di scegliere cosa ottenere in cambio del proprio lavoro. A questo proposito, vale la pena di citare un passo da von Hayek:

Comprenderemo meglio l’importanza del servizio reso dal denaro qualora consideriamo quel che effettivamente accadrebbe se, come tipicamente propongono molti socialisti, il «movente pecuniario» venisse in gran parte sostituito da «incentivi non economici». Se tutti i compensi, invece di venir offerti in moneta, venissero offerti sotto forma di pubbliche distinzioni o di privilegi, di posizioni di potere sopra altri uomini, o di una migliore abitazione o di un miglior cibo, di occasioni di viaggio o di istruzione, questo semplicemente significherebbe che al ricevente non sarebbe più permesso di scegliere e che chiunque fissasse il compenso determinerebbe non soltanto la sua misura, ma anche la forma particolare nella quale esso dovrebbe essere goduto. (Hayek, 1944, p. 137)

Vista nel suo insieme, la critica di Marx sembra provenire da un’intuizione di fondo che è molto diffusa: l’idea che ogni azione compiuta per il proprio interesse sia, in quanto tale, malvagia. È malvagia perché si suppone che, se io faccio qualcosa per me, danneggio automaticamente qualcun altro.

Di conseguenza, l’unico modo di fare il bene, è quello di agire sempre in modo altruistico, sacrificando i propri interessi.

Come dice Marx, ogni uomo deve trovare “nell’altro uomo” la realizzazione della propria libertà. Ora, una società dove a nessuno è consentito di pensare a se stesso e dove tutti devono sacrificarsi per tutti è una società collettivista, cioè una società nella quale il bene del singolo è sistematicamente subordinato al bene della collettività.

 

Testi citati:

HAYEK VON, FRIEDRICH A. (1944), The Road to Serfdom. Tr. it. La via della schiavitù, Rubbettino, Soaveria Mannelli 2011.

MARX, KARL (1844), Zur Judenfrage. Tr. it. La questione ebraica, Editori Riuniti, Roma 1971.

Il caso Weinstein e il neofemminismo che alimenta la discriminazione

Condannato dalla società prima ancora di finire in tribunale è ciò che accade a molti e oggi a Weinstein. Ma è prematuro scomodare il garantismo, anche perché le 40 denunce sono pervenute solo alla stampa, ad oggi nemmeno una alla polizia.
Che non si ricordino più in che cassetto hanno piegato per bene le prove?
Qui il problema è di più ampio respiro, soffoca lui ma è ossigeno che alimenta trasversalmente mezzo mondo sul piano etico: destre e sinistre, conservatori, femministe, liberali e liberal. L’approccio politico sarebbe il più realistico, ma non abbastanza pruriginoso per i media alla ricerca dell’impatto emotivo di basso profilo.
Chi non ha scheletri nell’armadio? Il mezzo asservito al fine inchioda sul vizietto il nemico di turno con l’ausilio del moralismo popolare, il vero perno ipocrita e perverso su cui gira la faccenda.
La ciliegina sulla torta è l’espulsione di Weinstein dalla Légion d’honneur, che pensavamo si occupasse di meriti militari e professionali e scopriamo invece allargarsi sul divano del produttore al buio prima ancora della luce sui fatti. Più politico di così.
Speriamo abbia almeno verificato che le promesse del produttore alle povere ragazze siano state disilluse, il vero disonore sarebbe piuttosto quello.
A soffiare sul fuoco abbiamo le neofemministe, orfane di battaglie vere, che grazie a un istinto di sopravvivenza impressionante, si aggrappano agli stereotipi acutizzando la discriminazione anziché dirimerla.
Difatti, la tutela della donna in quanto tale sottintende l’appartenenza a una specie bisognosa di protezione.
Come potrebbe ambire a posizioni di responsabilità? Anzi, necessita dell’aiuto delle istituzioni, di cui certo non potrà farne parte. Se le paladine della parità si impuntano sulle quote rosa, qualcosa non torna nella considerazione della donna.
Si pensi inoltre alla maggiorenne non in grado di reagire a una molestia priva di coercizione fisica: un caso di fragilità psicologica (nulla di male, intendiamoci), ma la fragilità richiede ulteriore tutela.
Sotto tutela dovrebbe finirci ora anche Weinstein, usato, gettato e massacrato da tutti. Il pessimo stile nell’approccio con le donne non è ancora reato, ma sorge il dubbio che presto lo possa diventare: tra la violenza fisica, la molestia e il complimento il confine è sempre più brumoso.
Non occorre uno stupro per finire sotto accusa (mediatica oggi, domani chissà), è sufficiente che la donna si senta offesa in qualche modo, dilatando il senso del pudore, faccenda strettamente individuale e variabile, su scala collettiva.
Il paradosso è che per difendere un principio o un comportamento assurto a legge morale buona e giusta per la collettività si parta da casi specifici e individuali.
Ogni attrice esordisce e si afferma a modo suo, che Asia Argento sia più prossima a un caso patologico (e ancora più meritevole di tutela per fragilità o squilibrio personale) che a una vittima tout court è innegabile, e non esclude peraltro che ci siano esordienti grate al couch casting come scorciatoia, un do ut des che, esecrabile o meno purché consensuale, si esprime potenzialmente in qualsiasi ambito lavorativo.
A riprova che il vittimismo collettivo “di genere” non funziona.
Riprovevole è casomai la complicità di queste attrici nell’affossamento della meritocrazia: scavalcare talenti forse accantonati perché non inclini a una pratica nota e alimentata da donne in concorrenza tra loro è uno schiaffo alla sbandierata solidarietà femminile.
Lo scandalo vero è che si scandalizzi mezzo mondo per questioni arcinote, un’offesa ulteriore alle vere vittime delle violenze di ogni genere nei confronti di tutti i “gender” del globo.
Pur rispettando il ciclone di sensibilità che di botto ha travolto Hollywood, da chi ha tratto vantaggio dal sistema Weinstein attendiamo il colpo di coerenza finale a chiusura della partita doppia: che Hillary e i democratici rimborsassero il malloppo ricevuto e le attrici offese restituissero oscar e carriera.
Solo così i conti tornerebbero.

Razze e culture

Alcuni genetisti italiani hanno chiesto che la parola razza venga tolta dall’art. 3 della Costituzione dove si dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Abbiamo tutti – essi affermano – il medesimo DNA, con minime variazioni, quale che sia il gruppo umano a cui apparteniamo. Benissimo, soprattutto se si pensa a scienziati di altri epoche, che firmarono un famigerato manifesto in difesa della razza ariana e contro una supposta razza ebraica.

Purtroppo, però, i problemi della convivenza, sempre difficile, fra le diverse società umane non si risolvono con la genetica, e tanto meno abolendo questo o quella parola, come pensano ottimisticamente i sacerdoti del politicamente corretto e del linguaggio sterilizzato. Il fatto è che, se non esistono le razze biologicamente intese, esistono le culture nella loro diversità, che genera inevitabilmente conflitti.

Le culture non sono qualcosa di biologicamente determinato, ma sono il frutto di una lunga storia religiosa e civile, di tradizioni, costumi e valori che si sono sedimentati nei secoli, sono il nutrimento spirituale senza cui nessuna comunità può sopravvivere.

Le culture non sono fra loro incomunicabili, come qualche filosofo ha sostenuto, gli scambi reciproci sono stati anzi molto spesso positivi, ma nessuna di esse può snaturarsi fino al punto di rinunciare ai propri fondamenti.

Tanto per fare un esempio, la nostra cultura erede della classicità, del cristianesimo e del liberalismo non può suicidarsi in nome del dialogo a tutti i costi con altre culture che si fondano, come la islamica, su principi radicalmente diversi come quello della commistione fra sfera religiosa e sfera civile.

Prendiamo allora il caso della legge sullo ius soli. Si dice che coloro che si oppongono a questa legge, dimostrano per ciò stesso di essere razzisti. In realtà, ad ascoltarne attentamente gli argomenti, essi sembrano piuttosto dominati dalla preoccupazione che una simile legge, considerato anche lo squilibrio demografico fra la nostra e le società islamiche, possa portare, nel giro di qualche decennio, al dissolvimento della società liberale fondata sul principio della libertà di coscienza.

Si fa presto a dare del razzista agli altri, quando si ritiene di rappresentare, in esclusiva, la civiltà. Resta, però, da vedere quale.

Pure in Austria soffia il vento della destra

L’ondata della destra europea ritrova vigore proprio dove, solo pochi mesi fa, sembrava esser-si inesorabilmente fermata. L’Austria, dopo anni di larghe intese tra socialdemocratici e democristiani, ha voltato pagina premiando cosi, con oltre il 31%, l’esponente popolare dell’Ovp Sebastian Kurz, trentunenne già ministro degli esteri e, da ieri sera, il più giovane capo di governo del mondo.

Con una cavalcata a tempo di record e grazie ad una leadership fortemente spostata su posizioni di destra Kurz ha dato così il via ad un nuovo corso che condizionerà fortemente non solo il futuro del paese ma gran parte della politiche migratorie e umanitarie dell’Unione Europea.

«Vi posso promettere che da oggi lotterò con tutte le mie forte per cambiare questo Paese, ha detto Kurz. L’immigrazione, infatti è stato il vero e unico tema di questa campagna elettorale, celebratasi con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura a causa della rottura della grande coalizione che vedeva i socialdemocratici dell’Spo e i popolari dell’Ovp governare assieme dal 2007 sulla falsariga di quanto accadeva nella vicina Germania.

Grazie ad una serie di decisioni storiche, tra cui quella di personalizzare fortemente il proprio partito ribattezzandolo Lista Kurz, camuffando così la non brillante esperienza al governo dei suoi predecessori ma, soprattutto, quella di scippare al partito di estrema destra Fpo guidato dal delfino di Haider Heinz-Christian Strache i classici cavalli di battaglia delle forte xenofobe ed euroscettiche, Kurz è riuscito rapidamente a recuperare lo svantaggio iniziale di quasi dieci punti percentuali e superare Strache, indicato fino a qualche settimana fa come sicuro vincitore di questa competizione elettorale.

All’insegna della promessa di difendere i confini dell’Austria contra le quote migranti imposte da Bruxelles, dimezzando addirittura i contributi ai rifugiati, e di risolvere, una volta per tutte, l’annosa questione della cosiddetta rotta balcanica, Kurz ha saputo abilmente anche intestarsi In battaglia dell’anti-islamismo, facendo cosi leva sulla paura dei recenti attentati che da Parigi a Berlin ha notevolmente ingrossato il consenso elettorale delle form anti-sistema.

Non c’e dubbio che sia stata proprio questa inversione di rotta programmatica del nuovo Ovp a far lievitare la popolarità del giovanissimo leader, diventato nel giro di poche settimane un’autentica icon soprattutto per il suo stile originate che ha fatto passare in secondo piano le feroci critiche sulla sua inesperienza e sul mancato completamento del ciclo di studi universitari.

Gli oltre sei milioni cli elettori hanno così punito i socialdemocratici dell’Spo, l’altro partito storico dell’establishment austriaco al quale non è bastato lasciare il governo dell’Austria con un tasso di disoccupazione al solo 5,6% e un prodotto interno lordo in crescita a ben oltre i due punti e mezzo percentuali.

L’Spo del cancelliere uscente Kern, protagonista durante questa campagna elettorale di una polemica trasversale a suon di accuse di spionaggio, andrà, a meno di clamorosi ripensamenti da ambo le parti, all’opposizione, in linea con quanto dichiarato dal futuro cancelliere che aveva escluso a più riprese ogni ipotesi di riedizione della Grosse Koalition.

Pur fagocitato dal partito popolare, l’Fpo, grazie ad un clamoroso testa a testa con il partito socialdemocratico, è diventato così l’alleato più probabile del futuro governo di Kurz, un esecutivo che, caso unico in Europa, vedrebbe la presenza determinante dell’estrema destra, mai cosi forte in termini percentuali in nessun alto paese comunitario.

Dopo la netta affermazione del partito gemello tedesco Alternative fur Deutschland un altro grattacapo per l’Europa e, contemporaneamente, l’ennesima riscossa per la destra oltranzista, data prematuramente per moribonda dopo la cocente sconfitta di Marine Le Pen in Francia.